Convegno ecclesiale diocesano 2010: discorso del papa Benedetto XVI, relazione del cardinal Agostino Vallini, sintesi dei lavori nelle parrocchie di mons. Andrea Lonardo

1/ Discorso del Santo Padre Benedetto XVI in apertura del Convegno ecclesiale della diocesi di Roma «“Si aprirono loro gli occhi, lo riconobbero e lo annunziarono”. L’Eucarestia domenicale e la testimonianza della carità», nella basilica di San Giovanni in Laterano, 15/6/2010

Cari fratelli e sorelle!

Dice il Salmo: “Ecco, com’è bello e com’è dolce / che i fratelli vivano insieme!” (Sal 133,1). È proprio così: è per me motivo di profonda gioia ritrovarmi con voi e condividere il tanto bene che le parrocchie e le altre realtà ecclesiali di Roma hanno realizzato in questo anno pastorale. Saluto con fraterno affetto il Cardinale Vicario e lo ringrazio per le cortesi parole che mi ha indirizzato e per l’impegno che quotidianamente pone nel governo della Diocesi, nel sostegno ai sacerdoti e alle comunità parrocchiali. Saluto i Vescovi Ausiliari, l’intero Presbiterio e ciascuno di voi. Rivolgo un pensiero cordiale a quanti sono ammalati e in particolari difficoltà, assicurando loro la mia preghiera.

Come ha ricordato il Cardinale Vallini, ci stiamo impegnando, dallo scorso anno, nella verifica della pastorale ordinaria. Questa sera riflettiamo su due punti di primaria importanza: “Eucaristia domenicale e testimonianza della carità”. Sono a conoscenza del grande lavoro che le parrocchie, le associazioni e i movimenti hanno realizzato, attraverso incontri di formazione e di confronto, per approfondire e vivere meglio queste due componenti fondamentali della vita e della missione della Chiesa e di ogni singolo credente. Ciò ha anche favorito quella corresponsabilità pastorale che, nella diversità dei ministeri e dei carismi, deve sempre più diffondersi se desideriamo realmente che il Vangelo raggiunga il cuore di ogni abitante di Roma. Tanto è stato fatto, e ne rendiamo grazie al Signore; ma ancora molto, sempre con il suo aiuto, rimane da fare.

La fede non può mai essere presupposta, perché ogni generazione ha bisogno di ricevere questo dono mediante l’annuncio del Vangelo e di conoscere la verità che Cristo ci ha rivelato. La Chiesa, pertanto, è sempre impegnata a proporre a tutti il deposito della fede; in esso è contenuta anche la dottrina sull’Eucaristia – mistero centrale in cui “è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua” (Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Presbyterorum ordinis, 5) –; dottrina che oggi, purtroppo, non è sufficientemente compresa nel suo valore profondo e nella sua rilevanza per l’esistenza dei credenti. Per questo è importante che una conoscenza più approfondita del mistero del Corpo e del Sangue del Signore sia avvertita come un’esigenza dalle diverse comunità della nostra diocesi di Roma. Al tempo stesso, nello spirito missionario che vogliamo alimentare, è necessario che si diffonda l’impegno di annunciare tale fede eucaristica, perché ogni uomo incontri Gesù Cristo che ci ha rivelato il Dio “vicino”, amico dell’umanità, e di testimoniarla con una eloquente vita di carità.

In tutta la sua vita pubblica Gesù, mediante la predicazione del Vangelo e i segni miracolosi, ha annunciato la bontà e la misericordia del Padre verso l’uomo. Questa missione ha raggiunto il culmine sul Golgota, dove Cristo crocifisso ha rivelato il volto di Dio, perché l’uomo, contemplando la Croce, possa riconoscere la pienezza dell’amore (cfr BENEDETTO XVI, Enc. Deus caritas est, 12). Il Sacrificio del Calvario viene mistericamente anticipato nell’Ultima Cena, quando Gesù, condividendo con i Dodici il pane e il vino, li trasforma nel suo corpo e nel suo sangue, che poco dopo avrebbe offerto come Agnello immolato. L’Eucaristia è il memoriale della morte e risurrezione di Gesù Cristo, del suo amore fino alla fine per ciascuno di noi, memoriale che Egli ha voluto affidare alla Chiesa perché fosse celebrato nei secoli. Secondo il significato del verbo ebraico zakar, il “memoriale” non è semplice ricordo di qualcosa che è avvenuto nel passato, ma celebrazione che attualizza quell’evento, in modo da riprodurne la forza e l’efficacia salvifica. Così “si rende presente e attuale il sacrificio che Cristo ha offerto al Padre, una volta per tutte, sulla Croce in favore dell’umanità” (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, 280). Cari fratelli e sorelle, nel nostro tempo la parola sacrificio non è amata, anzi essa sembra appartenere ad altre epoche e a un altro modo di intendere la vita. Essa, però, ben compresa, è e rimane fondamentale, perché ci rivela di quale amore Dio, in Cristo, ci ama.

Nell’offerta che Gesù fa di se stesso troviamo tutta la novità del culto cristiano. Nell’antichità gli uomini offrivano in sacrificio alle divinità gli animali o le primizie della terra. Gesù, invece, offre se stesso, il suo corpo e l’intera sua esistenza: Egli stesso in persona diventa quel sacrificio che la liturgia offre nella Santa Messa. Infatti, con la consacrazione il pane e il vino diventano il suo vero corpo e sangue. Sant’Agostino invitava i suoi fedeli a non soffermarsi su ciò che appariva alla loro vista, ma ad andare oltre: “Riconoscete nel pane – diceva – quello stesso corpo che pendette sulla croce, e nel calice quello stesso sangue che sgorgò dal suo fianco” (Disc. 228 B, 2). Per spiegare questa trasformazione, la teologia ha coniato la parola “transustanziazione”, parolache risuonò per la prima volta in questa Basilica durante il IV Concilio Lateranense, di cui fra cinque anni ricorrerà l’VIII centenario. In quell’occasione furono inserite nella professione di fede le seguenti espressioni: “il suo corpo e il suo sangue sono contenuti veramente nel sacramento dell’altare, sotto le specie del pane e del vino, poiché il pane è transustanziato nel corpo, e il vino nel sangue per divino potere” (DS, 802). È dunque fondamentale che negli itinerari di educazione alla fede dei bambini, degli adolescenti e dei giovani, come pure nei “centri di ascolto” della Parola di Dio, si sottolinei che nel sacramento dell’Eucaristia Cristo è veramente, realmente e sostanzialmente presente.

La Santa Messa, celebrata nel rispetto delle norme liturgiche e con un’adeguata valorizzazione della ricchezza dei segni e dei gesti, favorisce e promuove la crescita della fede eucaristica. Nella celebrazione eucaristica noi non inventiamo qualcosa, ma entriamo in una realtà che ci precede, anzi che abbraccia cielo e terra e quindi anche passato, futuro e presente. Questa apertura universale, questo incontro con tutti i figli e le figlie di Dio è la grandezza dell’Eucaristia: andiamo incontro alla realtà di Dio presente nel corpo e sangue del Risorto tra di noi. Quindi, le prescrizioni liturgiche dettate dalla Chiesa non sono cose esteriori, ma esprimono concretamente questa realtà della rivelazione del corpo e sangue di Cristo e così la preghiera rivela la fede secondo l’antico principio lex orandilex credendi. E per questo possiamo dire che “la migliore catechesi sull’Eucaristia è la stessa Eucaristia ben celebrata” (BENEDETTO XVI, Esort. ap. post-sinod. Sacramentum caritatis, 64). È necessario che nella liturgia emerga con chiarezza la dimensione trascendente, quella del Mistero, dell’incontro con il Divino, che illumina ed eleva anche quella “orizzontale”, ossia il legame di comunione e di solidarietà che esiste fra quanti appartengono alla Chiesa. Infatti, quando prevale quest’ultima non si comprende pienamente la bellezza, la profondità e l’importanza del mistero celebrato. Cari fratelli nel sacerdozio, a voi il Vescovo ha affidato, nel giorno dell’Ordinazione sacerdotale, il compito di presiedere l’Eucaristia. Abbiate sempre a cuore l’esercizio di questa missione: celebrate i divini misteri con intensa partecipazione interiore, perché gli uomini e le donne della nostra Città possano essere santificati, messi in contatto con Dio, verità assoluta e amore eterno.

E teniamo anche presente che l’Eucaristia, legata alla croce alla risurrezione del Signore, ha dettato una nuova struttura al nostro tempo. Il Risorto si era manifestato il giorno dopo il sabato, il primo giorno della settimana, giorno del sole e della creazione. Dall’inizio i cristiani hanno celebrato il loro incontro con il Risorto, l’Eucaristia, in questo primo giorno, in questo nuovo giorno del vero sole della storia, il Cristo Risorto. E così il tempo inizia sempre di nuovo con l’incontro con il Risorto e questo incontro dà contenuto e forza alla vita di ogni giorno. Perciò è molto importante per noi cristiani, seguire questo ritmo nuovo del tempo, incontrarci col Risorto nella domenica e così “prendere” con noi questa sua presenza, che ci trasformi e trasformi il nostro tempo. Inoltre, invito tutti a riscoprire la fecondità dell’adorazione eucaristica: davanti al Santissimo Sacramento sperimentiamo in modo del tutto particolare quel “rimanere” di Gesù, che Egli stesso, nel Vangelo di Giovanni, pone come condizione necessaria per portare molto frutto (cfr Gv 15,5) ed evitare che la nostra azione apostolica si riduca a uno sterile attivismo, ma sia invece testimonianza dell’amore di Dio.

La comunione con Cristo è sempre anche comunione con il suo corpo che è la Chiesa, come ricorda l’apostolo Paolo dicendo: “Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1Cor 10,16-17). È, infatti, l’Eucaristia che trasforma un semplice gruppo di persone in comunità ecclesiale: l’Eucaristia fa Chiesa. È dunque fondamentale che la celebrazione della Santa Messa sia effettivamente il culmine, la “struttura portante” della vita di ogni comunità parrocchiale. Esorto tutti a curare al meglio, anche attraverso appositi gruppi liturgici, la preparazione e la celebrazione dell’Eucaristia, perché quanti vi partecipano possano incontrare il Signore. È Cristo risorto, che si rende presente nel nostro oggi e ci raduna intorno a sé. Nutrendoci di Lui siamo liberati dai vincoli dell’individualismo e, per mezzo della comunione con Lui, diventiamo noi stessi, insieme, una cosa sola, il suo Corpo mistico. Vengono così superate le differenze dovute alla professione, al ceto, alla nazionalità, perché ci scopriamo membri di un’unica grande famiglia, quella dei figli di Dio, nella quale a ciascuno è donata una grazia particolare per l’utilità comune. Il mondo e gli uomini non hanno bisogno di un’ulteriore aggregazione sociale, ma hanno bisogno della Chiesa, che è in Cristo come un sacramento, “cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. Lumen gentium, 1), chiamata a far risplendere su tutte le genti la luce del Signore risorto.

Gesù è venuto per rivelarci l’amore del Padre, perché “l’uomo senza amore non può vivere” (GIOVANNI PAOLO II, Enc. Redemptor hominis, 10). L’amore è, infatti, l’esperienza fondamentale di ogni essere umano, ciò che dà significato al vivere quotidiano. Nutriti dall’Eucaristia anche noi, sull’esempio di Cristo, viviamo per Lui, per essere testimoni dell’amore. Ricevendo il Sacramento, noi entriamo in comunione di sangue con Gesù Cristo. Nella concezione ebraica, il sangue indica la vita; così possiamo dire che nutrendoci del Corpo di Cristo noi accogliamo la vita di Dio e impariamo a guardare la realtà con i suoi occhi, abbandonando la logica del mondo per seguire quella divina del dono e della gratuità. Sant’Agostino ricorda che durante una visione gli parve di udire la voce del Signore, il quale gli diceva: “Io sono il nutrimento degli adulti. Cresci, e mi mangerai, senza per questo trasformarmi in te, come il nutrimento della tua carne; ma tu ti trasformerai in me” (cfr Confessioni VII,10,16). Quando riceviamo Cristo, l’amore di Dio si espande nel nostro intimo, modifica radicalmente il nostro cuore e ci rende capaci di gesti che, per la forza diffusiva del bene, possono trasformare la vita di coloro che ci sono accanto. La carità è in grado di generare un cambiamento autentico e permanente della società, agendo nei cuori e nelle menti degli uomini, e quando è vissuta nella verità “è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera” (BENEDETTO XVI, Enc. Caritas in veritate, 1). La testimonianza della carità per il discepolo di Gesù non è un sentimento passeggero, ma al contrario è ciò che plasma la vita in ogni circostanza. Incoraggio tutti, in particolare la Caritas e i Diaconi, a impegnarsi nel delicato e fondamentale campo dell’educazione alla carità, come dimensione permanente della vita personale e comunitaria.

Questa nostra Città chiede ai discepoli di Cristo, con un rinnovato annuncio del Vangelo, una più chiara e limpida testimonianza della carità. È con il linguaggio dell’amore, desideroso del bene integrale dell’uomo, che la Chiesa parla agli abitanti di Roma. In questi anni del mio ministero quale vostro Vescovo, ho avuto modo di visitare vari luoghi dove la carità è vissuta in modo intenso. Sono grato a quanti si impegnano nelle diverse strutture caritative, per la dedizione e la generosità con le quali servono i poveri e gli emarginati. I bisogni e la povertà di tanti uomini e donne ci interpellano profondamente: è Cristo stesso che ogni giorno, nei poveri, ci chiede di essere sfamato e dissetato, visitato negli ospedali e nelle carceri, accolto e vestito. L’Eucaristia celebrata ci impone e al tempo stesso ci rende capaci di diventare, a nostra volta, pane spezzato per i fratelli, venendo incontro alle loro esigenze e donando noi stessi. Per questo una celebrazione eucaristica che non conduce ad incontrare gli uomini lì dove essi vivono, lavorano e soffrono, per portare loro l’amore di Dio, non manifesta la verità che racchiude. Per essere fedeli al mistero che si celebra sugli altari dobbiamo, come ci esorta l’apostolo Paolo, offrire i nostri corpi, noi stessi, in sacrificio spirituale gradito a Dio (cfr Rm 12,1) in quelle circostanze che richiedono di far morire il nostro io e costituiscono il nostro “altare” quotidiano. I gesti di condivisione creano comunione, rinnovano il tessuto delle relazioni interpersonali, improntandole alla gratuità e al dono, e permettono la costruzione della civiltà dell’amore. In un tempo come il presente di crisi economica e sociale, siamo solidali con coloro che vivono nell’indigenza per offrire a tutti la speranza di un domani migliore e degno dell’uomo. Se realmente vivremo come discepoli del Dio-Carità, aiuteremo gli abitanti di Roma a scoprirsi fratelli e figli dell’unico Padre.

La natura stessa dell’amore richiede scelte di vita definitive e irrevocabili. Mi rivolgo in particolare a voi, carissimi giovani: non abbiate paura di scegliere l’amore come la regola suprema della vita. Non abbiate paura di amare Cristo nel sacerdozio e, se nel cuore avvertite la chiamata del Signore, seguitelo in questa straordinaria avventura di amore, abbandonandovi con fiducia a Lui! Non abbiate paura di formare famiglie cristiane che vivono l’amore fedele, indissolubile e aperto alla vita! Testimoniate che l’amore, così come lo ha vissuto Cristo e lo insegna il Magistero della Chiesa, non toglie nulla alla nostra felicità, ma al contrario dona quella gioia profonda che Cristo ha promesso ai suoi discepoli.

La Vergine Maria accompagni con la sua materna intercessione il cammino della nostra Chiesa di Roma. Maria, che in modo del tutto singolare visse la comunione con Dio e il sacrificio del proprio Figlio sul Calvario, ci ottenga di vivere sempre più intensamente, piamente e consapevolmente il mistero dell’Eucaristia, per annunciare con la parola e la vita l’amore che Dio nutre per ogni uomo. Cari amici, vi assicuro la mia preghiera e imparto di cuore a tutti voi la Benedizione Apostolica. Grazie.

2/ Relazione del cardinale vicario S. Em Agostino Vallini (16 giugno 2010)

1. Desidero anzitutto ringraziare il Signore per questo Convegno, per il lavoro che lo ha preparato e per la gioia, che tutti avvertiamo, di cooperare alla missione della Chiesa in Roma.

Siamo sinceramente grati al Santo Padre per la Sua presenza e la Sua parola, costante riferimento di fede e sicuro orientamento pastorale.

Ringrazio di cuore Mons. Andrea Lonardo che ci ha offerto la sintesi delle relazioni delle parrocchie, dei centri di pastorale universitaria, sanitaria, del mondo del lavoro, delle cappellanie dei migranti, delle associazioni e dei movimenti e delle altre realtà ecclesiali. Con lui ringrazio i parroci e gli altri referenti per l’impegno nel portare avanti la verifica e per i contribuiti inviati. So bene che convocare assemblee di riflessione critica sul vissuto non è opera agevole: gli stessi collaboratori spesso preferiscono “fare” più che “mettersi in discussione”. Un grazie sincero infine al Segretario Generale e alla sua segreteria per la parte organizzativa.

Mi pare di poter rilevare che questo nostro lavoro pastorale ha messo in moto tante energie e stia promuovendo una maturazione della coscienza ecclesiale, rendendoci più consapevoli del tanto bene che c’è ed incoraggiandoci ad affrontare con fiducia il rinnovamento richiesto dalle sfide del momento presente. Siamo qui per guardare avanti e per spronarci reciprocamente. Se vengono evidenziati gli aspetti da migliorare, ciò non significa sottovalutare “l foresta che cresce”.Naturalmente in questa mia relazione non potrò toccare tutti gli aspetti evidenziati dalla relazione di Mons. Lonardo; mi limito a quelli che considero di maggiore rilevanza.

Per una rinnovata coscienza ecclesiale

2. Il Libro degli Atti degli Apostoli descrive in modo assai chiaro la vita della primitiva comunità cristiana: “Erano perseveranti nell’ascoltare l’inse-gnamento degli apostoli e nella comunione fraterna, nello spezzare il pane e nelle preghiere… Tutti i credenti…avevano ogni cosa in comune…secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo” (At. 2, 42-47).

Queste poche parole delineano i tratti essenziali dell’identità della Chiesa di tutti i tempi. Al di là delle diverse configurazioni che nel corso dei secoli essa ha assunto o potrà assumere, vi sarà la Chiesa di Cristo solo se si potranno riscontrare questi tratti costitutivi. In essi si misura la fedeltà a Cristo e tutti i processi di rinnovamento saranno autentici se ritorneranno a queste sorgenti.

Degli elementi che descrivono la fisionomia della comunità ecclesiale primitiva desidero richiamarne per ora due: la Chiesa nasce dall’ascolto della Parola di Dio e si nutre nel convito eucaristico.

Non c’è edificazione progressiva e consolidamento della vita cristiana personale e comunitaria senza l’accoglienza nel cuore della Parola di Dio. E’ la Sacra Scrittura letta, predicata, meditata, pregata, che distingue radicalmente la comunità cristiana da qualsiasi altra società umana o gruppo religioso. Solo il costante ritorno e la crescente assimilazione alla Parola di Dio trasforma la vita. Per questo la celebrazione dell’Eucarestia e in genere ogni atto liturgico non prescindono mai dalla proclamazione della Parola. La sera di Pasqua, Gesù risorto, camminando insieme con i discepoli diretti verso Emmaus, interpretò per loro quanto lo riguardava lungo tutta la Scrittura; la sua Parola riscaldò il loro cuore angosciato e deluso e li preparò a riconoscerlo nel gesto dello spezzare il pane (Cfr. Lc. 24, 27-32).

3. Cari amici, quando l’anno scorso abbiamo deciso di impegnarci in una verifica della pastorale ordinaria, a dieci anni dal Grande Giubileo, abbiamo scelto l’icona dei discepoli di Emmaus come chiave interpretativa della verifica stessa per ricordarci che il lavoro che stiamo portando avanti è volto non a stilare l’agenda delle cose da fare, ma a riconoscere il volto di Cristo Signore.

Ci è parso opportuno partire da un tema generale: “Appartenenza ecclesiale e corresponsabilità pastorale”, un tema fondamentale per il lavoro successivo e senza il quale – come dicevo nella relazione conclusiva del Convegno dell’anno passato – la verifica non avrebbe avuto “un’anima e uno scopo vitale”. Eravamo consapevoli che alla base c’è un problema formativo. “La fede – ci ha detto il Papa ieri sera – non può mai essere presupposta, perché ogni generazione ha bisogno di ricevere questo dono mediante l’annuncio del Vangelo e di conoscere la verità che Cristo ci ha rivelato”1. Ma la fede esplicita oggi non può essere presupposta neppure nella maggioranza dei battezzati 2 (anche se non ci è dato di entrare nel sacrario delle coscienze per cogliere lo spessore del radicamento della fede cristiana e la forza che essa esercita nel vissuto delle persone). Sebbene si può ritenere che in molte persone rimane sullo sfondo dell’anima un riferimento a Dio (fede implicita), il dato assai evidente è di un contesto culturale divenuto non solo largamente indifferente3 ma nel quale cresce, per tante ragioni, un atteggiamento e forse uno spirito di distanza, di allontanamento, che talvolta diventa sprezzante, quando non apertamente ostile alla Chiesa 4 e demolisce le basi della fede. Il clima emotivo poi largamente diffuso è che non si può essere felici senza molto denaro, e quindi bisogna procurarselo ad ogni costo.

L’incontro di Emmaus ci invita, invece, a guardare ogni cosa a partire dal fatto che Cristo è vivo e della sua vita gli uomini hanno sete e bisogno. La certezza della sua presenza restituisce ai discepoli l’allegria e il desiderio di tornare a vivere la comunione con gli apostoli e, anzi, a divenire annunciatori della lieta notizia.

Tutto ciò ci rende avvertiti che la questione pastorale di fondo resta l’incontro con Cristo e dunque la riscoperta della fede. La cosa sembra essere più urgente se si guarda ai giovani, che in gran parte smettono di frequentare le nostre chiese dopo aver ricevuto il sacramento della Confermazione, perché non le percepiscono più come luoghi vitali per loro. In molte relazioni – ci ha detto Mons. Lonardo – è stato evidenziato un forte “analfabetismo religioso”, la “perdita dell’identità cristiana e dell’appartenenza ecclesiale”, e dunque la religione è vissuta come “fatto privato”. Ciò porta – ha affermato il Santo Padre a Piazza di Spagna lo scorso 8 dicembre – ad una sorta di “inquinamento dello spirito” che rende la vita più cupa e fa smarrire la speranza”.

Per questo motivo – se ricordate – ci siamo proposti di ripensare la pastorale, parrocchiale e non, in chiave missionaria ripartendo dall’evangeliz-zazione attraverso la Parola di Dio. E’ un orientamento essenziale che sento di ribadire oggi, ritenendolo imprescindibile. Ci rendiamo tutti conto che non è un’impresa facile, perché non c’è una tradizione pastorale consolidata al riguardo e il ritmo della vita moderna dei fedeli non ci favorisce, ma con determinazione e pazienza dobbiamo perseverare in questa direzione.

Desidero ringraziare i parroci e quanti altri che, accogliendo l’invito del Santo Padre dell’anno passato, il quale ci ricordava i buoni frutti della Missione cittadina, con tenacia stanno rivitalizzando i gruppi di ascolto del Vangelo nelle case e nei diversi ambienti di vita e di lavoro, per dare un respiro più largo alle comunità parrocchiali. Nella stessa linea in molte parrocchie è stata istituita la Lectio divina settimanale, con l’aiuto anche del piccolo sussidio preparato dal Vicariato e distribuito in 100.000 copie. Educare i fedeli ad una mentalità di fede e a pregare con la Parola di Dio è il nostro compito pastorale primario5.

L’Eucarestia, cuore della Chiesa

4. In questa prospettiva pastorale si inserisce la verifica di quest’anno su: Eucarestia e testimonianza della carità. Un argomento non separabile dal tema generale, perché l’Eucarestia e la carità sono dimensioni essenziali dell’essere Chiesa, per vivere non una qualunque esperienza religiosa, ma la fede cristiana e il mistero dell’amore di Dio Trinità Santissima, che nell’atto oblativo del Figlio Gesù Cristo, il Signore vivente, ci attira a sé e ci coinvolge nella dinamica della sua donazione, aprendoci a nostra volta all’amore verso i fratelli.

5. Le domande che ci siamo poste sono state le seguenti: che significa nella vita delle comunità e dei singoli fedeli ritrovarsi la domenica per celebrare la “pasqua settimanale”? E quanto l’Eucarestia celebrata diventa testimonianza operosa di carità?

Grazie a Dio, non mancano gruppi di credenti convinti ed impegnati, per i quali l’Eucarestia è il centro della vita cristiana. Si tratta però di gruppi ristretti. Tutti i parroci confermano che la grande maggioranza dei fedeli non partecipa all’Eucarestia domenicale (i nuovi luoghi di ritrovo sono diventati i centri commerciali o altro). C’è tuttavia una parte stabile di fedeli che frequentano ogni domenica. Cosa fare per migliorare la coscienza eucaristica e la partecipazione di chi frequenta e per attrarre stabilmente chi viene in chiesa soltanto in alcune occasioni?

La vicenda dei due discepoli di Emmaus può aprirci la strada. Per riconoscere il Signore nella celebrazione dell’Eucarestia e trarne energia di vita è necessario essere coscienti e formati alla fede eucaristica, senza la quale la celebrazione della festa cristiana, la domenica, è vissuta superficialmente come osservanza e non è percepita come evento di grazia capace di sviluppare una vita alternativa al crescente sentimento a-cristiano, se non anti-cristiano. L’ideale pastorale che ci deve guidare è quello dei martiri di Abitene, in Africa proconsolare, i quali, perseguitati dall’imperatore Diocleziano (304 d. C.), affermarono: “Sine dominico non possumus” – “Senza domenica non possiamo vivere”6. In questa prospettiva già il nostro Sinodo diocesano, del 1993, aveva dato preziose indicazioni pastorali 7

L’apprezzamento unanime degli incontri formativi di prefettura in preparazione alle assemblee di verifica ci conferma che molto si può fare e si può fare insieme8. Forse è arrivato il momento, sulla base delle esperienze meglio riuscite, di precisare un metodo. Incoraggio ogni iniziativa che valga a promuovere un cammino comune nelle prefetture: farebbe superare la frammentazione pastorale e sarebbe di grande aiuto ai fedeli nel percepire l’unità dell’agire apostolico dei pastori.

La fede eucaristica

6. Poniamoci allora una seconda domanda: la maggioranza dei fedeli che la domenica vengono a Messa che cosa conosce della fede eucaristica e come legge i segni liturgici?

Il Papa ci ha detto: “La dottrina [eucaristica] oggi purtroppo non è sufficientemente compresa nel suo valore profondo e nella sua importanza per l’esistenza dei credenti”9. Stando alle relazioni pervenute, possiamo affermare che la maggioranza dei fedeli la conosce molto poco, salvo lodevoli eccezioni. A ben considerare, la formazione alla fede eucaristica è la reminiscenza più o meno sbiadita del catechismo in preparazione alla prima Comunione. La questione formativa allora – lo ribadisco – è alla base di tutto. L’esperienza conferma che quando viene offerta una catechesi eucaristica sistematica e con un metodo interattivo, che coinvolge e muove la riflessione personale, i frutti non mancano, a cominciare dalla puntualità nel trovarsi in chiesa. Otto parroci hanno inviato un contributo comune, e al riguardo scrivono: “Bisogna fare quanto ci è possibile per aiutarci ed aiutare i fedeli a percepire nella fede la realtà del mistero che celebriamo”.

Dobbiamo impegnarci dunque anzitutto in una catechesi programmata e ben preparata che, partendo dal riproporre la fede in Gesù Cristo, offra le verità essenziali del mistero eucaristico. A tale scopo vanno valorizzati gli ordinari itinerari di catechesi e di formazione per le varie fasce di età, non esclusi gli adulti e le famiglie, nelle forme e con linguaggi adatti ai destinatari e preparando adeguatamente i catechisti. Così pure si prevedano altri momenti opportu-namente studiati: ad esempio, corsi di esercizi spirituali, settimane eucaristiche e la stessa adorazione eucaristica settimanale.

Cosa fare poi per le persone che vengono in chiesa solo la domenica? Le proposte possono essere diverse: all’inizio di ogni anno pastorale, sarebbe bene dedicare a questo scopo, per un periodo di almeno un mese (ad es. il mese di ottobre), 15 minuti prima della Messa, durante i quali dare delle catechesi eucaristiche ben pensate e chiare che, passo dopo passo, insieme al contenuto della fede facciano entrare gradualmente nella comprensione dei segni liturgici. Oppure utilizzare le omelie di un mese, o dei tempi forti dell’anno liturgico, a partire dai testi del giorno. In una parola, aprire le menti e i cuori al mistero dell’Eucarestia, celebrato e presente realmente nel SS. Sacramento, deve diventare un’attenzione costante della pastorale ordinaria. Non possiamo rassegnarci a che la maggioranza dei fedeli non viva coscientemente il mistero per eccellenza “culmine e fonte” della vita della Chiesa!

Il Vicariato accompagnerà questo impegno educativo con sussidi adatti e corsi formativi nelle prefetture. Si dovrebbe pensare forse ad una specie di “catechismo eucaristico”?.

7. Ma quali verità della fede eucaristica ogni fedele dovrebbe conoscere e gradualmente assimilare a livello spirituale? Il Santo Padre nel suo discorso di ieri sera ce le ha ricordate. Mi pare opportuno richiamarle sinteticamente.

  1. La celebrazione dell’Eucarestia costituisce il centro di tutta la vita cristiana per la Chiesa e per i singoli fedeli, perché è l’azione di Cristo e del popolo di Dio per eccellenza 10.

b) L’Eucarestia è azione di Cristo, cioè nella celebrazione Cristo è presente. E’ lui che parla quando si leggono le Scritture, è lui che prega nel suo popolo, nella sua persona agisce il ministro11. Dunque le Scritture, il popolo, il sacerdote diventano segni della presenza di Cristo. I segni del pane e del vino, convertiti nel Corpo e Sangue del Signore risorto, sono il vertice della sua presenza sostanziale e permanente.

c) La Messa è azione della Chiesa, vale a dire del popolo di Dio. Il popolo dei battezzati riunito rende presente tutta la Chiesa sparsa nel mondo e insieme la rende visibile e concreta, perché in essa è presente Cristo: Lui la raduna, Lui la fa Chiesa. Non qualunque raduno fa la Chiesa, ma quello in cui il popolo dei credenti, radunato nel suo nome, prega e loda Dio12. E’ nell’Eucarestia e con l’Eucarestia che il popolo “diventa Chiesa”13 e con Cristo offre se stesso al Padre. Il popolo è il soggetto che si pone davanti al “Tu” di Dio, offre con Cristo se stessa, come Israele ai piedi del Sinai per l’alleanza con Dio. A Messa non si è individuali spettatori.

d) La celebrazione dell’Eucarestia contiene la Croce. Se l’istituzione dell’Eucarestia anticipava la Croce, la celebrazione rende attuale e presente per noi il contenuto di salvezza di quell’evento e lo rende presente come convito sacrificale. Convito e sacrificio sono legati l’uno all’altro da un vincolo indissolubile. Il convito rende presente il sacrificio e la presenza sacrificale di Cristo è lì per farsi nostro cibo. Ciò avviene per volontà di Cristo ed è un dono per noi.

e) Di tutto ciò l’Eucarestia è memoriale, cioè ha la sorprendente efficacia di attualizzare e rendere presente la realtà ricordata: vale a dire il sacrificio della croce, posto una volta per tutte al vertice della storia umana, si fa presente nei segni del pane e del vino e la celebrazione ne riproduce la forza e l’efficacia salvifica. Il popolo di Dio partecipa ai beni del sacrificio pasquale, annunziando la morte del Signore fino al suo ritorno.

Come il popolo ebraico rendeva grazie a Dio per la liberazione dalla schiavitù, vivendone la realtà, così la Chiesa rende grazie al Padre per la liberazione dal peccato e dalla morte operata dal Figlio e attualizzata dal sacramento, affinché ora applichi i benefici del sacrificio della Croce a tutti gli uomini. Ma il memoriale eucaristico non è un’invocazione, bensì una realtà esaudita, una presenza reale di cui si celebra la memoria. Cristo è presente ogni volta che la Chiesa pronuncia le parole della promessa eucaristica: “Questo è il mio corpo… Questo è il mio sangue …”. L’invocazione dello Spirito Santo rende attuali ed efficaci le parole eucaristiche di Cristo e la comunità è trasformata dalla comunione con Cristo realmente presente.

f) Il popolo radunato per l’Eucarestia deve sapere che vi è corrispondenza tra i gesti compiuti da Gesù nell’ultima cena e le varie parti della Messa: nella cena Cristo ha parlato lungamente ai suoi, è la liturgia della Parola; Egli prese il pane e il calice, è l’offerta dei doni; rese grazie, è la grande preghiera eucaristica; lo spezzò, è la frazione del pane; lo diede ai suoi discepoli, è la comunione.

g) In questa visione la comunione acquista pienezza di valore. Se l’Eucarestia è essenzialmente convito, parteciparvi vuol dire prendere parte a questa mensa per partecipare al mistero pasquale di Cristo, imparando a offrire se stessi con Cristo. Qui si pone il problema pastorale delle persone che si accostano alla comunione senza confessarsi mai o molto raramente. La catechesi eucaristica dovrebbe far nascere l’esigenza di celebrare il mistero e di ricevere il pane di vita con il cuore puro e dunque il bisogno di perdono assicurato dal sacramento della Penitenza.

h) Infine, il mistero eucaristico non si esaurisce nella celebrazione, permane la presenza reale di Cristo Signore nelle specie eucaristiche custodite nel tabernacolo per l’adorazione14 personale e comunitaria e come viatico ai malati e agli infermi

L’Eucarestia celebrata

7. Orbene, questa dottrina teologica deve diventare esperienza di fede, lode e vita. Al riguardo il Concilio Vaticano II ha stabilito: “La chiesa volge attente premure affinché i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma, comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente”15.

8. Per raggiungere questo obiettivo, insieme alla catechesi, grande cura è da mettere anzitutto alla celebrazione stessa, che in un contesto in cui molti partecipanti, soprattutto occasionali, sono carenti di formazione, è una proposta di fede. La liturgia prescritta deve diventare liturgia vissuta, il fatto celebrativo un evento che attrae, perché la fede non è solo nel Gesù storico, ma nella sua presenza viva in ogni celebrazione eucaristica.

Si tratta quindi non di migliorare una tecnica, ma di quella ars celebrandi (l’arte di celebrare) che fa percepire nell’azione liturgica la santità di Dio, la presenza di Cristo e il soffio dello Spirito santificatore.

Certo, la prima e più grande responsabilità è del sacerdote celebrante, nel cui cuore di pastore rivive il mistero di Cristo, e che anima l’assemblea anzitutto con l’intensità della sua fede esemplare. Il celebrante deve essere un mistagogo, che accompagna il popolo all’incontro con Cristo. “La liturgia – scriveva Romano Guardini – non dice io, bensì noi (…). La liturgia non è opera del singolo, bensì della totalità dei fedeli. Questa totalità non risulta soltanto dalla somma delle persone che si trovano in chiesa in un determinato momento, e non è neppure l’«assemblea» riunita. Essa si dilata oltre i limiti di uno spazio determinato e abbraccia tutti i credenti della terra intera. E travalica anche i limiti del tempo, in quanto la comunità che prega sulla terra si sente una cosa sola anche con i beati, che vivono nell’eternità” 16.

Nel compiere il servizio a Dio e agli uomini, così come la Chiesa ce lo affida, noi sacerdoti non faremo mai abbastanza17. Dopo lunghi anni di sacerdozio resto convinto che ciò che giova di più è la concentrazione personale e cosciente nell’atto celebrativo. Naturalmente non è cosa sempre facile, specie nelle parrocchie, dove spesso fino ad un attimo prima dell’inizio della Messa il sacerdote viene distratto da altro; ma dobbiamo resistere ed educare i fedeli a comprendere che dinanzi all’Eucarestia tutto si ferma.

9. In secondo luogo, dobbiamo proporci alcuni traguardi. Il primo è che ogni celebrazione eucaristica sia una vera esperienza di preghiera. L’assemblea si riunisce per realizzare il mistero della Chiesa, e lo realizza pregando: la sola presenza fisica in chiesa non garantisce che si preghi. E’ indispensabile creare un clima di preghiera, togliendo alla celebrazione il carattere di azione meccanica e ripetitiva.

Come favorirlo?

Anzitutto educando pazientemente i fedeli al senso del sacro, oggi pressoché scomparso, alla dimensione contemplativa e alla consapevolezza che per entrare nel mistero c’è bisogno di silenzio, di raccoglimento, di concentrazione sul valore di ciò che avviene. Se l’assemblea è distratta e rumorosa, sarà difficile che entri, come d’incanto, in un clima di preghiera. Altra cosa è il carattere gioioso e di festa che si addice alla celebrazione della risurrezione del Signore.

Per una celebrazione degna e fruttuosa devono essere assicurati i tempi di silenzio previsti (prima dell’inizio, all’atto penitenziale, dopo la liturgia della parola, dopo la comunione), che non sono momenti vuoti ma spazi di interiorizzazione e partecipazione intima. Il silenzio è tempo di ascolto. Mi rendo conto che la società moderna non apprezza il silenzio, a molti fa paura. A maggior ragione è necessario che il popolo scopra e sperimenti il valore e il gusto del silenzio esteriore che prepara il cuore ad accogliere la suprema presenza di Dio.

Bisogna poi educare il popolo a sentirsi protagonista della preghiera, aiutandolo a valorizzare le azioni che gli competono come assemblea sacerdotale: i gesti, il canto, la preghiera universale, il rito delle offerte, la processione alla comunione, ecc. A questo scopo, in un primo periodo e senza appesantire la celebrazione, potranno giovare opportune monizioni, cioè alcune brevi e chiare spiegazioni dei riti, in forma mistagogica.

10. Un secondo traguardo da perseguire è la cura più attenta della liturgia della Parola. Si ribadisca di continuo che la comunità radunata per celebrare i divini misteri è “una comunità in ascolto”. Nell’assemblea liturgica Dio parla per “dare quell’intelligenza della storia della salvezza e, in particolare, del mistero pasquale che lo stesso Gesù risorto procurò ai discepoli: è lui che parla, presente com’è nella sua parola”18 e il popolo accoglie la sua voce.

Grande attenzione va messa a che la Parola di Dio venga non letta in un qualunque modo, ma proclamata e da chi è in grado di far riconoscere che quella Parola ha una forza intrinseca. Per questo non può essere affidata al primo che capita.

Alla proclamazione fa seguito l’omelia, che commenta la Parola e la attualizza per la comunità presente, aiutandola ad entrare pienamente nel mistero che si celebra. “L’omelia – ha scritto un grande liturgista, Mons. Mariano Magrassi – dovrà avere il calore di un «vangelo», cioè di un lieto annunzio: quel calore che aveva la Maddalena quando andò ad annunciare agli apostoli, col fiato mozzato, che aveva visto il Signore risorto”. La decisiva importanza dell’omelia per la qualità fruttuosa della celebrazione non sfugge a nessuno. E’ un ministero altissimo che noi sacerdoti dobbiamo adempiere con grande responsabilità. Parlare a nome di Cristo e della Chiesa richiede che la Parola sia prima interiorizzata (ciò esclude l’improvvisazione) e che abbia un linguaggio e contenuti diretti al bene concreto di quella comunità, in grado di toccarne la vita.

11. Un’attenzione particolare merita poi il canto, soprattutto nella celebrazione eucaristica domenicale. Il canto ha una grande valenza antropologica e simbolica: dà forza al messaggio di fede, fa sentire uniti, suscita emozioni, apre all’adorazione, facilita la contemplazione e la preghiera, è espressione di festa e di gioia19. Se un buon canto avvicina a Dio, un’esecuzione “arrangiata” provoca disagio, e i fedeli talvolta lo dicono, più spesso lo subiscono. Dobbiamo riconoscere che spesso il canto liturgico non è di buon livello, si va avanti come si può, con un coretto rimediato, oppure con corali semiprofessioniste che eseguono dei bei canti, ma senza coinvolgere l’assemblea.

Dovremmo entrare nell’idea che il buon canto di tutto il popolo che celebra l’Eucarestia deve essere normale e non un’eccezione (lo conferma l’esperienza di altre tradizioni cristiane). La liturgia – lode di Dio per eccellenza – merita un trattamento curato. Fanno riflettere queste parole del Santo Padre: “Se la Chiesa deve trasformare, migliorare, umanizzare il mondo, come può far ciò e rinunciare nel contempo alla bellezza, che è tutt’uno con l’amore ed è con esso la vera consolazione, il massimo accostamento possibile al mondo della Risurrezione? La Chiesa deve essere ambiziosa; dev’essere una casa del bello, deve guidare la lotta per la «spiritualizzazione», senza la quale il mondo diventa il «primo girone dell’inferno». Si cerchi pure ciò che è adatto alla liturgia e alla partecipazione dei fedeli, ma si faccia di tutto perché ciò che è adatto sia anche bello e degno della più importante azione ecclesiale”20.

La formazione di un degno coro parrocchiale, per il quale spendere – se necessario – anche un po’ di denaro, affidato alla guida di una persona competente, è tra gli obiettivi che dobbiamo proporci con questa verifica.

Il ritualismo: un errore da evitare

12. Nell’impegno di migliorare la celebrazione eucaristica mi preme sottolineare che non bisogna tuttavia cadere nell’errore del ritualismo, cioè fare dello svolgimento esteriore dei riti un assoluto. Ha insegnato il Concilio Vaticano II: “I riti splendano per nobile semplicità”21. Una liturgia semplice non vuol dire una celebrazione sciatta, trascurata, inespressiva; al contrario la semplicità liturgica esprime essenzialità, bellezza e santità. Il rito è un segno attraverso cui comprendere che il mistero celebrato è presente e il suo scopo è stimolare la partecipazione religiosa interiore. Non dimentichiamo mai che la liturgia è verità. Tutto ciò che è finto non appartiene alla vera liturgia. Il culto sale a Dio passando per il cuore. Ad esempio, è inutile invitare i fedeli a compiere il gesto di alzare le mani in segno di offerta, se non insegniamo ad offrire la vita con Cristo in sacrificio spirituale. Sarebbe un rito falso il gesto dello scambio della pace, se non portasse in sé la consapevolezza che la pace di Cristo ricevuta dal fratello deve diventare l’impegno della vita verso tutti. Una celebrazione attiva deve muovere ad una partecipazione intima e personale, che produca frutti di grazia nel cuore dell’uomo.

I collaboratori della celebrazione

13. Per qualificare e rendere attraenti le celebrazioni domenicali dobbiamo avvalerci di buoni collaboratori, a servizio della comunità che celebra. Mi riferisco ai lettori, ai ministranti, ai cantori, agli animatori liturgici. Perché questi non svolgano semplicemente riti e cerimonie, è indispensabile che siano introdotti a partecipare con fede alla celebrazione, consapevoli del compito a loro affidato. Vanno quindi formati sia alla retta esecuzione di quanto sono chiamati ad eseguire, sia a vivere ciò che eseguono.

In questo processo educativo il parroco, che non può far tutto da solo, ha bisogno di essere coadiuvato da qualcuno, scelto tra i vicari parrocchiali, i diaconi o altri collaboratori laici o consacrati, preparati allo scopo che, a loro volta, educhino i diversi gruppi di ministri delle celebrazioni. E’ un lavoro paziente, di ricerca delle persone idonee da educare spiritualmente e ai diversi compiti e di farle innamorare al nobilissimo servizio liturgico. Non possiamo accontentarci del minimo: lettori dell’ultimo momento, ministranti e cantori impreparati e distratti.”22.

Uno dei frutti della verifica dovrebbe essere l’istituzione in ogni parrocchia di un gruppo liturgico deputato alla cura delle celebrazioni, come ci ha esortato a fare il Santo Padre 23.

14. Cari amici, i discepoli di Emmaus riconobbero Gesù in quella singolarissima Messa, furono colmi di gioia e sentirono il bisogno di unirsi agli altri fratelli. Noi potremo dire di aver rinnovato le nostre celebrazioni domenicali solo se i fedeli al termine della Messa avranno percepito la presenza viva del Signore risorto, in un clima di una comunità accogliente e che si scioglie non nell’anonimato, ma con la gioia di essere famiglia di Dio, intorno alla mensa del Signore. Così, di domenica in domenica crescerà in loro anche la necessità di esserci sempre.

In ginocchio, adoriamo il Mistero

15. Una Messa domenicale fruttuosa deve proporsi di far crescere l’amore all’Eucarestia espresso anche nella forma dell’adorazione. Il Papa ci ha incoraggiato a “riscoprire la fecondità dell’adorazione eucaristica: davanti al Santissimo Sacramento sperimentiamo in modo del tutto particolare quel «rimanere» in Gesù che Egli stesso, nel Vangelo di Giovanni, pone come condizione per portare molto frutto”24.

So di parrocchie, rettorie e oratori dove l’adorazione eucaristica è quotidiana. Grazie a Dio, non manca in nessuna parrocchia, ma va incrementata con una pratica almeno settimanale. Qualcuno propone anche che, qualche volta, al termine della Messa più partecipata, si esponga il Santissimo per una breve adorazione, così da rendere evidente che il culto eucaristico scaturisce dalla celebrazione e ne è il prolungamento. Ogni iniziativa opportunamente guidata può diventare occasione preziosa – come dicevo – per far crescere la fede eucaristica. Un aiuto poi sarà dato anche dall’educare a compiere, fin da bambini, i gesti di adorazione, oggi per lo più non praticati, come lo stare in ginocchio al momento della consacrazione25 e la genuflessione davanti al SS. Sacramento.

La domenica, giorno del Signore e dell’uomo

16. Non sfugga inoltre un altro frutto importante, legato alla celebrazione eucaristica domenicale, la santificazione della festa. L’intimo legame della domenica con la risurrezione del Signore, ininterrottamente e universalmente sottolineato dalla tradizione cristiana, fa sì che essa – “il primo giorno dopo il sabato” – fin dai tempi apostolici sia stata caratterizzata come il giorno della “nuova creazione”, il “nuovo inizio del tempo”. “E’ molto importante per noi cristiani – ci ha ricordato il Papa – seguire questo ritmo nuovo del tempo, incontrarci con il Risorto nella domenica e così «prendere» con noi questa sua presenza, che ci trasformi e trasformi il nostro tempo”26. Per i cristiani dunque la domenica non è semplice scansione temporale.

Dobbiamo riconoscere che la “santificazione della domenica” è diventata oggi più difficile per l’insorgere di stili di vita indotti soprattutto dal consumismo27. Inoltre nel sentire collettivo la domenica è percepita da molti come l’ultimo giorno del week-end, e per altri, al contrario, un giorno soggetto alla dura servitù del lavoro, che impone orari e ritmi che annullano il giorno festivo. Ma la comunità ecclesiale non può essere rinunciataria, accontentarsi di proposte minime sul piano della fede e subire le abitudini imposte28.

In concreto, possiamo indurre al riguardo un’inversione di tendenza? Io credo di si, con suggerimenti ed iniziative, a partire da piccole scelte, che potranno portare frutti. In tal senso vanno motivati e incoraggiati stili di vita alternativi, a cominciare dal considerare la domenica appunto come “il giorno del Signore”, nel quale ci si incontra con i fratelli di fede per celebrare la vita e lodare Dio. Come sarebbe bello che intorno all’altare si ritrovassero tutti i genitori dei ragazzi dell’iniziazione cristiana, dando alla prassi eucaristica una valenza altamente educativa ! Inoltre, nel ritmo frenetico della vita moderna, la domenica va salvata come il giorno della famiglia e in cui curare le relazioni interpersonali. Sarebbero anche da promuovere giornate comunitarie distensive e formative, riscoprendo e godendo le bellezze del creato, educando ad una maggiore sobrietà nei consumi, con scelte coraggiose, che contrastino la mentalità consumistica. La domenica, “giorno del Signore”, diventa così anche “il giorno dell’uomo”, che con il primato di Dio afferma quello della persona umana e della sua dignità, che in Dio ha la sua origine.

Dall’Eucarestia celebrata all’Eucarestia vissuta: la testimonianza della carità

17. La nostra verifica pastorale ha collegato al tema della celebrazione dell’Eucarestia domenicale quello della testimonianza della carità. Non è stata una giustapposizione casuale, ma un collegamento voluto, anzi obbligato, perché la testimonianza della carità nasce intrinsecamente dall’Eucarestia.

Quando si parla di carità, come ambito della pastorale ordinaria, si è soliti riferirsi all’organizzazione delle attività caritative, che – grazie a Dio – sono fiorenti in gran parte delle parrocchie e in tante altre realtà ecclesiali della diocesi. Come è stato ricordato, esiste una rete vastissima di servizi di carità che risponde alle più diverse esigenze ed emergenze. Siamo molto lieti di tutto ciò e ringraziamo le migliaia di collaboratori pastorali che vi si dedicano con generosità.

18. La verifica tuttavia mirava a mettere a tema soprattutto un altro aspetto, che è essenziale per la vita di ogni cristiano29. La domanda per tutti è la seguente: che ne è della nostra Eucarestia dopo la celebrazione?

Richiamiamo ancora una volta il testo degli Atti degli Apostoli sopra citato. I discepoli, “perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nello spezzare il pane”, vivevano “la comunione fraterna, …e avevano ogni cosa in comune secondo il bisogno di ciascuno”. Lo stile di vita di quelle persone, improntato all’amore fraterno, era il frutto del “pane spezzato”, cioè di un pane che veniva condiviso30.La condivisione rende esistenzialmente vera e profetica nei frutti la celebrazione del mistero eucaristico.

Lasciamoci interpellare dall’istanza della carità insita nell’Eucarestia. Non ci sfugga la relazione: Eucarestia e carità. Se l’Eucarestia – secondo un’espressione densissima del Vangelo di Giovanni – ci fa entrare nell’ “ora” di Cristo31, cioè nel momento supremo della vita del Signore – il mistero pasquale – che rivela l’infinito amore gratuito donato agli uomini, essa è per noi veramente fruttuosa nella misura in cui, uniformandoci al mistero del chicco di grano32, raccogliamo la spinta all’amore-carità e la viviamo nella fede. E’ lo Spirito Santo, “potenza interiore”, invocato nel mistero dell’altare, “che armonizza il [nostro] cuore col cuore di Cristo e [lo] muove ad amare i fratelli come li ha amati Lui, quando si è curvato a lavare i piedi dei discepoli e soprattutto quando ha donato la sua vita per tutti”33 La trasformazione sostanziale realizzatasi nel cenacolo – “Questo è il mio Corpo dato per voi” – deve suscitare nei cristiani un processo di trasformazione nell’amore, il cui termine ultimo è la trasformazione del mondo fino a che Dio sarà tutto in tutti34.

Mi sia permesso di citare ancora un testo del Papa, tratto dall’Esortazione apostolica Sacramentum caritatis:: “«Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv. 6, 51). Con queste parole il Signore rivela il vero significato del dono della propria vita per tutti gli uomini. Esse ci mostrano anche l’intima compassione che Egli ha per ogni persona. […] Al tempo stesso, […] fa di noi testimoni della compassione di Dio per ogni fratello e sorella. Nasce così intorno al mistero eucaristico il servizio della carità nei confronti del prossimo, che consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall’intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest’altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. In tal modo riconosco, nelle persone che avvicino, fratelli e sorelle per i quali il Signore ha dato la sua vita amandoli «fino alla fine» (Gv. 13, 1). Di conseguenza, le nostre comunità, quando celebrano l’Eucarestia, devono prendere sempre più coscienza che il sacrificio di Cristo è per tutti e pertanto l’Eucarestia spinge ogni credente in Lui a farsi «pane spezzato» per gli altri, e dunque ad impegnarsi per un mondo più giusto e fraterno”35.

19. Verso questo obiettivo tende tutta la liturgia eucaristica, che – ricordiamolo – è normativa di vita. Innumerevoli formulari di preghiera ce ne danno conferma. Ne cito uno soltanto: “Donaci, [o Padre,] occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli; infondi in noi la luce della tua parola per confortare gli affaticati e gli oppressi; fa che ci impegniamo lealmente al servizio dei poveri e dei sofferenti. La tua Chiesa sia testimonianza viva di verità e di libertà, di giustizia e di pace, perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo”36.

L’«andate in pace» che conclude la celebrazione non è un congedo, ma una missione che invita ciascun fedele – chierico, consacrato o laico che sia – a portare con sé, quale fuoco nel suo cuore, la grazia ricevuta e il desiderio di tornare nel suo ambiente e lì impegnarsi a fare della vita un dono37. Lì deve sentirsi debitore verso gli altri di ciò che ha ricevuto, come i discepoli di Emmaus, i quali, dopo aver riconosciuto il Cristo risuscitato nella frazione del pane, avvertirono l’esigenza di andare subito a condividere con i loro fratelli la gioia dell’incontro con il Signore. La carità, ridotta alla sola dimensione orizzontale e sociale, è falsata e impoverita; essa è invece amore condiviso innervato di fede.

21. Grazie a Dio, non mancano cristiani, il cui vissuto nascosto – di cui mai si potrà fare un censimento – irradia vera carità nei rapporti personali, nelle famiglie, nei luoghi del dolore, negli ambienti educativi, di formazione culturale e di lavoro e in mille altre situazioni di vita in cui si dispiega l’amore cristiano. Ognuno di noi potrebbe citare fulgidi esempi.

Nondimeno, a guardare con realismo il contesto in cui viviamo, dobbiamo riconoscere che non mancano segnali forti di marcata divaricazione tra la fede dichiarata, anche da parte di chi partecipa all’Eucarestia domenicale, e la vita concreta. Come chiudere gli occhi dinanzi a evidenti e gravi controtesti-monianze? Si pensi, per fare alcuni esempi, alla continua pratica dell’aborto, agli abusi sessuali e alle violenze morali, all’uso delle droghe, al numero di fallimenti matrimoniali, al tasso di litigiosità e di intolleranza, alle invidie e alle gelosie, al disimpegno nell’assolvere i propri doveri, all’idolatria del denaro e del potere, allo sfruttamento dei prestatori d’opera, al disinteresse nei confronti dei poveri, degli immigrati, degli anziani, il cui numero a Roma cresce sempre di più, alla speculazione nelle locazioni abitative, alla pratica dell’evasione fiscale ecc. Risuonano severi anche per noi gli ammonimenti di San Paolo ai cristiani di Corinto che avevano trasformato la “cena del Signore” in un convito che non aveva più nulla di eucaristico: “Non avete le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla Chiesa e umiliare chi non ha niente?” ( 1 Cor. 11, 22). San Giovanni Crisostomo, un padre della Chiesa del IV secolo, commentando questo testo paolino, scrive: “La Chiesa non esiste perché noi, venendoci, conserviamo le nostre divisioni, ma perché ogni disuguaglianza sparisca: ecco il senso del nostro riunirci insieme”38

Per una formazione alla testimonianza della carità

22. Quale allora l’azione opportuna della pastorale per suscitare in tutti i fedeli il desiderio e l’impegno di diventare “eucarestia”, cioè di estendere alla vita quotidiana, come rendimento di grazie al Padre, l’amore-carità vissuto nella celebrazione liturgica? La pastorale deve mirare a far comprendere che la carità, che non è riducibile all’occasionale beneficenza, è accoglienza dell’altro, “è donargli il proprio tempo, è fargli spazio nelle proprie amicizie, è riceverlo nella propria casa,… è provvedere a lui con le nostre leggi.[…] La carità è condivisione e corresponsabilità,perché…«siamo membri gli uni degli altri» (Rom. 12, 5; 1 Cor. 12, 26)”39. Attuale e illuminante è ancora oggi il capitolo dedicato a questo argomento dal Sinodo diocesano: Servizio di carità e promozione umana40.

Quali vie dunque percorrere?

1) Come ho detto, la prima azione pedagogica è la celebrazione eucaristica stessa, con la sua ricchezza di grazia, di inviti, di segni e di illuminazione della mente e del cuore. Ogni Messa dovrebbe trasmettere il messaggio che l’Eucarestia, oltre a generare comunione dentro la Chiesa, è irradiazione di amore e di solidarietà nella città degli uomini.

2) E’ necessario curare lo sviluppo umano e spirituale di cristiani e di famiglie cristiane autentiche e felici, il cui stile di vita sia improntato a quella “ospitalità del cuore” che suscita emulazione. Quanto più in ogni parrocchia e nelle altre realtà ecclesiali crescerà il numero di queste persone di autorevole riferimento e in grado di marcare il volto della comunità, tanto più il messaggio sarà efficace. A Roma non mancano queste persone, che immettono sangue fresco di umanità redenta nel corpo sociale della città, ma è necessario che diventino un popolo.

3) Mons. Lonardo ci ha ricordato l’azione fattiva dei diaconi permanenti, dei ministri della Comunione e di tanti gruppi organizzati e strutturati: le Caritas parrocchiali, le San Vincenzo, i Centri aiuto alla vita, le associazioni missionarie, le opere di carità delle Suore e dei diversi movimenti, ecc..

Sarà importante riflettere sulla capacità di animazione di questi gruppi. Mi riferisco in particolare alle Caritas parrocchiali, istituzionalmente preposte a questa azione pedagogica che faccia maturare tra la gente dei nostri quartieri con opportune modalità la consapevolezza che vi è vita cristiana autentica solo quando ciascuno potrà mostrare la sua fede operante per mezzo della carità 41 Le Caritas parrocchiali sono generosamente impegnate nei servizi di carità; auspico che possa crescere e consolidarsi anche l’impegno nell’animazione. Sembra indispensabile che i programmi annuali siano meglio equilibrati, così che non manchino iniziative di animazione aperte alla comunità. Se vogliamo superare il concetto di “delega” nella testimonianza della carità, vale a dire che in parrocchia la carità la fa la Caritas, è necessario aprire alla dimensione formativa.

Al riguardo segnalo due attenzioni: in primo luogo, la necessità di educare con opportuni itinerari ad una vita cristiana robusta, improntata alla spiritualità eucaristica, i membri delle Caritas parrocchiali, perché diano maggior vigore di fede alla loro servizio. Dovremmo preoccuparci poi di assicurare il ricambio generazionale: cosa certamente non facile, ma da perseguire con pazienza e lungimiranza. Si dovrebbe superare l’idea che, salvo eccezioni, solo i non più giovani fanno parte della Caritas.

4) Il mistero dell’Eucarestia ci spinge ad un impegno coraggioso in ambiti di vita oggi emergenti mettendo in campo non soltanto interventi caritativi, ma una cultura alternativa che generi nel tempo atteggiamenti e comportamenti diffusi. Il grave fenomeno dell’immigrazione è uno di questi ambiti. La presenza di migliaia di persone che cercano nella nostra città risposte all’estrema povertà o all’insicurezza per la loro vita ci chiama in causa in più direzioni: l’accoglienza e l’integrazione sociale, lo scambio interculturale, che è cosa diversa dalla pacifica coesistenza della pluri-culturalità, il sostegno all’esercizio della libertà religiosa di fratelli immigrati di fede cristiana, dei catecumeni, o di persone che si avvicinano semplicemente con il desiderio di conoscere il cristianesimo, talora esposti anche al rischio della vita. Sostenere la fede dei migranti è il cemento che regge tanti altri valori, primo fra tutti l’unità della famiglia: dunque è una grande opera di carità. Il prezioso servizio svolto dalle numerose Cappellanie etniche va sostenuto e qualificato.

5) Un altro ambito di testimonianza della carità di grande rilevanza è quello che va sotto il nome di “carità intellettuale”, vale a dire la carità della e nella verità che illumina le intelligenze, coniuga fede e cultura e si rende presente soprattutto nei luoghi di elaborazione del sapere.42

Cari amici, l’emergenza educativa, chiamata ad affrontare la sfida del relativismo e della più vasta crisi antropologica, ci interpella.43 Gli uomini di oggi, particolarmente le nuove generazioni, hanno bisogno di riscoprire la sapienza, che esce dalla bocca dell’Altissimo e insegna la via della saggezza44. Questa Sapienza – lo sappiamo – è Cristo. Aiutare le persone a scoprire il vero volto di Dio, di cui si può intravedere un riflesso in ogni realtà creata, è la prima forma di carità. La costruzione della comunità cristiana richiede una continua elaborazione culturale, senza la quale non è possibile progettare il futuro. “Un cristianesimo di carità senza verità – ha scritto il Papa nell’Enciclica Caritas in veritate – può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. In questo modo non ci sarebbe più un vero e proprio posto per Dio nel mondo. Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. E’ esclusa dai progetti e dal processo di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività”45.

Compito primo del servizio della carità intellettuale pertanto è allargare gli orizzonti della razionalità 46, impegnando in questa impresa chi ha il compito della ricerca della verità e dell’elaborazione culturale. L’Università è la comunità nella quale la ricerca e la didattica si integrano in modo da favorire una formazione progettuale e non solo professionale, a servizio dello sviluppo umano integrale.

Faccio mio l’invito rivolto dal Santo Padre, alcuni mesi or sono, a tutti gli Atenei romani “ad essere luoghi di formazione di autentici operatori della carità intellettuale. Da essi dipende largamente il futuro della società, soprattutto nell’elaborazione di una nuova sintesi umanistica, di cui oggi si sente urgente bisogno per realizzare la civiltà dell’amore”47.

L’Ufficio di pastorale universitaria del Vicariato, le Cappelle universitarie, a cui va il mio ringraziamento per il generoso servizio, si adopereranno ancora di più per sviluppare sinergie e proposte culturali a livello cittadino, perché la ragione possa coniugarsi sempre con l’amore. E’ una sfida per nulla facile, a cui tuttavia non possiamo sottrarci.

5. Un altro strumento utile per far maturare una coscienza di carità (dove è stato sperimentato ha dato buoni frutti) è la costituzione di “gruppi culturali”, che promuovano incontri formativi soprattutto su tematiche di dottrina sociale cristiana, secondo cui “la città dell’uomo non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione”48.

Va trasmesso inoltre il principio che la carità, è inseparabile dalla giustizia. La comunità ecclesiale è chiamata ad inculturare la fede e a mostrare con i servizi di carità che la Chiesa “parla alla città con la volontà di riparare in tanti casi alla giustizia negata e offre il proprio contributo per una cultura in cui i poveri non sono fonte di problemi, ma persone meno provvedute e come noi titolari di diritti.[…]Prendendoci cura dei meno garantiti promuoveremo e favoriremo da cristiani-cittadini il bene comune e la pace sociale, stimolando le istituzioni pubbliche perché lo stato sociale non subisca ingiusti ridimensionamenti e le fasce più deboli della popolazione non siano mortificate.[…]In questo senso deve crescere la cultura del diritto, dell’uguaglianza e della giustizia sociale, lavorando pazientemente per superare le cause strutturali di ogni emarginazione sociale”49.

In questo lavoro siano impegnati anche i diaconi permanenti, che come primi collaboratori del Vescovo e dei Parroci nella testimonianza della carità, sono chiamati a cooperare perché si diffonda la cultura della carità e della giustizia.

6) La testimonianza della carità assume una connotazione particolare negli ospedali e nelle case di cura. Incoraggio il Centro di pastorale sanitaria, che da anni porta avanti programmi formativi molto fruttuosi. La verifica ha messo in evidenza quanto sia necessario che la comunità ecclesiale ospedaliera – sacerdoti, diaconi, religiose e laici – lavorino insieme, valorizzando il Consiglio di pastorale sanitaria per cogliere il mutare delle esigenze e i bisogni spirituali e umani dei malati, delle loro famiglie e degli operatori sanitari50.

7) Da ultimo, ma non per importanza, desidero ricordare quella forma di testimonianza della carità che è il servizio missionario ad gentes. Attraverso la dedizione generosa e nascosta, fino alla compromissione della salute e della stessa vita, in nome della carità di Cristo, di tanti missionari – sacerdoti, religiosi, religiose e laici – e la realizzazione di molteplici progetti pastorali e di carità nei più diversi paesi del mondo, la Chiesa di Roma da sempre si impegna a mettere in pratica il mandato del Signore 51. Mentre sentiamo di esprimere a questi nostri fratelli e sorelle la riconoscenza più viva, non dobbiamo dimenticare che proprio “l’annuncio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo”, perché “è la verità originaria dell’amore di Dio…che apre la nostra vita al dono e rende possibile sperare in uno «sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini»”52. Confido che questa coscienza missionaria, che esprime la sollecitudine della Chiesa di Roma per tutte la Chiese, possa incrementarsi.

Conclusione

22. Cari fratelli e Sorelle !

Il cammino di verifica della nostra pastorale si rivela fecondo e impegnativo. La sfida più grande da affrontare è quella della formazione, per la quale abbiamo bisogno di numerosi e preparati collaboratori pastorali. Le persone disponibili per i diversi ambiti non sono sufficienti e molte di quelle che ci sono forse avrebbero bisogno di una preparazione più solida. Nelle assemblee parrocchiali di domani sarete chiamati a discutere i punti di questa mia relazione, ad assumere le indicazioni proposte, adattandole ai diversi contesti, e a deciderne l’attuazione graduale con l’inizio del nuovo anno pastorale, registrando le scelte in un piccola relazione. In tal senso si è espresso anche il Consiglio dei Parroci Prefetti, che ha suggerito di dedicare i primi mesi a trarre frutto dal lavoro svolto. Dinanzi agli ostacoli, che potrebbero apparire insormontabili, siate fiduciosi, contando sull’aiuto di Dio.

La Madonna, Salus populi romani, veglia sulla nostra passione apostolica e ci accompagna nel nostro cammino.

3/ Relazione di sintesi sui risultati della verifica nelle parrocchie e nelle diverse cappellanie (mons. Andrea Lonardo)

Non è facile parlare ora. Non è facile parlare dopo il discorso del papa Benedetto XVI che tutti sentiamo sempre più come un padre, come il nostro “pastore” – penso qui anche alle straordinarie parole dell’omelia per la chiusura dell’anno sacerdotale. Non è facile parlare dinanzi a lei, S. Em. Il cardinale vicario che è nostro pastore e padre insieme al papa, ed a tutta la chiesa di Roma, quasi a doverla rappresentare e darle voce. Perché questo è il compito di questa relazione: presentare i frutti che grondano da questa chiesa benedetta di Roma, ma anche i problemi che chiedono di essere chiarificati e di essere affrontati con responsabilità.

I. Il cammino della verifica

I.1/ La grazia di aver letto tutte le relazioni

Ricordo la risposta che dette un giornalista ad alcuni giovani che chiedevano perché i TG fossero pieni di cronaca nera. «Il male – rispose – è più televisivo del bene. Non si potrebbe aprire un telegiornale con la notizia: “Tutti i genitori italiani oggi hanno voluto bene ai loro figli”. Oppure: “Tutti gli insegnanti hanno fatto oggi con passione il loro dovere… In tutte le parrocchie questa domenica si è celebrata l’eucarestia con gioia”. La notizia, invece, deve riguardare un evento nuovo, immediato, rapido. Per questo, se un genitore, uccide un figlio quell’avvenimento non è una cosa abituale e fa notizia più di centinaia di migliaia di persone che pazientemente costruiscono la vita!».

E concludeva: «Per questo non bisogna prendere le notizie giornalistiche come lo specchio della realtà: il bene è ben più forte del male, anche se non è sempre facile parlarne in televisione o sui giornali».

La sensazione che ho avuto leggendo tutte le relazioni è proprio quella della forza ordinaria della vita cristiana, di quella vita che è talmente costante e paziente da non meritare attenzione nei media, pur essendo il tessuto benedetto che struttura la nostra città. La verifica, infatti, non si occupa di fatti eclatanti, ma della vita. Tutto ciò che è grande e vero nella vita ha bisogno di tempo, di fedeltà, di costanza e, proprio per questo, può non apparire “in prima pagina”. Ma la vita è più vera delle cronache e degli scoop.

Le relazioni – sono migliaia di pagine che descrivono a volte questioni minute di questo o quel quartiere, di questa o quella situazione – permettono innanzitutto di rendersi conto, al di là del loro contenuto, che la forza e la bellezza del cristianesimo sta proprio nell’entrare nel quotidiano, nei rapporti vitali di ogni persona, nelle situazioni più piccole, oltre che nei grandi dinamismi della storia.

Molte relazioni sottolineano proprio questo senso positivo della verifica, che vuole evidenziare i problemi, ma rifuggendo – ne cito una – da “un pericoloso ripiegamento su noi stessi che può lasciare più spazio a sottolineare il negativo che ai segni positivi che sempre ci sono, se si riesce a vederli”.

I.2/ Le relazioni pervenute

Vale la pena innanzitutto notare un primo dato positivo: le relazioni pervenute sono aumentate rispetto allo scorso anno. A ieri (14 giugno 2010) erano 306 dalle parrocchie (30 mancanti), più oltre 150 dalle cappellanie dei migranti, da quelle universitarie, da quelle ospedaliere, da associazioni e movimenti

I.3/ Il metodo fin qui utilizzato per la verifica

Dalle relazioni risulta, a grandissima maggioranza, che il lavoro di formazione nelle prefetture – che prevedeva due incontri sull’eucarestia domenicale e due sulla testimonianza della carità – è stato largamente apprezzato. Gli incontri rivolti a tutti i “collaboratori”, catechisti, animatori della liturgia e della carità, degli oratori e della cultura, e così via, sono serviti non solo a creare i presupposti per una maggiore comunione, ma, soprattutto, a dare una prima risposta ad una esigenza di formazione avvertita da tutti.

Si percepisce da più voci che questi momenti di formazione sono riusciti a tenere insieme, da un lato, l’esigenza di una formazione comune su temi per tutti importanti e, dall’altro, la creatività delle singole prefetture; ognuna ha, infatti, organizzato i momenti formativi con tempi e persone ritenuti i più adatti alle esigenze della zona.

Una relazione, ad esempio, afferma: “per rendere la presenza più considerevole, gli incontri di prefettura costituivano l’impegno formativo ed erano inseriti nell’iter annuale dei catechisti, ministri straordinari della comunione, lettori di fatto, e Caritas parrocchiale”.

L’esigenza della formazione emerge a più riprese. Si segnala, come dice un’altra relazione, che essa è necessaria poiché “prevale la mentalità organizzativa su quella riflessiva”, mentre solo quando c’è una chiarezza di orizzonti pensati e condivisi ognuno è in grado di muoversi con grande creatività e responsabilità. La formazione di prefettura ha incontrato, invece, più difficoltà per i diversi collaboratori di età giovanile.

Unanimemente positivo è anche il giudizio sul fatto che le prime ad esser direttamente interpellate siano state le comunità parrocchiali e le cappellanie, dove si svolge l’ordinaria vita cristiana. Molte parrocchie si dicono già abituate a verificare periodicamente il loro cammino ed affermano perciò che la verifica diocesana le ha sostenute in questo. Per altre, invece, fermarsi a verificare il cammino compiuto non è un dato scontato e l’esperienza di questo anno potrebbe portare – si afferma – ad una maggiore collaborazione stabile fra sacerdoti e laici, perché divenga abituale la valutazione comune delle tappe percorse e di quelle da progettare.

Interessante – e la varietà delle modalità con cui sono state redatte le relazioni:

-la maggior parte di esse sono il frutto di una discussione avvenuta nel consiglio pastorale o con tutti i “collaboratori” della pastorale

un numero minore nasce dal lavoro di assemblee parrocchiali aperte a chiunque volesse partecipare o da questionari che sono stati distribuiti a tutti i partecipanti all’eucarestia domenicale

-altre relazioni sono state compilate direttamente da parroci che hanno consultato solo alcuni stretti collaboratori

-pochissime, infine, sono state redatte direttamente dai parroci, senza il coinvolgimento dei laici.

Dalla maggioranza delle relazioni appare l’esigenza di un cammino comune, il bisogno di chiarificare quegli elementi che debbono essere validi per tutti, quelle prospettive su cui tutti sono chiamati a camminare. Direi che c’è una coscienza diffusa che non si tratta semplicemente di copiare da qualcuno un “metodo” eventualmente dimostratosi valido in un qualche luogo dentro o fuori la città, quanto di maturare una “via romana”, che nasca dalla valorizzazione equilibrata delle tante ricchezze della nostra diocesi.

I.4/ Una conversione pastorale: proporre la fede

La questione più grande che viene sottolineata nei due grandi ambiti dell’eucarestia e della carità è quella che viene indicata come una vera conversione pastorale da compiere: si tratta di proporre la fede, di manifestarne la bellezza e la credibilità, di comunicarne la ragionevolezza e la praticabilità, in un tempo nel quale essa, invece, si vorrebbe relegata da taluni in un angolo o, addirittura, viene contestata fin nelle sue radici.

Afferma, ad esempio, una relazione: “Si assiste chiaramente ad una sorta di analfabetismo di ritorno in tema religioso. I cristiani sono ormai, a tutti gli effetti, una minoranza, non numericamente, ma certamente nelle modalità con le quali intendono la vita ed incarnano i valori”. Al di là delle diverse prospettive con cui viene tratteggiato il contesto in cui viviamo, costante è l’annotazione della diffusa ignoranza su punti basilari della fede cristiana. Si potrebbe dire che il cristianesimo può oggi nella nostra città non essere accolto, perché non conosciuto!

Se si scende al livello di una quantificazione, si deve dire che le percentuali dei partecipanti alla liturgia che vengono fornite sono molto oscillanti nelle diverse relazioni; certo è che, comunque, se si volesse parafrasare la parabola evangelica, un numero che va dalle 10 alle 20 pecore partecipa stabilmente all’eucarestia, mentre 80 o 90 pecorelle sono in attesa di chi vada in cerca di loro. Si sottolinea da più parti – comunque – che, per certi versi, questa è una percentuale alta, poiché l’uomo moderno non è certo abituato a pregare pubblicamente, ad ascoltare in silenzio qualcuno che parla, a raccogliersi in silenzio.

Si rileva, però, che almeno qualche volta nella vita, per i motivi più diversi, anche le persone più lontane dalla chiesa partecipano alla liturgia ed anzi avvertono che quello è il contesto in cui vivere passaggi decisivi della loro vita. In questa maniera le parrocchie mantengono un legame, anche se tenue, con tutte le persone e questo non è senza significato.

Dinanzi a questa situazione, alcune relazioni hanno il tono quasi di una recriminazione contro la fede debole di molti, senza fare il passo di una seria assunzione di responsabilità in merito. In altre, invece, è evidente la consapevolezza di un dono che la comunità cristiana deve mettere a disposizione e far risplendere. Una relazione dice, ad esempio: “cerchiamo di far risplendere la bellezza della liturgia, senza aggiungere troppi orpelli e monizioni varie”. Un’altra afferma: “la grossa sfida è attrarre all’eucarestia i molti che ne vivono fuori o ai margini… uno tra i vari obiettivi che ci proponiamo e che ci stiano impegnando ad attuare è aiutare i fedeli (dai bambini ai più anziani della comunità) a percepire il fascino, la bellezza e la potenzialità contenute nel mistero d’amore del sacrificio eucaristico”. Un’altra ancora afferma che ogni domenica si testimonia “lo stupore di ciò che ci è consegnato”. In un’altra ancora afferma, alcuni laici scrivono: “si respira da parte dei nostri sacerdoti il desiderio di trasmettere e farci gustare la bellezza e la grandezza della liturgia”.

In molte relazioni è chiara la coscienza che oggi, a differenza di quanto avveniva nei primi secoli della chiesa quando la presenza alla liturgia eucaristica era vietata ai non battezzati, spesso il riavvicinarsi alla chiesa comincia proprio dall’eucarestia.

Si sottolinea come la cura della liturgia delle feste o del cammino dell’iniziazione cristiana, dei momenti ordinari dell’anno liturgico, così come dei funerali, dei battesimi, dei matrimoni, attrae chi vi partecipa, pur essendovi talvolta giunto inconsapevolmente, quando con sorpresa si rende conto della bellezza e della serietà di ciò che è celebrato nei misteri liturgici. Una relazione cita il documento della CEI Comunicare il vangelo: “Tutti questi momenti potrebbero a volte essere sciupati da atteggiamenti di fretta da parte dei presbiteri o da freddezza e indifferenza della comunità cristiana” (CVMC 57).

Si afferma da più parti che il cammino di fede di molti riprende non a partire da un percorso formativo basato su riunioni, bensì dall’aver partecipato alla celebrazione eucaristica. Spesso, solo dopo le singole persone cominciano cammini più specifici che vedono comunque la frequenza di un numero molto minore di partecipanti rispetto alla liturgia.

Molte relazioni insistono sul fatto che, se la messa è certamente “culmen”, vertice della vita cristiana, essa è anche soprattutto oggi “fons, sorgente che fa scaturire la fede. Solo per fare un esempio si afferma che l’eucarestia è oggi «una sorta di trampolino di lancio» per molti, per ricominciare la vita nella chiesa.

Come sorgente della fede viene presentata dalle relazioni anche la testimonianza della carità. Il lavoro negli oratori a sostegno dell’educazione di bambini e ragazzi, il coinvolgimento nelle attività a servizio dei più poveri, la presenza nelle situazioni di solitudine di tanti anziani, l’accoglienza discreta e festosa delle famiglie, anche di quelle irregolari, la proposta delle adozioni a distanza, ecc. sono tutte realtà attraverso le quali tanti si avvicinano o riavvicinano alla chiesa.

II L’eucarestia domenicale

II.1/ L’eucarestia come cuore della vita cristiana

La centralità dell’eucarestia è chiaramente affermata da tutte le relazioni. Si ripetono affermazioni come queste: “la messa domenicale e l’eucarestia costituiscono i mezzi più importati per il progresso della vita cristiana dei nostri fedeli”, l’eucarestia domenicale è “certamente percepita come il centro dell’esperienza cristiana”, “appare sempre più evidente che molto della vita cristiana si ‘gioca’ proprio da come si vive la domenica e l’eucarestia”, “l’eucarestia è il ‘capolavoro’ della nostra fede”, la liturgia domenicale è “il punto di riferimento imperdibile”, “riteniamo che la prima catechesi sull’eucarestia sia la messa domenicale”.

Da tutte le voci, appare indubbio che l’eucarestia domenicale raduna un numero maggiore di persone rispetto a qualsiasi altro appuntamento proposto dalla chiesa, anzi che quel numero è incomparabile rispetto ad incontri di altro tipo tanto è più grande.

Nel descrivere la vitalità dell’eucarestia domenicale le relazioni possono essere raggruppate in due grandi gruppi. Un primo gruppo afferma che negli ultimi anni i partecipanti sono molto aumentati, che si riesce a coinvolgere i genitori che hanno i figli nell’iniziazione cristiana, che c’è un incremento di ragazzi e giovani che partecipano alla messa con gioia. Un secondo gruppo lamenta, invece, la lontananza dei genitori e dei ragazzi dall’eucarestia, affermando che il numero dei più giovani alla celebrazione va diminuendo.

Questa diversità di situazioni – indipendente spesso dal tipo di quartiere da cui proviene la relazione – richiederebbe una lettura che aiuti a discernere perché in alcune comunità si assiste ad un continuo crescere dei partecipanti alla liturgia e della gioia con cui esse vengono celebrate, mentre questo non succede altrove.

In alcune relazioni è chiaro che il convergere nell’eucarestia, più che su altri momenti di incontro, è ritenuto in perfetta sintonia con il suo preciso valore teologico e che si ritiene la liturgia ben celebrata, in grado di per sé di sostenere una vita cristiana matura. In altre si vorrebbe che tutti partecipassero ai gruppi parrocchiali, quasi insinuando che questo sia indispensabile per essere cristiani maturi.

II.2/ La liturgia della Parola

Le relazioni si soffermano molto sulla centralità della Liturgia della Parola, insistendo sulla formazione ad una vera proclamazione della Parola di Dio, così come sulla qualità che deve avere l’omelia che è parte integrante della liturgia. Moltissimi testi, affermando che le omelie sono molto amate o molto noiose, testimoniano da punti di vista opposti la centralità della Parola! Le relazioni invitano così ad essere ancora più coscienti dell’importanza della Parola proclamata e commentata.

Una relazione afferma, ad esempio: “c’è il desiderio della Parola”. Un’altra spiega che lo stile dell’“omelia è quella di un padre che accompagna i figli nell’intelligenza e nell’affezione alla Scrittura”. Un laico dice: “Ho avuto la sensazione di respirare come una boccata di ossigeno quando ho sentito il sacerdote che nell’omelia diceva: ‘Voglio ora dirvi non quello che penso, bensì quello che crede la chiesa’ ”.

Insomma, è veramente evidente una sete in Roma di una Parola alta e diversa da quella proveniente semplicemente dalla sapienza umana, a sconfessare quelle analisi che vorrebbero l’uomo oggi disinteressato alla voce di Dio. Proprio per questo – sembra – vengono criticate le omelie non preparate, approssimative, ripetitive, banali, che non aiutano a manifestare la rilevanza del vangelo sulla vita come lieto annunzio. Per questo, spesso, si sceglie di partecipare proprio alla liturgia la cui parola “scalda il cuore”.

Le relazioni mostrano una buona consapevolezza che la Parola di Dio deve esser proclamata e non letta su foglietti volanti, ma, al contempo, affermano – e questo è certamente interessante – che bisogna recuperare la familiarità con il testo scritto, poiché senza di esso non è possibile alcun approfondimento. Molte parrocchie stampano in proprio le letture bibliche della messa perché le persone le portino a casa per meditarle nella settimana, in altre si insiste sulla necessità di possedere un Messalino per prepararsi alla liturgia, in altre ancora ai testi biblici viene aggiunto qualche testo patristico, poiché – si afferma – i credenti debbono essere aiutati a riscoprire tutta la ricchezza della Parola e della Tradizione. Alcune parrocchie, ad esempio, hanno regalato l’anno scorso a tutti la Lettera a Diogneto, che era citata nel Sussidio di verifica, ed essa è stata fatta oggetto di riflessione da parte di un patrologo in un incontro formativo di almeno una prefettura.

Moltissime relazioni sottolineano che risulta decisivo, comunque, far crescere nei laici la consapevolezza dell’importanza della meditazione delle letture bibliche domenicali proposte dell’anno liturgico.

II.3/ La liturgia eucaristica e l’actuosa partecipatio (la partecipazione attiva)

Riguardo all’intera Liturgia, ed in particolare alla Liturgia eucaristica, si sottolinea in molte relazioni che due sono i segni che denotano la maturazione nella comunità di una vera partecipazione liturgica: il clima di grande familiarità e festa ed, insieme, il raccoglimento che si crea durante la liturgia.

Una relazione afferma, ad esempio: “molta gente rimane stupita per le messe dove c’è più affluenza di gente: tante persone sedute e molte in piedi ad occupare il poco posto che resta libero, eppure c’è silenzio, attenzione. E quando parla o canta, il popolo lo fa ad una voce sola”.

Alcune relazioni insistono sul fatto che l’actuosa partecipatio, la “partecipazione attiva” di cui parla il Concilio, deve essere intesa correttamente: questi testi sottolineano che la vera partecipazione alla liturgia non è data dal fatto che ognuno fa qualcosa di particolare in essa. Significa invece che nella liturgia tutti compiono gli stessi gesti. In particolare, proprio l’agire liturgico – si sottolinea – è differente da ogni altra azione umana: infatti, nella liturgia, si accoglie il parlare e l’agire di Dio e dove questo viene posto in ombra per mettere in risalto solo l’opera umana tutta la celebrazione viene snaturata.

Molte relazioni sottolineano che qui sta uno snodo decisivo dell’educazione alla fede del nostro tempo. Se certamente, infatti, è talvolta carente il senso comunitario, altre volte è debole, invece, la comprensione della verticalità dell’azione liturgica, dell’opera di salvezza che Cristo compie, del fatto che è egli il vero celebrante, insieme al suo corpo che è la chiesa, che nella liturgia il cielo e la terra si toccano.

Si sottolinea come il contesto culturale abbia decostruito l’agire simbolico e rituale, tipico dell’uomo ed, più in particolare, quello sacramentale, tipico del cristiano, rendendo più difficile la comprensione della liturgia. Si sottolinea come la celebrazione sia spesso vissuta in modo individualistico, non essendoci una abitudine virtuosa a compiere i gesti liturgici, vuoi inginocchiandosi, vuoi levandosi in piedi, vuoi cantando, vuoi gustando il silenzio. Questo avviene per una diffusa ignoranza sul significato della liturgia in sé e dei suoi singoli gesti, ma corrisponde anche all’atteggiamento di fondo del nostro tempo che privilegia in ogni ambito la dimensione individuale, trascurando quella pubblica e comunitaria.

Si afferma che “pochissimi conoscono i Praenotanda del Messale ed il significato delle diverse parti della liturgia”. O ancora: “Una vera formazione liturgica non fa parte del bagaglio della maggior parte dei collaboratori”. L’esigenza di tornare a proporre tutto questo è molo avvertita, perché – si dice – “l’eucarestia è una vera cattedra di teologia popolare”, perché – ripetono altre – “la lex orandi è lex credendi” e “l’eucarestia è più importante della catechesi, è la migliore catechesi permanente per il popolo cristiano”. Si sottolinea che questa forza educativa non si sprigiona piegando la liturgia a fini diversi da quelli che ha, bensì proprio per la sua forza interna di realizzare questo.

Si sottolinea anche l’esigenza di tornare a proporre la bellezza del percorso dell’anno liturgico, con la sua presentazione di tutto intero il mistero di Cristo, poiché le famiglie spesso non sono più in grado di educare ad esso. Similmente si afferma che non può essere data per scontata la conoscenza del Triduo pasquale, così come del significato della Quaresima con le sue esigenze penitenziali, e così via. In positivo, si afferma che proprio questa comprensione del mistero di Cristo celebrato nei tempi liturgici è l’elemento che più resta impresso nella memoria e nella vita dopo la catechesi dell’Iniziazione cristiana, mentre si dimenticano più facilmente gli argomenti dibattuti nelle riunioni. Una relazione afferma, ad esempio, che è “l’anno liturgico ad essere come una scuola permanente di vita cristiana”.

Tutte le relazioni insistono sulla grande mancanza di puntualità alla liturgia e come questa ne indebolisca la forza. Si denota anche la difficoltà nel far comprendere che il canto finale appartiene di diritto alla liturgia

II.4/ L’esigenza di educare al raccoglimento ed a riconoscere la presenza di Dio

Un’ulteriore esigenza avvertita da molte relazioni è quella di tornare ad insegnare il valore del silenzio, del raccoglimento, non immediatamente attraverso la scelta di questa o quella devozione particolare, ma proprio come il respiro dell’anima.

Si afferma, infatti, che questa dimensione è fra le più trascurate nel contesto educativo attuale.

Se il raccoglimento viene indicato da molte relazioni – come si è detto – come segno palpabile della partecipazione attiva, d’altro canto si sottolinea come lo spazio liturgico non sia più percepito come “spazio sacro” e come non ci sia un’educazione al riconoscimento della presenza eucaristica nel Tabernacolo. Questo – si afferma – appare evidente dal fatto che spesso i più anziani venerano le statue dei santi ed i più giovani danno il primato al loro incontro fraterno, senza mettere al centro il riferimento al Santissimo presente nella chiesa.

La consapevolezza che il riconoscimento della presenza eucaristica del Cristo nel Tabernacolo viene insegnata attraverso i gesti semplici dell’inginocchiarsi e del sostare un istante in silenzio entrando in chiesa – e che proprio questi gesti sono fra i più trascurati – è molto forte e si ritiene che un rinnovato impegno educativo debba essere profuso in questo.

D’altro canto, appare a tutti evidente che l’educazione a questi gesti non può essere un fatto isolato, ma si deve radicare nel coraggio di proporre nuovamente il valore della maturazione spirituale come costitutiva dell’uomo e nel proporre una rinnovata catechesi sul valore della presenza permanente del Cristo nelle specie eucaristiche.

In questo contesto si pone anche l’attenzione alla lectio divina che molte relazioni dicono cresciuta negli anni, ma pur sempre patrimonio di poche persone, sia quando è proposta in chiesa a tutti, sia quando è vissuta nei Centri di ascolto nelle case, dove partecipa un numero certamente maggiore di persone.

Manca ancora il passo di insegnare il rapporto personale con al Parola di Dio come nutrimento abituale del credente, a partire dai cammini ordinari di formazione che le parrocchie propongono.

Molte relazioni affermano, però, in positivo che è molto maturato il fatto di vivere comunitariamente i tempi forti, come l’Avvento o la Quaresima, così come l’aiutare l’intera comunità nella preghiera personale con esercizi spirituali predicati più sere consecutivamente o con ritiri proposti fuori Roma a tutti. Oltre alla possibilità di vivere una lectio comune settimanale o quindicinale, alcune relazioni ipotizzano anche di concentrarla in periodi particolari dell’anno con l’invito poi a proseguire personalmente nella preghiera con la Parola di Dio, quando questo risultasse più praticabile per un numero maggiore di persone.

II.5/ La domenica

Molte relazioni sottolineano come la grande questione della celebrazione domenicale sia legata al senso stesso della festa e del riposo e che si tratti di tornare ad annunciare il grande valore della domenica.

La domenica – si afferma – è il “primo dei giorni” nel quale l’uomo si scopre non solo come homo faber, ma impara lo stupore del ringraziamento, senza il quale tutto ciò che egli fa rimane senza valore. Si afferma che non è l’uomo a custodire la domenica, bensì che è essa a custodire il valore della vita umana e della fede – parafrasando una frase rabbinica – e che la domenica è il segno attraverso il quale l’uomo matura la sua relazione con Dio e con i fratelli. Proprio nella mancata comprensione del valore della domenica si individua una delle cause dell’appiattimento della vita umana, poiché essa, perdendo la domenica, perde quella luce e quel riferimento che, invece, la sosterrebbe e la spingerebbe alla speranza ed all’amore.

Molte relazioni affermano che il giorno del Signore sostiene la vita comunitaria. Alcune parrocchie affermano che l’eucarestia è sempre più il giorno dell’incontro delle famiglie fra di loro, che terminata la messa si sosta sul sagrato per salutarsi o che ci si reca in oratorio per scambiare due chiacchiere mentre i bambini giocano, o che al termine della messa animata dai giovani li si vede poi tutti insieme parlare gioiosamente. Altre affermano di aver fatto la scelta di convocare gli incontri dei genitori e delle famiglie in giorno di domenica, così come di aver proposto la stessa catechesi dell’iniziazione cristiana subito prima o subito dopo l’eucarestia stessa domenicale.

Questo incontrarsi degli adulti fra di loro e delle famiglie con i loro bambini intorno all’eucarestia sembra portare grande frutto, con l’avvicinamento di molti alla fede e la scoperta di un rinnovato impegno di testimonianza.

Nelle relazioni si osserva poi una difficoltà ad interpretare la questione del precetto domenicale: moltissime affermano che si partecipa spesso alla liturgia per precetto, ma subito dopo si sostiene anche che l’idea del precetto è quasi completamente sparita, che tanti si accostano all’eucarestia anche se non partecipano alla liturgia da anni, che le famiglie non insegnano più l’importanza della partecipazione domenicale alla celebrazione.

II.6/ I “collaboratori” nella liturgia e la sua animazione

Le relazioni affermano talvolta che esistono gruppi liturgici e che la cura della liturgia non è demandata solo ai sacerdoti, altre volte che proprio nell’anno di verifica è stato istituito un tale gruppo, altre volte ancora che manca totalmente.

Si lamenta che talvolta chi ha scoperto il servizio liturgico tende a viverlo un po’ come una proprietà personale, senza curarsi di trasmetterlo ai più giovani.

Alcune relazioni affermano, invece, che è proprio “attraverso la disponibilità degli universitari all’animazione liturgica che si avvicinano all’eucarestia domenicale i ragazzi delle scuole, medie e superiori”.

Si sottolinea come molto importante sia il ruolo del canto, che dovrebbe caratterizzare la liturgia. Se alcune comunità sono, da questo punto, di vista eccellenti, altre – si afferma – richiederebbero un impegno ed una preparazione maggiore.

II.7/ L’eucarestia e la penitenza

La questione del rapporto fra la confessione e l’eucarestia viene posta spesso in rilievo dalle relazioni, come un capitolo importante su cui tornare ad educare. In alcune relazioni si afferma che l’importanza della confessione è evidente nella vita di quella comunità, in altre, più numerose, si sottolinea invece che mentre aumentano costantemente le persone che si comunicano, diminuisce il numero di coloro che si accostano alla confessione. Una relazione scrive, ad esempio, che è evidente “una non conoscenza delle condizioni richieste per ricevere la comunione”.

Si sottolinea poi come il vangelo inviti a far sentire accolti nella liturgia anche i separati risposati, pur non potendo condividere con loro il pane eucaristico. Si precisa anzi che la costante presenza di molti di loro nella liturgia domenicale è un segno molto bello con il quale essi testimoniano non solo la loro fede, ma anche che sentono che la chiesa è loro vicina.

Alcune relazioni sottolineano che, mentre questo è ovvio per le generazioni più adulte, si deve tornare ad insegnare ai più giovani che celebrare l’eucarestia per i defunti è un gesto di fede e di amore che giova grandemente ai cari che sono già in cielo.

III. La testimonianza della carità

III.1/ La testimonianza della carità

La verifica sulla testimonianza della carità – affermano molte relazioni – è stata necessariamente sviluppata in un minore lasso di tempo, ma, lo stesso, le conclusioni sembrano rispecchiare il vissuto delle diverse comunità.

Si deve subito sottolineare che quello che è messo in rilevo dalla stragrande maggioranza delle relazioni è la carità come azione fattiva di gruppi organizzati e strutturati, in particolare delle diverse Caritas parrocchiali, dei gruppi missionari, così come dei diversi movimenti, associazioni, comunità, ecc.

Questo mostra immediatamente la capacità delle diverse parrocchie e comunità di rispondere a tanti bisogni esistenti, così come una grande attenzione ai piccoli e poveri con una quantità di realizzazioni difficili da descrivere.

Vale qui la riflessione iniziale: di questo tessuto capillare di attenzione quotidiana ai diversi problemi ben poco appare nella comunicazione di massa. Nelle relazioni si parla, invece, di mense parrocchiali che offrono alcuni pasti ogni settimana, di accoglienza dei senza fissa dimora in particolare nell’emergenza dell’inverno, di vere e proprie strutture costruite nelle diverse parrocchie come case famiglia per ragazze madri o per altre situazioni, di doposcuola nei quartieri periferici, di un’attenzione nei confronti degli anziani e dei malati nelle case, di comunità di amici con persone disabili, di gruppi missionari esistenti quasi ovunque, di scuole di italiano per i nuovi immigrati, qualche volta anche di tentativi fecondi di far ripartire gli asili parrocchiali che tanto bene aveva fatto nel passato, e così via.

III.2/ Educare alla carità ed animare il territorio

Richiederebbe invece un approfondimento – proprio per annunciare più limpidamente cosa è carità – il fatto che le relazioni parlino poco della carità di coloro che non partecipano attivamente a questi specifici servizi. È evidente, infatti, che la vita di carità va molto al di là di ciò che è concretamente segnalato nelle relazioni. Una di esse, ad esempio, ricorda che nella parrocchia ci sono ben 700 adozioni a distanza, altre che senza l’eucarestia domenicale le persone non avrebbero la forza per vivere nell’amore la realtà quotidiana della famiglia, della professione e degli incontri personali con tutti. Un’altra, sempre a titolo esemplificativo, afferma: “l’impegno quotidiano dei familiari dei malati ci lascia stupefatti per l’amore e la pazienza che dimostrano verso i loro congiunti”. Un’altra afferma ulteriormente: “molti atti di carità vissuti non sono visibili perché non vogliono esserlo!”. Un’altra ancora dice che si cerca di valorizzare “l’attenzione di vicinato che ammorbidisce e tampona le esigenze stesse”.

Questi rapidi accenni presenti in alcune relazioni mostrano come in realtà l’amore cristiano sia diffuso, ma meno consapevole, proprio nel quotidiano. La carità, infatti, per definizione è relazione, è rapporto interpersonale, che passa da cuore a cuore. Tanto più, invece, viene presentata come opera di specialisti addetti ad hoc, tanto più non potrà che essere poi delegata a loro, con il mancato coinvolgimento degli altri.

Una duplice esigenza sembra allora emergere. In primo luogo che maturi la carità dell’intera comunità, perché il servizio che essa esprime provochi tutti ad una rinnovata conversione e divenga sempre più una testimonianza ecclesiale e non solo personale. In questo senso, alcune relazioni ricordano che la Caritas in Italia era sorta proprio con una funzione primariamente pedagogica, per far crescere nelle persone l’esigenza della carità prima che per organizzare specifici servizi ed invocano che questa impostazione di fondo contraddistingua la vita delle Caritas parrocchiali.

In questa direzione – si afferma – il cammino è ancora lungo. Si sottolinea, ad esempio, che “non esiste un progetto di coinvolgimento e di animazione elaborato dalla Caritas parrocchiale”, oppure che “non c’è un progetto educativo per accompagnare a vivere la carità”, ma solo singoli momenti ed attività. Si tratta – suggeriscono alcune relazioni – di mostrare, invece, che maturare insieme nella carità con tutta la comunità è una via percorribile. Una relazione afferma, ad esempio: “vi sono gruppi specifici, ma l’intera comunità è coinvolta in modo generoso”.

Molte relazioni propongono così che la costante attenzione alla carità si manifesti – come spesso già avviene – con semplicità proprio intorno alla liturgia domenicale, di modo che tutti ne divengano sempre più partecipi, tramite le collette, tramite gli avvisi parrocchiali, molto più tramite la stessa predicazione e l’incontro familiare di coloro che partecipano alla liturgia.

La seconda esigenza che emerge è che i gruppi delle persone più attivamente coinvolte nella testimonianza della carità aiutino gli altri a divenire più consapevoli che l’amore cristiano non si vive primariamente in specifiche attività. Tanti laici che frequentano l’eucarestia domenicale chiedono di essere riconosciuti come persone che vivono pienamente la carità: essi testimoniano l’amore proprio nel vissuto dei rapporti personali, quotidianamente, senza che nessuno se ne accorga, nella propria condizione di vita.

Più relazioni invocano il fatto che si educhi alla carità in tutti gli itinerari di iniziazione alla fede, a partire da quelli dei bambini e dei ragazzi. Si insiste sul fatto che bisogna proporre esperienze di servizio che coinvolgano i giovani, sia perché essi debbono maturare nella carità, sia perché la stessa esperienza del servizio li aiuta loro a capire la novità della fede.

III.3/ Le persone corresponsabili nella carità

Moltissime relazioni affermano che è grande il lavoro dei ministri della comunione: si sottolinea che essi hanno maturato la consapevolezza che il loro primo servizio non consiste tanto nella distribuzione dell’eucarestia durante la celebrazione, quanto nel portare il Signore ai malati ed agli anziani impossibilitati a parteciparvi. Questa presenza a fianco di tante persone sole – in una città che tende ad invecchiare – è percepita come un’espressione fondamentale della testimonianza della carità.

Molte relazioni apprezzano il continuo riferimento al diaconato ogni volta che si affronta il tema della carità. Chiedono che ci sia una maggiore accoglienza e valorizzazione del servizio dei diaconi da parte dei presbiteri e delle comunità e che, d’altra parte, i diaconi riequilibrino il loro servizio, talvolta troppo sbilanciato sulla liturgia o la catechesi.

In diverse relazioni, ad esempio, si sottolinea positivamente il fatto che il diacono abbia ricevuto l’incarico di seguire personalmente i ministri della comunione che si recano nelle diverse case, oppure che sia diventato il responsabile della Caritas parrocchiale o di prefettura, o ancora che si sia assunto la cura di animare il rapporto con le missioni.

Alcune relazioni segnalano che è decisivo il coinvolgimento in prima persona degli stessi sacerdoti nei cammini formativi delle Caritas parrocchiali e poi nella effettiva relazione con i poveri.

Molto sottolineato è il grandissimo ruolo che giocano le religiose nella carità verso tutti, con una capacità di tessere relazioni personali di grande aiuto e sostegno per le persone.

In alcune relazioni emerge chiaramente che il servizio comunitario si è strutturato intorno ad un vero e proprio Centro d’ascolto, che non distribuisce niente, ma, invece, cerca dinanzi ad ogni caso singolo, di elaborare un progetto per aiutare la persona ad uscire dal bisogno. Il Centro poi, a sua volta, rinvia a momenti successivi vuoi di distribuzione di cose necessarie, vuoi, soprattutto, a consulenze di professionisti che si sono detti disponibili ad offrire gratuitamente alcune ore del loro lavoro per risolvere un problema ora giuridico, ora medico, ora amministrativo, ora psicologico, nell’ambito delle loro competenze professionali. In questa maniera il Centro d’ascolto coinvolge continuamente l’intera comunità nella carità.

Sul tema della corresponsabilità nella testimonianza della carità molto frequente è la considerazione che è difficile il ricambio generazionale nel servizio. Ci si domanda con insistenza come far sì che le giovani generazioni siano iniziate al servizio e quali siano gli stili di una Caritas parrocchiale che impediscono questo.

III.4/ L’attuale congiuntura economica

Anche se non era una delle domande esplicitamente presenti – poiché il sussidio della verifica era stato elaborato in precedenza – si segnala da parte di varie relazioni l’esigenza di una grande corresponsabilità in relazione alla difficile congiuntura economica. Alcune relazioni fanno riferimento alla Caritas in veritate, all’esigenza che sia maggiormente conosciuta la dottrina sociale della chiesa, alla necessità che siano incoraggiate nei laici la creatività e la competenza in campo professionale ed economico per la maturazione di una nuova generazione capace di far sorgere posti di lavoro, senza demonizzare il giusto guadagno che ne risulta.

D’altro canto, emerge che proprio la situazione attuale esige che cresca nelle comunità e nell’intero paese uno stile di sobrietà e di condivisione, per poter mettere in comune i beni di modo che ognuno abbia ciò che è necessario per una vita dignitosa e sicura.

Le associazioni laicali – meno le parrocchie – affermano che, in molti casi, si riesce ad affrontare la crisi solo a motivo dei legami familiari che sono ancora saldi per molti. Infatti, le relazioni familiari sono il più grande ammortizzatore sociale nella nostra città – come del resto nell’intero paese. L’alto numero di famiglie disgregate le rende ovviamente molto più fragili anche economicamente e genera un accrescimento della povertà. Il sostegno offerto dalla chiesa alla famiglia si rivela così anche un vero contributo al superamento della crisi economica. Alcune relazioni ricordano che è fondamentale che la legislazione contribuisca alla vita delle famiglie stesse, così necessarie al benessere ed alle speranze di futuro dell’intero paese.

Molto presente è il riferimento agli anziani, spesso soli, il cui numero cresce progressivamente, soprattutto in alcuni quartieri. Ci si domanda come essere loro vicini, ma anche come coinvolgerli perché essi si sentano preziosi per gli altri. Non è più evidente, infatti, per il nostro tempo e per gli stessi anziani che la loro età è un dono per tutti ed ha un precipuo compito di testimonianza.

Alcune relazioni sottolineano come la scelta di devolvere delle quote fisse del bilancio parrocchiale per le missioni e per esigenze di carità sia un segno estremamente significativo e positivo.

III.5/ L’accoglienza e l’integrazione degli immigrati

Per fotografare la situazione in questo ambito si sono rivelate preziose non solo le relazioni delle parrocchie, ma anche quelle delle cappellanie dei migranti.

Da molte nazioni sembrano provenire per prime soprattutto le donne che, con grande spirito di servizio, lasciano le loro famiglie per poter guadagnare in Italia denaro a sostegno del marito e soprattutto dei figli che restano lontano. Una forte immigrazione – oltre la metà giunge da paesi cristiani, a maggioranza cattolica o ortodossa.

Le relazioni delle cappellanie esprimono l’esigenza che l’accoglienza non si limiti alle questioni lavorative ed economiche, ma abbia cura della fede dei migranti e li sostenga nelle scelte morali, perché l’immigrazione non divenga una tragedia spirituale e familiare.

Ricordano come gli immigrati vengano da paesi nei quali vi è un forte senso religioso, a volte con tratti molto popolari che non possono essere trascurati. Se l’emigrazione si traduce in uno smarrimento delle radici religiose, questo porterà gravi danni nella vita dei migranti.

Segnalano come forte è il lavoro di sette protestanti di recente origine – certamente ben diverse dalle grandi chiese protestanti storiche – che offrono in Roma aiuto, conforto e calore agli immigrati, allestendo con prontezza luoghi di culto non appena un gruppo di immigrati si stabilisce in un dato quartiere.

Si deve segnalare anche la preoccupazione – e la conseguente richiesta di aiuto – che alcune comunità rivolgono perché sia garantita in Italia la libertà di convertirsi al cristianesimo, poiché gli immigrati, come è noto dalle fonti di stampa, possono ricevere talvolta forti minacce da loro connazionali contro tale libertà.

Le relazioni delle parrocchie esprimono una duplice esigenza. Alcune insistono sull’importanza che sia messo sempre più in risalto e che non sia mai offuscato il messaggio evangelico della dignità della persona, e specificamente dello straniero, come tratto distintivo della vita cristiana. Molte delle iniziative già ricordate si muovono in questa direzione.

Altre segnalano la necessità corrispettiva che la testimonianza della carità sappia offrire loro prospettive chiare di una vera integrazione, nella capacità di costruire, anche attraverso la scuola, delle feconde relazioni inter-culturali, capaci non di tacere le differenze, quanto piuttosto di conoscerle ed integrarle.

A tutti la situazione sembra richiedere grande impegno nella consapevolezza di un compito non facile. Solo per fare un esempio, una relazione afferma che si è dinanzi “ad un cambiamento enorme in termini numerici e di diversità linguistiche e culturali”.

Alcune relazioni segnalano che alcune parrocchie hanno intrapreso la strada di ospitare stabilmente le liturgie domenicali di alcune comunità etniche, constatando che questa apertura, anche se le relazioni non sono sempre facili, offre un grande contributo agli immigrati

Un grande ruolo sembra giocare – a detta delle relazioni – l’inserimento ordinario nella vita parrocchiale, nella catechesi, nella liturgia domenicale o nella vita di oratorio: questo vale soprattutto per la seconda generazione di immigrati. La presenza dei bambini figli di immigrati, in particolare, sembra essere una grande occasione di integrazione.

Alcune relazioni testimoniano che si è iniziata la tradizione di una Festa dei popoli parrocchiale che vede italiani ed immigrati dello stesso quartiere celebrare e poi condividere cibi, balli, musiche e usanze, per una maggiore conoscenza ed integrazione.

III.6/ Il rapporto con le missioni nel mondo: la Missio ad gentes

Un grande ambito di testimonianza della carità risulta essere quello della relazione viva con comunità in cui missionari cattolici svolgono il loro servizio. Il legame sembra nascere, dalle diverse relazioni, soprattutto a motivo delle congregazioni religiose che hanno un senso molto vivo e bello della comunione che unisce i diversi membri dell’istituto.

La maturazione della coscienza missionaria segue diverse vie: si va dalla preghiera domenicale, all’animazione dell’ottobre missionario, al sostegno economico di micro-progetti, alle adozioni a distanza, ad una vera e propria formazione perché ci si apra alla conoscenza di altri popoli e delle loro chiese.

Alcune parrocchie e comunità arrivano a proporre annualmente esperienze missionarie in altri continenti con la partecipazione anche di giovani famiglie e di giovani.

A fronte di questa attenzione, appare debole il rapporto con i missionari specificamente legati alla diocesi. I legami esistenti fra singole parrocchie romane e missionari della nostra diocesi sembrano dipendere dalla conoscenza occasionale che si è avuta di quella persona; è da approfondire, invece, ancora la coscienza di una missionarietà verso altri popoli propria della chiesa di Roma che impegni insieme tutta la comunità diocesana.

III.7/ La carità intellettuale

Una delle esigenze che emerge in maniera più condivisa da tutte le reazioni è quella di una formazione che aiuti i laici a vivere da credenti nella città, maturando la capacità di far sì che la fede fecondi la cultura del tempo in cui viviamo.

Forte è la coscienza che le comunità debbono dedicare energie in questa direzione. Alcune relazioni hanno ripreso l’espressione utilizzata da Benedetto XVI che ha invocato un nuovo “cortile dei gentili”, un luogo cioè che, come nell’antico Tempio di Gerusalemme, consenta l’incontro tra i credenti e coloro che non sentono ancora di voler fare il passo di aderire alla fede, ma desiderano condividere con i cristiani valori e riferimenti, sentendo l’esigenza di discuterli ed approfondirli.

Dalle relazioni si evince che c’è una progressiva, anche se lenta, presa di coscienza dell’importanza di lavorare in questo ambito. Si riferiscono di singole attività culturali presenti nelle parrocchie, ma non ancora di un’attenzione stabile in questa direzione. Qualche parrocchia ipotizza per il futuro la costituzione di un centro culturale.

Si avverte anche l’esigenza di un maggiore rapporto con la scuola, ma sembra difficile individuare percorsi concretamente percorribili per coniugare fede e intelligenza nell’educazione delle nuove generazioni. Solo alcune relazioni segnalano che è iniziato un fecondo rapporto con alcune scuole.

Emerge il desiderio di creare un interscambio fra ciò che si apprende nella scuola e nei cammini formativi ecclesiali, non solo valorizzando il rapporto con gli insegnanti di religione, ma anche quello con i docenti delle diverse materie.

Le relazioni delle cappellanie universitarie sottolineano con forza che su questo piano si gioca molto della testimonianza della chiesa nella città di Roma. Ad esempio, una di esse scrive: «una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta e interamente pensata, non fedelmente vissuta».

D’altronde c’è la consapevolezza che anche la maturazione di persone più preparate non possa che radicarsi in «una pastorale ordinaria che faccia, in ambito culturale, un lavoro paziente, tenace e continuativo, che non si riduca ad un’azione isolata e sporadica».

In più relazioni si sottolinea che si sta pensando di migliorare la qualità della comunicazione, attraverso la valorizzazione dei siti Internet parrocchiali, così come un maggior impegno nella preparazione di fogli di informazione parrocchiali che, per qualità di contenuti e di impostazione grafica, possano offrire un contributo all’animazione civile e culturale del quartiere.

Per concludere. La chiesa madre

Come sapete sulla facciata di questa basilica di S. Giovanni che tutti ci rappresenta è scritto ripetutamente ecclesia mater et caput. La chiesa di Roma è madre, in particolare, perché è presieduta dal successore di Pietro. Egli, insieme a Paolo ed ai primi missionari che li precedettero, giunse a Roma e battezzò nel Tevere i nuovi cristiani – così allora avveniva –, generandoli alla nuova vita. E che cos’è la maternità se non la generazione, la trasmissione di quella vita che si è ricevuta in dono?

Vorrei dire allora, in conclusione, che ciò che unisce tutte le relazioni, dietro le singole questioni che emergono, è questo amore per la vita che si è ricevuta in dono – la vita che ha bisogno della fede per essere pienamente se stessa. Dietro l’incontrarsi, il verificare, il lodare Dio per le sue opere, il progettare, sta l’amore della chiesa di Roma per la città di Roma ed i suoi abitanti: senza la chiesa essa non potrebbe nascere alla fede. E, da parte sua, la chiesa non potrebbe rivolgersi alla città se non per l’amore che le porta, amore che abbraccia i credenti convinti, come quelli deboli – sarebbe un paradosso che si avesse amore per i non cristiani e non lo si avesse per i cristiani che vivono una fede immatura -, i vicini come i lontani. Verificarsi è un’altra tappa, affidata a noi, della storia di amore iniziata duemila anni fa che unisce la chiesa che è madre agli uomini e alle donne di Roma.

1 Discorso di apertura del Convegno Diocesano, 15 giugno 2010.

2 Il nostro tempo purtroppo conosce un crescente allargamento del modo di pensare e di stili di vita che prescindono dalla fede, seppure in molti rimane un riferimento a Dio, ma non possiamo sapere quanto incidente nell’agire etico-morale. A ciò si aggiunga che le frontiere della comunicazione, oggi sempre più incombenti sulla vita quotidiana delle persone e dei gruppi sociali, modificano in profondità i modi di pensare, i criteri di giudizio e le stesse relazioni tra le persone sono da essi orientati, se non condizionati. (cfr. Benedetto XVI, Discorso al Convegno nazionale “Testimoni digitali” promosso dalla CEI, 24 aprile 2010):

3 Il fenomeno invasivo della secolarizzazione ha inciso sulla vita delle persone, modificando e restringendo il significato di religione ad un sistema di valori tra tanti.

4 Cfr. Galli della Loggia E., Un’Italia anticristiana, in Corriere della Sera, 21 marzo 2010, p. 1.

5 In questa prospettiva di nuova evangelizzazione, penso anche alla possibilità di programmare itinerari di fede attraverso l’arte sacra. Al riguardo, Roma offre occasioni uniche. Le splendide chiese, soprattutto del centro storico, visitate da moltitudini di persone, potrebbero diventare centri di proposta della fede sia attraverso la Lectio divina, sia, ad esempio, la presentazione di temi della fede mediante la lettura dei monumenti sacri.

6 Acta SS. Saturnini, Dativi et aliorum plurimorum martyrum in Africa 7, 9, 10: P.L. 8, 707. 709-710: “E’ senza alcun timore che abbiamo celebrato la cena del Signore, perché non la si può tralasciare, è la nostra legge”; “Noi non possiamo stare senza la cena del Signore”. E una delle martiri confessò: “Si, sono andata all’assemblea e ho celebrato la cena del Signore con i miei fratelli, perché sono cristiana”.

7 Cfr. Libro del Sinodo della Diocesi di Roma, 1993, cap.III, pp. 149-163; 173-176; 181-183.

8 E’ stato scritto nelle relazioni: “Si potrebbe dire che emerge l’esigenza di una via romana, che non sia semplicemente l’ispirarsi a questo o quel progetto di singole persone o gruppi, ma che nasca dalla valorizzazione equilibrata delle tante ricchezze della nostra diocesi”.

9 Discorso di apertura del Convegno Diocesano, 15 giugno 2010.

10 Cfr. Messale Romano, Principi e norme per l’uso del Messale Romano, cap. I, n. 1.

11 Concilio Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, n. 7.

12 Ibidem.

13 Benedetto XVI, Esort. Apost. Sacramentum caritatis, n. 15: “L’Eucarestia è costitutiva dell’essere e dell’agire della Chiesa. Per questo l’antichità cristiana designava con le stesse parole Corpus Christi il Corpo nato dalla Vergine Maria, il Corpo eucaristico e il Corpo ecclesiale di Cristo. Questo dato ben presente nella tradizione ci aiuta ad accrescere in noi la consapevolezza dell’inseparabilità tra Cristo e la Chiesa”.

14 Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2628: “L’adorazione è la disposizione fondamentale dell’uomo che si riconosce creatura davanti al suo Creatore. Essa esalta la grandezza del Signore che ci ha creati e l’onnipotenza del Salvatore che ci libera dal male […] L’adorazione del Dio tre volte santo e sommamente amabile ci colma di umiltà e dà sicurezza alle nostre suppliche”.

15 Cost. Sacrosanctum Concilium, n. 48. Il Messale Romano alla partecipazione consapevole, pia e attiva aggiunge che sia “esterna e interna, ardente di fede, speranza e carità” (Principi e norme, cit. cap. I, n. 3).

16 R. Guardini, Lo spirito della liturgia, Brescia 1980, p. 37.

17 Principi e norme per l’uso del Messale Romano, n. 60: “Il sacerdote, che nella comunità dei fedeli è insignito del potere derivatogli dall’Ordine sacro,di offrire il sacrificio nella persona di Cristo, presiede l’assemblea riunita, ne dirige la preghiera, annuncia ad essa il messaggio della salvezza, si associa il popolo nell’offerta del sacrificio a Dio Padre per Cristo nello Spirito Santo, distribuisce ai fratelli il pane della vita eterna e lo condivide con loro. Pertanto, quando celebra l’Eucarestia, deve servire Dio e il popolo con dignità e umiltà, e nel modo di comportarsi e di pronunziare le parole divine, deve far sentire ai fedeli la presenza viva di Cristo”.

18 Giovanni Paolo II, Dies Domini, n. 39.

19 Benedetto XVI, Discorso in occasione di un concerto dei Domspatzen, in Lodate Dio con arte, Venezia 2010: “Cantare è quasi un volare, un sollevarsi verso Dio, un anticipare in qualche modo il canto dell’eternità”.

20 Op. cit. p, 33.

21 Cost. Sacrosanctum Concilium, 34.

22 L.c., 10: “La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù”.

23 Discorso di apertura del Convegno Diocesano, 15 giugno 2010: “Esorto tutti a curare al meglio, anche attraverso appositi gruppi liturgici,la preparazione e la celebrazione dell’Eucarestia”.

24 Discorso di apertura del Convegno Diocesano, 15 giugno 2010.

25Principi e norme per l’uso del messale romano, cap. III, n. 20: “L’atteggiamento comune del corpo, che tutti i partecipanti al rito sono invitati a prendere, è il segno della comunità e dell’unità dell’assemblea”; n. 21: i fedeli “si inginocchiano alla consacrazione, a meno che lo impediscano o la ristrettezza del luogo, o il gran numero dei presenti, o altri motivi ragionevoli”.

26 Discorso di apertura del Convegno Diocesano, 15 giugno 2010.

27 Cfr. Libro del Sinodo, cit., n. 42, p. 149; n.48, p. 158-159.

28 Giovanni Paolo II, Dies Domini, n. 31: “Siamo chiamati ad adoperar[ci] perché tutti possano conoscere la libertà, il riposo e la distensione che sono necessari alla loro dignità di uomini, con le connesse esigenze religiose, familiari, culturali, interpersonali, che difficilmente possono essere soddisfatte, se non viene salvaguardato almeno un giorno settimanale in cui godere insieme della possibilità di riposare e far festa”.

29 Benedetto XVI, Enc. Deus caritas est, n. 25: “La carità non è per la Chiesa una specie di attività di assistenza sociale che si potrebbe anche lasciare ad altri, ma appartiene alla sua natura, è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza”.

30 Cfr. Didaché 14, 1-2: “Riuniti nel giorno del Signore, spezzate il pane e rendete grazie quando avete confessato i vostri peccati, perché sia puro il vostro sacrificio. Chi è in lite con il suo amico, non si unisca a voi, prima che non si siano rappacificati per modo che non sia profanato il vostro sacrificio”.

31 Cfr. Gv. 2, 4; 13,1;17,1

32 Cfr Gv 12, 24

33 Benedetto XVI, Enc. Deus caritas est, n. 19.

34 Cfr. 1 Cor. 15, 28. Ricorda San Leone Magno che “la nostra partecipazione al Corpo e sangue di Cristo non tende a nient’altro che a diventare ciò che riceviamo”: Sermone 12, De passione 3, 7, PL 54.

35 Esort. Apost. Sacramentum caritatis, sull’Eucarestia fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, n. 88. “Quando riceviamo Cristo, l’amore di Dio si espande nel nostro intimo, modifica radicalmente il nostro cuore e ci rende capaci di gesti che, per la forza diffusiva del bene, possono trasformare la vita di coloro che ci sono accanto. La carità è in grado di generare un cambiamento autentico e permanente della società, agendo nei cuori e nelle menti degli uomini, e quando è vissuta nella verità«è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera» (Enc. Caritas in veritate, 1). Benedetto XVI, Discorso di apertura del Convegno Diocesano, 15 giugno 2010: “La testimonianza della carità per il discepolo di Gesù non è un sentimento passeggero, ma al contrario è ciò che plasma la vita in ogni circostanza”.

36 Preghiera eucaristica, V/C. Si veda anche la Preghiera eucaristica III: “Guarda con amore, [o Padre],e riconosci nell’offerta della tua Chiesa, la vittima immolata per la nostra redenzione; e a noi che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo un solo corpo ed un solo spirito”. Nella colletta della Messa per chiedere la virtù della carità, la Chiesa prega: “Infiamma i nostri cuori con lo Spirito del tuo amore, perché pensiamo e amiamo secondo la tua volontà e ti amiamo nei fratelli con sincerità di cuore”.

37 Cfr. Rm. 12,1. Ne erano coscienti già i primi cristiani. La Lettera a Diogneto, un testo scritto intorno alla metà del II secolo d.C., afferma che i cristiani non si distinguono dagli altri uomini nelle cose comuni e nei costumi, ma perché “amano tutti;[…] sono poveri e fanno ricchi molti;[…] sono ingiuriati e benedicono, sono maltrattati e onorano;[…] come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani”. E poi aggiunge: “Dio ha amato gli uomini[…] Ad amarlo diventerai imitatore della sua bontà e non ti meravigliare se un uomo può diventare imitatore di Dio lo può volendolo lui” (Lettera a Diogneto, in I Padri Apostolici, ed. Città Nuova, 1986, V-VI.X, passim). E’ meritevole di attenzione la proposta di una parrocchia di creare una “banca del tempo”, vale a dire raccogliere la disponibilità di fedeli a dedicare qualche ora alla settimana per visitare nelle case anziani soli e ammalati.

38 Omelie sulla Prima lettera ai Corinti 27,3, PG 61,227.

39 Vallini A, Omelia per il 30° della Caritas diocesana di Roma.

40 Cfr. Libro del Sinodo, cit., pp. 197-239.

41 Cfr. Gc. 2, 14-18. In analogia alla Caritas Italiana e alla Caritas Diocesana. Cfr. Enchiridion CEI, vol. I, n. 3777; vol. II, n. 90.

42 E’ interessante richiamare la definizione di carità intellettuale proposta da Rosmini nelle Costituzioni dell’Istituto della carità: “La seconda specie di Carità comprende quegli uffici che tendono a giovare immediatamente al prossimo nella formazione del suo intelletto e nello sviluppo delle sue facoltà intellettuali: e questa si può chiamare carità intellettuale” (Antonio Rosmini, Costitutiones societatis a Charitate nuncuptate, Torino 1974, pp.593-595.

43 Cfr. Benedetto XVI, Lettera alla diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell’educazione., 21 gennaio 2008.

44 Cfr.Liturgia delle Ore, Vespri del 17 dicembre.

45 Enc. Caritas in veritate, n. 4.

46 Cfr. Benedetto XVI, Discorso all’Università Cattolica in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Accademico, 25 novembre 2005.

47 Omelia, 17 dicembre 2009.

48 Benedetto XVI, Enc. Caritas in veritate, n. 6.

49 Vallini A, Omelia per il 30° della Caritas diocesana di Roma.

50 Cfr. Relazione del Centro diocesano di pastorale sanitaria.

51 Cfr. Mt. 28, 19-20; Mc. 16, 15-18; At. 1, 7-8.

52 Benedetto XVI, Enc. Caritas in veritate, n. 8.