Discorso del cardinal Agostino Vallini

 Relazione del Cardinale Vicario al termine del Convegno diocesano 2009

I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Cari Fratelli e Sorelle!

1. Prendo la parola con grande piacere, ma anche con una certa trepidazione, consapevole del compito che mi è affidato al termine di questo convegno.

Desidero ringraziare anzitutto il Santo Padre per la relazione di apertura dell’altra sera, con la quale ci ha donato linee di magistero e preziose indicazioni pastorali per il nostro lavoro futuro. Il mio ringraziamento sincero va poi a Mons. Enrico Feroci che, con la passione pastorale del buon parroco romano, ci ha introdotti nello spirito giusto della verifica. La mia gratitudine si estende ancora ai Parroci prefetti, ai moderatori e ai sei relatori di questa sera. Un grazie particolare al Vicegerente, S.E. Mons. Luigi Moretti, e alla sua Segreteria per tutta la parte organizzativa.

2. Voi vi attendete da me una prima valutazione del lavoro fin qui svolto. La ricchezza di contenuti emersi nelle assemblee parrocchiali e di prefettura dovrà essere attentamente considerata, come pure – insieme con il Consiglio dei Prefetti – dovremo individuare la metodologia opportuna per il cammino che ci attende dopo la pausa estiva nel portare avanti la verifica, articolata nei cinque ambiti indicati dal sussidio. Questa sera potrò toccare solo alcuni punti.

Dico subito che nutro una grande fiducia che da questo impegno ecclesiale il Signore ci donerà abbondanti frutti spirituali e apostolici – naturalmente potrebbero essere frutti non immediatamente visibili, nella logica della parabola evangelica del misterioso germogliare del seme nella fecondità della terra (cf. Mc. 4,28). Fondo questa fiducia almeno su due motivi:

1) la scelta della verifica è stata largamente condivisa e decisa dopo un’ampia consultazione degli organismi diocesani. Si sentiva il bisogno di dedicare un anno, o forse più – lo vedremo cammin facendo – ad una valutazione del cammino percorso nell’ultimo decennio, che avesse lo scopo non di rallentare il passo, ma di favorire l’assimilazione dei traguardi raggiunti, di precisare meglio alcuni ambiti fondamentali della pastorale ordinaria, in un’ottica di maggiore condivisione.

2) Il secondo motivo è che ho ricevuto molti segnali di un clima ecclesiale che testimonia – come è stato appena detto – un grande amore alla Chiesa, insieme a disponibilità e impegno pastorale, che attestano la volontà delle comunità, parrocchiali e di ambiente, di andare avanti e di essere sempre più comunità vive ed operose per rispondere alle sfide pastorali del tempo presente.

3. È parso necessario che la verifica cominciasse mettendo a tema di questo convegno, che le dà inizio, anzitutto il fondamento e lo scopo ultimo della verifica stessa, cioè il nostro essere e sentirci Chiesa, comunità dei discepoli di Gesù nella nostra città e di ciò che questo comporta. Senza questo fondamento il lavoro successivo, mancherebbe di un’anima e di uno scopo vitale.

4. Vorrei fare anzitutto tre precisazioni:

1) parlando di appartenenza ecclesiale non è qui in discussione la dottrina teologica sull’appartenenza alla Chiesa, che il Concilio Vaticano II ha approfondito ed arricchito (1) e che qui presupponiamo.

2) Se l’oggetto del convegno e della verifica successiva è stato circoscritto ad ambiti prevalentemente “interni” – ecclesia ad intra -, considerati dall’angolo prospettico dei collaboratori pastorali, in quanto promotori di vitalità ecclesiale, ciò non ha inteso restringere l’orizzonte della missione della Chiesa nel mondo – un ambito questo che impegna per vocazione propria soprattutto i fedeli laici (cf. L.G., 31), ma solo evidenziare che se tutti i cristiani – chierici, religiosi e laici – non vivono consapevolmente il loro essere Chiesa e la conseguente responsabilità missionaria, maturata con una intensa vita di fede, di comunione e di partecipazione ecclesiale, poco significativa ed incisiva sarà la loro presenza e azione nel mondo. Il Santo Padre ci diceva l’altra sera: “A fondamento di questo impegno [di verifica]… ci deve essere una rinnovata presa di coscienza del nostro essere Chiesa e della corresponsabilità pastorale che, in nome di Cristo, tutti siamo chiamati ad esercitare”.

3) Il convegno che questa sera si chiude non aveva in nessun modo lo scopo di fare una specie di censimento della consistenza delle nostre comunità, ma di evidenziare delle priorità pastorali e di proporle.

5. Ora, dalle assemblee parrocchiali e di prefettura e dalle relazioni che abbiamo ascoltato

pare di capire che generalmente possiamo raccogliere un dato positivo: grazie a Dio, nella gran

parte delle parrocchie e nelle altre espressioni ecclesiali di ambienti vi sono comunità vive,

impegnate a testimoniare ed annunciare il Vangelo.

Ai parroci, ai vicari parrocchiali, agli altri sacerdoti collaboratori, ai diaconi, alle persone di vita consacrata e ai tanti laici collaboratori pastorali sento di esprimere in questa circostanza del Convegno ecclesiale, che per me è la prima occasione in cui incontro tutte le componenti della comunità diocesana, la più viva gratitudine.

6. Ma nel clima culturale in cui viviamo, nel quale si affermano modelli e stili di vita personali, familiari e sociali non ispirati alla visione cristiana dell’uomo, così che tanti oggi arrivano, forse in maniera inconsapevole, a non avvertire più le esigenze profonde dello spirito e a radicare le proprie scelte su principi morali, in questo clima culturale emerge l’esigenza di riconsiderare l’agire ecclesiale. Lo sappiamo tutti, Roma negli ultimi decenni ha subìto profonde trasformazioni, con una popolazione divenuta sempre meno omogenea e di comune identità, facendone una città complessa, nella quale è offuscata una precisa e creativa coscienza collettiva (basti pensare che, tra le nuove comunità etniche, quelle cattoliche sono più di quaranta). I recenti gravissimi fatti delittuosi poi mostrano i segni del cambiamento e, per certi aspetti, della

crisi che tocca non solo il tessuto sociale e civile ma anche quello ecclesiale. Una città nella quale, se non possiamo più presupporre la fede o almeno una religiosità dalle forme e dai contenuti “cattolici” in ampi strati della popolazione, è necessario “rievangelizzare i cristiani” ed evangelizzare i non cristiani.

Il Santo Padre ci ha detto: “Troppi battezzati non si sentono parte della comunità ecclesiale e vivono ai margini di essa… Pochi sono i laici, in proporzione al numero degli abitanti di ciascuna parrocchia che, pur professandosi cattolici, sono pronti a rendersi disponibili per lavorare nei diversi campi apostolici”.

È proprio così. Ad una osservazione non superficiale della realtà ecclesiale, e dunque abbastanza verosimile, sebbene non scientifica – cioè condotta secondo rigorosi metodi sociologici e della scienza statistica – sembra che nelle comunità locali possano individuarsi diverse modalità o tipologie di vivere l’appartenenza da parte dei fedeli: una prima che chiamerei “convinta e partecipe”, è costituita da coloro che curano seriamente la propria crescita spirituale, vivono con coerenza la fede, la testimoniano, e collaborano, come possono, nei diversi campi della pastorale. Vi è poi una seconda forma che chiamerei “appartenenza silenziosa”: è di coloro che partecipano alla Messa domenicale e poco più, si sentono abbastanza vicini alla parrocchia ma vivono un cristianesimo piuttosto privato. Sono generalmente un buon numero di fedeli, prevalentemente famiglie e persone anziane.

Vi è poi un terzo genere di persone che non escludono un qualche collegamento con la Chiesa. Sono quanti, sostenuti da un certo sentimento religioso, perché da ragazzi hanno ricevuto i sacramenti dell’iniziazione cristiana, non partecipano abitualmente alla vita ecclesiale, hanno però dei contatti occasionali in momenti di gioia o di dolore o nelle grandi feste religiose. Molti continuano a chiedere i sacramenti, quasi per un dovere sociale, ma culturalmente sembra che si vadano allontanando dalla fede professata.

Vi è infine un’altra categoria di persone battezzate che affermano esplicitamente di non voler più appartenere alla Chiesa, anzi un certo numero chiede di uscire formalmente dalla Chiesa, sono lontane, molto lontane, se non ostili, o totalmente indifferenti rispetto al fatto religioso e alla vita ecclesiale.

Come è facile comprendere, se questa, a grandi linee, è la situazione, nella quale molti psicologicamente e affettivamente non sentono di appartenere alla Chiesa – il Papa ci ha detto: “hanno smarrito la via della Chiesa” – una pastorale che offre servizi religiosi a chi li domanda o che propone ad una cerchia ristretta di fedeli qualche buona iniziativa formativa, non basta più.

7. Naturalmente questo quadro, approssimativo e di massima, fa riferimento a ciò che è percettibile ai nostri occhi ed è funzionale ad orientare le nostre scelte pastorali. Altra cosa è l’accoglienza o il rifiuto della fede, o di una fede senza appartenenza esplicita, una fede – per così dire – senza Chiesa, da parte di persone che ci vivono accanto, battezzate o non, di cui vogliamo pure occuparci. Su questo versante dobbiamo guardarci dal pericolo – anche senza volerlo – di far passare l’idea di una sorta di classificazione, che distingue chi sta dentro e chi sta fuori, fra coloro che sono forti nella fede, vicini, collaborativi, e gli altri, quelli che vengono solo a Messa, qualche volta o mai. La Chiesa abbraccia tutti come suoi figli presenti o futuri e a tutti rivolge le sue premure pastorali.

Siamo convinti infatti che ci sono forme – se non di appartenenza – di riferimento, o semplicemente di contatto non solo con la comunità cristiana, ma con la Verità (con la “v” maiuscola) da parte di tanti, vicini e lontani, che non smettono mai di cercarla e che sono toccati da essa e come tali non possono essere considerati come uomini senza fede o senza principi morali ispirati alla fede cristiana, e gli uni e gli altri danno e ricevono, così che la distinzione tra appartenenti e non appartenenti, credenti e non credenti, praticanti e non praticanti, cattolici e laici deve essere relativizzata. Molti uomini – scrisse qualche anno fa il Card. Ratzinger – “non si sentono in grado di fare il passo della fede cristiana con tutto ciò che un tale passo comporta; ma molto spesso sono uomini che cercano appassionatamente la verità, che soffrono la mancanza di verità…, riprendendo proprio così i contenuti essenziali della cultura e della fede e spesso rendendoli, con il loro impegno, ancora più luminosi di quanto possa fare una fede scontata, accettata più per abitudine che per conoscenza sofferta” (2). Certo, questo vasto e complesso panorama di comportamenti umani verso la fede e verso la comunità ecclesiale talvolta genera in noi, sacerdoti e laici, stanchezza e una certa delusione, perché i risultati visibili non sono proporzionati all’impegno pastorale, perché la realtà è difficile da decifrare, perché il nostro linguaggio sembra essere diventato incomprensibile a tanti, soprattutto ai giovani. Nondimeno, non dobbiamo avere paura se Roma cambia: accogliamo il cambiamento, con le sue ombre ma anche con le sue luci, come un segno dei tempi in cui il Signore, anche attraverso di noi, è all’opera.

Mons. Feroci, l’altra sera, ci presentava l’immagine suggestiva del Tevere, che è tutt’uno con la città, bagna tutto, senza distinzione di sorta. Ed anche l’immagine del sicomoro, che permette a tutti, anche ai piccoli Zaccheo, di cui è pieno il mondo, di vedere Gesù.

A me torna alla mente l’atteggiamento di San Pietro, descritto negli Atti degli Apostoli, il quale entrando nella casa di Cornelio, un pagano, e trovandovi altri pagani come lui, non si perde d’animo, ma vedendo che su quelle persone era sceso lo Spirito Santo, ebbe a dire: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto” (At. 10, 34-35). Nessuno di noi può dare giudizi e discriminare nessuno: chi conosce il cuore dell’uomo ? Al contrario, dobbiamo esser sostenuti dalla certezza che tutti siamo chiamati a formare l’unico popolo di Dio e disporci ad esso secondo lo stile del buon samaritano. Infatti, proprio applicando al nostro caso l’insegnamento della parabola, nella quale alla domanda: “chi è il mio prossimo?”, Gesù rovescia la prospettiva e chiede a sua volta: “chi si è fatto prossimo dell’uomo caduto in preda ai briganti?”, non è tanto importante sapere chi si sente di appartenere alla comunità cristiana e chi no, dobbiamo domandarci piuttosto quanto come diocesi, parrocchie o altre comunità ecclesiali siamo coscienti che ogni uomo ci appartiene o ci possa appartenere come fratello.

8. Che cosa allora possiamo offrire ai vicini e ai sensibili per tradizione, mentalità, cultura, modo di vivere, e ai lontani e agli indifferenti, perché la Chiesa sia polo di attrazione spirituale e via all’incontro con Cristo?

Facendo frutto delle assemblee di questi giorni, io credo che dovremmo anzitutto risvegliare “uno spirito” e “proporre una prospettiva”. Mi spiego. Si tratta di suscitare o risuscitare e far penetrare con rinnovata convinzione nel corpo ecclesiale il “sensus ecclesiae”, la coscienza della Chiesa, che il magistero conciliare e pontificio e il nostro Sinodo diocesano, hanno promosso. Il Papa ci ha detto: “A queste nostre comunità non deve venir meno la consapevolezza che sono «Chiesa», perché Cristo, Parola eterna del Padre, le convoca e le fa suo Popolo”. E poi ha aggiunto: “La crescita spirituale ed apostolica della comunità porta a promuoverne l’allargamento attraverso una convinta azione missionaria”. Ecco la prospettiva: quella di riflettere e valutare sulla nostra azione pastorale, affinché venga promosso il desiderio della comunione e della missione. “Il concetto ‘Popolo di Dio’ – sono ancora parole di Papa Benedetto – è nato e si è sviluppato nell’Antico Testamento: per entrare nella realtà umana, Dio ha eletto un popolo determinato, il popolo di Israele, perché sia il suo popolo. L’intenzione di questa scelta particolare è di arrivare, per il tramite di pochi, a molti, e da molti a tutti“.

9. Ma come, in concreto, ciò può avvenire? Il Papa ci ha indicato la strada: “Occorre in primo luogo rinnovare lo sforzo per una formazione più attenta e più puntuale alla visione di Chiesa” espressa dal Concilio.

Sulla base anche delle relazioni delle parrocchie e delle prefetture, due aspetti formativi mi sembrano che siano da porre sempre alla base: in primo luogo, una formazione al senso evangelico della vita cristiana e, secondo, la formazione del laicato.

1) Io credo che dobbiamo offrire a tutti anzitutto il Vangelo, la Parola di Dio. Mi hanno fatto sempre molto riflettere le parole di San Paolo che, parlando della ignoranza della parola di Dio, scriveva ai cristiani di Roma: “Come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?” (Rm 10,14).

A me pare che al fondo di tutto vi sia una grande urgenza di arricchire le motivazioni di fede, che in tanti cristiani purtroppo sono deboli o si vanno inaridendo per denutrizione spirituale. Se non si conoscono o si perdono le ragioni della fede biblica ed evangelica, se la fiducia nell’uomo e nella storia sostituisce la fede in Dio e nell’eternità, anche la Chiesa rischia di essere considerata un’associazione di volontariato, un centro di carità del pane, e i cristiani come dei filantropi, dimenticando che il cristianesimo umanizza la città dell’uomo perché crede nella Gerusalemme del cielo. Il rischio di uno sbilanciamento orizzontalista è invece superato da una fede matura, che si nutre della Parola di Dio.

Con la crescita della fede i cristiani possono diventare un segno chiaro e leggibile della ecclesìa, cioè convocazione di uomini e donne, rigenerati dal battesimo, che vogliono essere riconciliazione dell’umanità divisa, frammentata, spesso violenta. Questo è il senso ultimo dell’annuncio evangelico. Gesù ha detto: “Padre che siano una cosa sola…”. Non dobbiamo mai smettere di cercare l’unità.

Le nostre comunità, fortificate dalla Parola di Dio, diventerebbero sempre più centri di irradiazione di comunione, – “la casa e la scuola della comunione”, ci diceva Giovanni Paolo II al termine del Giubileo del 2000, nella Lettera Apostolica Novo millennio ineunte, n. 43 – dove ciascuno cresca respirando vangelo, sia educato al bisogno profondo di essere testimone di riconciliazione, aperto a fare comunione con tutti, trasmettendo serenità e pace, allenandosi a evitare tutto ciò che rende difficile la vita. La Chiesa è questa comunione, per tutti, e deve resistere ad ogni chiusura o concezione elitaria.

Una delle maggiori preoccupazioni di noi adulti dovrebbe essere poi quella di rendere accessibile questa comunione ai giovani, dedicandoci a loro, rimuovendo gli ostacoli sul loro cammino, mostrando loro con la nostra vita, benché povera e modesta, che Dio è amore accogliente.

Questa è la fede evangelica che smuove le montagne, una fede semplice, tanto semplice che attira ad accoglierla. Purtroppo invece tante volte siamo malati nell’anima. Abbiamo bisogno di guarigione. E la guarigione si trova innanzitutto nell’umile ascolto di Dio che ci parla attraverso la sua Parola.

Dovremmo preoccuparci di dare concretamente il primato pastorale al Vangelo e alla Parola di Dio in genere, perchè marchi l’identità personale dei cristiani, ne formi la mentalità, così che sentano il bisogno e il piacere di viverlo e di viverlo insieme con gli altri. Questa è l’appartenenza necessaria, che è coscienza matura dell’ “essere” cristiani, prima che del “fare”.

Dobbiamo riconoscere che nella prassi pastorale tradizionale, quantunque sia cresciuta l’attenzione alla Parola di Dio, su questo punto c’è ancora molta strada da fare per favorire l’assimilazione di questa mentalità evangelica, a cominciare dal ripensare lo spazio concreto previsto a questo scopo nell’orario settimanale delle attività pastorali. Domandiamoci: quale spazio ha, oltre l’omelia domenicale, la Parola di Dio nella vita cristiana della gente? Certo, si tratta di una meta impegnativa, che non ha mai termine, dura tutta la vita, è un processo personale lento, paziente, ha bisogno di proposte chiare, di scelte personali, di accompagnamento, si arricchisce della testimonianza degli altri, e in primo luogo della cura assidua dei pastori e delle guide, la cui responsabilità di essere anzitutto loro, uomini e donne evangelici, è grande.

Se questo stile evangelico caratterizzerà la vita di un numero crescente di persone, fermenterà le nostre comunità che cambieranno volto e diventeranno poli di attrazione ecclesiale per chi vive ai margini della vita comunitaria.

2) Il secondo impegno formativo deve riguardare i fedeli laici. I laici non sono cristiani generici, sono cristiani con una vocazione specifica, quella laicale appunto. Io sono convinto che dopo quanto ha insegnato il Concilio non è più possibile formare i cristiani in modo generico e soltanto con il catechismo per i sacramenti: si richiedono itinerari formativi, che partendo da motivazioni forti per credere giungano a mostrare la bellezza della vita cristiana e, in specie, di quella laicale vissuta secondo il Vangelo.

Se è vero che in questi decenni tanti laici, soprattutto quelli più partecipi della vita ecclesiale, hanno cambiato mentalità nel sentire la Chiesa; se alcuni di essi, purtroppo ancora pochi, avvertono la necessità di una formazione cristiana personale solida, arricchita dalla frequentazione della Parola di Dio, della preghiera, per rispondere ad un bisogno di interiorità; se non c’è parrocchia in cui non ci sia, accanto al sacerdote, un gruppo più o meno numeroso, più o meno preparato di laici, prevalentemente di donne, generosamente impegnati come catechisti, educatori e, in genere, collaboratori attivi della vita della comunità; se i numerosi movimenti ed associazioni ecclesiali sorti dopo il Concilio, caratterizzati da forti identità, hanno prodotto e producono un gran bene alla comunità; nondimeno è da riconoscere che, dopo gli anni dell’entusiasmo conciliare, si è rallentata o è stata insufficiente o affidata a esperienze limitate l’attenzione alla formazione dei laici, sia ai compiti specifici di pastorale ordinaria, sia e soprattutto all’impegno responsabile rivolto all’ambito «secolare», che fa del laico cristiano la «Chiesa nel mondo», se non riteniamo (ed io non lo ritengo) che questo impegno debba essere delegato ad alcuni che operano nel sociale e che comunque sono sempre piccole minoranze. Orbene, dovremmo riprendere la formazione spirituale ed apostolica dei laici, valorizzandone i doni e i carismi personali, se vogliamo che in modo significativo ed efficace si impegnino da cristiani adulti e responsabili nelle sfere mondane della missione della Chiesa, consapevoli di affrontare, con coscienza libera e determinata, una navigazione avventurosa e spesso rischiosa. Certo, va anche riconosciuto che è mancato, o forse non è stato richiesto o non voluto il riferimento alla comunità cristiana da parte della maggioranza dei cristiani laici. È stato detto giustamente: ci troviamo dinanzi ad una «sorta di laico “senza famiglia”, dal momento che […] vive le difficili responsabilità del mondo senza il riferimento…della comunità cristiana» (3). La maggioranza dei laici vivono nell’anonimato, senza una convinta appartenenza e forse nell’astenia della vita cristiana.

Nel famoso discorso di Subiaco, del 1° aprile 2005, il Card. Ratzinger affermava: «Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta, rendano Dio credibile in questo mondo. La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di Lui ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto le porte all’incredulità. Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità. Abbiamo bisogno di uomini il cui intelletto sia illuminato dalla luce di Dio e a cui Dio apra il cuore, in modo che il loro intelletto possa parlare all’intelletto degli altri ed il loro cuore possa aprire il cuore degli altri. Soltanto attraverso uomini toccati da Dio, Dio può fare ritorno presso gli uomini» (4).

10. Nell’ambito di queste riflessioni generali, alcune relazioni hanno rilevato che tanti cosiddetti “lontani” fanno fatica ad identificarsi con la Chiesa per l’ingiusta accusa di farla apparire come la “Chiesa dei no”, oscurando così la bellezza del Vangelo e della vita cristiana.

Crederei di poter dire anzitutto che si tratta di uno stereotipo abilmente propagandato dai media, espressione di una visione culturale ben conosciuta. Risponderei poi che la Chiesa pronuncia dei “sì”: “sì” alla gioia di far nascere nuovi bambini, “sì” alla responsabilità educativa di trasmettere il grande patrimonio della cultura e dei valori del popolo italiano, “sì” al dono di sé che diviene una promessa per sempre nel matrimonio, perché la fine dell’amore è il dolore più grande, “sì” alla valorizzazione del corpo, perché sia segno dell’amore, “sì” alla fiducia che anche la sofferenza ha un senso e che la vita dell’uomo non è in balia del caso. Questi “sì” fanno la dignità dell’uomo e, grazie a Dio, non appartengono solo a chi è cristiano. Chi non sa dire mai un “no”, non sa ancora amare. Con coraggio e pacatezza la Chiesa, che non ha altra forza che quella della parola ragionata e motivata, pronuncia anche dei “no”, dove si accorge che le realtà più vere e più belle dell’uomo sono messe in ombra.

11. Passo ora ad alcuni aspetti più operativi, che sono stati segnalati dalle relazioni.

1) Sono convinto che la formazione di una mentalità evangelica così da aprire al senso della Chiesa, di cui dicevo, si giovi molto dell’ascolto quotidiano della Parola di Dio e della pratica della lectio divina. Le relazioni ci hanno riferito che in molte comunità parrocchiali esistono itinerari di lectio divina, ma hanno affermato che finora sono esperienze non consolidate e accolte da un numero molto ristretto di persone.

Io credo che dovremmo impegnarci ad educare il nostro popolo sia alla preghiera personale con la Parola di Dio, che alle esperienze comunitarie di lectio divina e renderle permanenti, inserendole nell’orario settimanale, anzitutto per quanti sono assidui e impegnati in parrocchia, perché – ci ha detto il Papa – “non smarriscano la loro identità e il loro vigore: essi sono il nucleo della comunità che farà da fermento per gli altri”.

In secondo luogo, il Papa ci ha chiesto di prodigarci “a ridare vita in ogni parrocchia, come ai tempi della Missione cittadina, ai piccoli gruppi o centri di ascolto di fedeli che annunciano Cristo e la sua Parola”.

Naturalmente, non potendo fare riferimento ad una prassi consolidata, dovremmo studiare le modalità, offrire sussidi e preparare persone in grado di guidarle, sotto la direzione dei parroci. È stato proposto un “ministero straordinario della Parola”: una proposta interessante su cui riflettere. Il Vicariato si impegnerà ad accompagnare e sostenere le parrocchie e le altre comunità nella formazione degli operatori.

Non ci sfugga tuttavia l’obiettivo indicato dal Santo Padre a cui questi piccoli gruppi del Vangelo o centri di ascolto dovrebbero tendere: “Questo articolarsi delle grandi parrocchie urbane attraverso il moltiplicarsi di piccole comunità permette un respiro missionario più largo, che tiene conto della densità della popolazione, della sua fisionomia sociale e culturale, spesso notevolmente diversificata. Sarebbe importante se questo metodo pastorale trovasse applicazione anche nei luoghi di lavoro, oggi da evangelizzare con una pastorale di ambiente ben pensata”. Un obiettivo davvero affascinante!

Va da sé che in questo itinerario di maturazione della fede ha una importanza decisiva la domenica, giorno del Signore, e la celebrazione dell’Eucarestia, cuore della vita comunitaria (per questo abbiamo scelto di dedicare all’Eucarestia domenicale il primo ambito della verifica).

2) Il secondo punto riguarda i collaboratori pastorali.

È stato opportunamente sottolineato che l’appartenenza ecclesiale e la corresponsabilità, che nasce nel battesimo, non si misura dall’assunzione o dall’esercizio di un determinato compito all’interno della comunità o dall’appartenere ad un gruppo parrocchiale, ma dal fatto stesso di partecipare e testimoniare anche silenziosamente la fede e la vita ecclesiale in famiglia, nella professione, nel quartiere, ecc. Cosa questa quanto mai preziosa, particolarmente a Roma, dove la maggioranza delle parrocchie sono ad alta concentrazione abitativa e ogni parrocchia, se percepita come la casa di tutti, è il punto privilegiato di aggregazione e di irradiazione del Vangelo. Così tante famiglie o singole persone pur non avendo uno specifico compito (e ciò per mille ragioni), pienamente appartenenti alla comunità ecclesiale non per questo sono meno corresponsabili degli altri, se testimoniando coscientemente la fede permettono alla Chiesa di

Roma di conservare la sua caratteristica di Chiesa popolare.

Nondimeno la proposta di accogliere un compito e di diventare collaboratore nella comunità ecclesiale è quanto mai importante, non in quanto si offre un aiuto al sacerdote, ma in quanto si diventa “collaboratori di Dio (1 Cor 3,9), come dice San Paolo. Ora la crescita nell’appartenenza ecclesiale da parte di tanti fedeli si giova non poco – come è stato rilevato – del numero e della qualità dei collaboratori pastorali, che generalmente non sono molti, rispetto alle esigenze. Senza un numero adeguato di collaboratori – pensiamo ai catechisti, agli animatori liturgici, agli operatori della Caritas, agli animatori dell’oratorio e della pastorale giovanile, ai responsabili dei gruppi di pastorale familiare, ecc. – , è inevitabile una riduzione dell’azione missionaria nella comunità. In tal senso incoraggio tutti a promuovere e favorire nuove disponibilità con proposte a persone che potrebbero dirsi disponibili. Se, grazie a Dio, in talune parrocchie sono in crescita numerica e vivono una forte appartenenza alla chiesa, in altre si assiste ad un diminuzione del numero, così che quelli che diventano anziani non sono rimpiazzati da forze giovani.

È stato pure osservato che “buoni collaboratori generano nuovi collaboratori”, ma purtroppo non è sempre così. Si è lamentato infatti che da taluni il servizio viene portato avanti con spirito autoreferenziale, così da non fare spazio a nuovi collaboratori, e ciò induce sottilmente un processo di chiusura. Come pure non mancano casi in cui il modo di porsi con la gente è ricevuto come un rapporto burocratico. È stato detto: il rapporto non è sempre felice ed incoraggiante, e per chi è debole nella fede, questo stile non incoraggia l’accoglienza.

Per fare qualche esempio, ma ciò vale per ogni relazione pastorale, quanto può essere fecondo il rapporto dei catechisti con i genitori dei bambini o dei ragazzi negli anni dell’iniziazione cristiana: un incontro riuscito può significare l’inizio di un dialogo di fede e un ritorno alla vita ecclesiale, come pure la presa di coscienza della responsabilità della famiglia nel cammino cristiano dei figli. Oppure quanto è fruttuoso saper accompagnare con una forte testimonianza la maturazione dei giovani (il mondo giovanile – è stato detto giustamente – resta un mondo difficile da agganciare), affinché divengano a loro volta riferimento per i ragazzi che crescono all’oratorio. Altrettanto è da dire per l’azione di vicinanza amorevole della Chiesa esercitata dalle Caritas parrocchiali verso tante persone ferite materialmente e spiritualmente. In questo specifico ambito, i diaconi – ce lo ha ricordato anche il Papa – “potranno svolgere un utile servizio”.

Se è vero, infatti, che la comunione apre alla missione, è vero anche il contrario: che la missione, svolta con un particolare stile, fa nascere il desiderio della comunione. Un’accoglienza cordiale e incoraggiante è via al Vangelo. Il Vangelo passa da persona a persona. Chi si avvicina alla comunità cristiana e avverte un clima cordiale, di rispetto e di ascolto di sé e dei suoi problemi, trova già la strada spianata per una risposta convincente alla sua ricerca di fede.

Naturalmente allo stile ecclesiale di accoglienza e di carità deve seguire una buona proposta formativa. Oggi, cari amici, non possiamo dare per scontate cose che scontate non sono: una fede consapevole non si può presupporre, va proposto un cammino di fede a partire dal primo annunzio. L’esperienza ci dice che i frutti non tardano a maturare.

Questa è la via da percorrere anche con gli adolescenti e i giovani, (verso i quali, anche a livello di diocesi, dobbiamo fare di più per una specifica e non facile preparazione degli operatori) che hanno bisogno non solo di una programmazione pastorale, ma – è stato detto con espressione suggestiva – di una vera e propria “gestazione”. I ragazzi chiedono soprattutto una presenza, in particolare del sacerdote che accetti di camminare con loro, anche se accompagnata da altri collaboratori. Per questo gli spazi dell’oratorio sono importanti. L’esperienza ci dice che le parrocchie dove vi è maggiore senso di appartenenza ed esercizio di corresponsabilità hanno alle spalle una grande tradizione di oratorio, di campi estivi o di GREST ed, insieme, di ritiri, convivenze, perché la relazione fraterna possa avere occasione di approfondirsi e di maturare.

Io sono convinto che i problemi sopra segnalati possono essere quanto meno ridotti con una maggiore formazione dei collaboratori, perché anche per essi non si può presupporre ciò che non c’è. La disponibilità non colma, né sostituisce un cammino di seria formazione. Formazione a che cosa? Anzitutto a che prendano coscienza delle motivazioni profonde del loro essere collaboratori pastorali o del loro operare da missionari in un ambiente determinato. Non si dovrebbero affidare compiti formativi a persone che non siano motivate cristianamente per la qualità della loro vita personale, anche se mi rendo conto che non è una cosa facile, particolarmente oggi. Noi sacerdoti, in particolare, dobbiamo credere che il tempo dedicato alla formazione dei collaboratori non è sciupato. Anche in questo campo il Vicariato potrà offrire un maggiore aiuto a livello di Prefetture, studiando con gli stessi parroci e i consigli pastorali itinerari appropriati alle diverse esigenze.

3) Un altro aspetto importante della formazione dei collaboratori – si è insistito in molte relazioni – riguarda l’educarli alla “collaborazione”, cioè alla capacità di lavorare in uno spirito di comunione. Questa esigenza è avvertita in particolare in quelle realtà fortemente caratterizzate dalla presenza di uno o più movimenti o cammini di fede che, in qualche modo, segnano tutta la comunità parrocchiale. Basti ricordare le parole del Santo Padre al riguardo: “Vorrei chiedere ai movimenti e alle comunità sorti dopo il Vaticano II, che anche all’interno della nostra Diocesi sono un dono prezioso di cui dobbiamo sempre ringraziare il Signore, …, di curare sempre che i loro itinerari formativi conducano i membri a maturare un vero senso di appartenenza alla comunità parrocchiale“. Aggiungo solo che i doni che il Signore ci concede, sono per il bene di tutti, senza altra pretesa.

4) Una parola in particolare vorrei aggiungere sui consigli pastorali parrocchiali o di altra realtà ecclesiale. Credo che sia uno dei punti in cui la corresponsabilità dell’insieme di tutti i membri del popolo di Dio possa maggiormente esprimersi, perché è una delle forme più evidenti del passaggio dei laici da “collaboratori” del clero a “corresponsabili” dell’essere e dell’agire della Chiesa.

Voluto dal Concilio il consiglio pastorale parrocchiale è un organismo che stenta a decollare. Le esperienze – è stato detto – da noi sono varie: vi sono realtà mature, dove il consiglio pastorale è il luogo del discernimento, della progettazione e delle decisioni pastorali; vi sono esperienze dove ancora non si è capito il valore comunionale del consiglio, perché si fa fatica perfino ad andare d’accordo; non mancano poi esperienze di acquiescente adesione a decisioni già prese, per cui il consiglio pastorale diventa un organo di formale ratifica; oppure parrocchie in cui non esiste ancora alcun organismo di partecipazione.

Vorrei incoraggiare tutti ad avere fiducia del consiglio pastorale: l’ascolto vicendevole e il coinvolgimento negli orientamenti della guida della comunità fanno solo bene. Una riflessione sulla natura comunionale e l’apprendimento di uno stile ecclesiale di conduzione di questo organismo può far superare le resistenze e le difficoltà.

5) Un altro punto che favorisce il senso di appartenenza ecclesiale e di corresponsabilità è la cosiddetta “pastorale integrata”, vale a dire la capacità di lavorare in rete, che si esprime sia tra i diversi ambiti della pastorale parrocchiale, a livello interparrocchiale oppure di prefetture, sia con realtà esterne: ad es. parrocchia-famiglia-scuola.

Si tratta di contesti pastorali diversi, ciascuno dei quali richiede un approccio distinto. Per l’ambito ecclesiale, sia parrocchiale che di prefettura, direi che dobbiamo evitare lo scandalo della divisione ed impegnarci a favorire la comunione, seppure non è sempre facile. Mi preoccupa, in particolare, che la gente di uno stesso territorio rimanga disorientata dinanzi a scelte e prassi pastorali e comportamenti talvolta eccessivamente diversificate o addirittura contrastanti. Non dimentichiamo mai che prima delle nostre personali sensibilità, c’è l’unità della fede e della disciplina ecclesiale.

Altro ambito è quello del lavorare in rete con le realtà esterne. Questo è un ambito interessante e fecondo, ma nel quale siamo solo agli inizi. Io credo che quanto più crescerà in tutti noi la coscienza e l’esperienza di essere Chiesa, tanto più saremo capaci di intessere relazioni feconde con i diversi centri educativi e della vita delle persone. Naturalmente nel rapporto scuola-parrocchia, la cooperazione dei professori di religione e degli altri insegnanti cattolici resta essenziale.

Come pure sarebbe auspicabile che sorgessero, almeno a livello di prefettura, “centri culturali” o gruppi di collaborazione tra le comunità ecclesiali e le diverse realtà sociali e civili per la promozione del bene comune, nei quali i fedeli-laici siano protagonisti. Il laico cristiano, che ha trovato in Gesù Cristo il senso ultimo della sua vita, deve farsi amico cordiale e segno di speranza per ogni uomo, impegnandosi in prima persona per la giustizia e facendosi coscienza critica della società. In nome dell’uomo e della sua dignità i laici credenti sono chiamati a condividere con gli altri, anche non credenti, obiettivi e finalità a favore di quanti sono meno provveduti, sulla base di valori condivisi che possono motivare un impegno. Il cristiano si fa compagno di strada di chiunque, auspicandone la presa di coscienza che il vangelo dà fondamento e futuro ai valori condivisi.

12. Meritano infine attenzione alcune problematiche specifiche. Ne segnalo in particolare tre:

1) le difficoltà pastorali delle parrocchie del centro storico, che per il limitato numero di abitanti e l’elevatissima presenza quotidiana di persone che vi lavorano o di turisti che vi transitano, pongono la questione di un progetto organico specifico.

È stato detto: in queste chiese è necessario e importante anzitutto uno stile di accoglienza. Non basta tenere le chiese aperte a tutte le ore, se la gente non incontra nessun sacerdote o laico disposto ad ascoltarlo, ad accoglierlo, a fargli sentire la materna attenzione della Chiesa che ha una proposta da offrirgli.

2) Problematica pastorale urgente del tutto nuova riguarda l’integrazione nella vita ecclesiale delle persone immigrate e della interazione di quelle cattoliche, in numero sempre crescente, soprattutto nei quartieri periferici, dove, salvo eccezioni, le parrocchie riescono per ora a prestare soltanto qualche soccorso. Si tratta di un argomento che investe anche aspetti formativi sul rapporto fra fedi e culture, verso i quali è necessaria una adeguata apertura e preparazione.

3) Infine, le problematiche delle comunità ecclesiali di ambiente, come le diverse cappellanie, che agli altri problemi aggiungono quello di penuria di strutture e di spazi per poter vivere meglio con i momenti cultuali quelli di formazione e di fraternità.

13. Cari fratelli e sorelle! Il cammino di verifica che abbiamo intrapreso non è un semplice ritocco estetico al volto della Chiesa di Roma, vuole essere opera dello Spirito Santo e della nostra cooperazione, per la salvezza di tanti fratelli e sorelle. Sono convinto che una rinnovata vitalità della Chiesa di Roma, irrorata dal sangue degli apostoli Pietro e Paolo, di tanti martiri e testimoni della fede, è un modo, non l’unico, ma il nostro primo modo, di concorrere anche alla elaborazione di una idea di una nuova città. Apriamo da oggi un cammino di fiducia nella nostra Chiesa diocesana, in ogni parrocchia, in ogni ambiente in cui il Signore ci dona di vivere. Siamo alla vigilia della solennità della Pentecoste e mi piace chiudere con queste parole del Concilio, che sono un atto di fede nell’opera dello Spirito: “Lo Spirito Santo dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio e in essi prega e rende testimonianza della adozione a figli. Egli guida la Chiesa verso tutta intera la verità, la unifica nella comunione e nel servizio, la provvede di diversi doni gerarchici e carismatici coi quali la dirige e la abbellisce dei suoi frutti. Con la forza del vangelo la fa ringiovanire, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo. Infatti lo Spirito e la Sposa dicono al Signore Gesù: Vieni!” (L.G., 4).

Laterano, 29 maggio 2009

Agostino Card. Vallini

Note del testo

(1) Il Concilio ha insegnato che tutti gli u omini sono chiamati all’unità cattolica del popolo di Dio, “alla quale in vario modo appartengono o sono ordinati” (L.G., 13), anche “quelli che non hanno ancora ricevuto il vangelo” (L.G., 16). Nella Chiesa, che “è necessaria alla salvezza”, si entra “mediante il battesimo” (L.G., 14) e ad essa sono “pienamente incorporati” quelli che sono uniti dai vincoli della professione della fede, dei sacramenti, della comunione gerarchica (L.G., 14); sebbene “per più ragioni” la Chiesa è unita “con coloro che, battezzati, … non professano la fede integrale o non conservano l’unità della comunione sotto il successore di Pietro” (L.G., 15).

(2) J. Ratzinger, Lettera a Marcello Pera, in M.Pera -J. Ratzinger, Senza radici, Mondatori, Milano 2004.

(3) Bignardi P., Esiste ancora il laicato?, Ave 2006, p. 29.

(4) L’Europa nella crisi delle culture, Ediz. Cantagalli 2005, p. 28.