2007/2008 2/ SANTA MARIA IN ARACOELI E LA LETTERA AI ROMANI

Basilica di Santa Maria in Aracoeli al Campidoglio, piazza del Campidoglio e carcere Mamertino: la Lettera di san Paolo apostolo ai Romani ed il primato di Dio.

II incontro del corso sulla storia della chiesa di Roma

di don Andrea Lonardo

Mettiamo a disposizione la trascrizione del II incontro, dedicato alla Lettera di san Paolo apostolo ai Romani, del corso di formazione per catechisti sulla storia della chiesa di Roma proposto dall’Ufficio catechistico e Servizio per il catecumenato della diocesi di Roma, tenutosi il sabato 10/11/2007, presso la basilica di Santa Maria in Aracoeli al Campidoglio. Il testo è stato sbobinato dalla viva voce degli autori e conserva uno stile informale. Sono già on-line le trascrizioni degli incontri precedenti e, appena possibile, lo saranno anche le successive. Il calendario degli incontri con l’indicazione dei luoghi nei quali si svolgono è on-line sul sito dell’Ufficio catechistico della diocesi di Roma http://www.ucroma.it/  

Per una introduzione agli altri luoghi paolini romani, vedi La Basilica di San Paolo fuori le mura (http://www.gliscritti.it/approf/luogiub/lugcap2.htm#_Toc514781579)  capitolo del volume I luoghi giubilari a Roma, a cura di Andrea Lonardo (http://www.gliscritti.it/approf/luogiub/luogiub.htm). La trascrizione del primo incontro del corso, dedicata alle chiese di Santa Prisca e Santa Sabina all’Aventino ed agli Atti degli apostoli, con particolare riferimento ad Aquila è Priscilla è disponibile on-line. Le foto che illustrano l’itinerario descritto in questo testo sono on-line nella Gallery Santa Maria in Aracoeli, piazza del Campidoglio e carcere Mamertino (http://www.gliscritti.it/gallery2/v/album_043). Per ulteriore materiale, cfr. la mostra L’ignoranza delle Scritture (http://www.gliscritti.it/approf/mbibbia/mbibbia.htm) e la pagina tematica Sacra Scrittura (http://www.gliscritti.it/tematiche/argomento/s_scrittura.htm) in riferimento all’epistolario paolino. 

La lettera di san Paolo apostolo ai Romani ed il suo sguardo sul Campidoglio

Visita alla basilica dell’Aracoeli

Piazza del Campidoglio

La terrazza sui Fori

Davanti al carcere Mamertino

La lettera di san Paolo apostolo ai Romani ed il suo sguardo sul Campidoglio

Perché questo luogo, Santa Maria in Aracoeli, per presentare la Lettera ai Romani? L’odierna chiesa sorge nel luogo più sacro dell’antica Roma pagana. È difficile oggi rendersene conto a motivo degli edifici famosi che sorgono in Campidoglio ed i romani di oggi a volte non conoscono nemmeno l’antica funzione di questo colle.

Ai tempi di san Paolo gli edifici del Campidoglio erano volti verso i Fori, mentre adesso la piazza è volta verso il centro-città perché nel Medioevo e nel Rinascimento la città si è chiusa nell’angolo del Campo Marzio e dei rioni maggiormente protetti da Castel Sant’Angelo. Ai tempi di Paolo -lo vedremo dalla terrazza panoramica- i templi del Campidoglio avevano, invece, le facciate visibili dai Fori, perché era nei Fori che si svolgeva la vita cittadina.

Il colle Campidoglio comprende due cime che si chiamano l’Arx, l’Arce -dove siamo noi ora, dove sorge Santa Maria in Aracoeli- e, dall’altra parte, il Capitolium.

Sulle due sommità c’erano i due grandi templi capitolini. Sul Capitolium c’era il tempio di Giove Ottimo Massimo, che è l’equivalente latino dello Zeus greco, il dio supremo del pantheon romano (da Zeus/Giove viene la nostra parola Dio, attraverso il latino Deus) venerato con le sue due donne, la moglie Giunone e la figlia Minerva che, con lui, formano la triade capitolina.

Deus è la divinità paterna, divinità solare, dio del cielo, dei fulmini e del tuono, Giunone è divinità lunare, femminile, protettrice dei parti e della fecondità, Minerva è la dea dell’intelligenza e delle arti. Se visiterete i Musei Capitolini, potrete vedere i resti del maestoso basamento di questo tempio che sono stati riportati alla luce nei recenti scavi, subito dietro l’esedra sistemata dall’architetto Aymonino dove è stata collocata la statua equestre di Marco Aurelio.

Sull’Arx, cioè proprio dove ora è la chiesa dell’Aracoeli, era l’altro grande tempio, quello dedicato a Giunone Moneta, cioè a Giunone venerata come l’ammonitrice, la consigliera. Siccome vicino a questo tempio sorgeva la zecca romana ne è derivata la nostra parola moneta ad indicare il denaro, dall’attributo di Moneta dato a Giunone.

Qualsiasi corteo trionfale giungesse a Roma, dopo aver percorso la Via Sacra, dopo aver attraversato i Fori, saliva qui in Campidoglio per rendere onore alla triade capitolina. Noi vediamo oggi la Via Sacra con gli archi trionfali che sono stati via via aggiunti, fino a Costantino (alcuni sono scomparsi e ne abbiamo solo dei bassorilievi superstiti nei musei). In ordine, avvicinandoci dal Colsseo al Campidoglio, abbiamo oggi l’arco di Costantino, poi quello di Tito, poi quello di Settimio Severo. Dopo esser passati sotto gli archi trionfali, i cortei imperiali salivano al Campidoglio. I prigionieri che erano condotti al seguito del corteo venivano lasciati al carcere Mamertino, dove qualcuno veniva decapitato. Siamo certi che Giulio Cesare ha fatto questo percorso con Vercingetorige in catene. Così Tito, dopo aver domato la rivolta ebraica ed aver distrutto il Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., è salito qui con Simone di Giora difensore di Gerusalemme incatenato, portando nel suo trionfo gli oggetti derubati al Tempio -possiamo vedere ancora il candelabro a sette braccia scolpito sotto l’arco a lui dedicato.

Il primo che si rifiuterà di salire qui, dopo la sua vittoria, sarà Costantino, sebbene non fosse ancora diventato cristiano. È un fatto che viene di rado sottolineato, ma che è storicamente certo e molto importante: egli andò direttamente al palazzo, al Palatino, rifiutandosi di venerare gli dei della triade capitolina.

Ancora nel Medioevo e nel Rinascimento l’Aracoeli, che prende il posto, come vedremo, dei templi pagani, è il luogo più alto; chi giungeva da piazza del Popolo lo vedeva davanti a sé. Ora non è più così perché Vittorio Emanuele II, con tutta la retorica del Risorgimento, ha voluto nascondere la chiesa ed il Campidoglio con il suo Vittoriano, che è ora molto più alto degli edifici precedenti -questa evidenza architettonica vi può dare l’idea del clima culturale che era sotteso allora all’unità d’Italia.

Ma se uno fosse entrato in Roma prima del 1870 avrebbe visto il fondo a via del Corso, proprio la chiesa dell’Aracoeli, perché al tempio di Giunone Moneta si sostituì questa chiesa.

San Paolo, dunque, ha abitato per un lungo periodo a Roma, forse tra i 3 ed i 5 anni. È difficile stabilirlo con sicurezza perché non sappiamo se sono state una o due le permanenze di Paolo a Roma ed, eventualmente, cosa abbia fatto nel periodo intermedio. Compagno di Paolo, almeno in una gran parte di questa sua presenza a Roma, è stato san Luca, poiché quest’ultimo è giunto a Roma con l’apostolo ed è rimasto con lui per aiutarlo, come si è visto nel precedente incontro, secondo il racconto delle sezioni-noi degli Atti, quando i verbi passano alla prima persona plurale, segno che l’autore degli Atti era con Paolo: “Noi arrivammo a Roma”. Paolo arriva a Roma dopo aver percorso nei suoi viaggi apostolici circa 16.500 chilometri (a piedi, in barca a vela ecc.).

Possiamo immaginare quello che avrà provato dinanzi a questi due templi di Giove e di Giunone Moneta leggendo quello che succede all’Areopago di Atene, come ci raccontano gli Atti 17,16:

Mentre Paolo […] attendeva ad Atene, fremeva nel suo spirito al vedere la città piena di idoli.

L’Acropoli di Atene aveva la stessa funzione cultuale e simbolica del Campidoglio in Roma. Dalla Stoà, la zona porticata sottostante, e dall’Areopago, il tribunale di Ares, Paolo vedeva in alto il Partenone, il tempio di Atene Parthènos, cioè vergine, e gli altri templi dell’Acropoli. E fremeva! Noi vediamo oggi la bellezza artistica di quei luoghi e -credo- anche Paolo ne era consapevole. Dice, infatti: “Dio non dimora in templi costruiti dalle mani degli uomini” (At 17,24). Sta parlando del Partenone!

Egli fremeva perché si rendeva conto che quel modo di venerare gli dei non corrispondeva alla bellezza di Dio. Il suo fremere era proprio questo desiderio della verità, che lo portava a dire: Dio è più vero, più buono, più bello di come lo rappresentate, non è la statua di Zeus, o di Giove, Giunone e Minerva: Dio è come Gesù ce lo ha rivelato. E come all’Areopago ad Atene, anche qui avrà cominciato a discutere con i pagani, con i romani, spiegando perché Dio si è rivelato in Gesù, si è manifestato in lui ed in lui ci ha salvato.

Immaginate allora che san Paolo sia salito qui in alto, sul Campidoglio, sia venuto qui a visitare i templi capitolini -io sono sicuro che l’avrà fatto- oppure che li abbia guardati dal basso, dai Fori o dalla parte retrostante, dove oggi sorgono le due scalinate verso piazza Venezia. La tradizione ha situato nella zona dell’odierna chiesa di San Paolo alla Regola, vicino al Lungotevere, vicino via Giulia, il luogo dove per un certo periodo Paolo sarebbe stato agli arresti domiciliari (l’espressione “alla regola” viene fatta derivare proprio da questa sua condizione,  anche se la finale degli Atti 28, 30 ci parla di una “casa presa a pigione” da Paolo; regola potrebbe però anche derivare dall’arenile del fiume); secondo questa tradizione Paolo, per usare una terminologia moderna, avrebbe dovuto presentarsi ad intervalli regolari alle autorità per dimostrare che non si era allontanato da Roma. Certamente Paolo ha, comunque, potuto spostarsi in città nel lungo periodo in cui vi ha soggiornato.

Con la lettera di Paolo ai Romani, lettera che precede i fatti che abbiamo immaginato, siamo al secondo documento storico certo che possediamo sulla storia dei cristiani a Roma.

Abbiamo già visto nell’incontro precedente a Santa Prisca che la prima notizia certa sui cristiani a Roma ci riporta al 49 d.C., quando l’imperatore Claudio caccia i giudei da Roma, probabilmente solo una parte di loro. Ricordate il testo latino che abbiamo analizzato dove si dice: «Judaeos impulsore Chresto assidue tumultuantes Roma expulsit». C’era un certo Cresto che agitava le acque, che faceva sì che gli ebrei della capitale tumultuassero, fossero in tensione ed in lite. Probabilmente lo storico Svetonio che ci riporta il passo nella sua vita di Claudio (Claudius 25) non si era reso conto che si trattava di Cristo. Per il fenomeno dello iotacismo -l’interscambio dei suoni i ed e- Cresto equivale a Cristo e Cresto non era un ebreo di Roma, ma era Gesù il Cristo del cui nome si discuteva nella comunità ebraica di Roma in maniera così accesa già nel 49 d.C. che il tumulto giunse all’attenzione dell’imperatore. Abbiamo visto come questa notizia si accordi con le notizie su Aquila e Priscilla forniteci dagli Atti: erano due coniugi di Roma ed insieme a tanti altri ebrei ed ebrei diventati cristiani erano stati allontanati da Roma sotto Claudio (At 18, 2), motivo per cui Paolo incontra poi i due a Corinto.

Il secondo documento certo in ordine cronologico che riguarda il cristianesimo a Roma è il testo che cerchiamo di conoscere in questo secondo incontro, la Lettera ai Romani. Noi non possiamo sapere, allo stato attuale delle fonti, come sia arrivato il Cristianesimo a Roma prima di Aquila e Priscilla. Non c’erano stati ancora Pietro e Paolo e con tutta probabilità il cristianesimo arrivò qui grazie a mercanti, viaggiatori, politici che si erano convertiti in Giudea e avevano poi portato la fede a Roma. Come se un odierno commerciante o uomo d’affari si spostasse e, parlando di Gesù nei luoghi nei quali si trova a lavorare temporaneamente, facesse nascere la fede in nuovi cristiani. Roma è diventata cristiana così, solo dopo sono arrivati i due apostoli per confermare questa fede.

Paolo scrive la Lettera ai Romani tra il 56 ed il 57 ca. -sono cioè passati 7-8 anni dalla nostra prima fonte sui cristiani a Roma sotto Claudio. Siamo già durante l’impero di Nerone, quinto imperatore della dinastia giulio-claudia. Paolo scrive questa lettera per preparare il suo viaggio. Non è ancora venuto a Roma però conosce già moltissimi cristiani romani. Vuole passare a Roma, forse per andare in Spagna. Nella lettera dice che vorrebbe condividere con i Romani il dono del vangelo e poi andare in Spagna, annunziare anche lì il vangelo e tornare. Non sappiamo se sia mai andato in Spagna. Riuscirà invece a venire a Roma, ma proprio qui sarà ucciso.

La terza notizia sicura in ordine cronologico sui cristiani a Roma sarà la venuta di Paolo nella capitale che è descritta alla fine degli Atti degli Apostoli (At 28); gli esegeti la situano a distanza di almeno un anno dall’invio della lettera. Paolo, insomma, scrive la sua lettera alla comunità cristiana di Roma e dopo un certo periodo vi arriva di persona. L’ultimo incontro di questo primo anno del nostro corso sulla storia della chiesa di Roma lo faremo a maggio, percorrendo alcuni chilometri a piedi lungo l’Appia, dove c’è ancora l’antico basolato romano, per camminare sulle pietre su cui l’apostolo ha camminato per arrivare a Roma.

La Lettera ai Romani è probabilmente l’ultima lettera autentica di Paolo. Siamo nel 56-57 ca., Paolo dovrebbe avere almeno 50 anni -se la sua nascita viene situata nel 7 d.C., come ci suggerisce il prossimo anno paolino, ma questa data non è sicura- e si prepara a fare questo grande viaggio missionario. È la lettera più lunga del suo epistolario (oltre ad essere la più lunga lettera dell’antichità classica) ed è per questo che viene posta per prima nell’epistolario paolino; viene posta per prima anche perché è dedicata alla chiesa di Roma che era evidentemente considerata la più importante, la chiesa di riferimento per la fede di tutti.

Il cristianesimo ha inventato il genere letterario vangelo (non esiste questo genere prima del vangelo di Marco), perché i cristiani si sono resi conto che dovevano raccontare la storia di Gesù. Siccome la fede cristiana consiste nella persona di Gesù bisogna raccontare la sua vita, tutto ciò che ha detto e ha fatto. Ma i cristiani -questo è meno noto- hanno inventano anche il genere epistolare, attraverso san Paolo. Le lettere precedenti erano o delle lettere amministrative, contabili, oppure erano brevi lettere personali, oppure ancora erano delle finte lettere, per esempio l’epistolario di Seneca, cioè in realtà dei trattati filosofici composti da lettere successive invece che da capitoli di modo che l’autore presentava la sua trattazione come se avesse scritto delle lettere successive l’una all’altra, ma in realtà questi epistolari filosofici nono sono mai stati spediti, sono solo delle finzioni letterarie.

San Paolo fonda questo genere letterario scrivendo delle lettere realmente inviate a delle reali comunità che le dovevano poi leggere. La lettera nasce così dalla necessità e dal desiderio di comunicare ciò in cui si crede, come in un’odierna enciclica, in relazione a ciò che i destinatari vivono, pensando alla loro fede, a chi si ha dinanzi. Queste lettere sono scritte per essere poi lette nelle assemblee comunitarie, cioè nella liturgia.

Immaginate allora che qui a Roma, non sappiamo precisamente dove, in case come in quella di Aquila e Priscilla che accoglievano i cristiani, viene recapitata la lettera di Paolo ai Romani tramite dei cristiani a cui era stata affidata; viene letta e viene poi trasmessa per essere letta in tutte le diverse case di riunione dei cristiani di Roma, passando di mano in mano. Possiamo immaginare uno di questi cristiani che si pone in un luogo un po’ più elevato e la legge ad alta voce a tutti, perché tutti la possano ascoltare -a quei tempi scrivere era estremamente costoso e non era possibile distribuire a tutti fisicamente la lettera ed essa veniva proclamata ad alta voce e tutti ascoltavano di seguito questi 16 capitoli della lettera quando veniva letta.

La Lettera ai Romani può essere divisa nell’introduzione (Rm 1,1-15), nella prima parte dottrinale (Rm 1,16-11,36), nella seconda parte parenetica (Rm 12,1-15,13) ed, infine, nella conclusione (Rm 15,14-16,27)

Nella parte dottrinale Paolo parte dalla considerazione che l’uomo è un mistero, che l’uomo non basta a se stesso, perché pur essendo unico fra tutte le creature non riesce a vincere il male che porta in sé. L’uomo non riesce, cioè, a capire ed a salvare se stesso. Se l’uomo guarda veramente, non con superficialità, alla propria vita -dice Paolo,- comprende di essere un mistero a se stesso (la parola mistero è applicata precisamente all’uomo, nella lettera, quando si parla del mistero dell’indurimento di Israele dinanzi al Cristo, in Rm 11,25).

Paolo è consapevole che nell’uomo esiste qualcosa di ineffabilmente grande, innanzitutto il fatto che l’uomo possa conoscere Dio.

In Rm 1,19-20 leggiamo, infatti:

Poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute

Paolo afferma così che una persona che contempla le meraviglie dell’alternarsi dei tempi e delle stagioni, l’armonia del cosmo, il sole e gli astri, il ripetersi continuo delle orbite celesti, può rendersi conto che questa realtà che vede è segno del suo creatore. Se ciò che vedo è bello, vuol dire che Dio è ancora più bello, se questa realtà mi nutre, vuol dire che Dio è ancora di più il mio nutrimento.

L’uomo, dice Paolo, ha questa capacità di riconoscere Dio, non l’ha perduta con il peccato. Ogni uomo, di qualsiasi parte della terra, ha questa capacità di percepire Dio.

Rm 2,14-15 ci fa fare un passo ulteriore:

Quando i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo legge, sono legge a se stessi; essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano ora li difendono.

Non solo l’uomo si rende conto che non può esistere solo la materia, ma che c’è Dio che è all’origine di questa realtà, ma l’uomo, guardando dentro se stesso, può arrivare a dire: “So che esiste il bene ed il bene io lo debbo compiere”. È la grande affermazione del valore della nostra coscienza, voce di Dio in noi. Nel linguaggio moderno la coscienza viene talvolta invocata come scusa per non fare qualcosa. Siamo abituati a sentire persone che affermano che dobbiamo rispettare la loro coscienza, perché non gli va di fare qualcosa.

Ma nella tradizione morale, filosofica, la coscienza è l’esatto contrario, è l’obbligo della responsabilità. La coscienza è quella voce intima che ti dice che tu non puoi disinteressarti degli altri: se abbiamo del denaro, delle capacità, del tempo, dobbiamo metterlo a disposizione.

La coscienza è qualcosa che richiama alla responsabilità, all’amore, al rapporto. Paolo dice che la coscienza parla dentro ogni uomo; anche i pagani che non conoscono la rivelazione di Dio ad Israele, i pagani che non conoscono il vero Dio, hanno però dentro di loro una voce che li richiama e, se stanno facendo il male, impone loro di fare il bene. Una voce che dice che diventerai bello se farai il bene! Infatti, la coscienza non è, in realtà, come un grillo parlante noioso che ti fa la predica per distruggere la tua gioia, ma è quella voce che ti dice che solamente il bene merita di essere seguito e che lo merita anche se costa fatica.

Ad Atene, nel brano che già abbiamo citato, Paolo discute con gli epicurei e con gli stoici, nella Stoà di Atene. Pensate che anche Epicuro, il filosofo del piacere, diceva che nessuno può essere felice se non è anche buono. Epicuro contraddiceva quelli che gli attribuivano l’idea di un piacere fatto tutto di cibi, bevande, sesso e divertimenti. Epicuro affermava, invece, che può essere felice solo una persona che sa di condurre una vita bella, una vita buona e virtuosa, una vita con un senso del bene morale. Chi ha una vita senza significato, senza capacità di donare, in realtà non è felice. Questo deve essere evidente per tutti noi: una persona che cercasse solo piaceri materiali si illuderebbe, avrebbe l’impressione di divertirsi ma non avrebbe nel cuore la gioia.

La coscienza in questo caso ti dice che non sei felice perché la tua vita non significa niente. La coscienza di ciò che è bene e di ciò che è male è presente in ogni uomo, afferma la Lettera ai Romani.

Ma subito Paolo aggiunge l’altro aspetto, anch’esso appartenente al mistero dell’uomo, di ogni uomo:

Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio (Rom 3,23).

Per Paolo è evidente, a fianco della grandezza dell’uomo, l’esistenza delle sue ombre. Nell’uomo, in ogni uomo, egli percepisce la schiavitù del peccato. Nel descrivere la situazione dell’uomo, Paolo accoglie la divisione ebraica dell’umanità nei due grandi gruppi dei pagani e degli ebrei. Abbiamo già visto nel mosaico di Santa Sabina, la scorsa volta, l’immagine delle due donne, l’ecclesia ex circumcisione (la chiesa che proviene dalla circoncisione) e l’ecclesia ex gentibus (la chiesa che proviene dalle genti) che rappresentano la totalità della chiesa e dell’umanità.

Paolo, descrivendo la vita degli ebrei e dei gentili -ricordiamo che per gentili si intendono le genti, cioè i popoli pagani, i popoli non appartenenti all’ebraismo- mostra che in realtà tutti hanno coscienza di non riuscire a vivere secondo il bene. Ogni uomo ha dentro di sé il desiderio di essere buono, di essere felice, ma non la capacità di riuscire in questo.

È il mistero dell’uomo: perché l’uomo vuole essere buono, se poi non riesce ad esserlo? Pensate a una delle frasi più importanti e famose di questa lettera di Paolo ai Romani:

Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto… io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (Rom 7,15-25).

Perché io faccio il male? Perché l’uomo fa il male? Mi raccontavano in questi giorni di una catechesi di un sacerdote che spiegava quanto fosse banale l’affermazione che spesso sentiamo dire: “Perché mi devo confessare? Che ho fatto di male? Non faccio nulla!”. Questo sacerdote domandava: “Chi sarebbe disposto a proiettare come in un film le cose che ha pensato nel corso dell’ultima settimana e a farle vedere a tutti? Chi accetterebbe che tutti sappiano i pensieri avuti nei confronti degli altri, delle cose, nell’ultima settimana? Vi rendete conto che sarebbe un film vietato ai minori di diciotto anni? Non possiamo far vedere tutto quello che abbiamo dentro di noi perché non sarebbe una cosa educativa!”.

Noi sappiamo che dentro di noi oltre al bene abita anche il male. E, domanda Paolo:

Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? (Rm7,24)

Chi ci libererà da questo corpo che non riesce a fare il bene in pienezza? E’ il mistero della vita umana. Pensate a quanto è diversa questa prospettiva cristiana da ciò che diceva Socrate, il quale affermava che se l’uomo non compie il bene è solamente perché ancora non lo conosce. Basta farglielo conoscere e l’uomo agirà bene. Paolo invece dice: “No! L’uomo sa benissimo cos’è il bene, ma fa il male lo stesso”.

La persona a volte sa benissimo che quella scelta non è per il proprio bene né per il bene dell’altro, ma lo stesso la compie. Perché? La lettera ai Romani si interroga su questo mistero. Nelle pagine che vi ho fatto distribuire potete leggere una piccola antologia di testi moderni, di autori come Chesterton, Soloviev, insieme a brani tratti da discorsi o libri di Benedetto XVI, sul tema del peccato originale che troviamo enunciato nella lettera ai Romani al capitolo 5.

Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato […] Ma il dono di grazia non è come la caduta: se, infatti, per la caduta di uno solo morirono tutti, molto di più la grazia di Dio e il dono concesso in grazia di uno solo, Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini (Rm 5,12-15).

Paolo ci mostra qui il significato profondo del testo di Genesi sul peccato originale. La sua esegesi, che fa testo per la fede cristiana, non è una sua elaborazione personale, ma è, piuttosto, l’altra faccia dell’affermazione che solo Cristo ha salvato tutti. Se Cristo ha salvato tutti vuol dire che tutti avevano bisogno di essere salvati. Non c’è uomo che non abbia bisogno dell’amore di Cristo per vivere una vita nuova ed essere salvato. L’uomo non riesce ad essere buono non perché non sa cosa sia il bene, ma perché gli manca la grazia di Cristo, l’amore di Cristo che solo può dargli la forza, che solo può dire: “Sono io che ti amo e ti sostengo. È perché io sono morto per te, che tu puoi, a tua volta, amare”.

C’è un brano molto bello di G.K.Chesterton, questo autore inglese convertito al cattolicesimo, che dice, in merito alla serietà, all’evidenza -potremmo dire- della dottrina del peccato originale:

Certi nuovi teologi mettono in discussione il peccato originale, la sola parte della teologia cristiana che possa effettivamente essere dimostrata. Alcuni […], nel loro fin troppo fastidioso spiritualismo, ammettono bensì che Dio è senza peccato – cosa di cui non potrebbero aver la prova nemmeno in sogno – ma, viceversa, negano il peccato dell’uomo che può esser visto per la strada. I più grandi santi, come i più grandi scettici, hanno sempre preso come punto di partenza dei loro ragionamenti la realtà del male. Se è vero (come è vero) che un uomo può provare una voluttà squisita a scorticare un gatto, un filosofo della religione non può trarne che una di queste deduzioni: o negare l’esistenza di Dio, ed è ciò che fanno gli atei; o negare qualsiasi presente unione fra Dio e l’uomo, ed è ciò che fanno tutti i cristiani. I nuovi teologi sembrano pensare che vi sia una terza più razionalistica soluzione: negare il gatto (da Ortodossia di G.K.Chesterton).

Pensate ancora a Soloviev, questo grande autore che scrisse ai tempi della rivoluzione comunista, ai primi del 900, ai tempi di Lenin. Egli ebbe il sentore che il comunismo era estremamente pericoloso dal fatto che esso pensava di rendere l’uomo buono attraverso l’economia e la politica. Cambiando la società l’uomo diventerà buono: così affermavano le dottrine marxiste. Soloviev dice che questo, invece, è chiaramente falso. Nessuna politica può rendere buono l’uomo e dissolvere il mistero della vita umana. L’uomo diventa buono solo se si converte a Dio, non grazie ad un cambiamento delle strutture. L’uomo diventa buono perché riceve la grazia e questa lo cambia.

E’ forse il male soltanto un difetto di natura, un’imperfezione che scompare da sé con lo sviluppo del bene oppure una forza effettiva che domina il mondo per mezzo delle sue lusinghe sicché per una lotta vittoriosa contro di esso occorre avere un punto di appoggio in un altro ordine di esistenza?

(dalla Prefazione di Vladimir Soloviev a I tre dialoghi ed Il racconto dell’Anticristo)

Come può l’uomo vincere il male? Lui, da cristiano ortodosso, era convinto che servisse puntare gli occhi in Dio, guardare in Lui per vincere. E si accorgeva che il comunismo era una grande menzogna, perché non parlava della necessità per l’uomo di trovare Dio, e sarebbe stato perciò una immane disgrazia, perché si proponeva di risolvere il problema del male con le sole forze umane. Capiva che ne sarebbe derivata una immane oppressione dell’essere umano, perché non veniva preso sul serio, nella dottrina comunista, il peccato originale.

Ma Paolo, nella lettera inviata ai Romani, non si limita a descrivere il mistero dell’uomo, il mistero di quell’unico essere capace di scorgere il bene, ma incapace di realizzarlo pienamente. L’apostolo giunge, infatti, ad illuminare questo mistero a partire da una seconda realtà, un secondo mistero, quello della grazia divina.

La lettera si conclude proprio con un inno che tratta di questo mistero:

A colui che ha il potere di confermarvi

secondo il vangelo che io annunzio e il messaggio di Gesù Cristo,

secondo la rivelazione del mistero taciuto per secoli eterni,

ma rivelato ora e annunziato mediante le scritture profetiche,

per ordine dell’eterno Dio, a tutte le genti

perché obbediscano alla fede,

a Dio che solo è sapiente,

per mezzo di Gesù Cristo,

la gloria nei secoli dei secoli. Amen (Rm 16,25-27).

La lettera si conclude con questa lode di Dio. E questa conclusione è una lode perché Dio ha rivelato ora, in Gesù, il mistero annunziato dalle Scritture, ma taciuto per secoli eterni, nascosto fino alla venuta del Cristo. Non solo Dio è un mistero, ma egli è mistero più grande dell’uomo. Non un mistero nel senso moderno, per cui la persona che non conosce la fede ed usa un linguaggio comune dice mistero per intendere qualcosa che non si capisce, che è incomprensibile, che non si può spiegare.

Nella fede cristiana, nel linguaggio paolino, mistero è qualcosa che l’uomo non ha mai potuto raggiungere, non ha mai potuto conoscere con le proprie forze, perché solo Dio poteva farsi conoscere dall’uomo. Se già l’uomo è mistero a se stesso, ancora di più lo è Dio: “Dio nessuno lo ha mai visto”, dice il Prologo di Giovanni, ma subito aggiunge: “Il Figlio ce lo ha rivelato” (Gv 1, 18).

Anche per la fede cristiana Dio è inarrivabile dall’uomo. Se l’uomo potesse giungere a Lui, vorrebbe dire che Dio non è Dio. Si comprehendis, Deus non est, diceva Tertulliano -“Se tu lo comprendi, vuol dire che non è Dio”. Ma… c’è un ma cristiano: a meno che non sia Dio stesso a rivelarsi! Dio è mistero perché la Sua bontà, la Sua verità, la Sua misericordia può essere solo Lui a rivelarla, a farla conoscere. È per questo che Paolo annunzia il vangelo, proprio per annunciare il mistero che era stato fino a quel momento nascosto.

Proviamo ad utilizzare una immagine umana per avvicinarci a comprendere tutto questo. Quando noi diciamo che una persona è un mistero, possiamo voler dire due cose opposte. Una persona può essere un mistero perché non si capisce cosa pensa, perché è disordinata, perché non sa neanche lei cosa vuole dalla vita. In questo caso è misteriosa perché realmente incomprensibile, dato che non c’è nulla da capire.

Ma la persona può essere un mistero perché, pur sapendo benissimo chi è, non ha alcuna intenzione di dirtelo. Pensate quando una madre cerca di conoscere suo figlio adolescente e gli chiede continuamente come mai è triste o allegro, perché improvvisamente si veste in modo elegante e si comincia a profumare. Il ragazzo risponde a monosillabi, a frasi fatte: “Sì, no, va tutto bene, tutto normale, niente di nuovo, ecc.”. E questo perché non basta fare domande per capire cosa pensa veramente: se lui non decide di raccontarti chi è e cosa vuole, tu non puoi capirlo davvero, non puoi conoscerlo.

Questo è vero per gli uomini, è massimamente vero riguardo a Dio. Solamente Dio può rivelarci la Sua vera vita e farsi conoscere veramente. È come se la porta del mistero di Dio avesse una chiave che si apre solo dall’interno. Noi dinanzi all’ebraismo, all’islam -religioni che affermano che Dio è inconoscibile perché trascendente, perché troppo grande- rispondiamo che hanno ragione, che Dio nessuno può conoscerlo, a meno che… a meno che Lui -questa è la grande affermazione cristiana- non si faccia conoscere. A meno che Lui non discenda. Noi cristiani annunciamo che Dio è il più grande perché, pur essendo inconoscibile, accetta di diventare conoscibile, di donarsi.

Paolo afferma appunto nella lettera ai Romani che prima della morte e della resurrezione di Cristo nessuno conosceva questa misericordia divina, questa vita trinitaria di Dio; quando Gesù è stato mandato dal Padre in mezzo a noi, noi abbiamo compreso ed abbiamo accolto in Lui l’amore di Dio.

Rm 5,5-8 dice:

La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

Infatti, mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito. Ora, a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

Questa è la rivelazione di Dio, il Dio che vince il male. Pensate a Giovanni Paolo II che parlava del mistero dell’iniquità, il mistero del male, ed affermava che esso ha un unico argine, la misericordia di Dio. Dio si relaziona al male mettendo sul piatto della bilancia la sua misericordia. Nella breve antologia che vi è stata consegnata trovate un testo del prof.Romano Penna che analizza tutte le ricorrenze del termine mistero nell’epistolario paolino. Il mistero ora ci è stato rivelato, il mistero è Cristo stesso. In Lui tutta la creazione, tutta la storia ha un senso. Senza di Lui niente avrebbe significato. In questo mistero anche noi siamo compresi, perché il mistero è Cristo con la sua chiesa, il capo con il suo corpo.

Il termine mistero è stato ripreso anche dal Concilio Vaticano II. È famosa è bellissima l’espressione della Gaudium et spes che mette in relazione il mistero dell’uomo a quello di Dio, esattamente come fa la Lettera ai Romani. Al capitolo 22 la Gaudium et spes dice infatti:

In realtà, solamente alla luce del Verbo incarnato, trova piena luce il mistero dell’uomo.

A quei tempi Giovanni Paolo II era ancora arcivescovo e fu lui a suggerire questa straordinaria formulazione della Gaudium et spes. Il mistero dell’uomo si rischiara solo se illuminato dal mistero di Cristo. L’uomo, diviso fra senso dell’assoluto e realtà del peccato, percepisce una lotta che si compie dentro di lui. La grazia di Cristo riempie di luce questo mistero, chiamando per nome la forza del male come inimicizia verso Dio stesso, ma, insieme, offrendo la misericordia di Dio come la possibilità reale di sfuggire al vicolo cieco nel quale l’uomo si è posto.

La Lettera ai Romani insiste su questa rivelazione di Dio che è definitiva. Dio non solo si fa conoscere, ma ci salva in maniera irrevocabile. Il dono di amore che si riversa su di noi attraverso l’amore di Cristo crocifisso è misericordia così grande che vince ogni male, ogni peccato. Paolo indica tutto questo nel famoso inno che conclude la sezione dottrinale della lettera, prima dei capitoli 9-11 che trattano della grande questione della non accoglienza di Cristo da parte di Israele:

Che diremo dunque in proposito? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui? (Rom 8,31-32)

Paolo capisce che in Gesù Dio ha dato veramente tutto se stesso, che non è possibile dono più grande ed allora annuncia che qualsiasi altra cosa ci sarà donata. Siccome Cristo è veramente il Figlio che ci è donato, poiché niente è più grande di Lui, allora tutto ciò che è meno di Lui, Dio ce lo donerà.

Un ultimo punto su cui mi vorrei soffermare in questa rapida presentazione della Lettera ai Romani -e che può essere interessante per riflettere sul mistero- è la visione della politica, dello stato, della società, che deriva da questa centralità di Cristo.

Paolo scrive in Rom 13,1-2, nella parte parenetica:

Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio.

Fate bene attenzione: Paolo non vuol dire che l’imperatore viene da Dio, nel senso che qualunque cosa lui comandi, quello è volontà di Dio. Paolo vuole dire piuttosto che è volontà di Dio che ci sia un’autorità. Gesù, dicendo “Date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”, ha da un lato dichiarato che lo Stato è necessario alla vita civile. Proprio perché l’uomo in terra non è mai totalmente buono senza la grazia, proprio per questo lo Stato è necessario.

Il cristianesimo è allergico all’utopia. L’utopia non si realizzerà mai, perché ogni generazione ha il male nel cuore. Ogni struttura sociale, economica, mass-mediale che promette di renderti buono ti sta ingannando, questo dice il cristianesimo. Lo Stato è necessario perché l’uomo è buono, ma al contempo non lo è totalmente: per questo serve la legge, serve l’autorità, l’educazione, la polizia, la magistratura.

Ma, d’altro lato, questa concreta organizzazione politica che è lo Stato con tutte le sue leggi il cristiano, pur riconoscendola come voluta da Dio, la demitizza proprio perché non ha in sé la possibilità di salvare ed è anch’essa sottomessa alla possibilità dell’errore e del peccato. Anche l’autorità deve guardare a Dio che è il bene. L’autorità non deve ritenersi divina ed occupare il posto di Dio, ma deve sempre rinviare a Lui, pena lo snaturamento del ruolo della compagine statale.

Quindi l’atteggiamento di Paolo verso l’impero romano -ma è il costante atteggiamento cristiano verso lo Stato, la politica ed il diritto- è di accettazione, di riconoscimento ma insieme di critica se lo Stato dovesse ergersi a dio, non riconoscendo più che non è lui stesso a fondare il bene. Compito della politica è riconoscere e servire il bene, quel bene che la precede e che non ha origine da lei.

Nell’antologia che avete, potete leggere alcuni testi nei quali l’allora cardinal Ratzinger parla della politica e rilegge i testi della lettera ai Romani mostrandone il valore di testimonianza chiave nell’ermeneutica del rapporto tra la fede cristiana e la realtà politica.

Concludo richiamando alla vostra immaginazione l’ambientazione nella quale questa lettera fu accolta ed ascoltata qui a Roma, in preparazione alla venuta di Paolo nell’urbe. Nella passeggiata che fra poco faremo fino alla terrazza del Campidoglio sui Fori immaginate il desiderio di Paolo di venire a visitare questi luoghi per annunziare ai pagani ed agli ebrei di Roma che il mistero di Dio è rivelato da Gesù e non dalle divinità pagane venerate nei templi del Capitolium. Immaginate così questi cristiani che nelle diverse domus ecclesiae sparse per la città si incontrarono nell’anno 56 o 57 d.C. per ascoltare la proclamazione della lettera di Paolo appena arrivata e, avendola ascoltata, celebrarono l’eucaristia. Lessero questo testo, lo commentarono, ne discussero, proprio come stiamo facendo oggi. Immaginate, infine, Paolo che insieme a Luca sale a questi luoghi, dopo averli visti dai Fori, negli anni della sua permanenza a Roma.

Visita alla basilica dell’Aracoeli

Veniamo ora alla visita della basilica. Siamo, quindi, sul luogo nel quale sorgeva il tempio di Giunone Moneta, di Giunone ammonitrice e consigliera -abbiamo già parlato all’inizio di questo incontro di come si presentava questo luogo ai tempi di san Paolo, in epoca romana.

Il tempio era rivolto verso i Fori Romani, perché da lì vi si saliva e gli studiosi ritengono che le sue fondazioni possano essere sotto l’attuale transetto con l’aula della divinità dove è ora il tempietto di Sant’Elena e la facciata nella parte opposta dell’attuale transetto

Avvicinandoci al transetto sinistro giungiamo, allora, al luogo dove era il luogo più sacro dell’antico tempio, dove sorge questa costruzione detta Cappella di Sant’Elena, perché conserva le reliquie della madre dell’imperatore Costantino, Elena appunto, che fece costruire insieme al figlio le grandi basiliche di San Pietro, San Giovanni in Laterano, San Paolo e la Basilica dell’Anastasis, ora Santo Sepolcro, a Gerusalemme.

Il tempietto si presenta ora come fu ricostruito nel 1833, dopo che l’esercito rivoluzionario francese lo aveva distrutto nel 1799. I nostri libri di storia glissano su questi eventi, per non far sorgere dubbi sulla bontà della rivoluzione francese. Man mano che l’esercito francese avanzava, i luoghi di culto venivano sistematicamente devastati e trasformati ideologicamente in accampamenti militari. L’Aracoeli fu trasformata in stalla e qui furono alloggiati in quegli anni i cavalli (solo per fare il nome di un altro edificio famoso che subì la stessa sorte, pensate al refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano, il refettorio nel quale è dipinto il famoso Cenacolo di Leonardo da Vinci, che fu anch’esso trasformato in stalla dall’esercito rivoluzionario1, con buona pace di Dan Brown che, nella sua ignoranza, cerca invece di presentarlo come un luogo anti-cattolico!; in una visita recente a L’Aquila leggevo il pannello esplicativo di una chiesa delle clarisse, delle monache di clausura di Santa Chiara che era stato trasformato in quegli anni, proprio a disprezzo della fede, in macello degli animali).

Questo è il sepolcro di Santa Elena e le sue reliquie sono custodite in una capsella, probabilmente del XII secolo, oggi non visibile, della quale fu fatta la ricognizione nel 1964. Elena fu sepolta inizialmente nel cosiddetto Mausoleo di Tor Pignattara, una costruzione circolare che è subito dietro la parrocchia dei SS.Marcellino e Pietro ad Duas Lauros, sulla via Casilina, ma i suoi resti furono poi traslati in epoca imprecisata all’interno delle mura, qui in Campidoglio.

Se guardate all’interno del tempietto, verso il basso, dalla parte verso la navata, potrete vedere la lastra marmorea dell’antico altare del XII secolo (potrebbe risalire ai tempi dell’antipapa Anacleto II (1130-1138). È interessante per la leggenda che vi è scolpita e che è quella che ha dato il nome di Aracoeli alla basilica. Vedete al centro l’agnello mistico, che è immagine del Cristo che è stato immolato ed è risorto. Ai lati dell’agnello, il personaggio a sinistra è Augusto al quale appare, a sinistra, in una mandorla la Vergine con il Bambino. L’imperatore si inginocchia dinanzi a lei.

La leggenda vuole che qui fosse la residenza dell’imperatore Ottaviano Augusto, con la sua stanza da letto, il suo cubiculum. Il Senato Romano aveva deciso di tributargli onori divini, ma egli esitava e si domandava se fosse un bene tutto ciò. Secondo la leggenda, la Sibilla Tiburtina da lui consultata dopo aver digiunato tre giorni lo confermò nei suoi dubbi e gli vaticinò: “Appaiono segni manifesti che giustizia sarà fatta, presto la terra si bagnerà di sudore e dal cielo scenderà il Re dei secoli”. Infine gli apparve la stessa Vergine con il Bambino Gesù in braccio che gli diceva: “Haec est Ara Primogeniti Dei”, “Questo è l’altare del figlio primogenito di Dio” (il racconto è nei Mirabilia Urbis Romae del XII secolo, ma la tradizione di questo racconto è sicuramente precedente e viene fatta risalire almeno alla Cronaca universale di Giovanni Malàlas che cita a sua volta un cronografo bizantino di nome Timoteo.

Il dato certo che ci viene riportato da questa leggenda è, come ben sappiamo, che Gesù nasce durante il regno di Augusto. La leggenda vuole esprimere soprattutto la vittoria del cristianesimo sul mondo pagano, narrando la convinzione, in realtà successiva agli imperatori pagani, che nessun sovrano fosse legittimato a chiedere di essere adorato come un dio dai suoi sudditi, poiché il culto doveva essere riservato solo a Dio stesso presente nel suo figlio Gesù, il vero Signore. A suo modo il racconto esprime così anche la demitizzazione del potere statale, proprio come abbiamo già visto commentando la lettera ai Romani.

Gli imperatori romani, in realtà, hanno invece sempre più percorso la via della divinizzazione di se stessi. Augusto, dopo che Cesare era stato più esplicito, si ritrasse solo apparentemente da onori sovraumani, lasciando che il popolo lo facesse in sua vece (egli si dichiarava princeps e restauratore della repubblica, mentre in realtà era il primo imperatore assoluto in Roma!).

Certo, possiamo anche ricordare, ma questo non c’entra con la leggenda, che ai tempi di Augusto si faceva strada la coscienza che il culto delle divinità pagane non riempisse più il cuore e che bisognasse cercare una altra verità più vera. I romani cominciavano a non credere più ai loro dei! Gli autori cristiani diranno pian piano, attraverso la mitologia delle diverse Sibille, che non solo l’ebraismo stava attendendo il messia, ma che anche il mondo pagano si caratterizzava per un nuovo orientamento di pensiero, rappresentato dalle Sibille appunto, che profetizzava un diverso futuro, una nuova rivelazione di Dio, affermando che il mondo si stava preparando ad un’altra realtà, che gli uomini erano in attesa di un’altra salvezza, il cristianesimo appunto. Troverete le Sibille in moltissime facciate delle chiese medievali, ma anche nelle opere del Rinascimento, come nella Cappella Sistina di Michelangelo. È il mondo umanistico che attende il Salvatore e che lo invoca. Questo altare ce lo ricorda.

È, allora, nel medioevo che la chiesa che originariamente si chiamava di Santa Maria in Capitolium muta il suo nome in Santa Maria in Aracoeli, proprio a motivo di questa tradizione. La basilica dell’Aracoeli è tradizionalmente la chiesa del Senato e del Popolo Romano. Per tutto il medioevo servirà come aula delle adunanze del Consiglio Maggiore e Minore del Comune, per la discussione e la promulgazione delle leggi della città e, tuttora, è la chiesa dove si svolgono eventuali liturgie richieste dal Comune di Roma (potete vedere la lampada dinanzi al Santissimo Sacramento con l’iscrizione del Comune: SPQR).

Aracoeli perché il vero altare è eretto al Figlio di Dio e non ad Augusto, ma ovviamente anche per la straordinaria posizione della chiesa stessa. Prima che la monarchia sabauda decidesse l’erezione del monumento a Vittorio Emanuele II, padre della Patria, il Vittoriano, l’Aracoeli si stagliava sul cielo di Roma, come l’edificio più alto. Chi fosse arrivato da Porta del Popolo, provenendo dal Nord, entrando in piazza del Popolo avrebbe visto in fondo a via del Corso la mole dell’Aracoeli. Vittorio Emanuele II volle, invece, che questo monumento civile dominasse lo sguardo di chi entrava in città a perenne memoria della sua opera. Per erigerlo fu demolito l’intero convento che sorgeva a fianco della basilica, così come tutte le altre costruzioni presenti su quel lato del Campidoglio.

La scalinata che sale all’Aracoeli fu inaugurata da Cola di Rienzo nel 1348 che la volle come voto per essere la città stata risparmiata da Dio dall’epidemia di peste. Questo curioso personaggio, che fu scelto dall’immaginario risorgimentale come l’eroe antesignano di un Risorgimento rimasto incompiuto,

non fu, in realtà, mai anticlericale. Vediamo questa sua piena appartenenza al medioevo cristiano non solo in questo voto a Dio, ma ancor più nella sua continua ricerca dei favori del papa che a quei tempi si trovava nell’esilio avignonese. La città, per la lunga assenza del pontefice, era in balia delle lotte interne fra le famiglie nobili e Cola si fece eleggere Tribuno della plebe, cercando di ristabilire la pace in città con l’aiuto dell’ “altro tribuno”, il vicario del papa. Cercò anche di promuovere un giubileo, per richiamare i pellegrini in Roma. Pian piano, però, il potere gli dette alla testa e cominciò a desiderare di essere designato imperatore, finché i nobili, il popolo e lo stesso potere pontificio lo abbandonarono. Riuscì a fuggire. Giunto dopo varie peripezie ad Avignone fu assolto dal papa e accompagnò il cardinale Albornoz, inviato in Italia dal papa per riprendere il controllo dei territori dello Stato Pontificio.

Nuovamente senatore, non riuscì a riconquistarsi il favore del popolo che si era alienato con le sue velleità di tiranno, ma anzi inasprì lo scontro con la popolazione romana dando corso a vendette per il precedente esilio ed inasprendo le tasse, finché il popolo non si ribellò e lo uccise nel 1354, proprio ai piedi della scalinata, consegnandone poi il corpo ai Colonna.

L’icona miracolosa di Maria alla quale fu attribuita la salvezza dalla peste nel 1348 ci ricorda Cola di Rienzo che salì qui appunto, con il popolo al seguito, per ringraziare la Vergine. L’antica icona è oggi posta sull’altare centrale ed è della metà dell’XI secolo, copia della Madonna di San Sisto che è del VI secolo. La tradizione attribuisce entrambe le immagini all’evangelista Luca poiché lo vuole pittore, per la sua attenzione nel descrivere gli eventi di Maria nei primi due capitoli del suo vangelo. L’icona era posta originariamente dove è ora il tempietto di Sant’Elena e sull’altare era posta la Madonna di Foligno di Raffaello. Fu Pio IV (1559-1565), che risistemò anche il coro, a volere questa immagine più antica e più venerata sull’altare maggiore.

Continuiamo la visita della chiesa. Le colonne della chiesa sono di spoglio, e sono, perciò, tutte diverse tra loro. Se guardate la base vi accorgerete che alcune sono più corte di altre ed hanno dei supporti in marmo per portarle tutte alla stessa altezza. Colonne di spoglio vuol dire che sono state tolte da templi pagani. Probabilmente alcune di quelle colonne appartenevano al tempio di Giunone Moneta e san Paolo potrebbe averle viste in situ. Il fenomeno dello spoglio dei monumenti antichi non è un fenomeno che riguarda le chiese, ma l’intera cittadinanza. Pensate che il primo tempio pagano che fu consacrato in chiesa è il Pantheon che viene trasformato nella chiesa di Santa Maria e dei Martiri solamente nel 604, molto dopo che il cristianesimo si era già affermato.

Il fenomeno della spoliazione degli antichi monumenti riguarda, invece, tutta la città. Infatti, Roma ai tempi di Augusto aveva un milione di abitanti mentre all’epoca di Gregorio Magno Roma era abitata, forse, da centomila persone; i nove decimi della città erano disabitati, molte zone erano ormai deserte e molti edifici antichi abbandonati. I romani dell’alto medioevo hanno pian piano cominciato a vivere anche negli antichi edifici pubblici ormai inutilizzati del centro. Il Colosseo, ad esempio, diventerà luogo di abitazione o di lavorazione dei marmi per farne polvere, nel teatro di Marcello ci sarà una residenza nobiliare e così via. Tutti prendevano pietre, colonne ed architravi per riutilizzarli e più volte si cercò di arginare questo fenomeno, da parte di prefetti e papi e curatori della città. I templi diventarono chiese molto tardivamente in realtà e gli unici templi che si sono salvati sono quelli che si sono trasformati in chiese!

Probabilmente la struttura attuale della chiesa dell’Aracoeli, che si sviluppa in senso longitudinale, rispetto all’originaria orientazione che era quella dell’attuale transetto, utilizzando queste colonne di spoglio, è del IX secolo.

Abbiamo notizia che questa chiesa venne officiata dai Benedettini, che sono documentati qui con certezza nell’883, questo ordine importantissimo che ha evangelizzato nei tempi barbarici, in tempi veramente difficili, e che ha contribuito a mantenere in Europa la cultura e la tradizione umanistica ed organizzativa romana. Precedentemente, forse, avevano servito questa chiesa dei monaci greci.

Ci spostiamo ora nella cappella della navata destra che precede l’uscita laterale, quella nella quale è più evidente, dopo i recenti restauri, l’antica decorazione medioevale che segue al periodo benedettino.

Nel 1249, infatti, il papa Innocenzo IV chiamò in questa chiesa i francescani. In quell’anno san Francesco era già morto da due decenni, ma santa Chiara era ancora viva. Proprio questo papa approverà la Regola di santa Chiara nel 1253, immediatamente prima della morte della santa. Innocenzo IV affidò questa chiesa -diverrà poi la loro Curia Generalizia- ai francescani. Abitualmente, in quel periodo, le nuove chiese dei francescani che sorgono l’una dopo l’altra in tutte le grandi città d’Europa, sono situate fuori le mura delle città, che in quel tempo andavano espandendosi enormemente, di modo che le periferie degli agglomerati urbani del XIII secolo vedono simmetricamente disposte fuori del centro le nuove costruzioni dei francescani, dei domenicani e degli agostiniani che si pongono al servizio della popolazione che abita fuori delle mura cittadine.

In questo caso, invece, viene affidata ai francescani questa chiesa che non è periferica, ma anzi centralissima. I francescani provvedono immediatamente a grandi lavori di restauro ed abbellimento (in particolare i lavori furono compiuti negli anni 1280-1300, soprattutto a spese della famiglia Savelli che fece anche del transetto la propria tomba di famiglia). Siamo alla fine del XIII secolo ed opera qui il grande maestro Pietro Cavallini. Sappiamo con certezza che egli affrescò l’intera abside, riproponendo la leggenda di Augusto con la visione della Madonna dell’Aracoeli. L’abside, però, fu distrutta con tutti i suoi affreschi, sotto Pio IV (1564) per allargare il coro.

In questa cappella dedicata ora a San Pasquale Baylon, ma anticamente ai SS.Giovanni Battista ed Evangelista, si conservano alcuni frammenti degli affreschi della fine del XIII secolo che sono stati scoperti e restaurati dalla Sovrintendenza nell’anno 2000.

Al centro vediamo la parte meglio conservata, con una Madonna con il Bambino, alla sua sinistra San Giovanni Battista vestito di pelli e sulla destra giovanissimo, senza barba, San Giovanni Evangelista -sono i due santi ai quali è dedicata la basilica di S.Giovanni in Laterano, sono i santi protettori di Roma.

Se guardate in alto vi accorgete che si è conservata la parte superiore dei due affreschi laterali. A sinistra doveva essere raffigurato il banchetto di Erode, quando Giovanni Battista viene ucciso perché Erodiade sfrutta l’occasione del ballo della figlia Salomè, per far uccidere il profeta che la critica.

Erodiade è una incarnazione terribile di quel male di cui ci ha parlato san Paolo. È la donna che non accetta di riconoscere di essere nel peccato, è la persona per la quale la cosa più difficile da accettare è che ci sia qualcuno che levi la voce per dire il male che ha fatto. Erodiade non accetta di essere criticata. Non solo commette peccato, ma non vuole che ci sia qualcuno che glielo ricordi. Preferisce scegliere la morte del profeta, purché taccia, scegliendo così il silenzio di colui che la critica. Cede la metà del regno che era stato promesso alla figlia in cambio della testa del Battista. Quelle torri che si vedono affrescate probabilmente erano parte del palazzo di Erode.

A destra era probabilmente rappresentata, invece, la scena della morte di Giovanni Evangelista, l’unico apostolo che muore in tarda età, senza subire il martirio. Gli altri apostoli vengono tutti martirizzati e non ci stancheremo di contemplare la forza di questa testimonianza. Giovanni, invece, muore molto anziano; la tradizione vuole che gli appaia il Cristo con gli angeli ad annunciargli che sta per prenderlo per portarlo con sé in Paradiso. Secondo la tradizione, san Giovanni aveva allora 98 anni e continuava a ripetere: “Fratelli ho un solo comandamento: amatevi gli uni gli altri come Cristo ci ha amato”.

Questi gli affreschi del primo periodo francescano della chiesa. Possiamo immaginare alcuni di coloro che hanno conosciuto personalmente Francesco pregare in questa chiesa davanti a queste immagini. Nel transetto di destra sono conservate, in particolare, le reliquie di uno dei compagni di Francesco, san Ginepro, in latino Juniperus. Di lui ci dice lo Specchio di Perfezione che san Francesco, tracciando la figura del perfetto frate minore, dicesse: «Deve avere la pazienza di Ginepro, che giunse a uno stato di pazienza perfetto con la rinunzia alla propria volontà e con l’ardente desiderio d’imitare Cristo seguendo la via della croce» (Specchio di Perfezione, 85; Fonti Francescane 1782). Frate Ginepro fu presente alla morte di santa Chiara l’11 agosto 1253 e dialogò con lei, confortandola nel momento del passaggio al cielo.

È aperta da decenni la questione della priorità della scuola toscana e giottesca oppure piuttosto romana nel rinnovamento pittorico che si manifestò massimamente nella basilica di Assisi. I due famosi pannelli delle storie di Isacco, fra i più belli della basilica, restano ancora senza attribuzione certa.

Un nuovo tassello di questa storia è rappresentato da questi affreschi appena riscoperti nei quali vediamo la Madonna e San Giovanni evangelista che ci appaiono ancora bizantineggianti, mentre il Battista ed il Bambino appartengono già ad uno stile innovatore.

Un altro affresco di questo primo periodo francescano è quello -attribuito da alcuni alla mano del Cavallini ma più probabilmente appartenente ad un discepolo di non eccelse qualità della scuola giottesca- incorniciato dalle sculture della tomba del cardinal Matteo d’Acquasparta, spentosi nel 1302.

Spostandoci all’inizio della navata destra giungiamo a quella che è la più bella cappella della chiesa, la cappella Bufalini, affrescata dal Pinturicchio (Bernardino di Betto) con le storie di san Bernardino da Siena.

Questa cappella è del 1485 circa, siamo in pieno Rinascimento. San Bernardino è vissuto nella prima parte del 1400 ed ha abitato in questo luogo. È sempre rappresentato nell’iconografia con il suo trigramma che voi vedete in alto. Ai lati sono raffigurati i quattro Evangelisti ed al centro della volta c’è questo simbolo caratteristico di san Bernardino: IHS, che vuol dire Iesus Hominum Salvator (Gesù Salvatore degli uomini). Sarà poi ripreso anche da Ignazio di Loyola e lo troviamo anche nelle opere di Antoni Gaudí, come, ad esempio, nella casa Batlló a Barcellona (Gaudí sarà probabilmente beatificato, era cattolicissimo e dovunque metteva simboli cristiani; pensate anche alla Pedrera dove fece scrivere l’Ave Maria e dove avrebbe messo una statua della Madonna, se gli inquilini non si fossero rifiutati).

San Bernardino predicava avendo in mano sempre una tavoletta con impresso questo trigramma per mostrare a tutti, come in una sintesi estrema, che Cristo è veramente il Salvatore. Questo simbolo, IHS, Gesù Salvatore degli uomini, è come una sintesi della fede: ci riporta alla riflessione paolina che riconosce in Gesù colui che svela il mistero dell’uomo, colui che è la salvezza  di quell’uomo che non ha la forza di salvarsi da sé, di capirsi e di trovare il bene senza la grazia. Ma, d’altro canto, Bernardino, pur indicando la salvezza in Cristo, sapeva richiamare ai doveri civili e la sua predicazione è una delle tappe decisive nella riflessione medioevale sulla dignità del lavoro umano e sulla possibilità cristiana di guadagnare e di godere del lavoro delle proprie mani2. Anche qui la riflessione cristiana continua nei secoli sulla stessa linea delle origini.

Il Pinturicchio ha dipinto poi, sulla parete di fondo, la glorificazione di san Bernardino, che è la figura centrale; egli, con il dito, indica in alto Cristo che è nella mandorla, segno di eternità.

Nell’angolo sinistro di questo affresco centrale, sulla strada sotto la roccia si vede una lotta: sono i Baglioni ed i Bufalini, due famiglie rivali, che si combattono. I Bufalini erano di Città di Castello ed i Baglioni di Perugia. San Bernardino riesce a pacificarli; nel nome di Cristo riesce a far regnare la pace tra gli uomini. La scena è rappresentata proprio perché fu la famiglia Bufalini a commissionare gli affreschi della cappella ed a pagare il pittore, beneficando questa cappella. Pinturicchio dipinse anche a Spello, per la famiglia rivale, la famosissima Cappella Baglioni.

A destra trovate, più vicino alla parete, la vestizione da frate: Bernardino, come san Francesco, si spoglia e riceve le nuove vesti. A destra, invece, c’è la raffigurazione delle stimmate di san Francesco. Al centro c’è come una finestra che si apre -si vedono in lontananza le porte di Siena dove san Bernardino giovane prega- lasciandoci vedere dei frati e delle persone del tempo.

A sinistra la scena più famosa, la morte e sepoltura di Bernardino. Qui probabilmente il Pinturicchio si rifà alle immagini già dipinte dal Perugino nella consegna delle chiavi a san Pietro nella Cappella Sistina -ricorderete che lì è affrescato quell’edificio ottagonale con i due archi trionfali a destra e sinistra. Anche qui c’è un edificio ottagonale che potrebbe essere un battistero. Il Santo, al centro, muore. Il primo personaggio che si vede a sinistra con la candela in mano è il Bufalini, il benefattore che ha pagato la cappella, la cui famiglia Bernardino aveva riconciliato con i Baglioni.

Quindi ci sono, a destra ed a sinistra del corpo del Santo, i personaggi del tempo. È rappresentata tutta la famiglia del Bufalini. A destra ci sono le donne, la moglie, e parenti vari, con i figli dei Bufalini che incorniciano la morte del Santo. Sotto il portico dipinto si vedono alcuni miracoli del Santo.

Spostandoci ora nella navata sinistra possiamo avvicinarci alla terza colonna di sinistra. Secondo la tradizione questo era il luogo dove abitava l’imperatore Augusto. Secondo la tradizione Augusto dormiva sotto questa colonna, quando fu colpito da un raggio, gli apparve la Madonna che gli disse ciò che abbiamo già riferito: “L’altare del cielo non è l’imperatore, ma il vero altare di Dio è Cristo, perché egli è l’unico salvatore”. Il foro sarebbe stato prodotto, secondo la leggenda, da questo raggio luminosissimo.

Ci spostiamo ora nella cappella dedicata a san Paolo. Questa cappella artisticamente è meno importante, ma la vediamo perché ci aiuta a visualizzare ciò di cui abbiamo parlato prima. Gli affreschi sono del Pomarancio (Cristoforo Roncalli), completati entro il 1586, nel passaggio tra manierismo e barocco.

La cappella viene eretta dalla famiglia della Valle. Vedete che, in basso a sinistra, abbiamo il sepolcro di Filippo della Valle. A quel tempo c’erano ancora le cappelle di famiglia nelle chiese. Fu Napoleone a vietare le sepolture nelle chiese, ma fino ad allora si seppelliva nelle chiese o nel giardino della stessa chiesa -pensate solo alla Valle d’Aosta o al Cadore, dove intorno alla chiesa ci sono i morti, in un’armonia molto bella. Questo modo di seppellire fu vietato dall’impero napoleonico non solo per ragioni igieniche, ma anche ideologiche, per spezzare il legame con la memoria della vita che ci ha preceduto e che ci ricorda l’eternità e la speranza. Lo spostamento dei cimiteri fuori dell’abitato è un cambiamento culturale di grande significato nella vita dell’Europa.

Notate un particolare della tomba di Filippo della Valle: ai piedi ed al capo del letto ci sono dei libri! È un modo per dire che era una persona di grande cultura. È un particolare tipico del Rinascimento -lo ritroviamo in altre tombe dell’epoca- quasi a dire che il binomio vita-cultura è inscindibile.

Veniamo agli affreschi. In alto il Pomarancio ha dipinto il Paradiso, con il Cristo che salva. Abbiamo poi quattro scene della vita di san Paolo, certamente scelte dal Pomarancio in accordo con i committenti.

La prima scena, nella lunetta in alto a sinistra, è quella della conversione, rappresentata come in tutta l’iconografia paolina, con la caduta da cavallo. Negli Atti -ne abbiamo parlato la scorsa volta a santa Prisca- la conversione di Paolo è raccontata tre volte. La prima volta come descrizione dell’avvenimento, le altre due attraverso la narrazione di Paolo stesso. Egli, figlio della conversione, ne diventa il predicatore. Negli Atti il cavallo non viene menzionato, ma serve a dare drammaticità e viene sempre raffigurato.

Qui, nella rappresentazione del Pomarancio, balza in evidenza Paolo, vestito da romano, che viene disarcionato e cade rovinosamente con le gambe spalancate; c’è in questa iconografia drammatica l’idea dell’uomo la cui vita viene rovesciata, completamente modificata da questo evento che è l’incontro con Cristo. Nell’altra lunetta, a destra, c’è il battesimo di san Paolo. Non basta che san Paolo si converta, deve anche ricevere il sacramento. Negli Atti si dice che Cristo risorto appare a Paolo e subito dopo Anania sente una voce che gli comanda di andarlo a battezzare. Fino a che la chiesa non lo accoglie la sua fede non è piena. Paolo predicherà poi sempre in comunione con la chiesa che lo ha battezzato.

Nell’affresco sotto la lunetta a destra abbiamo l’episodio dell’Areopago. Paolo è al centro, circondato da filosofi, quindi pagani, non ebrei; abbiamo già visto come si dica negli Atti che Paolo fremeva vedendo gli idoli. Considerato il luogo nel quale si trovava, ciò che lo faceva fremere era la vista dell’Acropoli con il Partenone. Dinanzi a questo Tempio, Paolo parlava con epicurei e stoici. Gli epicurei cercavano -ricorderete lo scorso incontro a Santa Prisca- una felicità senza Dio, una felicità morale. Gli stoici, invece, cercavano un senso, una ragione di tutto ciò che esisteva, un armonia della vita stessa, il logos. Logos è una parola molto utilizzata nel linguaggio stoico. Paolo, nella raffigurazione del Pomarancio, indica invece con il dito puntato in alto Dio e rivela il Dio ignoto, ormai manifesto in Cristo.

L’ultimo affresco ci mostra il martirio di Paolo. La spada, che è il simbolo iconografico di Paolo, vuol sempre ricordare due cose. Fa riferimento alla Parola di Dio, perché Paolo dice nella lettera agli Ebrei:

Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore (Eb 4,12).

La parola di Dio riesce a farti capire chi sei veramente, nient’altro ci riesce. Ma la spada è, soprattutto, il simbolo del suo martirio, perché secondo la tradizione con essa fu decapitato.

Anche la decorazione del soffitto è dello stesso periodo. Il soffitto ligneo a cassettoni con al centro la Vergine e il Bambino fu realizzato in ringraziamento della vittoria nella battaglia di Lepanto; fu donato per questa vittoria contro i Turchi che cercavano di invadere l’Europa (la battaglia di Lepanto è del 1571).

Possiamo dare un ultimo sguardo alla prima cappella della navata sinistra nella quale troviamo raffigurata una serie di affreschi sul tema dell’Immacolata Concezione. È opera di Francesco Pichi ed è stato dipinto nel 1555 ca., in pieno clima tridentino. Anche queste scene ci riportano al tema del peccato originale.

Usciamo ora dalla basilica e scendiamo a piazza del Campidoglio.

Piazza del Campidoglio

Siamo davanti alla copia della statua del Marco Aurelio. Cerchiamo qui di immaginarci il colle ai tempi di san Paolo. Tra le due sommità del colle c’è una sella (Asylum), dove noi ci troviamo ora. Sull’Arx sorgeva quindi, come abbiamo detto, il tempio di Giunone Moneta, sul Capitolium il tempio di Giove Ottimo Massimo dedicato anche alla triade capitolina (Giove, Giunone e Minerva). Giove -lo ripetiamo- era una divinità del cielo, della luce solare, del tuono, del fulmine; rappresentava anche la potenza di Roma. Giove era la divinità suprema, il “presidente” del consiglio degli dei, degli dei “Consentes”. Giunone, la moglie, divinità lunare che rappresentava la donna, era anche divinità del parto. Minerva, figlia di Giove e di Meti, era la divinità della saggezza, delle arti, della scienza. In tutte le terre conquistate da Roma veniva eretto il tempio alla triade capitolina; il tempio della triade diventava così sempre più non il tempio dei suoi tre dei, ma il tempio di Roma stessa.

Da piazza del Campidoglio, guardando a sinistra, vedete chiaramente come l’Altare della Patria abbia superato, e di molto, in altezza l’Aracoeli. Fino alla fine del 1800, però, il punto più alto era l’Arx. Parlando non con rabbia, ma per capire la storia, vi accorgete subito visivamente di quale è stata l’operazione ideologica operata dal Risorgimento. Ognuno, non solo i cristiani, costruisce i suoi altari simbolici! Pensate che i frati francescani hanno vissuto gli anni della costruzione del Vittoriano nel sottotetto della chiesa, perché le maestranze sabaude distrussero il convento senza concedere ai frati altra abitazione vicino alla chiesa. Solo successivamente vennero costruite delle stanze nuove in sostituzione dell’antico convento distrutto. In questi eventi storici c’era una forte connotazione anticlericale.

Torniamo al campidoglio. Tutto questo complesso con i suoi templi si affacciava dalla parte dei Fori. Dove ora è il Palazzo del Campidoglio vi era il Tabularium. Non ce ne rendiamo conto dalla piazza, perché da qui si vede solo la parte rinascimentale, ma dall’altra parte, quando arriveremo alla terrazza sui Fori, sarà visibile la parte del Palazzo capitolino che conserva in evidenza le strutture romane. Il Tabularium prende il nome dalle tabulae bronzee sulle quali erano incisi i documenti che qui erano archiviati. In questo edificio venivano conservati tutti gli atti pubblici importanti. Mi piace immaginare che ciò sia avvenuto anche per i censimenti come quello famoso dei tempi di Gesù, di cui ci parla Lc 2,2, citando il governatore romano della Siria Quirino (riferimento che, peraltro, è difficile situare con precisione). Sapete che Luca nel suo vangelo ha questa attenzione a situare le vicende in riferimento ai fatti profani della storia e ci ricorda che Gesù è nato all’epoca dell’imperatore Augusto ed è morto sotto Tiberio. Sono i primi due imperatori. Pilato è venuto qui a prendere ordini da Tiberio e, prima di lui, Erode il Grande per ricevere il regno da Augusto.

Con il medioevo la piazza cambia il suo orientamento perché i Fori sono ormai quasi disabitati; viene così rivolta verso i rioni più abitati intorno all’ansa del Tevere che è di fronte a Castel sant’Angelo. Viene costruita allora la nuova scalinata, detta la cordonata. Il progetto si fa risalire a Michelangelo. Paolo III nel 1538 fece porre al centro della piazza la statua di Marco Aurelio che si trovava antecedentemente vicino al Laterano. Michelangelo creò anche il disegno della piazza con la sua pavimentazione stellare, ma esso è stato realizzato solo nel 1940. La parte bassa della scalea del Campidoglio è l’unica parte del Palazzo che Michelangelo ha potuto vedere completato. Riuscì a vedere avviati anche i lavori del Palazzo di destra, detto dei Conservatori -erano i magistrati addetti a mantenere l’ordine in città. Solo nel 1655 fu edificato il Palazzo nuovo, sulla sinistra della piazza, forse su progetto già michelangiolesco, che chiude la piazza nella sua bellezza attuale, dandole simmetria. Infatti, per lungo tempo ancora dopo i lavori michelangioleschi, si vedeva a sinistra non il Palazzo nuovo, ma la fiancata della chiesa dell’Aracoeli.

La statua equestre che vediamo al centro della piazza è una copia, perché l’originale del Marco Aurelio è ai Musei Capitolini, posto proprio vicino alle murature di fondazione del Tempio di Giove, del Tempio della triade capitolina. Il muro che vedete dietro il Marco Aurelio, se visitate i Musei Capitolini, è il muro romano sopra il quale sorgeva il Tempio che certamente Paolo ha visto nella sua permanenza romana.

Il Marco Aurelio è una delle statue più belle conservateci dall’antichità romana, in fusione bronzea. È frequentemente ripetuta in numerose guide l’affermazione che la statua si sia conservata perché ritenuta raffigurante Costantino, l’imperatore che per primo protesse il cristianesimo, motivo per il quale essa sarebbe stata risparmiata, ma tale affermazione non convince, poiché gli antichi conoscevano benissimo l’iconografia classica dei diversi imperatori romani. È più sensato allora affermare che essa si sia salvata proprio perché collocata precocemente dai pontefici presso san Giovanni in Laterano, proprio per salvaguardarla a motivo delle condizioni tipiche dell’alto medioevo, periodo nel quale si dovette far fronte ad una sistematica carenza di materie prime e, perciò, ad un continuo riutilizzo del bronzo e degli altri metalli, come dei marmi e delle pietre, estratti dalle opere precedenti per nuovi usi civili e militari (il Liber pontificalis ci racconta, ad esempio, della razzia di bronzo che fece, con grande scandalo dei romani, l’ultimo imperatore che da Costantinopoli fece visita a Roma, Costante II, nel 663).

Marco Aurelio è l’imperatore filosofo, impregnato dello stoicismo, uno dei gruppi di pensatori con i quali Paolo si misurò all’Areopago un secolo prima.

Nella statua equestre potete soffermarvi sullo sguardo dell’imperatore che indica determinazione tranquilla, piena padronanza di sé. Viene utilizzata qui dagli iconografi del mondo classico l’espressione adventus: è l’imperatore “che viene” e dove egli giunge, giunge la sua forza pacificatrice (ma anche dominatrice!). Se guardate le braccia e le mani, la gestualità è ancora una volta espressiva. La mano sinistra è rivolta con il palmo in alto. La statua originaria doveva avere in mano qualcosa, probabilmente un rotolo ad indicare il logos, la saggezza delle disposizioni del sovrano che dovevano essere ascoltate e da tutti applicate. Il braccio destro alzato dice il silenzio che si deve creare, perché, appunto, il sovrano sta per pronunciate il suo pacato e forte discorso. Viene chiamato il gesto dell’adlocutio, del discorso.

Tornano in mente le parole che Marco Aurelio scrisse nell’unica sua opera pervenutaci dall’antichità, A se stesso, opera alta di filosofia stoica ed insieme terribile nella consapevolezza dell’autorità imperiale e della pochezza degli uomini:

[Ho imparato] da Apollonio: l’atteggiamento libero e senza incertezze nel non concedere nulla alla sorte e nel non guardare, neppure per poco, a nient’altro che alla ragione; restare sempre uguali, nei dolori acuti, nella perdita di un figlio, nelle lunghe malattie; aver visto con chiarezza, in un modello vivo, che la stessa persona può essere molto energica e pacata (libro I, 8).

Io sono nato per guidarli, come l’ariete guida il gregge o il toro la mandria. Risali però a monte, partendo da questa constatazione: se non vi sono gli atomi, è la natura che governa l’universo; se è così, gli esseri inferiori esistono per i superiori, e gli esseri superiori esistono gli uni per gli altri (libro XI, 18).

Per un verso abbiamo il più stretto legame con gli uomini, in quanto dobbiamo far loro del bene e sopportarli; per l’altro, invece, in quanto certuni mi ostacolano nello svolgimento del mio specifico operato, gli uomini divengono per me una delle cose indifferenti, non meno del sole o del vento o di una belva (libro V 20).

L’autorità è accresciuta ovviamente dalla cavalcatura che innalza il personaggio. La sua è una parola che è efficace; l’imperatore non è solo un pensatore. A Marco Aurelio, come vedremo il prossimo anno, rivolsero apologie, cioè discorsi per presentare il cristianesimo perché l’imperatore fosse convinto della sua liceità e non lo perseguitasse, Atenagora, Milziade, Melitone, Apollinare. Vittime della persecuzione imperiale sotto Marco Aurelio furono Giustino, i martiri di Lione nel 177, il vescovo Publio di Atene ed altri.

Potete divertirvi a vedere come le guide di Roma talvolta cercano di buttare lì delle affermazioni che oltre ad essere ideologiche sono soprattutto storicamente non fondate. Preparando questa visita ho trovato un testo che scriveva che Paolo III -il papa che ha fatto posizionare qui, d’accordo con Michelangelo, la statua equestre del Marco Aurelio- ha voluto qui la statua equestre perché il papato di allora si riteneva erede dell’ideologia imperiale.

Il discorso, invece, è molto più serio ed interessante: siamo dinanzi al gusto ed al sentire tipicamente rinascimentale (qui tardo-rinascimentale). Il rinascimento, che è un tempo profondamente cristiano, recupera l’antico. Vuole che il moderno abbia la dignità dell’antico. Ama l’antico e crede che l’antico possa addirittura essere superato. Se ne ritiene erede e cerca di valorizzarlo al massimo, ma, nel contempo, lo riprende e crea richiamandosi ad esso. Il rinascimento si pone nella prospettiva di una profonda consonanza fra l’umanesimo greco-romano e l’avvento del cristianesimo. La fede, secondo il pensiero del quattrocento e del cinquecento, ha fatto suo tutto il patrimonio di valori che la precedeva, lo ha purificato e lo ha arricchito.

Per questo si rimodella tutta l’urbanistica cittadina perché abbia la stessa classicità dell’antico, anche se ripensata. Pensate a Pienza, alla piazza del Rossellino. Il rinnovamento della basilica di San Pietro -ricorderete la visita che abbiamo fatto in occasione della mostra per il cinquecentenario della posa della prima pietra- non è un’iniziativa di Giulio II, ma un desiderio che nasce già con i papi precedenti, è un desiderio tipicamente rinascimentale. Il primo ad essere incaricato di rifare San Pietro -ricorderete- è proprio il Rossellino, proprio quello che ha rifatto il centro di Pienza.

I papi non volevano più una basilica medievale, ma rinascimentale, con una cupola, con colonne, archi, che avessero l’impronta del classico. Leon Battista Alberti venne a Roma -Leon battista Alberti, ricorderete, era anche prete!- ed anche lui affermò che San Pietro doveva essere rifatta, come a Firenze il Brunelleschi aveva avuto il coraggio di completare la nuova basilica di Santa Maria del Fiore che aveva sostituito l’edificio antico medioevale, l’antica cattedrale fiorentina.

Per Leon Battista Alberti, Brunelleschi aveva avuto il coraggio di misurarsi con l’antico e di superarlo; così si doveva tentare anche a Roma, non solo a Firenze. Egli registrò nei suoi scritti anche che San Pietro era ormai pericolosamente inclinata ed aveva bisogno urgente di rifacimenti. Ci vorranno cinquant’anni ancora per giungere a Giulio II ed un secolo in più per terminare la costruzione; così l’esterno di san Pietro, alla fine, sarà non più rinascimentale ma barocco, ma l’idea originale di San Pietro è rinascimentale, non barocca.

Qui siamo dinanzi ad un’altra opera urbanistica rinascimentale, contemporanea all’intervento michelangiolesco in San Pietro. Ed anche qui è Michelangelo a dettare legge, ad impostare il progetto di questa piazza con il romano-classico al centro e con la nuova scalea del Palazzo del Campidoglio che nasconde il medioevale che sta sotto, con il Palazzo dei Conservatori che viene rinnovato in chiave rinascimentale e con il magnifico pavimento a pianta stellare.

Di fronte a voi avete il palazzo che è sempre stato il palazzo delle magistrature cittadine. Sotto la scalea michengiolesca vedete una serie di statue. A sinistra il Nilo, con la cornucopia, a destra il Tigri, che è stato trasformato in Tevere con l’aggiunta dei gemelli e della lupa. Sapete che nel mondo antico la lupa è immagine criptica della prostituta -ancora alcuni anni fa il postribolo si chiamava lupanare. La lupa è un indicatore mitologico che dice che questi due bambini sono stati presi proprio dalla strada. Al centro c’è Minerva, la dea della saggezza, trasformata in dea Roma. È un po’ fuori misura rispetto al complesso, ma così accade talvolta quando si riutilizza l’antico.

Anche qui un’osservazione importante, proprio perché, oltre a conoscere il Nuovo testamento, ci siamo ripromessi di conoscere pian piano la storia di Roma e della chiesa di Roma. Fra l’antichità e il papato medievale c’è assoluta continuità, non c’è mai stata interruzione. Non è solo il Rinascimento che cerca di recuperare questa continuità ideale, ma la continuità è ben più profonda, è storica. Uno dei motivi più seri per i quali ci sembra difficile capire il medioevo -e per questo lo consideriamo in maniera sciocca e superficiale come se fosse stato un tempo buio- è semplicemente perché le nostre scuole non ci insegnano come nasce. Ricordo il mio liceo. Non ci hanno fatto studiare niente della storia che va dalla cattura di Romolo Augustolo fino alla lotta per le investiture e le crociate, oltre a dedicare meno di un’ora al pensiero di tutti i filosofi medioevali messi insieme. Provate a domandare in giro chi vi sa spiegare quando e come è nato il potere temporale della chiesa. È impressionante che non ci sia quasi nessuno capace di farlo. Tutti vi diranno che è un male, ma poi non ne sanno in realtà niente, soprattutto niente dei motivi originari. Come si fa a dire che è male una cosa della quale non sai nemmeno spiegare l’origine?

Ne parleremo meglio fra qualche anno, se Dio ci darà vita, quando arriveremo all’alto medioevo, ma già ora è importante dire qui che lo stato della chiesa nasce alla metà dell’VIII secolo come una necessità storica, non come una volontà di dominio della chiesa. I secoli che precedono l’alto medioevo vedono pian piano il decadere della città a motivo delle invasioni barbariche e della lontananza dell’imperatore che, già a partire da Costantino, si trasferisce definitivamente a Costantinopoli.

Il papato è l’istituzione che cercherà continuamente di tenere saldo il ponte con l’impero, con Costantinopoli, e, attraverso di esso, con l’antica romanità. Vi riuscirà, a livello culturale, non a livello politico. I senatori -e con essi il senato e le alte magistrature cittadine- spariranno non perché il papa toglierà loro il potere, ma perché preferiranno trasferirsi a Costantinopoli, ritenuta più sicura. Sto preparando la tesi di laurea proprio sulle origini del potere temporale della chiesa. Abbiamo documentazione che già nel VII secolo l’autorità che deve presiedere all’approvvigionamento del grano a Roma, alla riparazione degli acquedotti e delle stesse mura è quella del vescovo di Roma.

Il pontefice garantisce che l’amministrazione cittadina non perda tutte le modalità acquisite dall’antichità romana, ma l’imperatore che è giuridicamente il signore di Roma -lo sarà fino al 752- è sempre più lontano e viene sempre meno in soccorso della città in crisi (e, se viene, come nel caso di Costante II, nel 663, viene per danneggiare, non per aiutare). Chi gestisce allora la città? I senatori non ci sono più, così i consoli, così il prefetto della città; il papa pian piano diventa il magistrato principale, mentre gli amministratori sono gli antichi amministratori romani, ora però guidati da lui.

Gli esperti di paleografia ci dicono che i documenti di cancelleria medioevali hanno le stesse forme di scrittura di quelli romani del III secolo. La cancelleria ininterrottamente continua a scrivere con gli stessi modelli dell’impero romano! In questa continuità amministrativa, garantita dalla presenza del vescovo di Roma, la svolta politica si avrà, invece, quando i franchi, una volta sconfitti i longobardi, non vorranno più restituire il potere su Roma ai bizantini; solo allora la città sarà non solo di fatto, ma anche giuridicamente, consegnata nelle mani del pontefice.

Il Palazzo del Campidoglio è stato così ricostruito in epoca rinascimentale dai pontefici del tempo ed è ora il Palazzo del sindaco di Roma. In assoluta continuità con l’antico questo è il luogo delle magistrature romane, poi di quelle medioevali, poi di quelle rinascimentali e barocche ed, infine, di quelle attuali. Il sindaco ancora oggi ha il balcone che affaccia sui Fori. Ci spostiamo ora sulla terrazza dalla quale si vedono i Fori.

La terrazza sui Fori

Il Palazzo del Campidoglio mostra, dal lato dei Fori, opposto a quello rivolto verso la piazza, la sua antica facciata romana e poi medioevale. La parte bassa con le grandi aperture ad arco, sono i resti dell’antico Tabularium, l’archivio di Stato romano nel quale venivano conservate tutte le leggi. Il Campidoglio simbolicamente è il luogo religioso che rappresenta l’unità dell’impero. Così Paolo lo vede. Se questo era il luogo pubblico, di esercizio del potere, fisicamente l’imperatore dimorava già con Augusto, invece, sul colle Palatino, che si vede come sfondo dei Fori.

La parola palazzo viene proprio da Palatino, perché con Augusto il palazzo imperiale, il Palatium così chiamato a motivo del nome proprio del colle, si allarga a comprendere tutta l’altura.

La via che passa al centro dei Fori è la Via Sacra. La vediamo ora con gli archi che sono stati via via eretti a ricordo dei cortei trionfali degli imperatori che vi sono passati, al ritorno trionfale dalle guerre vittoriose. La Via Sacra passa ora prima sotto l’Arco di Costantino, poi sotto quello di Tito, quindi sotto quello di Settimio Severo e poi sale fin qui, fino al tempio di Giove Capitolino. Immaginate questa via percorsa -non c’è dubbio alcuno che questo sia stato l’itinerario- da Cesare dopo la vittoria sui Galli, con Vercingetorige in catene, da Tito e Vespasiano con gli oggetti rubati al Tempio di Gerusalemme dopo la prima guerra giudaica e con gli ebrei in catene, da Traiano, dopo la vittoria sui Daci. Ogni imperatore compiva questa ascesa verso il tempio della triade capitolina, per venire a ringraziare gli dei di Roma al termine delle campagne belliche.

Il primo che si rifiuterà di salire ai templi del Campidoglio sarà Costantino. Costantino, sconfitto Massenzio a ponte Milvio, entrerà in città. Giunto ai Fori salirà direttamente al palazzo imperiale, rifiutandosi di venerare gli dei pagani.

Se guardiamo verso i Fori vediamo questa fila di colonne disposte ad angolo con la loro architrave: è il Portico degli Dei Consenti, cioè degli dei che siedono a consiglio con Giove. A sinistra, oltre l’arco di Settimio Severo, vediamo l’edificio del Senato, la Curia, l’unico rimasto in piedi, perché trasformato nell’alto medioevo anch’esso in chiesa. Gli unici edifici che si sono salvati integralmente sono quelli che sono stati trasformati in chiese, gli altri sono stati pian piano utilizzati come cave di materiale dagli abitanti della città.

I Fori romani resteranno la via di collegamento fra il resto della città ed il Laterano fino ai tempi dell’Unità d’Italia e poi di Mussolini. Se fate attenzione vi accorgete che le chiese di via di Fori Imperiali hanno in realtà solo l’abside rivolta verso la via oggi percorsa dalle macchine. La loro facciata, infatti, è rivolta dalla parte dei Fori. Guardando i Fori vedete il Tempio di Antonino e Faustina, che oggi è la chiesa di San Lorenzo in Miranda, poi la basilica dei Santi Cosma e Damiano che ingloba il cosiddetto Tempio del Divo Romolo (la chiesa insiste sul Foro della Pace), poi ancora la chiesa di Santa Francesca Romana. A tutte queste chiese si accedeva dalla Via Sacra. Se voi vedete le processioni papali nei quadri del Seicento e Settecento vedete che ancora si transitava da qui (ad esempio, quando il nuovo papa appena eletto, andava a prendere possesso della cattedra del Laterano). Infatti, tra il Colosseo e piazza Venezia c’era un colle che si chiamava la Velia. Non si poteva transitare di lì. Si ascendeva, invece, al Campidoglio e si seguiva l’antica Via Sacra per giungere al Colosseo dai Fori e poi da lì continuare per San Giovanni.

Mussolini ha livellato la Velia ed ora, con la nuova sistemazione di via dei Fori imperiali, noi in realtà raggiungiamo il Colosseo fiancheggiando il retro delle antiche chiese. Come piccolo riferimento archeologico a quello che abbiamo detto sull’autorità bizantina sempre più di nome che di fatto e sul necessario emergere progressivo dell’autorità pontificia nella gestione della città, potete vedere, proprio nella piazza del Foro, proprio davanti a voi, poco oltre le colonne del Tempio di Saturno, la colonna dell’imperatore di Costantinopoli Foca. È l’ultimo monumento eretto in ordine cronologico nei Fori. Siamo nel 608 d.C. e Foca fa erigere questa colonna per commemorare il suo regno. Foca è un imperatore romano che vive a Costantinopoli, non verrà mai a Roma. Sarà lui a donare il Pantheon al pontefice come primo Tempio che sarà trasformato in chiesa.

Per ricordare questo periodo assolutamente e ingiustamente trascurato nei nostri libri di storia, potete vedere, proprio sotto il Palatino, anche le mura esterne della chiesa di Santa Maria Antiqua, che era una delle cappelle palatine greche, perché l’imperatore, soprattutto a partire da Eraclio che succedette a Foca, pur essendo imperatore romano, sarà in realtà greco.

Dirigiamoci ora verso l’ultima tappa, il carcere Mamertino, avendo negli occhi questo panorama. Molti edifici sono successivi al I secolo d.C., ma sostanzialmente noi abbiamo il colpo d’occhio che Paolo ebbe quando giunse a Roma e visitò il Campidoglio.

Davanti al carcere Mamertino

Giungiamo al carcere Mamertino. È l’antica prigione di massima sicurezza per i nemici di stato che attendevano di essere giustiziati. Gli studiosi sono concordi nell’identificazione del luogo. Siamo qui discesi per i gradini che prendono il posto delle antiche Scale Gemonie (Scalae Gemoniae) dove anticamente venivano esposti al piccolo ludibrio i cadaveri di coloro che venivano strangolati nel carcere o gettati dalla Rupe Tarpea, della quale non si ha ancora una identificazione certa. Qui venivano esposti i corpi degli uccisi per dare spettacolo e anche come deterrente. La pena di morte, tragicamente, per tantissimo tempo ha fatto parte della giustizia ordinaria.

L’ubicazione non è casuale. Le fonti letterarie attestano che i cortei trionfali degli imperatori, prima di salire a venerare gli dei della triade capitolina in Campidoglio, abbandonassero qui i prigionieri che dovevano essere uccisi, perché fossero rinchiusi, in attesa dell’esecuzione nel carcere. Questa fu la sorte di Giugurta, il re della Numidia, nel 104 a.C., di Vercingetorige, re dei Galli, decapitato nel 49 a.C., di Seiano, ministro di Tiberio, decapitato nel 31 d.C., dei capi della rivolta giudaica repressa da Vespasiano e Tito.

Il carcere Mamertino prende il nome probabilmente da Mamers (dio sabino corrispondente al latino Marte; doveva esserci un tempio dedicato al dio Marte nelle vicinanze). La fondazione si fa risalire al VII secolo a.C. -secondo la tradizione, il fondatore fu Anco Marcio- ma venne restaurato negli anni fra il 12 e il 40 d.C., cioè venti anni prima dell’arrivo di Pietro e Paolo a Roma. La datazione risulta dai nomi dei consoli che sono ancora chiaramente leggibili sulla trabeazione, C.Vibio Rufino e M. Cocceio Nerva, perché i romani datavano gli anni con le due magistrature consolari che venivano elette ogni anno.

L’edificio si compone oggi di tre livelli. Al livello della strada c’è il carcere Mamertino vero e proprio. Sotto di esso c’è il Tullianum, la parte più terribile, dove si scendeva solo calati attraverso una botola. Di fatto chi veniva fatto discendere nel Tullianum era ormai irrimediabilmente condannato a morte. Tullianum viene o da tullus (polla d’acqua) o da Servio Tullio, il re etrusco che potrebbe averlo fatto costruire per utilizzarlo come cisterna. Sopra al carcere Mamertino è stata poi costruita la chiesa di San Giuseppe falegname. Ora l’edificio, dunque, si presenta a tre livelli.

Secondo la tradizione Pietro e Paolo furono imprigionati qui. Scendendo dal carcere al Tullianum, vedrete una piccola grata che custodisce il luogo dove avrebbe sbattuto la testa San Pietro, pressato dai soldati. Nel Tullianum troverete una colonna dove, sempre secondo la tradizione, sarebbe stato legato san Pietro e sarebbe sgorgata una sorgente miracolosa con l’acqua della quale poté battezzare i suoi carcerieri Processo e Martiniano, insieme ai loro compagni.

Sia che questa storia sia una leggenda, sia che contenga un qualche elemento di verità, la cosa importante è riaffermare che la testimonianza del martirio fa nascere nuovi cristiani, come dice Tertulliano: Sanguis Martyrum, semen Christianorum (“il sangue dei martiri è il seme da cui nascono i nuovi cristiani”).

Vogliamo concludere utilizzando ancora la nostra immaginazione per ricostruire la scena che sarà avvenuta qui o in un altro luogo similare di Roma. Paolo, dopo aver scritto la lettera ai Romani, arriva nell’urbe intorno al 60 e, per alcuni anni, continua a predicare. Probabilmente per un certo periodo avrà goduto della piena libertà ed avrà visitato l’intera città, salendo anche al Campidoglio e meditando sulla piena rivelazione di Dio in Gesù Cristo, così differente dalla religione degli antichi dèi della città di Roma. Ad un certo punto, sotto Nerone, durante la prima persecuzione ufficiale dei cristiani, nel 64 d.C. circa, o solo qualche anno prima o dopo, sarà rinchiuso in questo carcere e poco dopo verrà ucciso.

La tradizione vuole che il luogo del martirio sia alle Tre Fontane dove sorge ora la chiesa che ricorda l’evento, a fianco dell’abbazia dei monaci cistercensi. Non siamo del tutto sicuri di questo luogo, ma ciò che più ci colpisce è proprio questa incertezza. Il Signore ha chiesto a Paolo di servirlo con l’annuncio e la predicazione, senza promettergli successo imperituro in terra. È tipico del martirio cristiano offrire la vita senza che questo avvenga necessariamente sotto i riflettori della notorietà. Paolo, l’apostolo che conosciamo meglio, muore per Cristo forse con pochissimi o con nessun credente al fianco, al punto che non è conservato con esattezza il luogo del martirio, ma solo quello della sepoltura. La morte del testimone di Cristo può avvenire nel nascondimento, perché il martirio è insieme testimonianza di Cristo e nascondimento di sé.

1 Su questo e sul reale significato dello straordinario affresco del Cenacolo di Leonardo da Vinci , puoi leggere Dal Codice da Vinci di Dan Brown ad una più rispettosa lettura iconografica del Cenacolo di Leonardo nel Refettorio di S.Maria delle Grazie a Milano di don Andrea Lonardo  (http://www.gliscritti.it/arte_fede/cenacolo/cenacolo.htm ).

2 Cfr. su questo la recensione di Pietro Messa, all’importante opera di Giacomo Todeschini,  Ricchezza francescana: Dalla storia del movimento francescano lo stimolo non a rigettare l’economia, ma a viverla in un orizzonte di “uso sensato” e non di sperpero, nella logica del bene comune. Gli studi di Giacomo Todeschini su Pietro di Giovanni Ulivi, S.Bernardino da Siena e la fondazione dei Monti di Pietà che anticipano lo sviluppo di ciò che Max Weber attribuiva, invece, a Calvino ed alla Riforma (http://www.gliscritti.it/approf/2006/papers/messa03.htm ).