2007/2008 4/ SAN PIETRO IN VINCOLI E LE LETTERE DI PIETRO

San Pietro in Vincoli: Pietro e Roma (e le due lettere neotestamentarie di Pietro)

IV incontro del corso sulla storia della chiesa di Roma,

di Andrea Lonardo e Marco Valenti

Mettiamo a disposizione la trascrizione del IV incontro, dedicato alla figura di Pietro ed agli scritti a lui attribuiti, del corso di formazione per catechisti sulla storia della chiesa di Roma proposto dall’Ufficio catechistico e Servizio per il catecumenato della diocesi di Roma, tenutosi il sabato 12/1/2008, presso la chiesa di San Pietro in Vincoli. Appena possibile saranno on-line anche le trascrizioni delle successive lezioni. Il calendario degli incontri con l’indicazione dei luoghi nei quali si svolgono è on-line sul sito dell’Ufficio catechistico della diocesi di Roma http://www.ucroma.it/. Il testo è stato sbobinato dalla viva voce degli autori e conserva uno stile informale.

Le trascrizioni dei primi tre incontri, dedicati alla basilica di Santa Prisca, di Santa Maria in Aracoeli e di San Marco e, rispettivamente, agli Atti degli Apostoli, alla Lettera di san Paolo ai Romani ed al vangelo di Marco, sono già disponibili on-line, nella sezione Corso sulla storia della Chiesa di Roma.

(3/6/2008)

Introduzione alla basilica di San Pietro in Vincoli

di Marco Valenti

Negli incontri precedenti è stato sottolineato l’inserimento delle chiese nel tessuto urbano della città di Roma da Costantino in poi. Le chiese prima del 313 non erano visibili, non solo per le persecuzioni, ma perché non se ne sentiva ancora la necessità. Da Costantino in poi diventano sempre più visibili. Abbiamo visto S.Sabina, chiesa del V secolo, poi abbiamo visto S.Marco, chiesa del IV secolo, segni dell’inserimento della comunità cristiana con i suoi luoghi di culto e con le prime parrocchie nelle differenti zone di Roma.

La chiesa di S.Pietro in Vincoli ci permette di continuare questo discorso ed, insieme, è uno degli esempi che ci fa comprendere come sia avvenuto l’inserimento di edifici di culto in edifici preesistenti di epoca romana. Vi chiedo di prestare particolare attenzione al fatto che la comunità cristiana, nel V secolo in particolare, entra in possesso di alcune aule di rappresentanza di ville lussuose, di domus molto ricche, e le adatta a luoghi di culto; esse diventano tituli, parrocchie. Noi abbiamo in mente l’idea della domus romana, costituita intorno ad un cortile rettangolare su cui si aprivano i vari ingressi agli ambienti. La nostra idea di domus è questa ed è l’immagine della domus per gran parte del periodo imperiale.

Nel IV secolo, cioè nell’epoca di Costantino e negli anni successivi, la domus romana cambia radicalmente tipologia e in queste domus di epoca post-costantiniana l’ambiente di primaria importanza diviene l’aula di rappresentanza, che era un’aula polifunzionale che serviva per dare banchetti e ricevimenti, fare riunioni, tenere discorsi. Il centro non è più quindi il cortile, ma la sala di rappresentanza, a volte con delle nicchie, a volte con una serie di colonne, di solito absidata, aperta su un portico. Serviva a sottolineare l’importanza economica e politica del proprietario.

In questo periodo il numero di questo tipo di case aumenta, perché aumenta il numero di senatori a Roma (già dall’epoca della tetrarchia) e cresce anche il potere del Senato. Alcuni senatori, soprattutto quelli che venivano dalla provincia, desideravano partecipare più attivamente alla vita politica della città di Roma. Siamo negli anni nei quali l’imperatore in occidente non abita nell’urbe, ma risiede a Milano, mentre in oriente ha la residenza a Costantinopoli; quindi il Senato è chiamato a garantire l’organizzazione della città di Roma. Il Senato forniva anche una giustificazione politico-ideologica alla figura dell’imperatore che ne era in qualche modo legittimato, ma, a sua volta, il Senato ricavava legittimazione dal potere imperiale.

I senatori quindi vogliono avere delle residenze importanti a Roma. Fanno perciò costruire delle domus con queste grandi aule di rappresentanza -un esempio evidente è la chiesa di S.Balbina che è appunto un’aula di rappresentanza senatoriale, poi trasformata in chiesa. San Pietro in Vincoli è un altro esempio di aula di rappresentanza di una domus ed anch’essa è stata poi trasformata in chiesa.

Dovete tener conto del fatto che dentro le mura della città di Roma non c’era possibilità di costruire, poiché lo spazio era già tutto occupato; il problema dell’edilizia non è solo attuale! La costruzione delle nuove ville di rappresentanza richiedeva degli ampi spazi verdi e Roma era densamente popolata. Come fare allora? I senatori compravano delle domus o a volte delle insulae e riadattavano questi ambienti su questo schema non più centrato sul cortile, ma sull’aula di rappresentanza. Si costruiscono queste nuove residenze di lusso riutilizzando ambienti precedenti.

Nel V secolo, però, l’imperatore d’occidente -abbiamo detto- risiede a Milano; i barbari saccheggiano Roma per ben due volte; ad un certo punto, per le crescenti difficoltà dell’impero, scompare l’edilizia privata di qualità. I senatori, che erano fin lì cresciuti d’importanza, cominciano invece a diminuire. Ci sono sempre meno senatori, poiché alcuni si rifugiano in luoghi più sicuri, spesso a Costantinopoli, quindi diminuisce la richiesta di queste domus. Nel frattempo aumentano i benefattori della comunità cristiana, i quali non hanno più interesse ad avere una casa lussuosa di rappresentanza, ma preferiscono abbellire le chiese. Quando l’aristocrazia segue l’imperatore a Costantinopoli, molte di queste proprietà private a loro appartenenti passano al patrimonio della Chiesa.

Un’altra caratteristica da notare è che queste domus private di lusso si trovano in modo particolare sul Colle Oppio e sul Celio. Queste case di rappresentanza diventano di proprietà della Chiesa e molte di queste vengono trasformate in chiese. Siccome non è ancora pensabile a quel tempo costruire luoghi di culto su luoghi pubblici, ancor più impensabile farlo in templi pagani -si comincerà solo nel VII secolo- si iniziò a trasformare in monasteri o in parrocchie (tituli) proprio questi edifici privati.

Questo spiega anche la dislocazione un po’ disorganica delle parrocchie nel V secolo; esse venivano erette dove si poteva costruire. Milano ha delle bellissime chiese; anche lì in questo periodo si adattano luoghi precedenti a chiese. Tenete conto che nel V secolo il vescovo di Roma ha sempre più importanza ed autorità e che l’aristocrazia è sempre più coinvolta nella costruzione e nell’adattamento di nuove chiese. Per cui nel V secolo noi abbiamo delle chiese bellissime con il contributo dell’aristocrazia, o addirittura dell’imperatore: S.Sabina, S.Vitale, i SS.Giovanni e Paolo e S.Pietro in Vincoli, una chiesa di committenza imperiale, proprio in una zona lussuosa, quella del Celio e del colle Oppio.

L’apostolo Pietro e Roma

di Andrea Lonardo

Don Marco ci ha lanciato una domanda: “In che luogo siamo?” e ci ha anche dato la risposta. Siamo in un luogo che era un’antica aula di rappresentanza che è stata trasformata nel V secolo in una basilica cristiana eretta su queste bellissime colonne che ora ci circondano.

Il mio compito è di riportarvi ancora più indietro, alla figura di san Pietro apostolo. Prima di questo nuovo passo, riassumiamo brevemente l’itinerario teologico che abbiamo seguito nei nostri primi tre incontri. Abbiamo visto innanzitutto a Santa Prisca il racconto degli Atti degli Apostoli che ci ha ricordato che la Chiesa è madre, che la fede ci è giunta tramite i cristiani che hanno creduto prima di noi. La fede ci viene donata da chi ha creduto prima di noi, perché non è un’invenzione filosofica, ma richiede una trasmissione storica.

Nel secondo incontro all’Aracoeli abbiamo letto la Lettera ai Romani riflettendo sul mistero dell’uomo così come lo presenta san Paolo. L’apostolo pone una domanda radicale: “Perché esiste il peccato nell’uomo? Perché l’uomo desidera il bene, ma si ritrova a commettere invece il male? Come è possibile vincere il male che è nel cuore umano?” Paolo riflette sull’incomprensibilità dell’uomo ed annuncia, come unica chiave di lettura comprensibile di questo mistero, il primato di Dio: solo la grazia di Dio in Cristo viene a svelare ed a guarire il mistero dell’uomo.

Abbiamo visto poi il vangelo di Marco nella chiesa di S.Marco in Campidoglio; abbiamo riflettuto su come il testo marciano annunzi che questa grazia di Dio si incontra, si conosce e si riceve attraverso la storia di Gesù. Per conoscere Dio e la sua salvezza ci è dato il vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio.

Oggi incontriamo in questa chiesa la figura di Pietro, soffermandoci anche sulle due lettere a lui attribuite. Abbiamo dinanzi così, nella figura di Pietro, l’immagine viva della responsabilità che nasce in coloro che hanno incontrato Cristo. Pietro, avendo conosciuto il Messia, il Figlio di Dio, nella reale umanità di Gesù -per tornare ai termini del vangelo di Marco- ne è diventato suo testimone.

Durante questi incontri abbiamo preso l’abitudine di fissare alcune date importanti per la storia della Chiesa di Roma. Oggi ci soffermiamo in maniera particolare sulla morte dei primi martiri romani (nel Calendario liturgico li chiamiamo i Protomartiri romani) avvenuta nel 64 d.C., sotto Nerone. Tutto fa ritenere che il martirio di Pietro sia avvenuto nella stessa circostanza e che anche quello di Paolo sia da collocare in un momento prossimo a questa prima persecuzione.

Questo luogo è adatto a ricordarci quella persecuzione innanzitutto perché questa è la zona nella quale proprio Nerone edificò la Domus Aurea, dopo l’incendio di Roma che fu la scusa addotta per scatenare la persecuzione del 64 d.C.

In quell’anno, infatti, ci fu un terribile incendio nel centro di Roma. Forse è una leggenda che sia stato Nerone in persona ad ordinare l’incendio; probabilmente fu uno di quegli incendi che periodicamente si verificavano nell’urbe a motivo della grande quantità di materiale ligneo adoperato nella costruzione delle case cittadine. Roma bruciò per sei giorni e andò distrutta tutta la Suburra, tutta la zona del Colle Oppio e la zona dei Fori Imperiali.

Certo è che Nerone, che al momento dell’incendio non era in Roma, sfruttò l’occasione per riutilizzare gli spazi privati e pubblici occupati dagli edifici andati distrutti per edificare la sua fastosa abitazione, la Domus Aurea, così chiamata a motivo della profusione di oro utilizzata nella decorazione della nuova domus. Il luogo dove ora sorge il Colosseo venne incluso nella Domus Aurea e Nerone fece lì realizzare un lago artificiale di modo che i suoi palazzi avessero la vista su di esso.

Nerone percepì che questa operazione di privatizzazione del centro della città gli alienava la simpatia della popolazione romana ed ebbe l’idea -ci riferisce lo storico Tacito- di dare la colpa dell’incendio ai cristiani per allontanarla da sé. I cristiani venivano ritenuti “odiatori del genere umano” (nelle parole di Tacito è evidente la critica già forte al modo di vivere dei cristiani che non veneravano gli dei, non frequentavano i templi, contestavano i giochi dei circhi, ritenevano il matrimonio unico ed indissolubile, ecc. ecc. vivendo con uno stile di vita che li distingueva e li faceva etichettare come nemici dell’abituale modo di vivere); l’imperatore approfittò di questo sentimento malevolo verso i cristiani per accusarli del disastro.

Nel 64 avviene così la prima persecuzione anti-cristiana ad opera dell’impero romano. Molti cristiani vennero catturati e portati nel circo di Gaio (Caligola) e Nerone edificato dove ora sorge la basilica di S.Pietro. Tacito parla di un’ingente moltitudine (ingens multitudo) di persone uccise in questa circostanza. Tutte queste persone furono uccise nei modi più orribili sotto gli occhi dei cittadini di Roma, abituati a questo tipo di spettacolo. L’obelisco che è al centro di piazza S.Pietro era al centro della spina del circo neroniano utilizzato per questo pubblico spettacolo. Possiamo immaginare che Pietro sia morto vedendo questo obelisco.

L’obelisco è l’unico testimone del Circo di Gaio e Nerone che oggi è possibile vedere, perché tutto il resto giace sotto il livello attuale della piazza e della basilica. Lo si vede oggi al centro del colonnato berniniano, ma non è la sua collocazione originaria. Sotto Sisto V, con un difficilissimo lavoro, fu infatti spostato di un centinaio di metri, perché il Papa voleva che si ergesse ormai come simbolo del trionfo di Cristo, davanti alla basilica. Il luogo originario in cui era situato è segnalato da una lapide a terra che è ora visibile recandosi all’Ufficio scavi alla sinistra della basilica.

A fianco del circo c’era una necropoli, che oggi è possibile visitare dopo gli scavi avvenuti durante il pontificato di Pio XII. Questa necropoli era, in origine ed anche al tempo del martirio di Pietro e dei protomartiri romani, a cielo aperto; oggi, invece, giace sotto la basilica di S.Pietro. La parte che è stato possibile riportare alla luce è composta di tombe poste lungo un viottolo che sale lungo il pendio del colle Vaticano. I cristiani presero il corpo di Pietro e lo seppellirono lì in una tomba a terra. Scavarono una fossa, una tomba poverissima e lo posero lì.

La collina sulla quale si trovava questa necropoli fu fatta livellare con un enorme lavoro da Costantino quando divenne imperatore. Questo prova che si riteneva con sicurezza che quel luogo fosse veramente la sepoltura di Pietro. Costantino, infatti, non solo affrontò questo lavoro di sbancamento del colle, ma, in più, dovette profanare le tombe della necropoli per livellare il terreno, contravvenendo alle esplicite leggi che vietavano l’edificazione su zone adibite alla sepoltura, pur di costruire la basilica esattamente su quella tomba. Questi elementi storici confermano in maniera evidente l’antichissima tradizione che sia l’esatto luogo dove Pietro fu sepolto immediatamente dopo il suo martirio.

Gli scavi effettuati negli anni ’50 danno ancora più evidenza alla continuità che c’è tra quella semplicissima tomba e l’attuale cupola della basilica che la manifesta all’esterno[1]. Partendo dall’alto abbiamo la cupola della basilica, sotto di essa il baldacchino del Bernini, sotto il baldacchino l’altare attuale, sotto di esso, ad un livello ancora inferiore, l’altare medievale, sotto di esso i resti dell’altare di Gregorio Magno, poi ancora più in basso i resti archeologici di quello che viene tradizionalmente chiamato il “trofeo di Gaio”, cioè il primo abbellimento della tomba di Pietro attribuito ad un tal Gaio nella Storia della Chiesa di Eusebio di Cesarea, ed, infine, una tomba a terra, semplicissima, al centro di una piccola piazzola dell’antica necropoli: lì fu sepolto san Pietro. Tutta la basilica evidenzia questa sepoltura di un uomo, tutta la basilica di san Pietro sorge per la testimonianza ed il martirio di Pietro.

San Pietro in Vincoli ci ricorda un altro aspetto della storia di Pietro, precedente al martirio ma intimamente legato ad esso, e cioè la sua prigionia, simbolizzata dalle sue catene. Vedremo poi meglio questa tradizione che vuole che siano qui conservate le catene che lo legarono a Gerusalemme, ricordate negli Atti, e quelle che lo legarono a Roma. Ci basti, per ora, l’evocazione di un uomo che viene legato, che viene più volte perseguitato per il nome di Gesù, fino ad offrire la sua vita per lui nel luogo dove ora sorge la basilica di S.Pietro.

Leggiamo ora direttamente il testo di Tacito che ci riporta i fatti dell’anno 64 (Annali, 15, 44, 2-5):

Né per umani sforzi, né per elargizioni del principe, né per cerimonie propiziatrici dei numi, perdeva credito l’infamante accusa per cui si credeva che l’incendio fosse stato comandato.

I romani credevano che l’incendio fosse stato comandato da Nerone.

Perciò, per tagliar corto alle pubbliche voci, Nerone inventò i colpevoli.

Tacito è un pagano, ma è uno scrittore di tendenze anti-imperiali, uno storico di area senatoriale-repubblicana, critico verso Nerone.

Sottopose a raffinatissime pene quelli che il popolo chiamava crestiani.

Vi ricordate, negli incontri precedenti, che già nella notizia relativa all’imperatore Claudio si parlava di tumulti avvenuti impulsore Chresto (a motivo di un sobillatore di nome Cresto). Per lo iotacismo le vocali i ed e venivano scambiate: Cresto era Cristo, ma lo storico non era stato in grado di accorgersi di questo. Per lo stesso fenomeno dello iotacismo qui i cristiani sono chiamati crestiani.

Essi venivano invisi per le loro nefandezze. Il loro nome veniva da Cristo, che sotto il regno di Tiberio era stato condotto al supplizio per ordine del procuratore Ponzio Pilato. Momentaneamente sopita, questa perniciosa superstizione proruppe di nuovo non solo in Giudea, luogo di origine di quel flagello, ma anche in Roma, dove tutto ciò che è vergognoso ed abominevole viene a confluire e trova la sua consacrazione. Per primi furono arrestati coloro che facevano aperta confessione di tale credenza, poi, su denuncia di questi, ne fu arrestata una gran moltitudine non tanto perché accusati di aver provocato l’incendio, ma perché si ritenevano accesi d’odio contro il genere umano.

Questa espressione, come abbiamo già accennato, è tipica dei primi secoli. È importante tenerla presente per capire in controluce alcune espressioni che troveremo nelle lettere di Pietro. Sottolineiamo ancora il perché di questa accusa di inimicizia verso il genere umano dei cristiani. Essi si rifiutavano di assistere agli spettacoli dei gladiatori, non accettavano quel modo di vivere il divertimento, rifiutavano l’aborto, difendevano l’unità dell’uomo e della donna.

Il cristianesimo è sempre stato così. I cristiani vivevano in maniera diversa da chi non si poneva problemi e questa diversità veniva interpretata come un atteggiamento di odio verso gli altri, come un rifiuto del modo abituale di vivere. I primi scritti cristiani cercheranno, invece, di confutare questa accusa affermando a più riprese: “Voi amate lo Stato, come anche noi lo amiamo; voi servite le leggi, come anche noi facciamo; noi riteniamo la res publica importante esattamente come avviene per tutti gli uomini; solamente dal male non possiamo non rifuggire, in tutto il resto siamo cittadini fedeli”. Una parte del mondo pagano era ammirata dalla vita dei cristiani e si avvicinava a loro, ma un’altra li considerava degli asociali che vivevano una vita ed una morale con criteri diversi da quelli usuali, considerandoli ostili al mondo. Tacito è fra costoro e li appella come “accesi d’odio contro il genere umano”.

Quelli che andavano a morire erano anche esposti alle beffe: coperti di pelli ferine, morivano dilaniati dai cani, oppure erano crocifissi, o arsi vivi a mo’ di torce che servivano ad illuminare le tenebre quando il sole era tramontato. Nerone aveva offerto i suoi giardini per godere di tale spettacolo, mentre egli bandiva i giochi nel circo ed in veste di auriga si mescolava al popolo, o stava ritto sul cocchio. Perciò, per quanto quei supplizi fossero contro gente colpevole e che meritava tali originali tormenti, pure si generava verso di loro un senso di pietà, perché erano sacrificati non al comune vantaggio, ma alla crudeltà di un principe.

Il testo di Tacito sottolinea come alcuni cominciavano a pensare che non fosse giusto trattare così i cristiani. Sono le prime manifestazioni di quella che diverrà una vera e propria ammirazione della testimonianza del martirio dei cristiani in tanti che si convertiranno al cristianesimo già nei primi secoli.

Questa basilica, edificata vicino alla Domus Aurea, ci ricorda allora i primi martiri romani, dei quali non si è conservato il nome, ma che sappiamo essere una ingente moltitudine; ci ricorda, in particolare, anche il martirio di Pietro e Paolo. Dicevamo che nella ricerca storica c’è maggiore incertezza sulla datazione della morte di Paolo, perché egli godeva di uno stato particolare come cittadino romano, rispetto a Pietro. Aveva, inoltre, un processo già aperto, come ci testimoniano gli Atti. Quindi non sappiamo bene se i due apostoli furono uccisi insieme o a qualche tempo di distanza, ma sappiamo che entrambi hanno subito il martirio qui a Roma, sotto l’impero di Nerone.

Oltre al testo di Tacito, abbiamo una esplicita testimonianza del martirio di Pietro negli scritti neotestamentari. Il vangelo di Giovanni, scritto quando Pietro era già stato ucciso, parla esplicitamente del suo martirio:

“In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio stenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”.

(Gv 21, 18-19)

Non solo nei sinottici, ma anche in Giovanni è evidente la centralità di Pietro. Il vangelo del discepolo prediletto non omette mai di far risaltare il primato petrino. E tale ruolo primario è chiaramente attestato anche nell’epistolario paolino. Insomma in tutti i vangeli come in Paolo noi abbiamo la centralità della figura di Pietro. Negli elenchi degli apostoli Pietro è sempre il primo. Paolo discute con Pietro, ma discute proprio perché Pietro è il ‘primo’, perché non si può non avere rapporto con lui. Se c’è un dato indubitabile a livello neotestamentario è il primato di Pietro.

Il nome stesso di Pietro ci mostra che questo primato risale alla vita stessa di Gesù -ed è anche un chiarissimo segno indicatore che è stato Gesù stesso a volere la Chiesa! Nell’antologia di testi che vi è stata distribuita trovate la nota della Bibbia di Gerusalemme a Mt 16, 18:

Né la parola greca petros, e nemmeno, sembra, il suo corrispondente aramaico kefa (“roccia”) erano usati come nomi di persona prima che Gesù avesse chiamato così il capo degli apostoli per simboleggiare il suo compito nella fondazione della chiesa.

La parola Pietro, prima dell’uso che ne fa Gesù, non era un nome di persona! Petros in greco, prima di san Pietro, non era mai stato un nome di persona. Quest’uomo aveva un nome: Simone. Gesù in aramaico lo chiama Kefa. È come un soprannome. Anche in aramaico Kefa non è attestato come nome di persona.

Gesù, dicendo “Tu sei pietra”, dice che questa Chiesa che Lui è venuto a far nascere, perché il legame tra Cristo e la Chiesa è indissolubile, si fonda su questa persona. Già il solo nome di Pietro indica che Gesù ha fondato, ha fatto nascere qualcosa che si radica su Pietro.

Pensate anche ad un altro elemento che conferma ulteriormente quello che stiamo affermando: Kefa viene tradotto nel Nuovo Testamento in greco con Petros. Ma un nome proprio non si traduce mai. Se voi cambiate nazione, il vostro nome proprio rimane invariato. Non è che se uno si chiama ‘Angelo’ altrove lo tradurranno con “messaggero”. Kefa viene invece tradotto in greco, anche se si conserva per un po’ di tempo l’aramaico Kefa, perché è divenuto un nome personale, ma è soprattutto un nome “funzionale”, che esprime il ministero.

Questo semplice nome ci testimonia con certezza che Gesù ha voluto Pietro, e che Gesù ha scelto i Dodici perché fossero la Chiesa. La Chiesa non è così un’invenzione di Pietro o degli apostoli. A rigor di logica chi ritiene la Chiesa uno sbaglio può rimproverare Gesù di averla fondata, ma non può dire che essa è stata inventata dagli apostoli contro le intenzioni di Gesù. Gesù è venuto per questo.

Ma qual è il ruolo di Pietro? Pietro ha una funzione testimoniale, così come gli altri apostoli. Il suo essere “pietra” è conseguenza della professione di fede: “Tu sei il Cristo”. È questa sua professione che poi fa dire a Gesù: “Tu sei Pietro”. Nei sinottici il dialogo parte dalla domanda di Gesù: “La gente chi dice che io sia?”, cioè: “Che cosa pensa la gente di me? Chi sono io per le persone?” E le persone interpretavano Gesù con le categorie culturali del tempo: è un profeta, è Giovanni Battista, è Elia che è tornato. Quanto sono simili queste risposte a quelle di alcuni nostri contemporanei: “Gesù è un illuminato, è come Buddha, è come Maometto”. Per capire Gesù le persone fanno riferimento alle altre categorie di rapporti con Dio che conoscono.

Ma Gesù va oltre e domanda: “E voi, chi dite che io sia?”, facendo capire che le risposte precedenti erano insufficienti e non aprivano la strada alla verità. Pietro risponde: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. L’unicità del Cristo, l’unicità del Figlio è annunciata da Pietro. Tutti i vangeli risplendono di questa assoluta unicità del Cristo. Nessuno gli è paragonabile.

Qui si chiarisce anche in che senso Pietro sia testimone -e cosa sia precisamente la testimonianza. Troppo facilmente si è portati a pensare che testimone sia colui che si propone per la sua bravura come persona da seguire per la sua coerenza. Ma qui non è così: Pietro è testimone perché indica che bisogna seguire Gesù. È un equivoco da chiarire con precisione. Il Papa non è uno che dice: “Fidatevi di me perché sono bravo, perché sono intelligente” e così il genitore non è uno che dice: “Io sono capace”. Il testimone è uno che dice: “Devi guardare a Cristo”. Il testimone è una persona che è rivolta verso un Altro e indica un’altra vita come il luogo della salvezza.

Pietro sarà dall’inizio alla fine, con tutti i suoi peccati, tutte le sue mancanze, colui che indicherà che per vivere bisogna conoscere Gesù. È il ruolo testimoniale. Noi continuiamo a ripetere quella frase bellissima di Paolo VI che aveva affermato nell’Evangelii nuntiandi che il mondo oggi chiede dei testimoni, non solo dei maestri, ma penso che commettiamo un grave errore teologico e pastorale se la interpretiamo semplicemente come un richiamo alla coerenza: sarebbe un inganno terribile. Comporterebbe una riduzione della testimonianza alla bontà personale, alla generosità della persona del testimone. Questo vorrebbe dire anche che chi ha commesso un errore non avrebbe più il diritto di parola, non potrebbe più educare -pensate solo ad un divorziato risposato che non potrebbe più parlare della fede cristiana ai figli, se la testimonianza consistesse semplicemente nella coerenza del testimone.

Chi sbaglia non sarebbe più testimone se si desse per buona questa interpretazione. Invece il testimone per eccellenza non è colui che è coerente, ma colui che indica che il vero coerente, il vero Salvatore, il vero uomo, il vero Dio è Gesù. Il testimone è colui che dice: “Non guardare me, guarda a Lui”. Il testimone annuncia una verità che è più grande della propria coerenza e che resta salda e vera anche se egli non ne fosse sempre all’altezza.

Ed è questo il motivo per il quale la testimonianza poi esige anche coerenza,  richiede che anche la propria vita sia messa in gioco. Questo è importantissimo, ma è solo il secondo aspetto della testimonianza. Siccome un Altro è più importante di me, è chiaro che gli affido la mia vita, che io metto la mia vita nelle sue mani. In questo senso il testimone è anche colui che si affida, che crede. Il martirio di Pietro è la massima testimonianza, perché ci dice che Pietro -e con lui i primi martiri romani- erano talmente legati a Cristo da poter dire: “Potete anche uccidermi, ma Gesù non può essere strappato dalla mia vita”. Pietro ed i martiri del 64 d.C. che oggi ricordiamo hanno testimoniato di non poter accettare una equiparazione degli dèi pagani e del Cristo. Essi dicono invece: “Gesù è il Cristo e gli dèi pagani sono degli idoli”.

Questo vi fa capire che la testimonianza -secondo una delle espressioni care a mons.Fisichella- è una delle forme di comunicazione interpersonale più profonda. Il testimone permette alle persone di leggere il suo cuore e di trovarvi la fede nel Cristo. Non c’è comunicazione di sé più profonda di quando si arriva a dire con sincerità: “Questa è la mia fede. Io credo nel Cristo”. Il testimone si fa leggere nel cuore, fino al punto dove è la sua fede. La testimonianza è uno degli atti di comunicazione personale più profondi; ed è per questo che è difficile.

Ricordo una volta una persona che spiegava: “Per me è più difficile chiedere a mio marito di dire insieme il Padre Nostro, che mettermi a nudo per fare l’amore. Mi sentirei più nuda a manifestare la mia fede! Mi fa meno problema compiere un gesto d’amore”. Questo avviene perché è difficile far leggere all’altro la nostra fede. Non la sappiamo condividere, perché è una realtà veramente personale, che fa parte di noi. Ma proprio per questo, contemporaneamente, sentiamo il desiderio ed il bisogno di condividerla, perché altrimenti non siamo conosciuti in profondità. Ecco, la fede è questa realtà personale, ma al contempo pubblica, che non può non divenire testimonianza.

Si può sottolineare un ulteriore aspetto della testimonianza rifacendoci anche questa volta agli studi di mons. Fisichella. Testimoniare in tedesco si dice zeugen, ma zeugen significa anche generare. Il testimone è colui che fa nascere, che genera altri cristiani. Pietro e i protomartiri, morendo, danno testimonianza: ma, così facendo, fanno nascere alla fede nuovi cristiani. Pensate alla frase che abbiamo letto poco fa di Tacito: Perciò, per quanto quei supplizi fossero contro gente colpevole e che meritava tali originali tormenti, pure si generava verso di loro un senso di pietà. Qualcuno, più intelligente, avrà cominciato a dire che queste persone evidentemente credevano davvero a quanto professavano, se erano disposte a dare la loro vita in quel modo. E avranno cominciato a discutere di questo, ad interrogarsi sulla questione degli idoli, della concezione dello Stato e del matrimonio, entrando così in un giro di pensiero. Dalla testimonianza nasce la fede.

Vediamo ora un terzo punto: abbiamo visto in primo luogo che Gesù ha voluto Pietro e la Chiesa, abbiamo riflettuto in secondo luogo sul fatto che la Chiesa è testimoniale, poiché indica un Altro in cui è la salvezza. In terzo luogo ci soffermeremo ora a mostrare che questo, nella figura di Pietro, resta vero nonostante il peccato.

Pensate a quanto è importante questo aspetto: il vangelo non nasconde il male che c’è in Pietro. Nel Nuovo Testamento noi abbiamo degli episodi che ci mostrano il peccato di Pietro. Già subito dopo aver riconosciuto che Gesù è il Cristo, appena Gesù annuncia la sua morte a Gerusalemme, Pietro gli risponde: “Non ti accadrà mai”. Pietro non vuole un Signore che muoia in croce. Ed il vangelo continua:

Gesù rimproverò Pietro e gli disse: “Dietro di me [N.d.R. non “lungi da me”] da me Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini” (Mc 8, 33).

Nella traduzione attuale noi abbiamo “lungi da me” -forse credo sarà diversa la nuova traduzione CEI. Il testo greco dice: “dietro di me”. Quello che dice Gesù è: “Pietro, tu sei Pietro? Alla sequela!” Tu, per essere quello che sei, devi camminare dietro di me. E lo chiama Satana, non perché Pietro sia Satana, ma perché Pietro può, in alcuni momenti, allontanarsi dalla sequela e deve essere richiamato a seguire il Signore. Pensate anche al triplice rinnegamento, il secondo episodio che sgomenta della vita di Pietro. Il gallo è, per questo, uno dei simboli iconografici petrini! Se voi andate al Museo della Fabbrica di San Pietro, potrete ammirare un antico gallo bronzeo che era posto in cima alla basilica, perché il gallo è simbolo di Pietro, così come le chiavi. Pietro è sempre colui che sa che esiste il male e che esiste anche dentro di lui.

Gesù gli dice però:

E tu una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli (Lc 22, 32).

Solo chi conosce il proprio peccato sa anche guidare gli altri. Per condurre gli altri, per non essere una persona dura, arrogante, tu devi aver fatto esperienza del male e del perdono che Cristo ti dà. Pietro è Pietro, non perché è perfetto. Il Papa è Papa non perché è perfetto, ma perché è segno di una misericordia accolta e trasmessa. Sapete che spesso il papato conosce, come avvenne per san Pietro, il fallimento ed insieme la testimonianza. Ma mai il papato cesserà di indicare che Gesù è la misericordia, che Gesù è la salvezza.

Non si cessa di essere testimoni, tout court, quando si commette un peccato; magari lo si è di meno, ma non si cessa di esserlo. Questo è un inganno che ci porterebbe a divenire dei perfezionisti, dei moralisti. Cristo resta il Cristo e tu resti testimone anche se sei nel peccato. Anzi, l’ammissione della colpa conduce all’umiltà e chi riconosce il proprio peccato diventa testimone ancora più convincente del Cristo.

Ecco che nell’iconografia, accanto al simbolo del gallo, troviamo il simbolo delle chiavi. È una ripresa letterale dell’espressione evangelica:

A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli (Mt 16,19).

Pietro ha solo due chiavi, una per aprire e una per chiudere. Chi, vedendo il proprio parroco con tante chiavi in mano gli dice come battuta “sei come Pietro”, non ha capito nulla di Pietro! Pietro nell’iconografia ha solo due chiavi, una per legare e l’altra per sciogliere (o anche per chiudere e per aprire).

Ha scritto in maniera sintetica W.Trilling, nel suo Commento al vangelo di Matteo, edito da Città Nuova:

Le espressioni “legare e sciogliere” derivano dal linguaggio rabbinico, e significano che uno ha l’autorità di dichiarare giusta o falsa una dottrina. Un secondo significato riguarda l’autorità di escludere qualcuno dalla comunità… o di accoglierlo in essa.

Due dimensioni sono così contenute in questa espressione neotestamentaria. Per capire meglio la prima dimensione possiamo tornare al discorso di Benedetto XVI quando prese preso possesso della Cattedra di San Giovanni in Laterano, il 7 maggio 2005:
Il Vescovo di Roma siede sulla sua Cattedra per dare testimonianza di Cristo. Così la Cattedra è il simbolo della potestas docendi, quella potestà di insegnamento che è parte essenziale del mandato di legare e di sciogliere conferito dal Signore a Pietro e, dopo di lui, ai Dodici […]

Questa potestà di insegnamento spaventa tanti uomini dentro e fuori della Chiesa. Si chiedono se essa non minacci la libertà di coscienza, se non sia una presunzione contrapposta alla libertà di pensiero. Non è così. Il potere conferito da Cristo a Pietro e ai suoi successori è, in senso assoluto, un mandato per servire. La potestà di insegnare, nella Chiesa, comporta un impegno a servizio dell’obbedienza alla fede. Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo […]

La Cattedra è – diciamolo ancora una volta – simbolo della potestà di insegnamento, che è una potestà di obbedienza e di servizio, affinché la Parola di Dio – la sua verità! – possa risplendere tra di noi, indicandoci la strada.

Il Papa non può proporre le sue proprie idee, ma deve piuttosto indicare se quello che si dice, si vive, si pensa, è conforme al Cristo. C’è così qualcosa che è infinitamente più importante di Pietro: la Parola di Dio, il Cristo stesso. Il ruolo del magistero, del Papa, è di confermare i fratelli laddove si è nella conformità al Cristo e di mostrare l’errore laddove si sta tralignando. È un potere di servizio; quindi il Papa non può inventarsi una cosa ed obbligare ad essa. È anche questo il motivo per il quale non tutte le parole del Papa sono infallibili, ma solo quelle pronunciate ex cathedra. Il Papa è così colui che è chiamato a proclamare ciò che è conforme al vangelo ed alla tradizione della Chiesa. Le due chiavi indicano questo ministero di confermare nella conformità al pensiero di Cristo o di dichiarare la lontananza di una dottrina dal vangelo.

Ma le due chiavi dicono anche la realtà del perdono, la comunione del peccatore perdonato con il suo Signore. Anche qui è necessario richiamare la parola evangelica:
A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi ( Gv 20,23).

Il ministero petrino non è così solo un ministero di verità, ma anche il grande segno della misericordia. Pietro, e con lui tutti i pontefici, è chiamato ad essere segno della certezza della grazia e del perdono di Dio in Cristo. Questo è straordinario; sapete bene quante persone vivono nel senso di colpa, nel sentirsi, per un errore che hanno fatto trent’anni fa, incapaci di poter fare qualcosa di buono. Quelle chiavi sono il simbolo del perdono sacramentale che assicura: “Tu sei perdonato dal Cristo, tu sei una persona nuova, non devi più pensare al male che hai fatto; la tua vita è ormai cambiata, trasformata dal perdono”. Ciò che viene perdonato in terra è perdonato in cielo. Così la formula dell’assoluzione nella confessione, “Io ti assolvo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” è strumento e garanzia del perdono che viene donato dal Cristo stesso. La celebrazione dei giubilei è uno dei segni con la quale viene continuamente sottolineata la realtà della misericordia che è una delle consegne fatte a Pietro.

Per approfondire ulteriormente il messaggio neotestamentario riguardo a Pietro non possiamo non fare riferimento alle due lettere che gli sono attribuite.

Nel Nuovo Testamento due lettere portano il suo nome. Noi non siamo certi che le abbia scritte Pietro, ma questo non ci scandalizza; anche per queste due lettere vale il concetto dell’ “origine apostolica” che già abbiamo visto nel precedente incontro sul vangelo di Marco.

Ricorderete che affermare l’ “origine apostolica dei vangeli” -è l’espressione tecnica della Dei Verbum– non vuol dire affermare che una singola parola è scritta direttamente dall’apostolo Giovanni o Matteo; questa è una discussione aperta e nessuno può essere tacciato di non essere cattolico se discute di questo. Piuttosto si afferma con certezza che l’insieme di ciò che è tramandato proviene dagli apostoli. Così quello che Pietro e gli altri apostoli hanno creduto e tramandato è realmente contenuto nelle lettere che portano il nome di Pietro, chiunque ne sia stato l’autore. Esse risalgono veramente alla predicazione apostolica, perché la loro scrittura non poteva contrastare con ciò che i primi cristiani avevano sentito a voce dalla viva predicazione apostolica.

Queste lettere quindi noi le accogliamo come “di origine apostolica”, anche se non le avesse scritte direttamente Pietro. Erano lettere pubbliche; in particolare la loro origine sembra essere propriamente Roma, poiché nella prima lettera di Pietro si dice che essa è scritta da Babilonia, non l’odierna città dell’Iraq, ma Roma in quanto nemica dei cristiani. La prima lettera di Pietro è scritta sicuramente dopo la persecuzione di Nerone perché i cristiani hanno sperimentato questa fatica di dover affrontare il martirio, di aver visto morire i fratelli nella fede, dilaniati dalle fiere, crocifissi, dati alle fiamme.

Roma viene chiamata con questo termine apocalittico di Babilonia che indica la città nemica di Dio per eccellenza, perché Babilonia era la grande potenza che aveva distrutto Gerusalemme, ai tempi di Nabucodonosor. Anche l’Apocalisse, come vedremo, chiama la nemica di Dio Babilonia ed anche lì vi è un chiaro riferimento a Roma.

La lettera di Pietro è una lettera romana che probabilmente ricorda la tradizione di Pietro -se, come è possibile ed anzi probabile, non ne è Pietro stesso l’autore- e che viene inviata ai cristiani delle regioni dell’odierna Turchia.

Se la leggete vi accorgete di come l’autore risponde a quell’accusa che abbiamo visto in Tacito, secondo la quale i cristiani odiano il genere umano.

La vostra condotta fra i pagani sia irreprensibile, perché mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere giungano a glorificare Dio nel giorno del giudizio […] State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore (1Pt 2,12).

Potremmo parafrasare l’intento di brani come questo così: “Loro vi accusano perché non capiscono che la vostra diversità è legata a questa novità di vita, ma voi dovete mostrare che siete veramente cittadini di questa città, che questo Dio, che è il vero Dio, non vi porta fuori da questa vita, anzi, tramite la vostra testimonianza aiuta anche altri ad amare ancor più la vita”.

Mi viene in mente un episodio. Recentemente, commentando la vicenda della morte di alcuni operai in una importante fabbrica, la ThyssenKrupp, il Presidente del Consiglio, e non importa a quale schieramento politico appartenga, ha detto: “La vita è sacra”. Nessuno ha protestato. Notate bene: dire la sacralità della vita vuol dire fare una affermazione religiosa. Uno scienziato che si attenesse semplicemente al suo metodo non potrebbe né confermarla, né smentirla. Non la troverete, ad esempio, in un trattato di anatomia. Eppure questa affermazione è assolutamente valida; è straordinario che anche un ateo vi si possa riconoscere. E -notate bene- non sarebbe legittima per qualsiasi vita animale, per un pinguino od una balena. Il vitello lo mangiamo tranquillamente, perché sappiamo bene che non è sacro come un essere umano. Perché la vita dell’uomo ha un valore diverso di quella della carne che mangio a pranzo? Perché la fede mi insegna che, attraverso Cristo, l’uomo è fatto ad immagine di Dio. Questo è un germe di verità che la fede ha gettato nel mondo. Qualcuno crede in Dio, qualcuno no, ma la provocazione della fede obbliga tutti a riflettere sul perché la vita dell’uomo sia sacra. Perché noi non possiamo accettare che una fabbrica faccia morire delle persone.

Nella stessa prospettiva, quella di invitare i cristiani a mostrare che essi non sono una realtà semplicemente diversa dagli altri uomini, troviamo nella I lettera di Pietro una famosissima espressione:

Siate pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi (1Pt 3,15).

Siate persone che sanno spiegare, che non si limitano a dire: “Ci credo e basta!”. Dovete essere persone che sanno spiegare chi è Cristo, dare le motivazioni del perché la speranza è entrata nel mondo. La fede cristiana ama la ragione, cerca le motivazioni, discute, offre il logos. Nel discorso che il papa avrebbe dovuto tenere all’Università La Sapienza di Roma si riflette sulla figura di Socrate che, dinanzi al paganesimo del suo tempo, osava domandare: “Ma è vero? Ma gli dèi sono proprio così?” Il cristianesimo non ha sentito la domanda sulla verità di Socrate come anti-religiosa, come atto di offesa a Dio, anzi ha percepito che Dio ha dato la ragione all’uomo, proprio perché la usi pienamente nella ricerca della fede. E la prima lettera di Pietro invita ad usare il logos per parlare della fede.

Anche a Verona Benedetto XVI ha commentato precisamente questo passo della 1Pt:

Dobbiamo essere sempre pronti a dare risposta (apo-logia) a chiunque ci domandi ragione (logos) della nostra speranza, come ci invita a fare la prima Lettera di San Pietro (3, 15), che avete scelto assai opportunamente quale guida biblica per il cammino di questo Convegno. Dobbiamo rispondere “con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza” (3, 15-16), con quella forza mite che viene dall’unione con Cristo. Dobbiamo farlo a tutto campo, sul piano del pensiero e dell’azione, dei comportamenti personali e della testimonianza pubblica. La forte unità che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli tra una fede amica dell’intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall’amore reciproco e dall’attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti ha reso possibile la prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico-romano. Così è avvenuto anche in seguito, in diversi contesti culturali e situazioni storiche. Questa rimane la strada maestra per l’evangelizzazione: il Signore ci guidi a vivere questa unità tra verità e amore nelle condizioni proprie del nostro tempo, per l’evangelizzazione dell’Italia e del mondo di oggi.

Spesso lo stesso illuminismo viene presentato semplicisticamente come un movimento anti-cristiano che nulla ha a che fare con la fede e con il cristianesimo. Se se ne indagano, invece, con più profondità le radici, ci si accorge facilmente che, per certi aspetti, esso è ‘figlio’ di una cultura impregnata della fede cristiana e, perciò, capace di valorizzare la libera ricerca della ragione. Se, ad un altro livello, i lumi sembrano levarsi contro la fede, per altri aspetti, invece, sono l’altra faccia della medaglia di una Europa imbevuta di cristianesimo. Proprio la storia europea dimostra che la ragione non è opposta alla fede, perché fede e ragione sono sorelle, coappartengono alla dignità dell’uomo. La ragione ha bisogno della fede e la fede ha bisogno della ragione.

La lettera parla anche della difficile situazione di persecuzione, per incoraggiare i cristiani:

Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio di persecuzioni che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano (1Pt 4,12).

Nella stessa lettera si dice: I vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi. A me appare una riflessione molto bella che può aiutare quando si è molto stanchi. A volte un papà, una mamma, un catechista, un prete, può essere tentato di dire: “Ma chi me lo fa fare?” Sembra che solo lui soffra. Ma, se si guarda intorno, si accorge che gli altri fanno la stessa fatica, che essere genitori è difficile, come lo è essere studenti, essere preti.

Della seconda lettera di Pietro cito ancora due brani molto importanti:

Nessuna scrittura profetica va soggetta a privata interpretazione (2Pt 1,20).

Pietro insegna che non si può leggere la Scrittura da soli, perché essa non è privata; è lo Spirito che l’ha fatta sorgere e la Scrittura va letta all’interno di quella storia che lo Spirito ha generato e genera.

Infine un’altra questione di straordinaria rilevanza che la prima lettera di Pietro si pone: perché il mondo non è cambiato, apparentemente, dopo la venuta di Cristo? Perché il mondo è sempre uguale? Alcuni affermavano, allora come oggi, che Cristo era venuto invano, perché, nonostante la sua venuta, il mondo non aveva rinunciato alla sua malvagità.

Questo anzitutto dovete sapere, che verranno negli ultimi giorni schernitori beffardi, i quali si comporteranno secondo le proprie passioni e diranno: «Dov’è la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione». Ma costoro dimenticano volontariamente che i cieli esistevano gia da lungo tempo e che la terra, uscita dall’acqua e in mezzo all’acqua, ricevette la sua forma grazie alla parola di Dio; e che per queste stesse cause il mondo di allora, sommerso dall’acqua, perì. Ora, i cieli e la terra attuali sono conservati dalla medesima parola, riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della rovina degli empi (2Pt 3,3-7).

Mi viene in mente una mail che mi è arrivata per Natale, inviata in forma circolare, che apparentemente poteva sembrare un bell’augurio natalizio, mentre in realtà, era di un tenore assolutamente contrario al cristianesimo. Era un immagine con un albero di Natale accompagnata da una scritta che recitava: “Quando aprirò la finestra e vedrò che non ci saranno più guerre, allora sarà Natale”. Il Natale del Cristo non è utopico, non deve ancora arrivare! Il cristianesimo è la certezza che Dio è venuto a salvarci in un mondo nel quale esiste ancora la cattiveria. Il Nuovo Testamento sa che il male non è solo fuori di noi, ma che anzi è insediato anche nel nostro cuore. E la prima lettera di Pietro invita ad accogliere il tempo che continua, questa attesa, questo prolungamento del tempo nel quale il bene ed il male convivono, come un grande segno della misericordia di Dio.

Una cosa però non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi (2Pt 3,8-9).

È una visione bella, liberante, ma anche impegnativa del tempo. Perché ci è dato il tempo? Perché non moriamo subito se siamo divenuti già cristiani? Perché la nostra vita si prolunga? Perché si desidera che nascano altri figli? Perché ci viene dato del tempo per portare frutto in questo tempo, per diventare migliori, per aiutare gli altri, per annunziare loro la speranza che ha salvato il mondo. Il tempo è la pazienza di Dio. Il tempo richiede tanta pazienza anche a noi; ogni giorno ci è chiesto di alzarci, di fare delle cose. Ma il protrarsi del tempo non è solo dovuto alla nostra pazienza, bensì prima e più radicalmente alla pazienza che Dio ha con noi.

Vorrei concludere questa riflessione sulla figura di Pietro con un ulteriore rilievo. Alcuni autori mettono il primato petrino ed il ruolo di Roma in contrapposizione con il valore dei vescovi e del collegio episcopale nel suo insieme, ma non è assolutamente così nella teologia cattolica.

Nella fede cattolica c’è certamente il primato di Pietro, ma questo non vuol dire che non ci siano gli altri apostoli. Ed è solo l’amore che rende possibile la compresenza del primato e della collegialità. Questi due principi non sono da scegliere uno contro l’altro. Pietro, nella fede della Chiesa, è il primo ed i Papi ne ereditano il compito, ma questo non vuol dire che non ci siano anche Giovanni, Giacomo, gli altri apostoli ed i loro successori. Pensate al vangelo di Giovanni come riconosce l’autorità di Pietro ed, insieme, esalta il ruolo del discepolo amato. Il ministero papale sa che suo compito è anche quello dell’ascoltare, del valorizzare, dell’amare i confratelli nell’episcopato.

Nel nuovo Rituale dell’insediamento del papa sulla cattedra di San Giovanni in Laterano, preparato sotto Giovanni Paolo II ed utilizzato per la prima volta dopo l’elezione di Benedetto XVI, c’è una preghiera che viene recitata come accoglienza del nuovo pontefice che recita:

Beatissimo Padre,
la Chiesa che è in Roma
gioisce mentre sali per la prima volta
alla tua Cattedra, che è la Cattedra romana di Pietro,
sul quale è fondata la Chiesa.

Come il vignaiolo che sorveglia dall’alto la vigna
sei posto in posizione elevata
per governare e custodire il popolo che ti è affidato.

Ricorda che occupi la Cattedra del pastore
per dedicarti al gregge di Cristo.

Il tuo onore è l’onore di tutta la Chiesa
ed è valido e sicuro sostegno per i tuoi fratelli nell’episcopato:
tu sarai veramente onorato
quando a ciascuno è riconosciuto l’onore che gli spetta.

Tu sei “Servo dei servi di Dio”.

Sarai onorato quando a ciascuno sarà riconosciuto l’onore che gli spetta!” Il tuo onore sarà reale quando saranno onorati gli altri. Pensate, per un esempio non tanto peregrino, a quando si è padre o madre: un genitore non è allo stesso livello dei figli, è suo compito guidare la famiglia, non può vincolare ogni decisione all’assenso dei figli, soprattutto quando deve dare delle regole su valori essenziali. Ma il genitore intelligente, che ha vera autorità, ascolterà ugualmente ed in verità i propri figli, dedicando le sue energie migliori anche a questo. Perché il guidare e l’ascoltare non sono opposti, ma si intersecano continuamente. Chi è chiamato ad avere una autorità, la esercita contemporaneamente ascoltando, amando, ed, a volte, cambiando anche direzione perché l’altro può offrire motivazioni e proposte vere e tali da non dover essere trascurate. La comunione e l’autorità non si oppongono mai se sono sottoposte alla verità e se sono vissute nella fede e nell’amore.

Anche alcune figure di rilievo di altre confessioni cristiane stanno tornando a riflettere sulla significatività del ruolo petrino, poiché sentono l’esigenza di un punto di unità, che testimoni il primato dio Cristo e del suo vangelo. Ma contemporaneamente si riscopre che ogni vescovo ed il collegio episcopale nel suo insieme esprime la realtà divina dello Spirito. Non si può qui non ricordare l’espressione cara a Giovanni Paolo II che parlava della chiesa che deve tornare a “respirare con i due polmoni” dell’oriente dell’occidente.

Questa formula è conosciuta, ma vale la pena anche conoscerne l’origine. Nell’ultimo brano che ho inserito nell’antologia che vi ho preparato potete leggere un bellissimo testo di Vjaceslav Ivanov, autore ortodosso russo diventato cattolico, che è stato il primo a coniare questa espressione. la citazione è da un discorso di Giovanni Paolo II che, parlando di Ivanov, ricordava la sua sensazione quando giunse a Roma e comprese cos’era la chiesa cattolica:

Sentirmi per la prima volta ortodosso nella pienezza dell’accezione di questa parola, in pieno possesso del tesoro sacro, che era mio dal battesimo, e il cui godimento non era stato da anni libero da un sentimento di malessere, divenuto a poco a poco sofferenza, per essere staccato dall’altra metà di questo tesoro vivo di santità e di grazia, e di respirare, per così dire, come un tisico, che con un solo polmone (V.Ivanov, Lettre à Charles Du Bos, 1930, dans V.Ivanov et M.Gerschenson, Correspondance d’un coin à l’autre, Lausanne, Ed. L’âge d’homme, 1979, p. 90).

Ivanov ha sentito che alla sua fede cristiana mancava una parte e che questo lo faceva respirare in maniera asfittica. Venuto a Roma ha compreso il valore della cattolicità ed ha cominciato a respirare anche con il polmone dell’occidente. Questa espressione, di un ortodosso fattosi cattolico, Giovanni Paolo II l’ha usata in senso inverso per dire il rapporto che l’occidente deve riscoprire con l’oriente. Se noi non respirassimo anche con il ritmo dell’oriente cristiano, è come se ci mancasse un polmone, è come se fossimo asfittici.

I vangeli ci ricordano che Pietro è il fratello di Andrea e, nella tradizione, l’apostolo Andrea è il martire che ha testimoniato in Grecia, ed è per questo il protettore del patriarcato di Costantinopoli. Andrea è come un simbolo del mondo ortodosso. La sua sepoltura, secondo la tradizione, avvenne a Patrasso, e da lì la sua memoria passò nella nuova capitale, Costantinopoli che ora è Istanbul. Così Pietro è Pietro, è la roccia, è il primo degli apostoli, ma Pietro, insieme, è il fratello di Andrea; ed è Andrea che per primo dice a Pietro: “Abbiamo trovato il Cristo”. È uno scambio di testimonianze in cui c’è un primato di autorità, ma c’è anche un riconoscimento reciproco di autorità e c’è uno scambio di fede e di carità.

La basilica di San Pietro in Vincoli

di Marco Valenti

Come dicevamo, siamo sul Celio, vicino alla Domus Aurea, siamo in una zona che era signorile, ricca. Alla sinistra della basilica abbiamo invece l’antica Suburra, che era una zona popolare. Tenete conto che questa basilica è, dopo le quattro basiliche maggiori, una delle più importanti, è un titulus, quindi una parrocchia che prende il nome dalle catene, i ‘vincoli’, che, secondo la tradizione, hanno incatenato san Pietro mentre era prigioniero qui a Roma e mentre era ancora a Gerusalemme. Questi ‘vincoli’, queste catene, si trovano conservati sotto l’altare.

Siamo inoltre vicini alla antica Prefettura imperiale dell’urbe, il luogo dove esercitava il suo ufficio il Prefetto dell’urbe, il Praefectus urbis. Gli archeologi non ne hanno individuato l’ubicazione precisa, ma si sa dai testi letterari che era qui in questa zona. La Prefettura era importante anche perché, durante i processi, gli imputati erano condotti qui per gli interrogatori. Sappiamo con certezza, perché ne possediamo gli Atti, che Giustino, di cui parleremo l’anno prossimo, dopo l’arresto fu condotto dinanzi al prefetto di Roma che allora si chiamava Rustico. Alcune delle famose Passioni dei martiri, quelle più antiche come quella di Giustino, cioè i testi che raccontano i processi che subirono ed il conseguente martirio, sono ritenute molto attendibili proprio perché era possibile assistere a questi processi e perché venivano conservati tutti gli interrogatori negli archivi della prefettura.

Questo luogo ci ricorda così non solo san Pietro, ma anche il martirio di san Giustino, che proprio qui vicino venne condannato a morte, alla metà del II secolo. Venne processato come “ateo”, accusato di non credere agli dèi pagani; i cristiani, credendo solo nell’unico Dio rivelato da Cristo, venivano allora identificati come “atei”.

Una cosa che mi preme sottolineare è che queste catene hanno sempre avuto una grande attrazione spirituale, facendo di questa chiesa un luogo di pellegrinaggio. Pensate che questa chiesa faceva parte delle stazioni quaresimali.

Questa basilica, come si è già detto, nasce dall’adattamento di un’aula di rappresentanza che probabilmente era stata adibita al culto, ma che, a seguito di un parziale crollo, venne ricostruita sotto Sisto III (432-440). Fu affidata al presbitero Filippo, secondo quanto testimoniava l’antica iscrizione dedicatoria che probabilmente era posta, in mosaico, sulla parete interna della facciata, come a Santa Sabina. La conosciamo da un’antica trascrizione:

CEDE PRIUS NOMEN NOVITATI CEDE VETUSTAS

REGIA LAETANTER VOTA DICARE LIBET

HAEC PETRI PAULIQ. SIMUL NUNC NOMINE SIGNO

XYSTUS APOSTOLICAE SEDIS HONORE FRUENS

UNUM QUAESO PARES UNUM DUO SUMITE MUNUS

UNUS HONOR CELEBRAT QUOS HABET UNA FIDES

PRESBYTERI TAMEN HIC LABOR EST ET CURA PHILIPPI

POSTQUAM EPHESI XPS VICIT UTROQUE POLO

PRAEMIA DISCIPULUS MERUIT VINCENTE MAGISTRO

HANC PALMAM FIDEI RETTULIT INDE SENEX.

Possiamo leggere queste parole in una lapide della navata destra, dove si volle scolpire nuovamente l’antico testo a perenne memoria.

Andrea Lonardo

Di questo presbitero Filippo conosciamo alcuni particolari della vita che ce ne fanno capire l’importanza. Partecipò al Concilio di Efeso come prete romano. Il Papa lo inviò come suo rappresentante ad Efeso, perché partecipasse al Concilio in cui fu proclamato il dogma di Maria Theotòkos, Madre di Dio. Siamo nell’anno 431.

Solo un anno dopo, durante il pontificato di Sisto III, nel 432 inizierà la costruzione della basilica di S.Maria Maggiore, edificata per celebrare in Roma il concilio efesino, per celebrare in Roma Maria come la Madre di Dio. Il concilio di Efeso sconfessò Nestorio il quale, a partire dall’affermazione vera che solo Dio è Padre ed egli non è generato da nessuno, aveva sostenuto a torto il fatto che allora Maria non poteva essere detta “madre di Dio”, come invece era venerata da tutti i cristiani.

Il Concilio spiegò, invece, che l’espressione era assolutamente fedele alla fede cristiana, perché non significava che Maria aveva generato Dio nell’eternità. Theotòkos significava piuttosto che, siccome in Gesù la divinità e l’umanità si sono realmente unite, colei che aveva generato in terra l’uomo Gesù non poteva non aver generato contemporaneamente nel tempo la natura divina del Figlio.

Sappiamo inoltre che Filippo partecipò anche, come inviato di papa Zosimo, al concilio di Cartagine nel 419, uno dei sinodi nei quali, alla presenza di sant’Agostino, si definì che l’uomo non ha il potere con le sue proprie forze di vincere il peccato e di tornare alla comunione con Dio, perché questa comunione può essergli donata solo dalla grazia divina.

Pensate che qui, in quest’aula, celebrò la messa questo presbitero, che aveva partecipato a questi due concili decisivi per la storia della chiesa.

Marco Valenti

Sappiamo anche che, per la realizzazione di questa chiesa, dovette intervenire con donativi in aiuto di Sisto III anche l’imperatore d’oriente Teodosio II, famoso fra l’altro perché durante il suo regno fu portato a termine il famoso Codice Teodosiano, una importantissima raccolta di leggi. Teodosio aveva sposato Aelia Eudocia II e la loro figlia Licinia Eudocia era stata data in sposa all’imperatore d’occidente Valentiniano III. Fu probabilmente quest’ultima, venuta in occidente, a donare alla chiesa di san Pietro in Vincoli che veniva edificata proprio in quegli anni quelle che erano ritenute le catene con le quali Pietro era stato imprigionato a Gerusalemme, secondo il racconto degli Atti degli Apostoli

In questa ricostruzione, avvenuta sotto Sisto II, Teodosio II ed il presbitero Filippo, ricostruzione che utilizza gli spazi dell’antica aula senatoriale di rappresentanza già utilizzata liturgicamente, per un certo tempo la chiesa fu chiamata dei Santi Apostoli, con riferimento a Pietro e Paolo, così come si dice nell’iscrizione dedicatoria di Sisto III. Così, infatti, attestano ancora le firme dei presbiteri di questo titolo negli atti dei sinodi romani del 499 e del 595. Poi, a motivo delle catene, prevalse il nome, che peraltro era già in uso, di San Pietro in Vincoli, o ancora di basilica eudossiana, per la memoria dell’imperatrice che aveva donato queste reliquie.

Gli scavi archeologici dimostrano che la domus originaria comprendeva un cortile con due portici con colonne ed anche due criptoportici sul lato corto. Al centro vi era una fontana. Successivamente la fontana sparì ed alla domus venne aggiunta un abside. Siamo in quel periodo, del quale abbiamo già parlato, nel quale è testimoniato in più luoghi questo riadattamento di domus antiche che divengono domus di lusso. È questa seconda domus che dovette già essere utilizzata in chiave liturgica.

Se voi guardate la chiesa attuale che, nella sua struttura, è la ricostruzione di questa seconda domus vi trovate allora al centro di un’aula di rappresentanza con queste bellissime colonne. Della struttura antica ci rimane nella controfacciata la vecchia muratura romana dove è possibile vedere gli archi in mattoni e delle murature circolari, gli oculi, nella parte superiore. Noi ci troviamo in un edificio che nella sua fase finale è molto grande, ca. 60m. di lunghezza X 28 m. di larghezza con 3 navate più il transetto.

Guardando la controfacciata è facile accorgersi che originariamente essa era composta da una pentafora; era una facciata aperta, una costruzione tipica del V secolo. Adesso vediamo questa controfacciata completamente tamponata, ma non è difficile ancora oggi riconoscere le tracce dei cinque archi alti ca. 13 metri (ma quello centrale era più alto). Gli archi dovevano essere sostenuti da colonne che ora non ci sono più; le colonne sono state asportate ed il tutto è stato tamponato.

Quindi quest’aula di rappresentanza, trasformata poi in luogo di culto, aveva come caratteristica questa grande apertura verso l’esterno, questa ‘porta’ aperta. Sul davanti c’era certamente un portico e tramite queste 5 porte aperte si accedeva direttamente alla chiesa. Anche nella chiesa dei SS.Giovanni e Paolo al Celio si conservano delle analoghe strutture, con questo modello architettonico della pentafora.

Questo sistema architettonico è durato poco, per gli inconvenienti facilmente intuibili che comportava, dal freddo alla sporcizia, alla possibilità che entrassero degli animali. Esteticamente dava però un senso di leggerezza a chi entrava. Addirittura ai SS.Giovanni e Paolo la pentafora ha un doppio livello, mentre qui al livello superiore ci sono soltanto i cinque oculi -oggi ne sono visibili solo quattro.

Del V secolo rimane quindi la pentafora. Quando poi si visiterà il chiostro rinascimentale della basilica -che ora, essendo stato espropriato con l’Unità d’Italia, è divenuto il cortile della Facoltà di Ingegneria dell’Università la Sapienza- noteremo che su questo lato della chiesa ci sono, e il restauro li ha messi in evidenza, degli archetti piccoli in alto, che erano le finestrelle della navata laterale. È una cosa rarissima in Roma, perché di solito si illuminavano le navate centrali e raramente quelle laterali. Soprattutto vedrete tre archi in basso, perché oltre a questa porta aperta ce n’era un’altra che permetteva l’accesso in un altro ambiente, probabilmente un luogo di culto, forse un luogo per i battesimi.

Le tombe di Antonio del Pollaiolo e di Nicola Cusano

di Andrea Lonardo

Una curiosità sul periodo medioevale di questa basilica, prima di passare alla sua sistemazione rinascimentale. Qui fu eletto pontefice Gregorio VII, Ildebrando di Soana, in una elezione che fu preceduta da una acclamazione popolare. Ma non abbiamo tempo di soffermarci sul periodo medioevale che vedremo meglio fra qualche anno.

Soffermiamoci invece su alcune opere di S.Pietro in Vincoli particolarmente interessanti, prima di giungere alla tomba di Giulio II. Appena varcata la soglia di ingresso, sulla sinistra, ci troviamo di fronte ad una lapide sepolcrale che ci ricorda il passaggio di S.Pietro in Vincoli al periodo umanistico-rinascimentale.

È la tomba di Antonio del Pollaiolo e di suo fratello Piero, due grandi del rinascimento italiano. Il Pollaiolo, in particolare, è noto a Roma per la magnifica tomba di Sisto IV (1471-1484) che è ora conservata nel Museo Storico Artistico “Tesoro di San Pietro”, nella Basilica di San Pietro. È una tomba tipicamente umanistica, con il Papa morto raffigurato in bronzo, e intorno tutte le arti, a simboleggiare la perfetta sintesi che gli umanisti ritenevano di poter realizzare tra la fede cristiana e le diverse espressioni della cultura.

La tomba dei fratelli del Pollaiolo si trova qui perché S.Pietro in Vincoli divenne, proprio in età rinascimentale, il titolo cardinalizio dei della Rovere, i cardinali di questa importante famiglia di origine savonese. Qui abitò e resse questa chiesa prima Francesco Della Rovere che sarà poi Sisto IV e poi suo nipote Giuliano, che diverrà papa Giulio II.

È per il legame con i della Rovere che qui fu sepolto Antonio del Pollaiolo. Capite subito anche perché la tomba di Giulio II, ma non il suo corpo, si trova qui, proprio a motivo del fatto che questa basilica con l’annesso convento e chiostro era l’abitazione dei della Rovere. Lo stesso Laocoonte, che fu rinvenuto nel gennaio 1506, presso la vigna di Felice de Fredis, vicino le Sette sale, fu portato qui da Giulio II, nella sua residenza privata, in attesa di trasferirlo in Vaticano.

Il rinascimento si sente erede del periodo classico, mentre non ama il medioevo. Lo vediamo proprio in questa felice giustapposizione del paleocristiano e del rinascimentale che ci è testimoniato da questa chiesa. Le colonne, con la loro armonia, stanno esattamente nel posto nel quale le avevano poste Sisto III ed il presbitero Filippo. Ed i della Rovere non le abbattono, ma ne comprendono la bellezza e si limitano ad inserire ciò che è proprio del rinascimento in questa struttura che è ancora classica.

Proprio il nome scelto come pontefice da Francesco della Rovere è quello di Sisto IV. Non ho trovato nei testi scientifici questo collegamento, ma a me sembra indubitabile: egli scelse il nome di Sisto IV proprio a motivo della memoria di san Sisto III che aveva edificato questa basilica nella quale ci troviamo.

Ecco perché tutto questo ci aiuta a capire il rinascimento, questo caratteristico fenomeno cattolico. L’umanesimo ed il rinascimento non amano il medioevo, ma pretendono di rifarsi direttamente al periodo classico della cultura e dell’arte. È esattamente il motivo per il quale Giulio II deciderà la trasformazione della basilica di S.Pietro, affidandone il progetto al Bramante. Pochi ricordano che l’idea di una nuova basilica di S.Pietro in Vaticano, costruita secondo i nuovi canoni rinascimentali a sostituzione di quella costantiniana, non è da attribuire a Giulio II, ma ben prima di lui a Niccolò V (1447-1455) che nel 1451 fece mettere a verbale che la chiesa minacciava di crollare ed incaricò Bernardo Rossellino di allargare il coro della basilica. Il Rosselino riuscì a realizzare solo le fondamenta di questo nuovo coro, ma i lavori si arrestarono senza giungere ancora ad abbattere l’abside della basilica costantiniana. 50 anni dopo, al tempo di Giulio II, i resti dei lavori appena iniziati del Rosselino erano ancora in piedi, per l’altezza di circa “tre braccia” e Giulio II, con l’aiuto di Michelangelo e Bramante, riprese, questa volta in maniera ben più decisa, l’opera.

Dico questo per far capire che la decisione di rifare (o almeno, queste erano le intenzioni iniziali, di rinnovare con nuovi canoni estetici e di ampliare) la basilica del Vaticano non è un’idea barocca, come talvolta si pensa, bensì propriamente rinascimentale. Come Pio II, pochi anni dopo Niccolò V, chiese al Rossellino di ricostruire il duomo e l’intero centro di Pienza (opere realizzate tra il 1459 ed il 1462), come l’Alberti lavorò al Duomo di Rimini (il Tempio malatestiano è il duomo di Rimini), come avvenne in tanti altri luoghi dove il gusto dell’epoca voleva che alle chiese ed ai palazzi medioevali si sostituissero degli edifici secondo il nuovo stile, così avvenne anche a Roma. E Giulio II si rivolse, per questo, agli architetti dell’epoca, Bramante e Michelangelo, per la nuova opera.

Qui in S.Pietro in Vincoli cogliamo proprio la continuità tra l’antico ed il rinascimentale che era il canone ideale del periodo che Niccolò V aveva aperto e che avrà in Sisto IV ed in Giulio II due dei più importanti rappresentanti in Roma.

Sopra la tomba dei Pollaiolo potete vedere un affresco del XV secolo che ritrae Sisto IV in una processione per invocare la cessazione della peste nel 1476.

Spostandoci nella navata laterale di sinistra vediamo subito la tomba di un’altra grande personalità del periodo e precisamente la tomba di Nicola Cusano (1401-1464). Nicola deve il suo nome a Cusa (Kues), la sua città di origine, ma il suo vero nome era Nikolaus Krebbs (da krebs, che in tedesco significa aragosta, viene lo stemma cardinalizio che vedete). Era un umanista che divenne cardinale con il titolo di S.Pietro in Vincoli, nel 1450. Fu Niccolò V, di cui abbiamo già parlato, a farlo cardinale, dopo che aveva già partecipato al Concilio di Basilea ed a quello di Ferrara-Firenze ed era stato fino a Costantinopoli. Dal 1459 al 1464 fu di nuovo a Roma, chiamato da Pio II, e poté dedicarsi ai suoi studi ed ai suoi scritti.

Voglio qui ricordare solo due riflessioni del Cusano che ce ne mostrano la grandezza. In primo luogo egli intuisce, anche se solo a livello filosofico e teologico e non ancora matematico, che la terra non può essere al centro dell’universo. Così egli scrive nella sua opera più famosa:

La terra che non può essere centro dell’universo, non può esser neppur priva di ogni movimento […] Siccome non è possibile che il mondo sia racchiuso tra un centro corporeo ed una circonferenza, esso rimane inconoscibile, in quanto il suo centro e la sua circonferenza sono Dio (De docta ignorantia II, 11).

Ben prima di Copernico, egli riapre così la discussione sul rapporto tra il sole e la terra. Cusano sostiene a livello filosofico che, poiché Dio è infinito, non ci può essere un centro al di fuori di Lui, perché Dio stesso è Lui il centro dell’universo, ma, essendo Dio infinito, non esiste un centro dell’infinito. Le sue riflessioni proseguono indicando che pianeti e stelle non sono fatte di materia perfetta, ma corruttibili e che sono tutte in movimento, compresa la terra. Già nel 1444 aveva aperto queste prospettive di riflessione.

Egli è innovativo -è la seconda questione che volevo sottolineare- anche in merito alla famosa donazione di Costantino. Quando il Cusano venne inviato a partecipare al Concilio di Basilea, scrisse il De concordantia catholica, affrontandovi anche il tema del rapporto fra latini e greci, oggi diremmo fra cattolici ed ortodossi (siamo negli anni in cui Costantinopoli sta per cadere sotto l’assalto dei Turchi e l’imperatore ed il patriarca di Costantinopoli cercano disperatamente appoggi in occidente, perché una crociata vada ad aiutarli).

In questo testo si occupa anche della famosa donatio costantiniana e la dichiara falsa, già dieci anni prima di Lorenzo Valla. Siamo, come si vede, in questi anni fecondissimi nei quali il mondo cattolico genera il rinascimento in tutti i suoi molteplici aspetti, non solo artistici. Quando visiteremo S.Giovanni in Laterano ci soffermeremo anche sulla tomba di Lorenzo Valla che è sepolto nella nostra cattedrale di Roma, perché negli ultimi anni della sua vita ricevette dal papa il titolo di canonico lateranense (solo questo fatto dovrebbe bastare a ridimensionare il ruolo rivoluzionario che gli si attribuisce!).

Più avanti, sempre nella navata di sinistra, troviamo il mosaico di San Sebastiano. È l’unico resto dell’antichissima decorazione musiva che adornava S.Pietro in Vincoli. Questo mosaico non è nel suo luogo originario, ma è stato spostato qui nella navata laterale; è dell’anno 680 ca. e raffigura S.Sebastiano, che era un soldato martirizzato nell’ultima grande persecuzione anticristiana dell’impero romano che avvenne ad opera di Diocleziano, negli anni 303-304. Secondo la tradizione Sebastiano venne ucciso con delle frecce che produssero tante ferite nel suo corpo; per questo egli divenne il santo invocato come il protettore dalla peste, che martoria il corpo con tantissime ferite.

A fianco possiamo leggere una lapide che ci spiega l’origine del mosaico e che ci ricorda un altro importantissimo momento della storia della chiesa.

L’iscrizione ci riporta all’anno 680, cioè all’anno nel quale avvenne il terzo concilio di Costantinopoli, dove si affermarono le tesi teologiche di papa Agatone e si pose fine alle controversie cristologiche del I millennio. Il Concilio dichiarò che Cristo, essendo pienamente uomo oltre che pienamente Dio, non può non avere una volontà umana. A quei tempi, nelle discussioni sull’umanità e sulla divinità di Gesù, alcuni affermavano sì che Gesù era uomo, ma che, siccome la sua umanità era stata assunta dal Figlio di Dio, allora c’era in Lui solo questa volontà divina che si era sostituita a quella umana.

Per lunghi anni i papi romani sostennero, invece, che questo era profondamente sbagliato (ed un papa, Martino I, morì in esilio in Crimea deportato dall’imperatore di Costantinopoli) perché se Cristo aveva assunto l’umanità l’aveva assunta totalmente perché la volontà umana non è di per sé cattiva. L’unità della volontà del Cristo non andava così spiegata con l’assenza della volontà umana, bensì con la piena comunione di quella umana e di quella divina. E finalmente, nel 680, questa posizione fu riconosciuta come quella vera e conforme al vangelo da tutta la chiesa.

Non è un arido discorso, ma è la chiave di volta dello straordinario messaggio spirituale cristiano: vuol dire che, per la nostra fede, se noi vogliamo nell’amore ciò che vuole Dio noi conserviamo tutta la nostra libertà! Come comprendiamo che la volontà umana di Cristo è buona ed è vera, proprio perché aderisce pienamente alla volontà divina e non c’è alcun contrasto tra le due dimensioni, così nella nostra fede si compenetrano il nostro desiderio e l’adesione piena alla vocazione del Signore su di noi.

L’unità perfetta delle due volontà avviene in Cristo. Questo mosaico del 680 fu fatto fare, dice l’iscrizione, all’interno di un programma musivo più ampio, proprio da papa Agatone, nell’anno in cui cominciò il Concilio costantinopolitano III.

Questo discorso sulla volontà ci riporta ancora una volta alla figura di Pietro. La sua storia ci mostra il valore dell’uomo agli occhi di Dio. È vero che solo Dio è Dio, ma è anche vero che Dio ha voluto Pietro, ed ha voluto la sua libera volontà. È vero che solo Dio è Dio, ma, potremmo aggiungere, Dio vuole anche noi come catechisti, come genitori, ecc. ecc. Per Dio l’uomo non è una pulce da schiacciare, ma anzi la libera volontà umana è così importante che può essere assunta nel suo disegno di salvezza.

Gli affreschi dell’abside e le reliquie delle catene

di Marco Valenti

Soffermiamoci ora sugli affreschi della zona absidale. Sono affreschi di Jacopo Coppi (detto il Meglio) del 1577 e, come molte delle opere dei manieristi, reinterpretano, copiandoli, Michelangelo e Raffaello. Se voi guardate La liberazione di S.Pietro dal carcere, vedete che è una copia riadattata di Raffaello, con le guardie semiaddormentate, l’angelo dietro la sbarra di ferro. Il testo rappresentato è quello degli Atti degli Apostoli al cap.12.

Al centro ed a destra, abbiamo invece raffigurate le vicende di Licinia Eudocia (o Eudossia), colei che portò a compimento il volere del padre Teodosio II e della madre Aelia Eudocia di costruire questa chiesa. Nel pannello centrale vediamo la madre di Licinia, Aelia Eudocia che va a Gerusalemme dove il patriarca le consegna le catene che avevano tenuto S.Pietro prigioniero a Gerusalemme. Nel terzo pannello abbiamo Licinia Eudocia che consegna le catene al Papa che le collocherà in questa chiesa.

Licinia Eudocia è una donna che nasce nel 422 a Costantinopoli e, come si è già detto, è la figlia dell’imperatore Teodosio II, famoso soprattutto per la raccolta di leggi che da lui prese il nome di Codice teodosiano. Eudocia viene data in sposa nel 437 a Valentiniano III, l’imperatore d’occidente. Insisto su questo aspetto perché vi fa comprendere la situazione politica del tempo, nel quale c’era un imperatore d’oriente che risiedeva a Costantinopoli, ed uno d’occidente che avrebbe dovuto risiedere a Roma, ma in realtà abitava a Milano o a Ravenna, per la difficoltà dei tempi e la necessità di difendere l’impero. La speranza che l’impero potesse mantenersi unito, forse con un solo imperatore e possibilmente a Roma, era una speranza molto forte. La persona di Licinia Eudossia, essendo figlia dell’imperatore d’oriente e moglie dell’imperatore d’occidente, riaccendeva queste aspettative.

Secondo la tradizione le due reliquie petrine qui custodite, le catene del carcere Mamertino (cioè quelle di Roma) e le catene del carcere di Gerusalemme di Atti 12 si sarebbero fuse miracolosamente insieme, quando Eudocia portò le reliquie dall’oriente e furono avvicinate a quelle romane. Quasi un’immagine di quelle che erano le aspettative dell’epoca.

Questa idea è stata talmente forte che si è data una grande importanza a questa chiesa. Dopo la chiesa di S.Pietro in Vaticano questa era la seconda chiesa per livello d’importanza nella memoria petrina, proprio a causa delle catene di Pietro. Pensate che era ritenuto un dono prezioso e di grande importanza, destinato a persone di riguardo come l’imperatore, ricevere dal Papa un reliquiario a forma di chiave contenente una piccola quantità di limatura di queste catene. Le catene erano ritenute miracolose, come potete vedere anche nell’episodio della liberazione dall’ossessione diabolica di un dignitario di Ottone I nell’affresco del soffitto della navata centrale.

Quindi l’idea che queste catene vengono portate a Roma, che l’imperatrice le dà al Papa e che questa chiesa viene riadattata e risistemata per accoglierle, ha un valore religioso, spirituale e anche simbolico.

Abbiamo quindi detto che Eudocia si sposò con Valentiniano III, un imperatore che però ebbe un regno in tono minore innanzitutto perché, essendo figlio di Galla Placidia, la madre, persona molto potente, esercitò la reggenza fino al 437; a questo dobbiamo aggiungere che durante il suo regno anche il generale Flavio Ezio esercitò una grande influenza. Gli storici del tempo denigrarono Valentiniano III come succube dei generali e di sua madre (e aggiungono anche, fra le malignità, che pur avendo una moglie bellissima, appunto Eudocia, si dilettava con altre donne).

Alla morte di Valentiniano III, assassinato nel 455, Licinia Eudocia fu costretta a sposare il suo successore, Petronio Massimo, mentre sua figlia Eudocia, fu promessa in sposa al figlio del nuovo imperatore Palladio. Eudocia era però già stata promessa ad Unerico, figlio del re dei Vandali Genserico, al quale probabilmente Licinia Eudocia chiese aiuto. I Vandali, allora, saccheggiarono Roma nello stesso anno e Petronio Massimo fu linciato mentre fuggiva dalla città. Eudocia venne condotta a Cartagine insieme alle due figlie e poi a Costantinopoli dove morirà, forse, nel 493 a quella che per l’epoca era un’età veneranda.

Questa è la storia dell’imperatrice Eudocia che, nella sua persona e poi attraverso il simbolo delle catene, rappresenta l’estremo tentativo di unificare l’impero e di ridare centralità a Roma. Nel IV e nel V secolo gli imperatori non risiedono più con frequenza a Roma, mentre si cerca di restituire alla città la sua grande portata simbolica. Nonostante tutti i passaggi travagliati, mai si perse questa centralità simbolica ed anche Carlo Magno, quando divenne imperatore del Sacro Romano Impero, ebbe sempre Roma come riferimento: si fece incoronare a Roma ed edificò il palazzo di Aquisgrana come una copia del Patriarchio del palazzo del Laterano.

La tomba di Giulio II, capolavoro di Michelangelo, e le sue vicende

di Andrea Lonardo

N.B. Nei movimenti del gruppo per la visita della chiesa non è stata registrata la parte relativa alla tomba di Giulio II. Quella che segue è una sistemazione degli appunti che erano stati preparati per l’occasione.

Raggiungiamo ora la tomba di Giulio II, l’opera d’arte meritatamente più nota della basilica di San Pietro in Vincoli. Parlare di questa tomba vuol dire parlare di che cos’è il rinascimento italiano, di che cos’è la riforma cattolica e la controriforma, di chi è Michelangelo, vuol dire dare un giudizio su cinquant’anni di storia della chiesa. Chiaramente questo è impossibile in poche battute, ma cercheremo di dire qualcosa che sia utile ad orientarsi per tornare poi, fra qualche anno, quando arriveremo a questo periodo di storia, ad una analisi più completa. Vedrete che la nostra analisi si distanzierà sensibilmente da studi che vanno per la maggiore, che comunque terremo presenti; potrete poi voi stessi trarre le vostre conclusioni su questo. Vorrei poi che, soprattutto, vi fermaste a contemplare l’opera nella sua bellezza, dopo aver ascoltato qualcosa della sua storia e della sua iconografia.

Innanzitutto le date. Giulio II (1503-1513) chiama Michelangelo a lavorare alla sua tomba nel 1505. Michelangelo è ancora molto giovane. Ha già realizzato due opere straordinarie che sono la Pietà (terminata nel 1499, realizzata all’età di 23 anni circa) ed il David (terminato nel 1504).

L’opera si presenta a noi, invece, come venne terminata nel 1545, cioè 40 anni dopo. Nel frattempo Michelangelo ha dipinto la volta della Sistina (1508-1512) su incarico sempre di Giulio II (che muore nel 1513), ha lavorato alle Tombe medicee ed alla sacrestia Nuova di San Lorenzo in Firenze (1520-1534)[2], ha dipinto il Giudizio universale della Cappella Sistina (1535-1541) su incarico di papa Paolo III, solo per citare alcune delle opere più importanti.

Mentre termina la tomba di Giulio II è contemporaneamente impegnato negli affreschi della Cappella Paolina (1542-1550) ed, immediatamente dopo, diverrà (ufficialmente dal gennaio del 1547) il responsabile della Fabbrica di San Pietro in Vaticano alla quale lavorerà fino alla morte, riuscendo a vedere ormai anziano la costruzione del tiburio della cupola, ma non ancora della cupola stessa della quale realizzerà solo un grande modello ligneo.

Perché quarant’anni per giungere a questa opera? Procediamo passo passo. Giulio II, dunque, chiama da Firenze Michelangelo, che ha circa 29 anni, a costruire la sua tomba. Lo scultore propone al papa un disegno che viene subito accettato.

Per immaginare come doveva essere il disegno originario non abbiamo che da guardare l’opera che abbiamo davanti. È il Vasari, nelle sue Vite, a darci questo suggerimento. Immaginiamo che questa sia il lato corto della tomba e che dove ora è il Mosè vi sia invece una apertura che da accesso ad una camera interna dove è collocata la tomba del papa. Dove sono le quattro erme, immaginiamo quattro Prigioni a figura intera -Michelangelo ne scolpì due che sono ora al Louvre e quattro che sono a Firenze, nelle Gallerie dell’Accademia- e dove sono le due statue femminili due Vittorie -ne fu scolpita una che ora è a Palazzo Vecchio. Il Mosè doveva essere collocato in uno degli angoli, immaginiamolo al posto del Profeta che è al secondo livello, ed all’altro angolo doveva esser posta una statua di analoga grandezza raffigurante San Paolo. La tomba sarebbe stata non a parete, come è ora, ma a camera, quindi con due lati lunghi una volta e mezzo quello che ci è dinanzi,e, posteriormente, una seconda facciata simile a questa, con lo stesso corredo di statue. Papa Giulio II, che vedete sotto la Madonna in alto, sarebbe stato scolpito in alto a questa costruzione. Torneremo subito sul significato di queste immagini; ciò che è importante è, per ora, averle dinanzi a noi con la fantasia.

Così Vasari descrive questa facciata come la vide, e come noi la vediamo, paragonandola al suo disegno originario[3]:

[Michelagnolo] messe su il primo imbasamento intagliato con quattro piedistalli che risaltavano in fuori tanto, quanto prima vi doveva stare un prigione per ciascuno, che in quel cambio vi restava una figura di un termine; e perché da basso veniva povero, aveva per ciascun termine messo a piedi una mensola che posava a rovescio in su que’ quattro piedistalli. I termini mettevano in mezzo tre nicchie, due delle quali erano tonde dalle bande e vi dovevano andare le Vittorie, in cambio delle quali in una messe Lia figliuola di Laban per la Vita attiva, con uno specchio in mano per la considerazione che si deve avere per le azioni nostre, e nell’altra una grillanda di fiori per le virtù che ornano la vita nostra in vita e dopo la morte la fanno gloriosa. L’altra fu Rachel sua sorella per la Vita contemplativa con le mani giunte, con un ginocchio piegato, e col volto par che stia elevata in ispirito: le quali statue condusse di sua mano Michelagnolo in meno di un anno. Nel mezzo è l’altra nicchia, ma quadra, che questa doveva essere nel primo disegno una delle
porte che entravano nel tempietto ovato della sepoltura quadrata. Questa essendo diventata nicchia, vi è posto in su un dado di marmo la grandissima e bellissima statua di Moisè.

La storia della tomba di Giulio II si lega, come è noto, a quella della basilica di San Pietro in Vaticano, divenendo un tutt’uno con essa. Michelangelo stesso propose, infatti, al papa, per creare un luogo adatto ad erigere la tomba, di riprendere il progetto già elaborato -ed iniziato- da Bernardo Rossellino di prolungare la navata centrale dell’antica basilica costantiniana, in modo da realizzare un coro dietro l’altare maggiore eretto sulla tomba di Pietro.

Così Ascanio Condivi, allievo di Michelangelo e suo antico biografo, ci racconta nella sua Vita di Michelagnolo Buonarroti, scritta nel 1553 (Michelangelo sarebbe morto undici anni dopo, nel 1564)[4]:

Visto questo disegno, il Papa mandò Michelagnolo in San Pietro a veder dove comodamente si potesse collocare. Era la forma della Chiesa allora a modo d’una croce, in capo della quale Papa Nicola V aveva cominciato a tirar sù la tribuna di nuovo: e gia era venuta sopra terra, quando morì, all’altezza di tre braccia. Parve a Michelagnolo, che tal luogo fosse molto a proposito: e tornato al Papa gli spose il suo parere, aggiungendo, che se così paresse a Sua Santità, era necessario tirar su la fabbrica e coprirla. II Papa l’adomandò: Che spesa sarebbe questa? A cui Michelagnolo rispose: Centomila scudi. Sien -disse Giulio- ducento milia. E mandando il Sangallo architettore e Bramante a vedere il luogo, in tai maneggi venne voglia al Papa di far tutta la Chiesa di nuovo. Ed avendo fatti fare più disegni, quel di Bramante fu accettato, come più vago e meglio inteso delli altri. Cosi Michelagnolo venne ad esser cagione e che quella parte della fabbrica già cominciata si finisse (che se ciò stato non fusse, forse ancora starebbe come ell’era) e che venisse voglia al papa di rinovare il resto, con nuovo e più bello e più magno disegno.

Cerchiamo di capire meglio il racconto del Condivi. La chiesa a modo d’una croce è l’antica basilica costantiniana. Nicola V è papa Niccolò V, il pontefice che dette slancio al rinascimento in Roma, che nel 1441 aveva dato incarico a Bernardo Rossellino -ne abbiamo parlato poco fa- di creare un coro al posto dell’antica abside della basilica vaticana; ricorderete che il Rossellino riuscì a realizzare solo le fondamenta e l’alzato di tre braccia della nuova opera, senza intaccare ancora la struttura della basilica costantiniana. L’intenzione iniziale di Michelangelo, accolta da Giulio II, era quella di mantenere intatta la struttura di San Pietro e di limitarsi (si fa per dire) alla realizzazione del coro, secondo lo schema del Rosselino, per porre la tomba del papa nel nuovo spazio che si sarebbe così realizzato alle spalle della tomba di Pietro e dell’altare maggiore.

Giulio II allora, mentre Michelangelo era a Carrara per far cavare i marmi adatti alla sepoltura, si rivolse nello stesso anno a Sangallo architettore e Bramante per la costruzione del nuovo coro. Ma, come dicevamo, siamo nel pieno della stagione rinascimentale ed ogni artista -ed i mecenati con loro- si esprime nel nuovo stile che si richiama all’antico, sostituendo, ove possibile, ciò che ha un sapore medioevale.

Un autore del tempo, Egidio da Viterbo, ci informa[5] che Bramante subito cercò di coinvolgere il pontefice non semplicemente nell’allargamento del coro, ma in un rifacimento totale della basilica vaticana, proponendo all’inizio, addirittura, una traslazione dell’asse della basilica perché essa si aprisse con il suo nuovo ingresso davanti l’obelisco che allora non era ancora davanti alla basilica, bensì sull’attuale fianco sinistro. Giulio II rispose, sempre secondo Egidio da Viterbo, che nihil ex vetere templi situ inverti, niente doveva essere invertito nella sistemazione del sito, perché “non sta scritto: la tomba [di Pietro] sia posta nel tempio, bensì il tempio sia posto intorno alla tomba [di Pietro]”.

Bramante riuscì, però, a conquistare Giulio II all’idea che non si trattasse tanto di allargare il coro della basilica per porvi la propria tomba, quanto piuttosto di porre mano ad un totale rifacimento dell’intera costruzione. Questa decisione fu l’inizio di quella che il Condivi chiama la “tragedia della Sepoltura”, cioè il dramma, agli occhi di Michelangelo, dei continui ridimensionamenti del progetto originario della tomba di Giulio II, con i conseguenti rinvii della sua realizzazione.

Giulio II decise, infatti, contestualmente all’approvazione del progetto bramantesco di riedificare l’intera basilica, di tagliare i fondi per la propria tomba per impiegare tutte le forze nella realizzazione della nuova San Pietro. Michelangelo vide così il fallimento del suo primo progetto della tomba e decise la fuga da Roma il 17 aprile del 1506; il giorno successivo, il 18 aprile, Giulio II scendeva nella fossa preparata da Bramante per porre la prima pietra della nuova basilica.

Così il progetto michelangiolesco della sepoltura fu la causa per la quale si diede inizio al progetto di un totale rinnovamento di San Pietro, ma quest’ultimo fu, a sua volta, il motivo della “tragedia della Sepoltura”, la causa dell’arenarsi del progetto della tomba.

Giulio II riuscì, comunque, a riconciliarsi presto con Michelangelo e a riaverlo con sé. Lo scultore, infatti, accolse infine i nuovi lavori che il pontefice gli propose, realizzando prima una statua bronzea per Bologna (il Giulio II, appunto, ora scomparso), poi affrescando la volta della Sistina con le storie della Genesi (1508-1512).

Per due motivi la volta della Sistina è così anch’essa legata alla storia della sepoltura di Giulio II. In primo luogo perché la richiesta di quegli affreschi da parte di Giulio II fu un modo per compensare la sospensione del progetto della tomba (il Condivi racconta che l’idea di proporre un così difficile lavoro pittorico a Michelangelo venisse suggerita a Giulio II da Bramante e dalla sua cerchia che speravano di vedere fallire Michelangelo in questo compito a cui non era preparato come per il lavoro di scultore).

Ma il secondo motivo è ancora più intrinseco. Molte delle figure affrescate nella volta della Sistina rappresentano la riproduzione in pittura degli studi che Michelangelo aveva già realizzato in vista della loro traduzione in scultura per la tomba del pontefice[6]. A loro volta, queste realizzazioni in affresco rappresenteranno un punto di riferimento quando Michelangelo tornerà a misurarsi con il progetto della tomba.

Questo avvenne dopo la morte di Giulio II avvenuta nel 1513, quando Michelangelo fu chiamato nuovamente a lavorare alla sepoltura del pontefice che si era resa necessaria. Lo scultore riuscì effettivamente a realizzare per essa (1513-1515), senza ultimarle completamente, le prime statue, cioè alcuni Prigioni, una Vittoria ed il Mosè.

T.Verdon, nel suo Michelangelo teologo[7], sottolinea come queste opere si richiamino a dei temi iconografici già presenti negli artisti che lavorarono per Sisto IV, ma che questi furono, al contempo, radicalmente rielaborati. I Prigioni, infatti -fa testo già il Condivi- rappresentano le Arti liberali (fra le quali la Pittura, la Scultura, l’Architettura) “imprigionate nella morte a causa della scomparsa del loro brillante promotore Giulio II”[8]. Nella tomba di Sisto IV, opera del Pollaiolo, le singole Arti erano rappresentate da figure femminili ognuna con i propri attributi specifici (ad esempio la Musica è rappresentata mentre suona un organo a canne).

Nei Prigioni di Michelangelo lo stesso tema è radicalmente reinterpretato. Infatti, solo il corpo umano, nella sua nudità, senza ulteriori simboli che caratterizzino le singole arti, esprime tutta la tensione della vita e, con essa, la fatica e la ricerca di armonia della creatività umana[9].

Le sei statue dei Prigioni che si sono conservate (due, come si è detto, al Louvre e quattro alle Gallerie dell’Accademia di Firenze) manifestano con potenza tutto questo.

Anche la grande vicenda veterotestamentaria di Mosè era stata valorizzata in chiave iconografica durante il pontificato di Sisto IV, primo papa della famiglia della Rovere. Mosè era stato scelto allora per rappresentare, in forma tipologica, l’Antica Alleanza che prefigura la Nuova negli affreschi delle pareti laterali della Sistina (solo per fare un esempio, si contrappongono e si richiamano simmetricamente l’Osservanza dell’antica rigenerazione da parte di Mosè con la circoncisione del Perugino e Pinturicchio e degli stessi l’Istituzione della nuova rigenerazione attraverso il battesimo; per i parallelismi degli affreschi quattrocenteschi della Sistina, vedi sul sito http://www.gliscritti.it/  L’iconografia della Sistina http://www.gliscritti.it/approf/mbibbia/sistina/sistina.htm per le immagini in parallelo corredate di spiegazioni e la breve nota Storie di Mosè e di Gesù http://www.gliscritti.it/approf/mbibbia/ca2se1/sez1_1.htm#sez2_3 per una introduzione ad esse).

Il Mosè della tomba papale ci pone invece dinanzi ad una sola scultura che condensa in sé tutta la vicenda mosaica, non solo a motivo di una scelta obbligata (una statua piuttosto che un ciclo pittorico), ma ancor più in piena consonanza con la poetica di Michelangelo.

I simboli iconografici scelti sono quelli tradizionali per la figura mosaica: le tavole della Legge e i raggi di luce che emanano dal suo volto, simbolizzati dalle due corna che si dipartono dal capo. Mosè è colui che, per rivelazione divina, consegna al popolo i Dieci comandamenti, le Dieci parole della vita, ma Mosè è, proprio per questo, colui che si è avvicinato più di ogni altro a Dio, che gli ha parlato “faccia a faccia” (Dt 34,10), come un amico parla con un amico, sebbene la Scrittura sottolinei che Mosè ha visto solo le “spalle” di Dio, perché “il suo volto non lo si può vedere” (Es 33, 23), senza morire.

È solo dopo l’episodio del vitello d’oro, quando Mosè ha ottenuto il perdono divino ed ha ricevuto per la seconda volta le tavole della Legge (le prime le aveva infrante lui stesso per denunciare il peccato del popolo), che, secondo il libro dell’Esodo, il volto di Mosè brilla ormai della luce divina con una luce così splendente che gli ebrei rimasti alla base del monte non possono vederlo senza che egli si veli il viso, tanto la luce è abbagliante. “Quando Mosè scese dal monte Sinai -le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte- non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui. Ma Aronne e tutti gli Israeliti, vedendo che la pelle del suo volto era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui… Quando Mosè ebbe finito di parlare con loro si pose un velo sul viso…” (Es 34, 29-35). E questo si ripeteva ogni volta, dice sempre l’Esodo, “quando entrava davanti al Signore per parlare con lui” (Es 34, 34).

La traduzione latina del IV secolo di san Girolamo -detta Vulgata perché utilizzava il latino, la lingua del volgo, del popolo- per visualizzare questi raggi di luce utilizza il termine latino corna, a motivo del quale si stabilizzò nell’iconografia la rappresentazione del viso raggiante di Mosè attraverso la rappresentazione dei due corni sulla fronte: “et ignorabat quod cornuta esset facies sua ex consortio sermonis Domini” (Es 34, 29 Vulg).

Contemplando la bellezza del Mosè di Michelangelo siamo posti dinanzi al mistero dell’uomo al cospetto di Dio, alla sua capacità di percepire la legge morale divina ed al suo desiderio di vedere Dio, ed, insieme, alla dignità che all’uomo ne deriva e che permane in lui per essere salito a parlare con Dio.

Si potrebbe dire che il Mosè della tomba pontificia è il Mosè della Scrittura, ma forse è anche Giulio II, ed è Michelangelo, ed è l’uomo che Michelangelo cerca di raccontare e di porre dinanzi ai nostri occhi.

Sigmund Freud, in una delle sue permanenze a Roma, venne tutte le mattine per tre settimane consecutive a contemplare questa scultura[10] e, nell’opera che pubblicò anonima sul Mosè[11], si domanda se Michelangelo abbia voluto offrire “una immagine atemporale di un carattere e di uno stato d’animo, oppure, ha rappresentato l’eroe in un momento preciso”[12]. Inizialmente respinge l’idea che si sia voluto fissare un momento storico preciso, ma se poi, senza avvedersene, vi ritorna. Egli non riuscì comunque ad accorgersi che entrambe le posizioni erano da respingere, proprio perché non si avvide delle caratteristiche iconografiche che caratterizzano il Mosè. In particolare, trascurò completamente il particolare delle “corna” mosaiche[13].

Le letture antiche si mostrano qui più pertinenti e maggiormente capaci di aiutare nella contemplazione dell’opera. Così scrive il Condivi[14]:

Maravigliosa è quella di Mosè, duce e capitano degli Hebrei, il quale se ne sta a sedere in atto di pensoso e savio, tenendo sotto il braccio destro le tavole della legge e con la sinistra mano sostenendosi il mento, come persona stanca e piena di cure, tra le dita della qual mano escono fuore certe lunghe liste di barba, cosa a veder molto bella. È la faccia piena di vivacità e di spirito, e accomodata ad indurre amore e insieme terrore, qual forse fu il vero. Ha, secondo che descriver si suole, le due corna in capo, poco lontane dalla sommità della fronte. È togato e calzato e colle braccia ignude, e ogni altra cosa all’antica. Opera maravigliosa e piena d’arte, ma molto più, che sotto così belli panni di che è coperto, appar tutto lo igniudo, non togliendo il vestito la bellezza del corpo.

Il Vasari, qualche anno dopo, così descrive l’opera[15]:

Finì il Moisè di cinque braccia, di marmo, alla quale statua non sarà mai cosa moderna alcuna che possa arrivare di bellezza, e delle antiche ancora si può dire il medesimo; avvengaché egli, con gravissima attitudine sedendo, posa un braccio in sulle tavole che egli tiene con una mano, e con l’altra si tiene la barba, la quale nel marmo, svellata e lunga, è condotta di sorte, che i capelli, dove ha tanta difficultà la scultura,
son condotti sottilissimamente piumosi, morbidi, e sfilati d’una maniera, che pare impossibile che il ferro sia diventato pennello; ed in oltre, alla bellezza della faccia, che ha certo aria di vero santo e terribilissimo principe, pare che mentre lo guardi, abbia voglia di chiedergli il velo per coprirgli la faccia, tanto splendida e tanto lucida appare altrui, ed ha sì bene ritratto nel marmo la divinità, che Dio aveva messo nel santissimo volto di quello, oltre che vi sono i panni straforati e finiti con bellissimo girar di lembi, e le braccia di muscoli e le mani di ossature e nervi
sono a tanta bellezza e perfezione condotte, e le gambe appresso e le ginocchia e i piedi sotto di si fatti calzari accomodati, ed e finito talmente ogni lavoro suo, che Moisè può più oggi che mai chiamarsi amico di Dio, poiché tanto innanzi agli altri ha voluto mettere insieme e preparargli il corpo per la sua resurrezione per le mani di Michelagnolo; e seguitino gli Ebrei di andare, come fanno ogni sabato, a schiera e maschi e femmine, come gli Storni, a visitarlo ed adorarlo, che non cosa umana, ma divina adoreranno.

Come già si è affermato per i Prigioni, anche gli studi preparatori per il Mosè debbono essere confluiti negli affreschi della volta della Sistina, in particolare nelle figure dei Profeti -si guardi, ad esempio, il profeta Geremia. La tomba di Giulio II e la volta della Sistina appaiono così, per molti versi, come due lavori che si richiamano in una ricerca espressiva che si approfondisce.

Michelangelo non realizzò mai le altre tre statue che dovevano occupare simmetricamente gli altri tre angoli superiori del primitivo progetto; sappiamo dai biografi antichi, come si è visto, che una di esse doveva rappresentare san Paolo. Si tornerà, nell’ultima parte di questo lavoro, sul significato che alcuni autori moderni vorrebbero attribuire al Mosè michelangiolesco, letto in chiave protestante; si può rilevare già qui che l’interpretazione delle figure di Mosè e di Paolo fu al centro della disputa che si aprì pochi anni dopo la morte di Giulio II, con l’emergere della figura di Lutero che contrapporrà in maniera radicale la Legge mosaica e la Grazia paolina, la prima rivelatrice del peccato originale e della impossibilità umana di giungere alla salvezza, la seconda apportatrice della grazia cristiana che sola strappa l’uomo dalle tenebre. Nella tomba di Giulio II Mosè e Paolo, invece, dovevano sedere l’uno a fianco dell’altro e, nella realizzazione finale del sepolcro che si colloca dopo che la crisi luterana era già scoppiata, Mosè può tranquillamente ergersi solitario senza il suo “compagno antitetico” annunziatore della grazia, proprio perché non è in primo piano la contrapposizione Legge/Grazia che caratterizzò allora la problematica della Riforma.

I biografi antichi riferiscono altresì che le altre due statue angolari dovevano essere la Vita attiva e la Vita contemplativa (così il Vasari), anche se non se ne possiede certezza assoluta; certo è che queste sono le due figure poste nella versione finale della sepoltura, che è dinanzi ai nostri occhi, dove, nelle due nicchie a fianco di quella del Mosè troviamo a destra la Vita attiva ed a sinistra la Vita contemplativa.

Il Condivi così descrive la statua alla destra del Mosè[16]:

[Essa] rapresenta la Vita contemplativa, una donna di statura più che ‘l naturale, ma di bellezza rara, con un ginocchio piegato non in terra, ma sopra d’un zoccolo, col volto e con ambo le mani levate al cielo, sì che pare che in ogni sua parte spiri amore.

Alla sinistra, invece[17]:

D’altro canto è la Vita attiva, con uno specchio nella destra mano, nel quale attentamente si contempla, significando per questo le nostre azioni dover essere fatte consideratamente, e nella sinistra una ghirlanda di fiori. Nel che Michelagnolo ha seguitato Dante, del quale è sempre stato studioso, che nel suo Purgatorio finge aver trovato la contessa Matilda, qual egli piglia per la Vita attiva, in un prato di fiori.

Similmente si esprime il Vasari che così afferma[18]:

Due […delle nicchie] erano tonde dalle bande e vi dovevano andare le Vittorie, in cambio delle quali in una messe Lia figliuola di Laban per la Vita attiva, con uno specchio in mano per la considerazione che si deve avere per le azioni nostre, e nell’altra una grillanda di fiori per le virtù che ornano la vita nostra in vita e dopo la morte la fanno gloriosa. L’altra fu Rachel sua sorella per la Vita contemplativa con le mani giunte, con un ginocchio piegato, e col volto par che stia elevata in ispirito: le quali statue condusse di sua mano Michelagnolo in meno di un anno.

Il suggerimento del Vasari che indica le statue accogliendo l’interpretazione del Condivi ma aggiungendovi i nomi delle due mogli di Giacobbe, Lia e Rachele, può essere accolto poiché proprio le caratteristiche che la Sacra Scrittura attribuisce loro –Lia, la più anziana, feconda di figli, Rachele, la più giovane, amata per la sua bellezza, sebbene per lungo tempo sterile- potrebbe coesistere con le due dimensioni della vita cristiana, quella attiva e quella contemplativa, che secondo la tradizione spirituale non possono essere separate.

Le note iconografiche della Vita attiva nella tomba di Giulio II sono la corona – importa meno che sia di fiori- simbolo di una vittoria, di un premio, di un merito riconosciuto, ed uno specchio, attributo che spesso troviamo indicativo della virtù della prudenza che cerca di cogliere tutti i pericoli, anche quelli che giungono posteriormente, per sapersene difendere; nel caso della virtù della Prudenza, lo specchio è posto in posizione verticale, per vedere dietro di sé. Nella Vita attiva michelangiolesca, invece, lo specchio è posto orizzontalmente, per potervisi specchiare: anche qui la lettura dei due biografi antichi sembra assolutamente da accogliere con lo specchio che è segno di una continua riflessione sulle proprie azioni perché siano buone e secondo il volere di Dio. La posizione orizzontale dello specchio ha indotto taluni autori moderni ad identificarlo con una fiaccola (ma ad essa mancherebbe evidentemente la fiamma!).

La Vita contemplativa non è caratterizzata da alcuna nota specifica, ma è il corpo stesso a muoversi come avvitandosi verso l’alto, in uno slancio di fede verso la visione di Dio.

Sopra le due donne Michelangelo fece disporre a sinistra una Sibilla ed a destra un Profeta; è l’antichissimo tema iconografico, ripreso anche nella Sistina, dove sia l’antichità pagana con tutta la sua ricerca razionale e poetica rappresentata dalle Sibille e tutta la rivelazione veterotestamentaria rappresentata dai profeti divengono cammino preparatorio della venuta del Figlio. Le due statue non furono realizzate da Michelangelo, ma affidate a Raffaello da Montelupo, secondo la narrazione del Vasari.

In mezzo ad esse sta Giulio II, che la critica moderna, dopo i restauri dell’anno 2000, assegna alla mano di Michelangelo[19]. Il pontefice è rappresentato con la tiara, coricato su di un fianco. Solo gli occhi chiusi indicano come egli sia stato sopraffatto dalla morte. Il sepolcro non contiene il corpo di Giulio II. I ripetuti rinvii della costruzione della tomba infatti, fecero sì che Giulio II fosse seppellito in un primo momento, nella cappella dove era già posta la tomba dello zio Sisto IV. Così spiega V.Noè, in merito alle vicende del corpo del pontefice[20]:

Dopo la sua morte (1513) furono deposti nella basilica Vaticana, nella vecchia cappella del Coro costruita da Sisto IV, lo zio francescano di Giulio II, e dedicata all’Immacolata. Durante il sacco di Roma (1527), i lanzichenecchi violarono il sepolcro di Giulio e ne portarono via gli oggetti preziosi. Al momento della demolizione delle ultime strutture del vecchio San Pietro, le salme dei due papi della Rovere trasmigrarono in sagrestia, quindi nella nuova cappella del Coro, e poi ancora in quella del Santissimo Sacramento (1635). Nel 1926, per volere di papa Pio XI, le spoglie di Sisto IV e di Giulio II furono deposte in una tomba terragna, nella crociera destra di San Pietro, di fronte al sepolcro di Clemente X Altieri.

La tomba si trova così oggi, nella basilica vaticana, dietro il pilastro di Sant’Elena; insieme a Giulio II, vi è sepolto anche Sisto IV.

Nella basilica di San Pietro in Vincoli, subito sopra la tomba di Giulio II sta una Madonna in piedi con il Bambino, quasi a vegliare sul corpo del pontefice defunto, scultura che Michelangelo fece realizzare a Scherano da Settignano.

In cima all’intera opera sono posti quattro candelabri in pietra e lo stemma araldico dei della Rovere, con la quercia in esso.

Sconcertante appare la lettura moderna del Forcellino[21], ancor più a motivo della sua competenza in materia; l’evidente precomprensione ideologica nella quale si fa avviluppare rende miope la sua analisi che riduce la forza e la bellezza dell’opera.

La sua riflessione si sviluppa a partire dalle due ultime statue realizzate ex novo da Michelangelo a partire dal 1542 per la tomba -e, cioè, come si è visto, la Vita attiva e la Vita contemplativa. È subito evidente, anche se espressa confusamente, la tesi che il Forcellino vuole sostenere: Michelangelo avrebbe privilegiato, in ossequio ad una impostazione cripto-luterana, il primato della grazia sulle opere. Ne consegue che le due statue simmetricamente disposte vengono, invece, da lui viste in una disposizione gerarchica, poiché “La fede salva […] la carità non salva”[22] (dove la “fede” sta per la Vita contemplativa e la “carità” per la Vita attiva).

La corona tenuta in mano dalla Vita attiva, che è iconograficamente simbolo di vittoria e di merito, viene invece vista dal Forcellino come “simbolo di carità per il suo perenne verdeggiare e la sua circolarità senza fine”. Lo specchio diviene una “lucerna il cui fuoco è alimentato dai capelli stessi che vi finiscono dentro […] simbolo dei pensieri buoni che ispirano la carità”[23].

La competenza del Forcellino si manifesta nelle notazioni di restauro che lo portano ad attribuire definitivamente a Michelangelo la figura del pontefice defunto: è, forse, la novità più rilevante della ricerca al termine del Progetto Mosè, nome con cui si scelse di indicare il lavoro di restauro dell’intera tomba. Ma, subito, la lettura scivola nell’ideologia ed il Forcellino afferma della statua di Giulio II: “[Le mani del pontefice] sono le mani della resa, della consapevolezza dell’inutilità e vanità dell’operare, perché non da questo sarà determinato il destino eterno”, dove l’espressione “vanità dell’operare” nuovamente cerca di insinuare l’adesione ad una posizione filo-luterana. La postura delle mani scolpite viene inoltre ricondotta ad “un altro sentimento […]: quello di un ritorno della Chiesa a una dimensione puramente spirituale, lontana dal governo temporale e dai nefandi commerci sviluppati in suo nome”.

Neanche un accenno al fatto che tutto questo, se fosse vero, implicherebbe un’accusa di ipocrisia rivolta a Michelangelo per il suo attaccamento che sempre lo legò alla figura di Giulio II e che sarebbe allora solo finzione.  Ancor più sarebbe incomprensibile la decisione di lavorare fino alla morte all’edificazione della basilica di San Pietro, come primo responsabile della Fabbrica -incarico che ricevette dopo la realizzazione della sepoltura di Giulio II- cioè dell’intero progetto della nuova basilica, della quale Michelangelo riuscì a vedere realizzato, secondo la sua concezione, il tiburio della cupola.

Ma più ancora dell’evidente incongruenza che si verrebbe a stabilire fra le realizzazioni dell’artista ed i suoi sentimenti, il danno ermeneutico maggiore che deriva dalla precomprensione del Forcellino consiste nell’incapacità di vedere nella scultura il dramma della morte che viene rappresentata nel pontefice i cui occhi si chiudono. L’opera non esprime una posizione teologica sul rapporto fede/opere, bensì esprime il mistero del morire che tocca umili e potenti, senza che alcuno possa sottrarvisi. La piccola croce che è scolpita sulle vesti del pontefice starebbe, per il Forcellino, a rappresentare la tesi luterana che solo la croce salva[24]. Dichiarare che in quel segno è da cogliersi la chiave di lettura della figura del pontefice comporterebbe affermare al contempo che Michelangelo non sia stato in grado di esprimersi nella scultura, tanto è secondario quel particolare nel contesto dell’insieme.

Il punto più basso viene toccato dal Forcellino nell’analisi della figura di Mosè. Anche qui dalla sua competenza di restauratore che sa valorizzare l’affermazione di un anonimo testimone che riferì al Vasari come l’artista riuscì in due giorni ad ottenere una roteazione della testa del Mosè conferendo ancora più espressività all’opera[25], il Forcellino passa ad una rilettura ideologica di questo intervento michelangiolesco affermando:

Forse sulla scelta di girare il volto del profeta pesò anche la presenza dell’Altare delle catene sul lato opposto del transetto dove era collocato il Mosè. Questo altare era il simbolo della superstizione cattolica e il fondamento di quel potere temporale che continuava a rivendicare una Chiesa in cui Michelangelo non si riconosceva più. Un’antica tradizione raccontava che un frammento delle catene che avevano tenuto prigioniero san Pietro si era miracolosamente saldato ad un frammento ritrovato in Palestina quando Eudossia sposò Valentiniano, segnando l’unità simbolica dell’impero sotto la nuova fede cristiana. Se Mosè avesse posato lo sguardo diritto in avanti, com’era nel primo progetto, avrebbe posato lo sguardo proprio su quell’altare, mentre con la mirabolante modifica volgeva lo sguardo verso la luce che scendeva da una finestra aperta proprio alla sua sinistra e oggi purtroppo tamponata. Il raggio di luce che illuminava i suoi “corni” al tramonto sarebbe stato il completamento spirituale a cui tutto il movimento tendeva.

Si da qui per scontato che le catene siano il fondamento del potere temporale della Chiesa, mentre, semmai, esse sono state uno dei simboli del potere dell’impero bizantino, come si è già visto. L’esistenza dello stato della Chiesa ha tutt’altra origine e, soprattutto, tutt’altra simbologia. Ma, ancora una volta, è l’opera stessa che ne esce banalizzata. La torsione del viso sarebbe stata pensata, secondo il restauratore, per levare il viso dalle catene e rivolgerlo verso una finestra o la sua luce. Il visitatore della basilica può ben rendersi conto di dove sia questa finestra di cui parla il Forcellino e, conseguentemente, della scientificità di questa affermazione. Tutta l’espressività del volto del Mosè passerebbe così in secondo piano rispetto ad una finestra verso la quale Michelangelo avrebbe concentrato la sua attenzione.

La lettura iconografica del Forcellino si appoggia su di una ricostruzione degli ambienti che Michelangelo frequentò in quegli anni. La semplificazione storica va qui di pari passo con la banalizzazione della lettura iconografica. Sotto la dicitura “una passione eretica” si accenna alla amicizia che legò Michelangelo a Vittoria Colonna[26] e questa al circolo di intellettuali che si radunò intorno al cardinal Reginald Pole, in Viterbo (il “divin Polo”, come lo chiama la Colonna in uno dei suoi sonetti poetici).

Proprio la grande figura del Pole – ma lo stesso si potrebbe dire dei cardinali Contarini, Cervini, Morone e Carnesecchi, legati da visioni teologiche ed ecclesiali comuni- smentisce la tesi di una corrente eretica, a lui facente capo. Basti pensare al fatto che il Pole dovette fuggire dalla corte di Enrico VIII, per non subire, con tutta probabilità, la stessa fine di Thomas More; che, a motivo della sua partenza dall’Inghilterra, il sovrano inglese fece giustiziare la madre del Pole, Margherita, in quanto cattolica, nel 1541, cioè un anno prima che Michelangelo iniziasse la realizzazione della Vita attiva e della Vita contemplativa; che il Pole fu uno dei tre legati pontifici, scelti da Paolo III per le sessioni di apertura del concilio di Trento; che, nonostante il Tribunale dell’Inquisizione nutrisse sospetti sulla cosiddetta ecclesia viterbensis che si riuniva intorno al Pole, il papa Paolo III bloccò ogni iniziativa in merito, per la fiducia che nutriva in loro[27]; che, alla morte di Paolo III nel 1549, il Pole fu a lungo uno dei principali candidati del conclave non venendo eletto per la mancanza di un solo voto; che, negli anni successivi, il Pole tornò in Inghilterra al seguito di Maria la Cattolica, sotto il cui regno fu l’ultimo arcivescovo cattolico di Canterbury.

Con questi riferimenti storici non si vogliono minimamente mettere in ombra altri fatti, come ad esempio, il ritorno del Pole da Trento, probabilmente non a motivo dei problemi fisici dichiarati, ma per il disaccordo su di una linea di rottura ancora più esplicita che si andava profilando con i luterani. Si vuole piuttosto rilevare come sia da correggere la visione che si ha della Chiesa del tempo. Proprio quel Pole che esprimeva riserve su di uno scontro aperto con i luterani era un pupillo del pontefice ed era il candidato su cui potevano confluire i due terzi meno uno dei voti del conclave. È l’evidenza di quella realtà che la storiografia moderna chiama “riforma cattolica”[28]. Il Pole, saldamente all’interno della gerarchia cattolica, mentre esprimeva perplessità sulle dottrine protestanti, allo stesso tempo lavorava per una conciliazione e per una riforma interna della chiesa cattolica.

Fu solo nei decenni successivi che l’Inquisizione cercò di sottoporre a processo alcuni dei cardinali di cui si è parlato. Negli anni 1542-1545, gli anni nei quali fu portata a compimento la tomba di Giulio II, niente di tutto questo ancora accadeva. Non si fronteggiavano una cripto-eresia (del quale il Pole sarebbe stato il leader) ed una chiesa ufficiale, bensì un dibattito pubblico avveniva nella Chiesa cattolica che cercava una linea al contempo di rifiuto di alcune dottrine non conformi alla tradizione e di una riforma interna sentita come non rinviabile.

Quanto al testo che viene continuamente evocato nel dibattito sul Mosè michelangiolesco, ossia Il beneficio di Cristo scritto dal monaco Benedetto da Mantova e rielaborato da Marcantonio Flaminio[29], è importante rilevare come questo trattato di spiritualità manifesta una lettura della figura mosaica in piena opposizione con quanto Michelangelo esprime nella sua opera. Come è noto, infatti, nel Beneficio di Cristo, la Legge mosaica non è vista come prefigurazione della salvezza del Cristo, bensì espressamente come sua antitesi.

Infatti, afferma il testo del Beneficio nella revisione del Flaminio, l’uomo con il peccato originale “diventò simile alle bestie e al demonio” e la natura umana venne “condennata alle miserie dello inferno”[30]. Fra le funzioni della Legge mosaica c’è certo quella “più eccellente […] è che dà necessità all’uomo di andar a Cristo”, ma questa è preceduta da altre quattro finalità[31]: essa “fa conoscere il peccato”, essa fa inoltre “crescere il peccato, perché, essendo noi separati dalla ubbidienza di Dio, e fatti servi del diavolo, e pieni di viciosi affetti e appetuti, non possiamo tolerare che Dio ci proibisca la concupiscenza”, essa ancora “manifesta l’ira e il iudicio di Dio, il qual minaccia morte e pena eterna a quelli che non osservano pienamente la sua Legge” ed, infine, “spaventando l’uomo, il quale viene in disperazione e vorrebbe satisfare alla Legge, ma vede chiaramente che non può e, non potendo, si adira contro Dio e non vorrebbe che Egli fusse”.

L’accento, insomma, non è su Mosè come testimone della pura grazia, quanto piuttosto sulla “maledizione della Legge” mosaica, dalla quale solo Cristo può liberare. La Legge ha così lo scopo precipuo di manifestare l’irrimediabile condizione di peccato nel quale l’uomo si trova. Il Beneficio di Cristo titola, infatti, il secondo capitolo[32]: “Che la Legge fu data da Dio, acciocché noi, conoscendo il peccato e disperando di poterci giustificare con le opere ricorressimo alla misericordia di Dio e alla giustizia della fede”.

Quando il Forcellino afferma che “Mosè per tradizione veniva associato a Cristo, portatore della legge salvifica prima del sacrificio e pertanto suo antesignano nel Vecchio Testamento”[33] non si accorge di affermare proprio il contrario di ciò che Il beneficio di Cristo pone in evidenza.

Non resta che invitare tutti ad ammirare la tomba di un pontefice, Giulio II, “così come è ella rattoppata e rifatta”, come afferma il Condivi, da Michelangelo, ma assolutamente splendida, non ideologica e capace di esprimere nella sua bellezza il mistero della morte e quello della vita.

La cripta dei sette fratelli maccabei

Compiremo ora il gesto di scendere vicino alle catene custodite in questa basilica. Lo facciamo come un piccolo pellegrinaggio, quindi in raccoglimento.

In questo momento, non ci interessa sapere esattamente da dove provengano queste catene, perché sappiamo bene che la loro provenienza è incerta. Vogliamo più semplicemente ricordare attraverso di esse la realtà della prigionia di Pietro che a Gerusalemme ed a Roma fu certamente tenuto in prigione e condotto davanti a giudici, probabilmente in catene, come era uso allora, sapendo che queste furono tappe verso la testimonianza più grande, quella del martirio.

Scenderemo poi nella cripta semianulare della basilica, per meditare su di una ulteriore testimonianza di martirio, quella dei sette fratelli maccabei e della loro madre, raccontataci in 2 Mac 7. La tradizione vuole che le reliquie di quei martiri del Dio unico d’Israele, uccisi prima ancora della venuta del Cristo, siano state traslate qui, in un’epoca che è difficile da definire. Anche qui non ha senso entrare nei dettagli storici che sono molto incerti.

Nella cripta vi invito a vedere l’antico sarcofago paleocristiano nel quale sarebbero state poi poste tali reliquie. Il sarcofago ha al centro Gesù al pozzo con la donna Samaritana (Gv 4), a sinistra la Resurrezione di Lazzaro e a destra Pietro che tradisce e la moltiplicazione dei pani.

I sette martiri Maccabei, sono sette fratelli che sono stati uccisi insieme alla madre perché non hanno voluto tradire la fede ebraica. È il primo caso di martirio nella Bibbia, siamo ancora nell’Antico Testamento, ma già in età ellenistica[34].

Il Nuovo Testamento aggiungerà a questa testimonianza una più chiara consapevolezza che il vero martire è tale solo se oltre ad amare Dio ama anche il nemico che lo uccide. Chi muore odiando il suo aggressore, non può essere considerato un martire della fede. Pensate alla recente proclamazione di alcuni martiri della Guerra civile in Spagna: nel presentarli è stato accuratamente spiegato che sono martiri non perché erano di una certa parte politica, ma solo perché sono stati uccisi come testimoni di Cristo, in una esplicita persecuzione per il fatto che portavano il nome di Cristo ed, insieme, perché non hanno odiato chi li ha uccisi, ma sono morti perdonando e pregando per i loro assassini. Il martirio cristiano non consiste così semplicemente nel fatto di venire uccisi.

Anche la testimonianza di questi martiri dell’Antico Testamento ci aiuti oggi a contemplare cosa sia la testimonianza, quale sia il compito di coloro che sono chiamati a ricordare a tutti la presenza e l’amore di Dio.

Il chiostro rinascimentale

Usciamo ora dalla basilica per la nostra ultima tappa ed entriamo nella vicina Facoltà di Ingegneria dell’Università di Roma La Sapienza. Vedete lo splendido chiostro rinascimentale che un tempo apparteneva al convento della basilica. È uno dei beni che nel 1870, al momento dell’Unità d’Italia, i Piemontesi confiscarono alla chiesa, incamerandolo fra i beni statali.

Ai canonici lateranensi che erano allora i proprietari dell’intero complesso, venne lasciata solo la chiesa, mentre il cortile con tutto il convento e le antiche dimore dei della Rovere venne completamente scorporato.

Il chiostro conserva, globalmente, la sistemazione che ebbe sotto il pontificato di Giulio II. Ne potete cogliere immediatamente lo stile classico, armonico, tipico dell’epoca. Se vi avvicinate alla fontana vedete i nomi e lo stemma dei della Rovere, con lo stemma araldico dell’albero di quercia. Il chiostro è un tipico ambiente monastico o convenutale, sempre collegato alle chiese degli ordini religiosi, luogo per poter passeggiare e conversare, godendo dell’aria aperta, ma, allo stesso tempo, in una situazione protetta, lontano da sguardi indiscreti.

In tempi recenti, dopo la confisca, il convento fu ristrutturato e destinato dallo Stato ad altri usi, non più ecclesiali, fino a divenire la Facoltà di Ingegneria della Università di Roma. Oggi qui si discutono le tesi di laurea dei nuovi ingegneri, proprio dove un tempo passeggiava Giulio II.



[1] Un bel testo di Marina Corradi, in Prima che venga notte, Marietti, 2008, pp. 63-64, dice:«È dall’alto che si vede bene. Bisogna salire le scale della cupola fino all’anello interno e sovrastante la Basilica – quello che porta incisa la scritta “Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo aecclesiam meam”. Da lì, dove si affacciano i turisti senza fiato su San Pietro sotto di loro spalancata, si vede con nettezza come la verticale del vertice della cupola precipiti con rigorosa geometria sull’altare centrale; questo a sua volta eretto esattamente sopra il luogo in cui furono sepolti i resti di Pietro. Come uno squarcio, un taglio, una ferita fra il cielo e la terra di Roma. Fra la gran cupola rosata dominante la distesa dei tetti, e il buio antico delle Grotte vaticane e del passato. Super hanc petram. Questa pietra, questa e non un’altra, qui e non altrove. Perché qui fu sepolto il primo apostolo, il prescelto, il fondatore. Super hanc petram aedificabo, promessa non metaforica, ma assolutamente materiale. Qui la tomba, qui la Chiesa è sorta. Esattamente in quel luogo, e nemmeno un poco più in là. Straordinaria carnalità della Chiesa, ansia di incarnarsi perché gli uomini possano vedere, e toccare. Basterebbe osservare la verticale su cui ruota l’asse della Basilica vaticana per capire quanto è lontana dal cristianesimo la parola utopia, tanto cara ai sognatori e agli sciocchi (ou tòpos, non luogo, senza luogo). La Chiesa che nasce ha fin da subito il suo luogo, edificata sopra quella pietra. Dopo duemila anni, è qui, ancora. Caduti tutti gli imperi, morti e dimenticati re e sovrani e tiranni, cancellati dal tempo i loro nomi sulle tombe orgogliose. San Pietro è qui, immensa e immobile in fondo alla piazza in un’alba di giugno. Larga, imponente in ogni colonna del colonnato, come piantata per restare per sempre. Ma è in alto che occorre andare, per vedere quell’invisibile verticale dalla cupola alla profondità della terra, quella vertigine che coniuga un sepolcro e il cielo. Il centro del mondo, l’alfa e l’omega, è una pietra nel buio qui sotto. Non è una metafora, è la parola data da un costruttore: Super hanc petram aedificabo. La promessa è lì, geometricamente, vertiginosamente innalzata».[2] In quegli anni il rapporto fra Firenze e Roma è strettissimo e la sistemazione delle Tombe medicee è, di fatto, una committenza papale. È nel 1515 che papa Leone X (1513-1521), nato Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo de’ Medici, incarica Michelangelo della facciata di San Lorenzo in Firenze. Nel 1520 lo scioglierà da questo lavoro, provocando grande risentimento nell’artista. Alla fine dello stesso anno, il cardinal Giulio de’ Medici, figlio di Giuliano de’ Medici il fratello di Lorenzo il Magnifico ucciso nella Congiura de’ Pazzi nel 1478, incarica Michelangelo delle Tombe medicee, di comune accordo con il cugino Leone X. Giulio de’ Medici era stato scelto come arcivescovo di Firenze nel 1513 dal cugino papa Leone X ed era stato successivamente da lui nominato Governatore cittadino di Firenze; diventerà papa con il nome di Clemente VII (1523-1534). I lavori per la biblioteca Laurenziana vennero commissionati a Michelangelo dallo stesso Clemente VII. Le Tombe medicee michelangiolesche custodiscono i corpi dei padri dei due papi, quella di Lorenzo, padre di Leone X e quella di suo fratello Giuliano, padre di Clemente VII, oltre a quelli di Giuliano, duca di Nemours, fratello di Leone X, e di Lorenzo, duca di Urbino, nipote di Leone X. I lavori per le Tombe si protrassero dal 1520 al 1534 ed, alla fine, restarono incompiuti, motivo per il quale Giorgio Vasari e Bernardo Buontalenti, su commissione di Cosimo I tra il 1554 ed il 1555, dovettero ultimare la Cappella senza che venissero realizzate le statue originariamente previste da Michelangelo di Lorenzo e Giuliano de’ Medici.

[3] G.Vasari, Le vite dei più eccellenti pittori, scultori, architetti, Rusconi, 1966, pp.682-683.

[4] A.Condivi, Vita di Michelagnolo Buonarroti, SPES, Firenze, 1998, pp.25-26.

[5] Cfr. per la testimonianza di Egidio da Viterbo e per la decisione, fortemente voluta dal Bramante, di passare dall’erezione del nuovo coro alla totale ristrutturazione della basilica, H.Bredekamp, La fabbrica di San Pietro, Einaudi, Torino, 2005, pp.26-47. Vedi anche il volume collettivo pubblicato in occasione della mostra per il cinquecentenario della posa della prima pietra della nuova S.Pietro, Petros eni. Pietro è qui, Edindustria, Roma, 2006, in particolare gli articoli di C.L.Frommel, San Pietro da Niccolò V al modello del Sangallo, pp.31-39 (sintesi dei ponderosi studi dello studioso) e F.Bellini, Da Michelangelo a Giacomo Della Porta, pp. 81-85.

[6] Non si dimentichi che Michelangelo poté ammirare le due sculture che divennero in quegli anni famosissime, appena ritrovate durante il pontificato di Giulio II: il cosiddetto Torso Belvedere, una scultura del I secolo a.C., attribuita ad Apollonio di Nestore, ora nei Musei Vaticani ed il Laocoonte con i suoi figli, una copia romana (?) del I secolo a.C. del capolavoro di Agesandro, Polidoro e Atenodoro di Rodi, anch’essa attualmente nei Musei Vaticani. Non vi è alcun dubbio che lo scultore sia stato influenzato da queste due grandi opere.

[7] T.Verdon, Michelangelo teologo, Ancora, Milano, 2005, pp.96-109.

[8] T.Verdon, Michelangelo teologo, Ancora, Milano, 2005, p.100.

[9] Così si esprime a riguardo il Condivi: Intorno intorno di fuore erano nicchi, dove entravano statue, e tra nicchio e nicchio termini, a i quali, sopra certi dadi che, movendosi da terra sporgevano in fuori, erano altre statue legate come prigioni: le quali rappresentavano l’arti liberali, similmente Pittura, Scultura , e Architettura, ogniuna colle sue note, sì che facilmente potesse esser conosciuta per quel che era, denotando per queste insieme con papa Giulio, esser prigioni della morte tutte le virtù, come quelle che non fusser mai per trovare da chi cotanto fussero favorite e nutrite, quanto da lui (A.Condivi, Vita di Michelagnolo Buonarroti, SPES, Firenze, 1998, pp.24-25). Il Vasari confonde i Prigioni con le Province assoggettate in guerra da Giulio II. Come si è già detto, Michelangelo aveva realizzato una Vittoria con un prigion per la tomba, probabile prima realizzazione che avrebbe dovuto vedere un seguito, ed è a questo secondo gruppo di sculture che fa riferita questa interpretazione vasariana .

[10] “Tutti i giorni, durante tre solitarie settimane del settembre 1913 sono stato in chiesa davanti alla statua, l’ho studiata, misurata, disegnata” (lettera di S.Freud a Edoardo Weiss del 12 aprile 1933. In realtà Freud sbaglia di un anno la data, poiché quella sua permanenza a Roma è da far risalire al 1912, così nell’Avvertenza alla traduzione italiana di S.Freud, Il Mosè di Michelangelo, Boringhieri, Torino, 1991, p.8.

[11] S.Freud, Il Mosè di Michelangelo, Boringhieri, Torino, 1991.

[12] S.Freud, Il Mosè di Michelangelo, Boringhieri, Torino, 1991, p.25.

[13] È nota la conclusione, peraltro emotivamente molto suggestiva, cui giunge Freud, scrivendo che “ciò che noi scorgiamo in lui [nel Mosè di Michelangelo] non è l’avvio di un azione violenta, bensì il residuo di un movimento trascorso” (S.Freud, Il Mosè di Michelangelo, Boringhieri, Torino, 1991, p.48). Seguendo l’ipotesi avanzata da taluni critici che vedevano nel movimento del corpo della scultura l’attimo nel quale egli si sta per alzare per punire gli ebrei che hanno realizzato il vitello d’oro, Freud ribalta questa lettura. Egli afferma infatti, a motivo del particolare delle tavole della Legge che sono maldestramente tenute sotto il braccio e dell’indice che tiene la barba a destra, mentre il capo è volto a sinistra, che Mosè sia da immaginare in un primo momento con lo sguardo rivolto in avanti e con le tavole della Legge saldamente rette con la mano e non solamente con il braccio, in un secondo momento con lo sguardo rivolto a sinistra, seguito interamente in questo dalla barba e dal braccio destro che si sarebbero portate anch’esse a sinistra ed, infine, un terzo momento, quello che è rappresentato da Michelangelo, nel quale il braccio si ritira indietro per sostenere le Tavole, riportando così con l’indice parte della barba sulla destra ed, insieme, per un sopraggiunto dominio di sé e di calma che fa superare a Mosè l’ira nella quale stava per cadere.

[14] A.Condivi, Vita di Michelagnolo Buonarroti, SPES, Firenze, 1998, p.47. Il Condivi si sbaglia in un particolare, dimenticando che è con lo stesso braccio destro che sono tenute le tavole della Legge ed insieme è trattenuta la barba di Mosè.

[15] G.Vasari, Le vite dei più eccellenti pittori, scultori, architetti, Rusconi, 1966, p.659.

[16] A.Condivi, Vita di Michelagnolo Buonarroti, SPES, Firenze, 1998, pp.47-48.

[17] A.Condivi, Vita di Michelagnolo Buonarroti, SPES, Firenze, 1998, p.48.

[18] G.Vasari, Le vite dei più eccellenti pittori, scultori, architetti, Rusconi, 1966, p.682.

[19] Il Vasari afferma, invece, che essa fu “fatta da Maso dal Bosco scultore”. È pensabile, se non si vuole rifiutare completamente l’affermazione vasariana, che l’opera sbozzata da Maso del Bosco sia stata almeno lavorata ultimamente da Michelangelo, anche a motivo del fatto che essa rappresenta colui che è il motivo dell’intera scultura, il pontefice mecenate a cui lo scultore deve tanta parte della sua fortuna, oltre che delle sue “tragedie”.

[20] V.card.Noè, Le tombe e i monumenti funebri dei papi nella basilica di San Pietro in Vaticano, Franco Cosimo Panini Editore, Modena, 2000, p.151. Lo stesso fornisce anche i riferimenti che le fonti tramandano sulla morte del pontefice: «Rimane il ricordo di una morte edificante. Paride de Grassis, maestro di cerimonie di papa Giulio, ne fu più volte testimone. Essendo stato invitato ai vespri della Vigilia di Natale, nel 1512, si sentì dire da papa Giulio: “Meglio sarebbe s’ella mandasse a invitare il sacro Collegio e il sagrestano di Palazzo perché vengano con l’Olio Santo, ché mi sento assai male e non vivrò più a lungo” (24 dicembre 1512). Da allora in poi non si nascose che lentamente si avvicinava alla fine. Il 2 febbraio, il buon de Grassis, insistette perché il papa ricevesse il viatico. Il 4 febbraio, Giulio lo chiamò a sé e gli disse che la sua fine era imminente; che ringraziava il Signore per non avergli mandato una fine improvvisa, come a molti suoi predecessori, ma una morte cristiana e sufficiente raccoglimento, onde provvedere al tempo e all’eternità. E diede disposizioni per la celebrazione di messe per la salute della propria anima. Nella notte del 20 febbraio 1513 andò incontro alla morte “con tanta devotione e contritione che pareva un santo” (così un familiare del pontefice). Ai funerali del papa ci fu una folla straordinaria. Paride de Grassis riferisce: “Da quarant’anni che vivo in questa città, non ho mai visto una folla così straordinaria al mortorio di un papa…” Tutti esaltavano Giulio come papa e vicario di Cristo, scudo di giustizia. La testimonianza del suo maestro di cerimonie, che non chiude sempre gli occhi sulle debolezze di Giulio, serve a ridimensionare l’osservazione troppo dura dello storico Francesco Guicciardini, per il quale Giulio aveva del sacerdote solo l’abito e il nome» (V.card.Noè, Le tombe e i monumenti funebri dei papi nella basilica di San Pietro in Vaticano, Franco Cosimo Panini Editore, Modena, 2000, pp.151-152).

[21] A.Forcellino, Michelangelo. Una vita inquieta, Laterza, Roma-Bari, 2005, in particolare pp.279-314. Il Forcellino è stato responsabile dello staff che ha curato il restauro, durato quattro anni, della tomba di Giulio II in San Pietro in Vincoli.

[22] A.Forcellino, Michelangelo. Una vita inquieta, Laterza, Roma-Bari, 2005, p.299. Subito dopo il Forcellino, facendo riferimento alle figure che gli avrebbero ispirato questa visione teologica, aggiunge una espressione che, in realtà, contraddice immediatamente quanto sta affermando: “Il consiglio del Pole a Vittoria Colonna esemplifica efficacemente questa concezione; prega come se dovessi salvarti per la fede e agisci come se dovessi salvarti per le opere”.

[23] Se anche si trattasse di una lucerna, alla quale peraltro manca la fiamma, essa sarebbe esattamente il simbolo iconografico dell’importanza della perseveranza nel bene (vedi la parabola delle vergini sagge e di quelle stolte).

[24] “Solo conforto [al dubbio di ciò che lo aspetta nell’eternità] è il crocifisso, simbolo ossessivamente celebrato dagli Spirituali quale mezzo sicuro della salvezza degli uomini, esibito sul Manipolo che gli ricade dal braccio sinistro; unico emblema rimasto di quei paramenti dove tutti gli artisti si affannavano a dipingere e scolpire intrecci di oro e pietre preziose per celebrare la potenza mondana del vicario di Cristo” (A.Forcellino, Michelangelo. Una vita inquieta, Laterza, Roma-Bari, 2005, p.300). A parte che quelle vesti sono le vesti liturgiche e non quelle del potere mondano, ma perché Michelangelo avrebbe scolpito allora la tiara sul capo del pontefice, quella sì simbolo dell’autorità papale? Sarebbe ancora da rilevare che l’affermazione che solo la croce salva è cristiana tout court e non caratterizza il gruppo cosiddetto degli Spirituali.

[25] “Et andando io a vedere, trovai, che li haveva svoltato la testa et sopra la punta del naso gli haveva lasciata un poco della gota con la pelle vecchia, che certo fu cosa mirabile; ne credo quasi che a me stesso, considerando la cosa quasi che impossibile” (lettera di un anonimo a Vasari, marzo 1564; per le referenze bibliografiche vedi, A.Forcellino, Michelangelo. Una vita inquieta, Laterza, Roma-Bari, 2005, p.451).

[26] Non è possibile -ed a nostro avviso, come si cercherà di dimostrare, non è utile per una più profonda comprensione della sepoltura di Giulio II- scendere nei dettagli della vicenda che legò Michelangelo e la marchesa di Pescara e, più in particolare, analizzare le posizioni teologico/spirituali della nobildonna. Su questo si veda, comunque, l’eccellente studio di Gigliola Fragnito, Vittoria Colonna e il dissenso religioso, in P.Ragionieri (a cura di), Vittoria Colonna e Michelangelo, Mandragora, Firenze, 2005, pp.97-105

[27] Su questo, si veda G.Fragnito, Evangelismo e intransigenti nei difficili equilibri del pontificato farnesiano, in Rivista di storia e letteratura religiosa, 25 (1989), pp.20-47.

[28] Solo per un primo orientamento in materia, cfr. il breve capitolo Precisazione dei concetti, redatto da H.Jedin, in H.Jedin (a cura di), Storia della chiesa, vol. VI, Riforma e controriforma, Jaca, Milano, 1975, pp.513-515. L’ignoranza dei recenti studi sulla “riforma cattolica” cioè su “quei tentativi di rinnovamento che si ebbero nella chiesa dal XV al XVI secolo” (Jedin, op. cit., p.513) conduce al corto circuito per il quale ogni figura cattolica cinquecentesca che spinge in direzione di una emendatio ecclesiae (Consilium de emendanda Ecclesia venne chiamato il lavoro redatto nel 1537 da otto personalità di rilievo convocate per questo da Paolo III) viene connotata come nascostamente legata al mondo protestante.

[29] Il Beneficio di Cristo è edito in italiano dalla Claudiana, Torino, 1991. Il rapporto fra la prima edizione, che non possediamo più, opera di Benedetto da Mantova (vissuto in realtà in Sicilia) e l’edizione successiva del Flaminio, l’unica che ci è pervenuta, che circolò come manoscritto a partire dal 1540 e fu stampata nel 1543, è stato studiato in dettaglio da C.Ginzburg-A.Prosperi, Giochi di pazienza. Un seminario sul “Beneficio di Cristo”, Torino, 1975. Per una sintesi, cfr. A. Prosperi, L’eresia del Libro Grande, Feltrinelli, Torino, 2001, pp.50-52.

[30] Benedetto da Mantova-Marcantonio Flaminio, Il beneficio di Cristo, Claudiana, Torino, 1991, p.29.

[31] Benedetto da Mantova-Marcantonio Flaminio, Il beneficio di Cristo, Claudiana, Torino, 1991, pp.34-36.

[32] Benedetto da Mantova-Marcantonio Flaminio, Il beneficio di Cristo, Claudiana, Torino, 1991, p.33.

[33] A.Forcellino, Michelangelo. Una vita inquieta, Laterza, Roma-Bari, 2005, p.298.

[34] Per un approfondimento del significato di questo primo martirio biblico, cfr. sul sito http://www.gliscritti.it/ , l’articolo Il martirio o la difesa violenta, due diverse prospettive nel secondo e nel primo libro dei Maccabei: appunti, in forma di recensione, da una relazione del prof.Joseph Sievers http://www.gliscritti.it/approf/2007/conferenze/sievers0703.htm