2007/2008 7/ LA BASILICA DI SANTA PRASSEDE E L’APOCALISSE

Basilica di Santa Prassede: l’Apocalisse e la lettura cristiana della storia

VII incontro del corso sulla storia della chiesa di Roma,

di Andrea Lonardo e Marco Valenti

Mettiamo a disposizione la trascrizione del VII incontro, dedicato all’Apocalisse, del corso di formazione per catechisti sulla storia della chiesa di Roma proposto dall’Ufficio catechistico della diocesi di Roma, tenutosi il sabato 12/4/2008, presso la basilica di Santa Prassede. Appena possibile saranno on-line anche le trascrizioni delle successive lezioni. Il calendario degli incontri con l’indicazione dei luoghi nei quali si svolgono è on-line sul sito dell’Ufficio catechistico della diocesi di Roma http://www.ucroma.it/. Il testo è stato sbobinato dalla viva voce degli autori e conserva uno stile informale.

Le trascrizioni dei primi sei incontri, dedicati alle basiliche di Santa Prisca, di Santa Maria in Aracoeli, di San Marco, di San Pietro in Vincoli, di San Clemente e di San Lorenzo de’ Speziali in Miranda e, rispettivamente, agli Atti degli Apostoli, alla Lettera di san Paolo ai Romani, al vangelo di Marco, alle lettere di Pietro, ai padri apostolici Clemente ed Ignazio ed alla Lettera agli Ebrei, sono già disponibile on-line.

 

I monaci vallombrosani, di padre Lorenzo Russo

La basilica di S.Prassede è stata affidata ai monaci vallombrosani fin dal 1198. I vallombrosani sono monaci benedettini fondati da S.Giovanni Gualberto, e nel 1933 la cappella nella navata sinistra, che ora è la cappella del SS.Sacramento, fu dedicata a questo santo, che vediamo raffigurato in diversi dipinti presenti nella chiesa.

Giovanni Gualberto era un nobile fiorentino, secondo quanto dice la tradizione, nato nei dintorni di Firenze verso l’anno Mille. Un giorno venne ucciso suo fratello; Giovanni Gualberto incontrò l’assassino su un viottolo che va da Ponte Vecchio a S.Miniato al Monte. Era un Venerdì Santo, l’omicida si prostrò ai piedi di Giovanni Gualberto e questi lo perdonò ed insieme salirono alla chiesa di S.Miniato al Monte. Mentre pregavano Giovanni Gualberto vide il crocifisso che annuiva in segno di approvazione. Questo fatto lo sconvolse ed egli decise di restare nel monastero benedettino annesso e lì si fece monaco vincendo le resistenze della famiglia.

Questo è il primo messaggio della vita di S.Giovanni Gualberto: un uomo di fede, un uomo toccato dalla Grazia che perdona all’uccisore di suo fratello. Fu sempre un uomo molto forte, ma sempre segnato dalla carità. Prima di morire lasciò ai monaci una lettera, che noi abbiamo chiamato la Lettera della carità, che è un po’ il suo testamento. In sagrestia potrete vedere un dipinto che raffigura Giovanni Gualberto seduto che detta proprio questa Lettera.

A quei tempi c’era una forte ingerenza del potere politico e militare nella vita ecclesiastica, anche in quella dei monasteri. Morto l’abate fecero abate lui, ma siccome lui si sentiva troppo giovane nella vita monastica rinunciò. Ne approfittò l’economo che dette addirittura del denaro alle diverse autorità del tempo, riuscendo a farsi eleggere abate.

Quando Giovanni Gualberto venne a sapere di questo fatto gli chiese di rinunciare, ma l’altro non ascoltò. Giovanni Gualberto denunciò allora il fatto nell’antica piazza del mercato a Firenze, quella che oggi è la piazza del Porcellino. Siamo negli anni 1028-1030; Giovanni Gualberto dovette, però, scappare perché sia il governatore che il vescovo (denunciato anche lui da Giovanni Gualberto con l’accusa di simonia) lo fecero inseguire per catturarlo.

Giovanni Gualberto, consigliato da un eremita che viveva alla periferia di Firenze, si allontanò dalla città. Visitò diversi monasteri alla ricerca di un luogo nel quale vivere la sua vita monastica benedettina, all’insegna del motto che tutti noi conosciamo: preghiera e lavoro. Andò fino a Camaldoli che era stata fondata da poco da S.Romualdo; Romualdo era già morto a quell’epoca, ma la vita della comunità si era conservata molto intensa.

Non sappiamo quanto tempo rimase, se pochi mesi o qualche anno, ma alla fine vide che lì l’accento era sulla vita eremitica e non su quella di comunità. I camaldolesi sono infatti conosciuti come eremiti, anche se uniscono sempre tale vita con quella cenobitica. Il priore dette la sua approvazione e Gualberto andò a Vallombrosa dove non c’era nulla, solo boscaglia, e cominciò con alcuni monaci che erano scappati da Firenze per i suoi stessi motivi, una vita in comunità.

Quando arrivò a Vallombrosa si fermò sotto un faggio che i monaci hanno recintato e che è ancora lì. Qui cominciarono insieme una vita secondo la regola di S.Benedetto, vivendo nella solitudine, nella preghiera e nel lavoro, perché dovevano anche mantenersi. Siamo intorno all’anno 1036; c’era un monastero di monache benedettine più a valle – Vallombrosa, malgrado il nome, è posta a 1000 metri.

Venne costruita una chiesa in legno, con l’altare in pietra. Passava di lì un vescovo che veniva dal nord della Germania per andare a Roma e consacrò l’altare. Nel 1058 c’era già una prima chiesa in muratura e un altro cardinale, di origine tedesca, il cardinale di Selva Candida, consacrò la chiesa. Il movimento di riforma dei costumi della chiesa non rimase imprigionato a Vallombrosa, perché Giovanni Gualberto cominciò subito a costruire un monastero alle porte di Firenze. Lui stesso ogni tanto scendeva e continuava la sua lotta.

Giovanni Gualberto morì nel 1073 e a quell’epoca c’erano già circa dieci monasteri che avevano accolto la sua riforma. Era legato anche al movimento della Pataria di Milano, che divenne eresia nel secolo successivo, ma all’inizio aveva gli stessi scopi di riforma della chiesa. Questa riforma iniziata dai monaci confluì in quella che poi fu chiamata la grande riforma gregoriana, cioè quella di Gregorio VII che portò frutti in tutta la chiesa cattolica.

Giovanni Gualberto dettò poi la Lettera della carità, di cui abbiamo già parlato, prima di morire. Non morì a Vallombrosa, ma in un monastero situato vicino alla sua casa di origine, a Passignano in Chianti. Qui si conserva ancora il corpo. Dopo 120 anni circa fu canonizzato. La lunga attesa per la canonizzazione è dovuta probabilmente al fatto che Giovanni Gualberto in vita aveva preso posizioni in contrasto con molti.

Voglio raccontare un ultimo fatto relativo alla sua vita, nella lotta contro la simonia. Si erano create delle fazioni opposte sul problema e si decise perciò di ricorrere al giudizio di Dio, l’ordalia. Si decise di far passare i rappresentanti delle due diverse posizioni nel fuoco. Colui che fosse passato indenne avrebbe dimostrato di avere ragione. Era l’8 febbraio del 1066 e nella chiesa di Badia a Settimo, fu acceso il fuoco. Giovanni Gualberto designò un monaco chiamato Pietro e dopo la messa, tra le preghiere dei monaci, questo passò nel fuoco restando illeso. Evidentemente tutti si sentirono sollevati e la fazione del Vescovo fu sconfitta.

Su questo episodio abbiamo come testimonianza una lunga lettera del clero e del popolo fiorentino al papa, il quale alla fine decise di rimuovere il vescovo da Firenze e mandarne un altro. Il monaco Pietro fu fatto poi vescovo di Albano e cardinale, legato pontificio nelle Gallie (l’odierna Francia). Alcuni monasteri francesi si rifanno a questo monaco, Pietro, che da allora fu chiamato “igneo” e viene festeggiato come santo l’8 febbraio.

Una introduzione all’Apocalisse dinanzi ai mosaici di Santa Prassede, di Andrea Lonardo

In questo incontro parleremo del Libro dell’Apocalisse, aiutandoci nell’esposizione con le immagini del mosaico che decora il catino absidale e l’arco trionfale di questa chiesa.

L’Apocalisse è l’ultimo libro della Bibbia ed ha fama non solo di essere un libro tenebroso che parla di disgrazie, ma ancora di più di essere un libro complicatissimo e, stranamente, quasi di esser un libro non cristiano.

È, invece, un libro molto più semplice di quello che si pensa, almeno nelle sue linee essenziali. Ha sì dei passaggi molto difficili, sui quali gli esegeti non concordano nell’analisi dei diversi particolari, ma i punti essenziali, che cercheremo di vedere, sono chiarissimi.

Ed il primo punto da chiarire, – anche se dovrebbe essere ovvio – che è un po’ come un caposaldo che spiana la via a tante altre chiarificazioni è che l’Apocalisse è un libro cristiano, che parla di Cristo e della sua unicità che non ha pari.

In particolare, il libro dell’Apocalisse è un libro che parla di Cristo come del Salvatore, di Dio che non solo è eterno, ma che interviene nella storia per salvare l’uomo attraverso il suo Figlio rappresentato come l’agnello immolato.

Questa salvezza giunge a noi, secondo l’Apocalisse, tramite la chiesa nella quale Cristo è presente. Si potrebbe così dire anche che l’Apocalisse è un libro che parla della chiesa e della sua vittoria.

Non solo, ma il libro tratta della chiesa che, protetta da Cristo, attraversa la storia e la conduce a salvezza, di modo che la storia umana non è una storia che corre verso un precipizio, che va verso il niente, ma è una storia che raggiungerà la salvezza. Si può anche dire, allora, che l’Apocalisse è un libro che parla della storia, che presenta gli avversari di Cristo e della chiesa, ma che, alla fine, giunge ad affermare che nonostante questi nemici la storia è incamminata verso la Gerusalemme celeste.

Il mosaico dell’arco trionfale ce la presenta subito, ci presenta l’Apocalisse dalla sua conclusione: vedete la Gerusalemme celeste lì in alto, raffigurata con Cristo in mezzo ad essa, presente in essa, con i dodici Apostoli a destra ed a sinistra di Cristo e con le sue mura piene di gemme che rappresentano la bellezza, la gioia, la pienezza, l’eternità di questa nuova Gerusalemme. Ci torneremo su alla fine, quando arriveremo agli ultimi capitoli dell’Apocalisse.

Veniamo subito al nucleo centrale dell’Apocalisse che è costituito dai vv. 4, 1- 5, 14 che sono l’inizio della seconda parte dell’Apocalisse (l’Ap viene generalmente divisa dagli studiosi innanzitutto in due parti, la prima costituita dai vv. 1, 9-3, 22, che tratta di Cristo nel suo rapporto con le chiese dell’Asia minore, la seconda, da 4, 1 alla fine, che tratta dell’azione di Dio nella storia).

Vediamo rappresentato questo nucleo centrale dell’Apocalisse nel mosaico che è nell’arco absidale. Proprio il capitolo 4 comincia con la visione di un trono che è chiaramente il trono di Dio. Inizialmente sembra essere solo il suo trono, ma ben presto viene rivelato a Giovanni che su quel trono viene posto il Cristo come agnello immolato, ma ritto in piedi.

Vedete l’agnello, al centro dell’arco absidale, proprio perché è la realtà più importante, quella decisiva: vediamo il trono, che è segno di potere, di dominio, di sovranità. E sopra il trono vediamo l’agnello che l’Apocalisse descrive con i segni della morte -un agnello come immolato (Ap 5, 6) – ma vivo.

Leggiamo l’esordio di questo nucleo centrale dell’Apocalisse:

Dopo ciò ebbi una visione: una porta era aperta nel cielo. La voce che prima avevo udito parlarmi come una tromba diceva: Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito. Subito fui rapito in estasi. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto. Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono (Ap 4,1-3).

Nei primi versetti sul trono non compare ancora l’agnello: il trono è quello di Dio. L’autore dell’Apocalisse contempla Dio e, come sapete, fino alla venuta di Cristo nessuno aveva potuto “vedere” Dio; l’Apocalisse, non potendo descrivere Dio stesso, lo descrive allora insieme all’arcobaleno che circonda il suo trono ed insieme al basamento – potremmo dire – che sta dinanzi a questo trono, con la metafora delle pietre preziose, per dire che Dio è di una straordinaria bellezza.

La filosofia antica aveva riflettuto sul concetto dell’analogia: se un diamante è bello, bellissimo per la sua luce, per analogia possiamo capire quanto sia più bello e splendente di luce colui che lo ha creato. Anche San Paolo fa riferimento a questo modo di procedere, per il quale dalla bellezza del creato, per analogia si deduce la bellezza del creatore:

Poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità (Rm 1,19-20).

Dio è la bellezza assoluta, inimmaginabile. Su questo trono descritto dall’Apocalisse c’è Dio nella sua bellezza. L’uomo, vedendo il suo trono, deve arrivare a dire: “Che meraviglia deve essere Dio, che splendore, che grandezza”.

Il testo prosegue, prima di introdurre l’agnello, descrivendo cosa succede intorno al trono:

Attorno al trono, poi, c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro vegliardi avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo. Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; sette lampade accese ardevano davanti al trono, simbolo dei sette spiriti di Dio. Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e intorno al trono vi erano quattro esseri viventi pieni d’occhi davanti e di dietro. Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l’aspetto d’uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola. I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere:

Santo, santo, santo
il Signore Dio, l’Onnipotente,
Colui che era, che è e che viene!

E ogni volta che questi esseri viventi rendevano gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, i ventiquattro vegliardi si prostravano davanti a Colui che siede sul trono e adoravano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettavano le loro corone davanti al trono, dicendo:

«Tu sei degno, o Signore e Dio nostro,
di ricevere la gloria, l’onore e la potenza,
perché tu hai creato tutte le cose,
e per la tua volontà furono create e sussistono» (Ap 4,4-11).

Vedete raffigurato tutto questo a sinistra ed a destra dell’arco absidale: possiamo vedere i 24 vegliardi con una corona in mano che offrono al trono. Offrono, cioè, tutto il potere, si tolgono la corona che hanno, offrendo così tutto ciò che sanno fare, la loro capacità, la loro possibilità di amare, di costruire, di leggere, di studiare, far nascere bambini, occuparsi di politica. Riconoscono che tutto questo viene da Dio, tutta la possibilità di fare il bene che è nel mondo. Così i “24 vegliardi si prostravano davanti a Colui che siede sul trono e adoravano colui che vive nei secoli dei secoli e gettavano le loro corone davanti al trono”.

Chi sono i 24 vegliardi? Il numero 24 è un numero tipico dell’Apocalisse, ma 24 è il multiplo di un numero ancora più tipico dell’Apocalisse che è il 12. Dodici sono, innanzitutto, le tribù di Israele.

Ma queste dodici tribù sono portate a compimento, a perfezione, da un altro gruppo di dodici, cioè dagli apostoli. Il fatto che Gesù abbia scelto dodici apostoli è un segno chiarissimo che egli si stesse ricollegando all’origine di Israele, alle dodici tribù, e che egli voleva che essi fossero considerati come i nuovi capostipiti del nuovo popolo di Dio.

Quindi 24 viene da 12+12, dalla somma delle 12 tribù più i 12 apostoli: i 24 vegliardi rappresentano il nuovo popolo di Dio che porta a compimento l’antico, perché mai il nuovo popolo sostituisce l’antico, ma altrettanto mai l’antico popolo è sufficiente a se stesso: ha bisogno del nuovo, ha bisogno degli apostoli, della chiesa, per trovare la sua pienezza.

I 24 vegliardi rappresentano così tutta la storia della salvezza, cioè tutto l’antico Israele divenuto chiesa che si ferma a contemplare Dio e si prostra ai suoi piedi, offrendogli le proprie corone.

Anche il famoso numero di 144.000 è un numero costruito similmente e con lo stesso significato: viene da 12 X 12 X 1000. Una lettura fondamentalista, come quella fatta da alcune sette, vorrebbe che quel numero fosse interpretato letteralmente, di modo che solo 144.000, né uno di meno, né uno di più sarebbero salvati alla fine della storia, cosa che è chiaramente assurda.

In realtà anche 144.000 è un numero simbolico: Giovanni lo ha scelto perché 12, cioè l’Antico Testamento rappresentato dalle 12 tribù, moltiplicato per 12, cioè i 12 apostoli del Nuovo Testamento che rappresentano la chiesa, è uguale a 144. Questo numero viene poi moltiplicato per 1000, ad indicare tutto il tempo della storia della chiesa, tutto lo sviluppo del tempo, fino all’eternità, e si giunge a 144.000.

I 144.000 sono tutti coloro che nei secoli si uniscono agli apostoli, che a loro volta sono uniti alle tribù dei figli di Giacobbe. i 24 vegliardi sono così un segno che vuole far capire che il trono è adorato da tutta la storia della salvezza, da tutti gli uomini che hanno servito Dio nella storia.

Per questo ci siamo anche noi in quei 24 vegliardi ed anche nei 144.000. Noi apparteniamo alla chiesa e deponiamo le nostre corone, riconoscendo che tutto proviene da Dio e dal suo trono, che tutto il bene che abbiamo fatto dipende dalla sua grazia.

Non solo, ma insieme ai 24 vegliardi, appaiono altri quattro esseri:

In mezzo al trono e intorno al trono vi erano quattro esseri viventi pieni d’occhi davanti e di dietro. Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l’aspetto d’uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola. I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere:

«Santo, santo, santo
il Signore Dio, l’Onnipotente,
Colui che era, che è e che viene!» (Ap 4,6-8).

Nel mosaico dell’arco absidale i quattro esseri viventi sono proprio sopra i vegliardi, due all’estrema sinistra in alto e due all’estrema destra sempre in alto: abbiamo il leone, l’uomo, l’aquila e il vitello (il toro). Probabilmente nell’Apocalisse non rappresentano ancora gli evangelisti, come invece avviene già per questa immagine.

Nella visione dell’Apocalisse i quattro esseri viventi – sono tutti animali forti, il leone che domina la savana, l’aquila che domina il cielo, il toro che è il più forte degli animali domestici e l’uomo che è il più forte tra gli esseri viventi perché libero ed intelligente – rappresentano l’intero cosmo che riconosce il potere di Dio. Dio è, sì, lodato dagli apostoli, dai cristiani, dal popolo ebraico, dagli uomini tutti, ma in realtà gli uomini sono come i portavoce dell’intera natura che è nelle mani di Dio e che gli obbedisce. Dio non è solo il Dio degli uomini, ma degli angeli, delle galassie, delle stelle, del cielo, del mare, della terra. In quegli esseri viventi è rappresentato tutto ciò che esiste nel mondo, tutto l’universo.

Questi esseri viventi sono una citazione che l’Apocalisse fa di Ez 1,4-10, quando ci presenta la visione del carro della Gloria di Dio che esce dal tempio per andare in esilio insieme al popolo. Così profetizzava Ezechiele:

Io guardavo ed ecco un uragano avanzare dal settentrione, una grande nube e un turbinìo di fuoco, che splendeva tutto intorno, e in mezzo si scorgeva come un balenare di elettro incandescente. Al centro apparve la figura di quattro esseri animati, dei quali questo era l’aspetto: avevano sembianza umana e avevano ciascuno quattro facce e quattro ali. Le loro gambe erano diritte e gli zoccoli dei loro piedi erano come gli zoccoli dei piedi d’un vitello, splendenti come lucido bronzo. Sotto le ali, ai quattro lati, avevano mani d’uomo; tutti e quattro avevano le medesime sembianze e le proprie ali, e queste ali erano unite l’una all’altra. Mentre avanzavano, non si volgevano indietro, ma ciascuno andava diritto avanti a sé.

Quanto alle loro fattezze, ognuno dei quattro aveva fattezze d’uomo; poi fattezze di leone a destra, fattezze di toro a sinistra e, ognuno dei quattro, fattezze d’aquila.

In realtà, in Ezechiele, i quattro esseri viventi non sono ben distinti l’uno dall’altro, ma anche lì rappresentano la potenza di Dio che viene glorificata dappertutto. In quell’episodio, proprio perché la Gloria di Dio, la sua presenza, esce da Gerusalemme e va ad accompagnare il popolo in esilio, Israele scopre che l’unico Dio non è solamente Dio nei confini della terra di Israele, ma è Dio di tutta la terra,anche del luogo dell’esilio, anche della terra di Babilonia. C’è un unico Dio che è realmente il Dio dell’universo intero.

Così questi quattro esseri, già in Ezechiele, ma ancora di più nell’Apocalisse, manifestano che Dio è il Signore di tutto e che l’intero universo lo adora. Come dice il Salmo 139, non c’è alcun luogo nel quale l’uomo possa andare senza incontrare Dio. Dio è veramente l’unico Signore di tutto quanto.

Per questo anche l’interpretazione cristiana successiva che vede nei quattro esseri viventi i quattro evangelisti – ed è questo che il nostro mosaico carolingio del IX secolo rappresenta – è corretta, perché gli evangelisti sono coloro che hanno permesso al mondo intero di lodare Dio, perché hanno fatto conoscere il vangelo in tutto il mondo.

Gli evangelisti portano la notizia che Dio, in Cristo, è il salvatore di tutti e chiunque ascolta il vangelo comincia a cantare: “Santo, Santo, Santo, è il Signore, Dio dell’universo”. È l’inno che sempre si canta durante la messa.

Noi siamo dentro questa enorme assemblea che, intorno al trono di Dio, loda la sua esistenza, la sua bellezza, la sua opera, la sua creazione, la vita che egli ha dato a noi ed a coloro che amiamo, la sua salvezza e così via.

Ma manca ancora un punto capitale per capire questo nucleo dell’Apocalisse ed il mosaico che abbiamo dinanzi. Nel capitolo 5, infatti, l’attenzione si sposta sul rotolo e sull’agnello. Qui, nel mosaico, si vede, come vi dicevo, che sul trono c’è l’agnello e non il Padre e che, sotto di lui, c’è un rotolo bianco in diagonale che è attraversato da sette strisce nere, dai sette sigilli che sigillano il rotolo.

E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?». Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo (Ap 5,1-3).

Questo è un passaggio importantissimo e straordinariamente significativo dell’Apocalisse, uno dei suoi passi più belli. Cos’è questo rotolo chiuso da sette sigilli? Innanzitutto è importante capire che 7, nell’Apocalisse, è il numero che indica la totalità. Se il rotolo è sigillato con 7 sigilli vuol dire che è sigillato in modo invincibile, come una cassaforte che nessuno può forzare.

Giancarlo Biguzzi, un grandissimo studioso dell’Apocalisse, dal quale prendo molte delle cose che vi dico, ha sostenuto a ragione che nei vari settenari dell’Apocalisse – che vedremo fra breve – non conta il settimo elemento, ma ciò che conta è che siano sette. Il numero non è impiegato come in Gen 1, per dire che il settimo giorno è distinto e più importante degli altri, ma per dire che se gli elementi sono 7 vuol dire che si intende la totalità, la completezza.

Che cosa è allora questo libro sigillato da ben 7 sigilli, in modo da non poter essere aperto? Qual è il grande dramma per cui l’autore dell’Apocalisse piange a dirotto? Quel rotolo, quel libro, contiene il significato della storia. Quel rotolo contiene la risposta alla domanda: “La storia che significato ha?” “Perché gli uomini fanno nascere dei bambini che poi moriranno a loro volta?” “A cosa serve vivere?” “Di tutta la fatica che si fa per studiare, per costruire, per amare, per perdonare, qual è il significato?” “Perché l’uomo esiste, continua a vivere, a dare la vita ad altri?” Nessuno riesce a spiegarlo. Il rotolo è sigillato in maniera tale che non si trova nessuno che possa aprirlo.

Nessun uomo, nessun angelo, nessun essere del cielo o della terra, riesce a spiegare perché esiste la storia e dove va a finire. Heinrich Schlier, grandissimo esegeta divenuto cattolico studiando la Bibbia, dopo essere stato protestante, così riflette sull’impossibilità umana di cogliere l’essenza della storia, in un suo commento all’Apocalisse:

Per l’uomo del nostro tempo è indispensabile riflettere continuamente sull’essenza della storia. Poiché è la sua storia, e sembra sfuggirgli. Lo sguardo dello storico, rivolto all’indietro, penetra per un raggio sempre più vasto in sempre maggiori profondità dei millenni sepolti, ma non riesce con tutto questo a scoprire quale sia l’essenza della storia. Nemmeno le sempre più violente esperienze della nostra storia più recente ci sono di aiuto […] La storia che noi interroghiamo non si comprende da se stessa. Essa non sta mai al di fuori del suo divenire e sente così sempre solo la propria parola. Sia che l’ascoltiamo da vicino seriamente partecipi di essa, sia che la consideriamo da distanza storica, nel qual caso, come dice Musil, «di cento fatti novantacinque sono andati perduti, per cui quelli rimasti si lasciano ordinare come si vuole», la storia dice, come storiografia, questo o quel fatto ‘accaduto’, ma ci tace la sua essenza (da Heinrich Schlier, Gesù Cristo e la storia, secondo l’Apocalisse di San Giovanni).

Vi ho fotocopiato nell’antologia di testi distribuita anche un piccolo testo di Friedrich Nietzsche, tratto da una sua opera giovanile, Su verità e menzogna in senso extramorale, che così descrisse così l’uomo, per mostrarne la pochezza:

In un qualche angolo remoto dell’universo che fiammeggia e si estende in infiniti sistemi solari, c’era una volta un corpo celeste sul quale alcuni animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della “storia universale”: e tuttavia non si trattò che di un minuto. Dopo pochi sussulti della natura, quel corpo celeste si irrigidì, e gli animali intelligenti dovettero morire.
Ecco una favola che qualcuno potrebbe inventare, senza aver però ancora illustrato adeguatamente in che modo penoso, umbratile, fugace, in che modo insensato e arbitrario si sia atteggiato l’intelletto umano nella natura: ci sono state delle eternità, in cui esso non era; e quando nuovamente non sarà più, non sarà successo niente. Per quell’intelletto, infatti, non esiste nessuna missione ulteriore, che conduca al di là della vita dell’uomo. Esso è umano, e soltanto il suo possessore e produttore può considerarlo con tanto pàthos, come se in lui girassero i cardini del mondo. […] Non c’è niente in natura di così spregevole e dappoco che con un piccolo soffio di quella facoltà conoscitiva non si possa gonfiare come un otre; e allo stesso modo in cui qualsiasi facchino vuol avere i suoi ammiratori, anche il più orgoglioso degli uomini, il filosofo, è convinto che da ogni lato gli occhi dell’universo siano puntati telescopicamente sul suo fare e sul suo pensare.

Nietzsche vuole mostrare che il filosofo crede che il suo pensiero abbia un significato, ma l’uomo non si rende conto che alla natura, all’universo intero, non importa assolutamente nulla che egli pensi. L’universo, così come ha dato vita all’umanità intera, così la inghiottirà nuovamente.

Dinanzi all’impossibilità di aprire quel libro, sigillato da sette sigilli, dinanzi alla grande questione dell’apparente insensatezza dello scorrere del tempo e della storia, Giovanni piange:

Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo (Ap 5, 4).

Possiamo immaginare Giovanni che si chiede, come ognuno di noi: “Ma perché l’uomo deve fare tanta fatica per vivere? Perché la vita esiste? A cosa serve tutto quello che l’uomo cerca di realizzare?” E non c’è nessuno, in cielo, in terra e sottoterra, che sappia rispondere.

Ma il testo continua:

Uno dei vegliardi mi disse: «Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli».

Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. E l’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono. E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi. Cantavano un canto nuovo:

«Tu sei degno di prendere il libro
e di aprirne i sigilli,
perché sei stato immolato
e hai riscattato per Dio con il tuo sangue
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio
un regno di sacerdoti
e regneranno sopra la terra».

Durante la visione poi intesi voci di molti angeli intorno al trono e agli esseri viventi e ai vegliardi. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran voce:

«L’Agnello che fu immolato
è degno di ricevere potenza e ricchezza,
sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione».

Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano:

«A Colui che siede sul trono e all’Agnello
lode, onore, gloria e potenza,
nei secoli dei secoli».

E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E i vegliardi si prostrarono in adorazione. Quando l’agnello sciolse il primo dei sette sigilli… (Ap 5,5-6, 1).

Ecco che l’Apocalisse presenta l’agnello: quell’agnello è l’unico che sa aprire il rotolo ed, in effetti, scioglierà i sigilli uno per uno, aprirà il libro della vita, della storia, e lo leggerà a tutti. Egli è l’unico a poter spiegare a cosa serva la storia, è l’unico che può affermare con certezza che non è vero che la storia corre verso il nulla, ma che tutta la fatica e l’amore dell’uomo in Lui trova significato.

Un agnello per capire la storia! Voi capite che siamo davanti ad un paradosso che vediamo rappresentato in tutte le basiliche, in tutte le chiese che nel corso dei secoli hanno rappresentato l’Apocalisse. Sul trono noi non vediamo direttamente Dio, ma vediamo un agnello, vediamo l’agnello di Dio. Ed il paradosso è che su quel trono non ci sia un essere forte, ma un agnello!

Ruperto di Deutz, teologo vissuto a cavallo fra l’XI ed il XII secolo, si chiede come mai, dopo che Dio ci ha promesso nella Genesi (Gen 49, profezia su Giuda) un leone, ora sul trono ci viene mostrato un agnello! Pensate alla differenza che intercorre tra questa immagine e la simbolica araldica imperiale che si avvale della figura dell’aquila o del leone. Di solito viene messo l’animale forte a simboleggiare il potere del re.

L’Apocalisse dice invece che chi ha la vera autorità sulla storia è l’agnello immolato. Capite subito che questo agnello immolato è Cristo, colui che svela il segreto della storia, colui che salva la storia è Cristo. Come vi dicevo all’inizio, la cosa più importante da capire è che l’Apocalisse è un libro cristiano. L’autore dell’ultimo libro della Bibbia vuole annunciare che la storia, che apparentemente sembra non servire a niente, è in realtà nelle mani del crocifisso risorto, di colui che ha offerto la vita, di colui che è forte perché ha accettato di morire per il peccato degli altri, di colui che ha il potere non perché condanna i nemici a morte, ma perché, morendo e risorgendo, ha dato la vita al mondo.

Facciamo ora un passo indietro ed andiamo ai primi tre capitoli dell’Apocalisse che vengono prima di questo nucleo centrale. Abbiamo già detto che questi tre capitoli iniziali costituiscono la prima parte dell’Apocalisse che ha per tema Cristo e le chiese dell’Asia minore.

Se torniamo a guardare in alto, al mosaico dell’arco absidale, ci accorgiamo che a sinistra e a destra dell’agnello, del Cristo, ci sono 7 candelabri, quattro a destra e tre a sinistra. L’agnello è circondato nel mosaico da 7 candelabri perché nei primi tre capitoli dell’Apocalisse Cristo si mostra in mezzo alle sette chiese, rappresentate da sette candelabri.

I primi tre capitoli dell’Apocalisse parlano di 7 chiese (Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea). Di esse Efeso era la chiesa della città più importante del mondo antico asiatico, aveva forse 500.000 abitanti; Efeso è molto importante per le origini del cristianesimo perché in quella città hanno vissuto san Paolo e san Giovanni, quest’ultimo probabilmente con Maria, la madre di Gesù. Anche Pergamo era importantissima e così via le altre città.

L’Apocalisse spiega che Cristo si trova in mezzo ai sette candelabri, cioè in mezzo alla sua chiesa – anche qui il numero 7 significa la totalità: 7 chiese uguale tutta la chiesa. Gesù lo si vede, lo si incontra nella sua chiesa. Gesù ha dato la vita per la sua chiesa e lo si trova nella sua chiesa. Per l’autore dell’Apocalisse questo è chiarissimo: Gesù è il Signore della chiesa.

I primi tre capitoli, prima di arrivare all’immagine dei 7 candelabri, danno alcune indicazioni sull’ambientazione dell’Apocalisse. Il capitolo I dice:

Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù (Ap 1, 9).

Notate alcuni particolari molto significativi a livello esegetico. Giovanni – si discute se si tratti dell’evangelista o di qualcuno della sua scuola, di un suo discepolo – era a Efeso. Quando iniziò la persecuzione romana, egli ne fu colpito e venne esiliato a Patmos, isola che dista alcune ore di navigazione da Efeso. È, quindi, “compagno nella tribolazione” perché i cristiani ai quali scrive l’Apocalisse sono anch’essi perseguitati. Nella lettera a Pergamo si parla, ad esempio, del martire Antipa ucciso in quella città (Antipa, forse, era il vescovo di quella città; secondo la tradizione egli era uno dei 72 discepoli mandati da Gesù a predicare il vangelo insieme ai 12 apostoli).

Giovanni è compagno non solo nella tribolazione, ma anche “nel regno”. L’autore dell’Apocalisse regna insieme agli altri cristiani. Egli è anche compagno “nella costanza”. A questo proposito il prof. Biguzzi nota:

“Perseveranza” in greco si dice con una parola composta molto espressiva: hypo-mon?, che viene da hypo-menein (sotto-rimanere). È dunque la virtù di chi, forte, resta sotto il peso della fatica e della tribolazione, senza svicolare. (G.Biguzzi, Gli splendori di Patmos, Paoline 2007, p.28)

Pensate alla fatica di essere cristiani, ma anche a quando la malattia, la sfiducia, il tradimento, sono come un peso che uno deve portare. Giovanni si sente fratello in questa pazienza di portare la storia verso Cristo, di resistere, di essere lì come testimone fedele del vangelo. Dunque, mentre Giovanni era a Patmos, a motivo della persecuzione che aveva dovuto subire, avvennero le visioni che scrisse nel libro dell’Apocalisse:

Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: Quello che vedi, scrivilo e mandalo alle sette chiese (Ap 1,10-11)

Era nel giorno del Signore, era di domenica, era nel giorno nel quale si celebra l’eucarestia. L’espressione “dietro di me” esprime la meraviglia della voce di Dio che ti sorprende: Giovanni si deve voltare per vedere Dio.

Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo (Ap 1, 12).

E, dopo alcuni versetti, Giovanni stesso spiega:

Questo è il senso recondito delle sette stelle che hai visto nella mia destra e dei sette candelabri d’oro, eccolo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese e le sette lampade sono le sette Chiese (Ap 1, 20).

Nell’Apocalisse è evidente che questi sette candelabri sono le chiese e che in mezzo ad esse si vede uno “simile ad un figlio di uomo”, si vede Gesù Cristo. Il Cristo è la luce di quei sette candelabri, ma è anche vero che è attraverso la luce di quei sette candelabri che noi vediamo la luce che è Cristo stesso.

E Cristo gli dice:

Non temere! Io sono i Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi (Ap 1, 17-18).

Il Cristo viene simbolizzato nei primi tre capitoli da questa figura “simile a figlio d’uomo” in mezzi ai 7 candelabri e dall’agnello immolato del capitolo 5. Sempre è colui che era morto e che ora vive.

Possiamo passare ora a dare alcune linee di lettura anche dei capitoli successivi al quinto. Questa parte dell’Apocalisse non è rappresentata nel mosaico che abbiamo dinanzi. Cercheremo di descrivere allora a grandi linee i capitoli successivi e poi, giunti alla fine dell’Apocalisse, torneremo a vedere i capitoli finali che sono nuovamente rappresentati nel mosaico di S.Prassede.

Con il capitolo 8 possiamo dire concluso quello che abbiamo chiamato il nucleo dell’Apocalisse, la parte che ci fornisce la chiave principale di lettura, con l’apertura dei 7 sigilli che rendevano incomprensibile la storia. Dal capitolo ottavo al capitolo sedicesimo abbiamo i due settenari delle 7 trombe e delle 7 coppe, inframezzati da altri episodi. Utilizzando la terminologia del prof. Biguzzi possiamo definire questa parte come arco narrativo dei settenari delle trombe e delle coppe.

Qui si scatena la lotta. Abbiamo visto come nel capitolo quarto e quinto Giovanni riceva la rivelazione che tutto è nelle mani di Dio e dell’agnello immolato, venerato dalla chiesa e dall’universo intero, ma ecco che si scatena la lotta contro la presenza di Cristo. L’Apocalisse parla della lotta contro Cristo ed il cristianesimo.

Partiamo da un particolare che è molto interessante: nell’Apocalisse non si usa la parola anticristo – a differenza di quello che molti pensano – però è evidente che l’anticristo è colui che è all’opera. La parola ‘anticristo’ è un’invenzione dell’evangelista Giovanni; troviamo per la prima volta questo termine nelle lettere di Giovanni. Chi è l’anticristo? Basta soffermarsi sul termine per capire che l’anticristo è il nemico di Cristo e colui che ce l’ha con Cristo.

Giovanni ha inventato questa parola perché ha compreso, come amico di Cristo, che il male, nella sua forma più radicale, non è la guerra, non è la fame, non è la cattiveria, ma è l’inimicizia verso Cristo. L’anticristo è colui che, sapendo che Gesù è il salvatore della vita, della storia, cioè che la storia può superare il male se c’è Cristo, se c’è l’agnello, vuole eliminare questo agnello, vuole eliminare questo Cristo, cosicché il male non abbia più nessuno che lo argini.

L’anticristo è colui che ce l’ha con Gesù. Per questo la parola ‘anticristo’ non poteva essere inventata se non dopo l’avvento del cristianesimo, non poteva esistere prima. Solamente una volta che è venuto il Cristo, è possibile vederne l’avversario. Nei settenari delle trombe e delle coppe l’Apocalisse presenta la lotta scatenata dal maligno contro il Cristo e contro i suoi discepoli.

L’Apocalisse non parla in generale delle guerre, dei terremoti, ma parla di questa lotta del male, del non-senso che cerca di distruggere l’opera di Cristo e della chiesa.

Al capitolo 12, solo per mostrare un episodio di questa lotta che l’Apocalisse ci presenta, troviamo una famosa visione, apparentemente di difficile comprensione ma in realtà abbastanza chiara nelle sue linee essenziali, che è la famosa visione della donna:

Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle (Ap 12,1).

Questa donna, a livello testuale, è sicuramente la chiesa stessa. Ma, ad un secondo livello di lettura, è identificabile, come faranno i Padri della chiesa, con Maria, proprio perché Maria anticipa e rappresenta la Chiesa tutta. La donna è vestita di sole, cioè è piena della luce di Dio, ha una corona di dodici stelle – le stelle in numero di 12 rappresentano gli apostoli – ed ha sotto i suoi piedi la luna, cioè il tempo. Sapete che i mesi venivano anticamente calcolati in base alle fasi lunari, così come ancora si calcolano le settimane della gravidanza per conoscere i giorni del parto. Questa donna calpesta la luna, è cioè padrona del tempo. Il tempo non le fa più paura, ma è al suo servizio. Questa donna si serve del tempo per la salvezza. Continua il testo:

Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono (Ap 1,2-5).

Cos’è la chiesa? Questo testo ci da una splendida immagine di cosa sia la chiesa: la chiesa è colei che, nel tempo, fa nascere ancora Cristo. La chiesa è come una donna partoriente che dà alla luce continuamente il Cristo. Il tempo serve all’uomo per trovare quel Cristo che la chiesa sempre di nuovo genera e, in Cristo, dare senso a tutto ciò che appartiene alla vita dell’uomo.

La donna ha le doglie, fa la fatica di far nascere il bambino – pensate alla catechesi, un travaglio del parto, a volte sembra non nascere mai la fede nelle persone che ci sono affidate! Magari passano tre anni e l’altro ancora sembra non avere maturato la fede, ancora fatica ad andare a messa, esita ad impegnarsi nel servizio e nel diventare a sua volta catechista. È questa fatica di far nascere Cristo nel cuore delle persone.

Ma non c’è solo la fatica. L’Apocalisse parla di questo drago rosso che cerca di strappar via il Cristo dalla vita delle persone. Nella storia si sviluppa questa lotta tra Cristo e la sua chiesa, da un lato, ed il drago dall’altra. Il potere del male, in questa parte dell’Apocalisse, si suddivide in tre figure simboliche: ci viene presentato un drago e poi due bestie, una che sale dal mare e una che viene dalla terra.

Mentre il drago è una presenza superumana, angelico-demoniaca, è il maligno stesso, la prima bestia, il potere che cerca anch’esso di togliere la presenza di Cristo dal mondo, è terrena; ed anche la seconda bestia è un essere ancora terreno, che fa pubblicità alla prima bestia e cerca di convincere il mondo ad adorarla:

Vidi poi salire dalla terra un’altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago. Essa esercita tutto il potere della prima bestia in sua presenza e costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia (Ap 13,11-12).

Il maligno si serve di persone umane che, liberamente, si fanno servitori del male e spingono ad allontanarsi dall’amore per l’agnello ed anzi a fargli guerra, idolatrando il potere umano. E gli uomini arrivano ad adorare la bestia ed il drago:
Gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia e adorarono la bestia dicendo: «Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?» (Ap 13,4).

Il potere del male sembra, a volte, invincibile; sembra che dinanzi ad esso non ci sia niente da fare. L’uomo può arrendersi ad esso o farsene addirittura complice. Ed, invece, l’Apocalisse subito ci svela che il male non ha in realtà che un potere miseramente umano; svela questo per dare forza agli uomini nella loro lotta contro il male, per incoraggiarli a non arrendersi ad esso. Come ci svela questa pochezza del male, nonostante la sua apparenza imponente? Lo fa proprio attraverso quel numero che è diventato proverbiale, il numero 666.

La bestia faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei (Ap 13,16-18).

666 è un numero che indica il nome di una persona in linguaggio cifrato, ma, di nuovo, è abbastanza semplice comprendere a chi ci si riferisca, almeno nelle linee essenziali. Gli studiosi non riescono ad affermare con sicurezza chi è il personaggio a cui si riferisce l’Apocalisse, ma il testo è, comunque, chiarissimo in quello che vuol dire. Il testo, infatti, ci dice innanzitutto che è “un nome d’uomo”; con questa semplicissima annotazione vuole dire che questa persona  che ce l’ha con Gesù e con i cristiani e che vuole farsi adorare e non inchinarsi dinanzi a Dio, in fondo è solo un uomo. Probabilmente il numero 666 rappresenta un imperatore romano – Nerone? Domiziano? – un imperatore che ha perseguitato a morte i cristiani. Ma ciò che il testo afferma comunque è che quell’imperatore, chiunque esso sia, è solo un uomo e morirà come tutti gli altri e si dovrà presentare al giudizio di Dio. È un messaggio rivolto ai cristiani per dire loro: “Quando siete perseguitati, quando incontrate quel personaggio che è cifrato nel numero 666, non abbiate paura, perché egli cerca di presentarsi come l’assoluto, come un dio, ma in realtà è solo l’Agnello che ha davvero i destini della storia e dell’eternità in mano. L’imperatore si illude di avere la storia in mano, ma in realtà conta molto poco, è solamente un uomo!”

Giovanni dice di non aver paura della bestia. Parla della bestia non per spaventare l’uomo, ma per dire: “Ma cosa potrà mai farvi un uomo?”. Pensate a quando Gesù dice:

A voi miei amici, dico: Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla. Vi mostrerò invece chi dovete temere: temete Colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna. Sì, ve lo dico, temete Costui (Lc 12,4-5).

Perché è il Signore che ha in mano le sorti della vita. L’Apocalisse, insomma, parla sì del male, ma ne parla per incoraggiare ad affrontarlo, a non averne paura. L’Apocalisse è un libro che vuole incoraggiare e mostrare che la storia va verso il Cristo e sarà lui a dire l’ultima parola su tutti e su tutto.

Un’altra cosa che deve essere detta sul numero 666 è che, utilizzando questo numero simbolico, l’Apocalisse vuole dire che il male è fallimentare. Il numero 6, infatti, è la metà di 12, quindi vuol dire il fallimento. Mentre 12 è il popolo di Dio, è il numero delle tribù di Israele, degli apostoli, 6 è la metà di essi e quindi è un numero non pieno; 666 è un numero banale per l’Apocalisse che vuole affermare che chi è rappresentato da quel numero non ha la pienezza di chi appartiene al 12.

Mentre 144.000, come abbiamo visto, è un numero di salvezza, 666 è un numero che indica che il suo esito sarà fallimentare, che quel numero è errato. Se volete una ipotesi più concreta – ma questo è meno sicuro e meno importante – di chi potrebbe essere il 666 secondo gli esegeti, si può almeno dire che una possibile spiegazione la si può ricavare dal fatto che in ebraico ogni lettera dell’alfabeto ha un valore numerico. La somma dei valori corrispondenti a Neron Qesar in lettere ebraiche è 666[1]. Potrebbe essere così che dietro quel numero si nascondesse innanzitutto Nerone, forse non il Nerone storico, ma il Nero redivivus del quale alcune leggende parlavano, cioè un Nerone tornato in vita, un imperatore che avrebbe ridato vita alle malefatte neroniane.

In questa prospettiva, gli esegeti ipotizzano che il 666 si riferisca non a Nerone, ma a Domiziano, il quarto imperatore della dinastia Flavia, che proprio intorno all’anno 90 fece erigere ad Efeso un grandissimo tempio in onore della dinastia Flavia con delle statue enormi del padre Vespasiano e del fratello Tito divinizzati (e forse con una sua propria statua). Sono conservati nel museo della città alcuni frammenti maestosi di una grande statua che è probabilmente quella del fratello Tito. Essa era eretta nel tempio per essere adorata; era il segno della pretesa dell’imperatore di essere venerato come un dio. L’autore dell’Apocalisse si oppone risolutamente a questo.

Ma quello che interessa soprattutto all’autore dell’Apocalisse è di indicare che il potere che si oppone alla presenza di Cristo sarà sempre e solo un potere solamente umano e mai divino e, perciò, sarà fallimentare se si opporrà a Dio. Quel numero terribile rappresenta, in fondo, solo un nome d’uomo e non il nome di Dio, perché l’imperatore non è Dio.

Non va dimenticato, a questo riguardo, ciò che già più volte abbiamo detto riguardo al rapporto fra il cristianesimo e l’autorità dello stato con i suoi risvolti politici. I cristiani, fin dalle origini – e l’Apocalisse non fa eccezione – non sono mai stati contro lo Stato; l’autore dell’Apocalisse non è un anarchico che rifiuta lo stato. È, invece, contro l’imperatore che pretende di essere venerato come un dio; questo avviene precisamente quando l’imperatore pretende di essere riconosciuto come il senso della storia. La politica può pretendere di essere il senso ultimo della storia, di essere la prospettiva decisiva della vita: questo il cristianesimo non può accettarlo. La politica va amata, va difesa, è un elemento centrale della vita umana, può essere espressione di giustizia e di carità, ma va combattuta quando pretende di essere il significato della vita.

Non sono solo discorsi teorici questi: l’erigersi a signori ultimi della storia non è avvenuto solo quando gli imperatori romani si sono auto-divinizzati, ma è avvenuto, ad esempio, anche nei periodi del comunismo russo di stato o del nazismo ed avviene ed avverrà infinite volte nella storia.

Ne abbiamo già fatto cenno in questo corso, ad esempio, quando abbiamo parlato della Lettera ai Romani. Lì abbiamo ricordato la reazione dei teologi ortodossi russi alle parole di Lenin che, all’inizio della rivoluzione russa, affermava che la politica era capace di creare un uomo nuovo. Queste grandi, ma in fondo anche semplici personalità del mondo ortodosso capirono l’inganno di quella proposta politica fin dall’inizio perché si resero conto che lì la politica prendeva il posto di Dio e si ergeva a creatrice di un mondo nuovo e di un cuore nuovo. Questo – essi intuirono – voleva dire divinizzare la politica e non avrebbe portato che male al paese.

Spesso si ritiene che l’unico grande potere in grado di cambiare le cose nella storia sia quello economico (sia da parte marxista, sia da parte capitalista). È ricorrente nella storia questa tentazione di pensare che lì risieda ogni problema. Ed allora si pensa di poter cambiare il corso della storia ed addirittura il cuore dell’uomo solo agendo sull’economia.

Il Nuovo Testamento non ha paura di riconoscere l’importanza di questi fattori, ma ha sempre una parola che va oltre tutto questo. Ogni uomo, per diventare buono, per trovare il senso, per coltivare la speranza, deve guardare all’Agnello immolato, seduto sul trono; deve ricevere il suo amore.

La visione della lotta tra la donna unita al Cristo ed il drago con le sue due bestie viene preceduta, nell’Apocalisse, dal suono in progressione delle 7 trombe e viene seguita dalle 7 coppe che vengono versate. Ognuna delle 7 trombe e delle 7 coppe è legata ad un flagello che si scatena.

Lo scatenarsi dei primi 7 flagelli – le 7 trombe – e dei secondi 7 flagelli – le 7 coppe – rappresenta il tentativo di Dio, attraverso un intervento nella storia paragonabile alle piaghe d’Egitto dell’Esodo, di invitare gli uomini alla conversione. Cito nuovamente il prof. Biguzzi che ha scritto: “Per l’Apocalisse la miglior vendetta contro il violento e contro il persecutore è la loro conversione”. I 14 flagelli descritti hanno l’aria apparente di una violenza solo punitiva, ma in realtà ricorre costantemente l’affermazione che la loro finalità è quella della conversione.

Se si volesse specificare la differenza dei primi 7 e dei secondi 7, si potrebbe dire che i flagelli delle 7 trombe sembrano essere rivolti a convertire dall’idolatria e dall’adorazione dei demoni più in generale, mentre i secondi 7, rappresentati dalle 7 coppe che vengono versate, sono rivolti a convertire gli adoratori del drago e della bestia, cioè i servitori del potere imperiale e politico che chiede di essere adorato. L‘Apocalisse dice chiaramente che i flagelli delle 7 coppe saranno gli ultimi: dopo questi ripetuti inviti alla conversione – sono 7 + 7 inviti, sono cioè tutti gli inviti possibili, anzi il doppio degli inviti possibili -non resterà che il giudizio definitivo di Dio.

Terminato questo arco narrativo che voleva proporre la conversione ai malvagi, l’Apocalisse entra nell’ultima parte che è quella del giudizio che può essere suddiviso, a sua volta, in due parti – anche qui mi interessa dare solo le linee generali, lasciando da parte i punti più discussi. Prima viene presentata la condanna definitiva del male, rappresentata dalla caduta di Babilonia e dal giudizio di condanna del drago, delle due bestie e della morte stessa, poi si giunge alla gioia eterna dei giusti, rappresentata dalla Gerusalemme che scende dal cielo. Dopo le 7 trombe e le 7 coppe, si giunge, insomma, al giudizio universale.

Tutto il male viene come personificato nell’immagine di una città, Babilonia, che viene fatta precipitare per essere punita, mentre tutto il bene in quella di Gerusalemme. L’Apocalisse annunzia così che con il giudizio il male che sembrava così forte, che pensava di poter dominare la terra viene definitivamente sconfitto da Dio stesso e dal suo agnello, il Cristo.

Ma perché si utilizza l’immagine di Babilonia? Perché Babilonia era la grande città, il grande impero, che aveva assalito e distrutto Gerusalemme e, da allora, il nome di quella città veniva utilizzato non ad indicare la Babilonia reale, ma, in un linguaggio simbolico, il popolo nemico di Dio. Babilonia sta qui ad indicare, allora, la città di Roma e l’impero romano in questa pretesa di divinizzazione imperiale che pretende di imporsi al mondo intero, dimenticando Dio.

Già abbiamo visto, nell’incontro sulle lettere di Pietro, nella basilica di S.Pietro in Vincoli, che anche lì si parla di Babilonia; lì la lettera è inviata “da Babilonia, cioè da Roma.

Qui il riferimento a Roma è ancora più chiaro: si dice che la donna che rappresenta Babilonia “siede sui sette colli”. Si sta cioè parlando di Roma. Roma è allora la grande nemica perché è colei che travia l’uomo, che impedisce alla chiesa di annunziare Cristo. È detta anche la “grande prostituta” con riferimento non tanto alla sessualità, quanto all’idolatria che è spesso simbolizzata dall’infedeltà nel linguaggio biblico.

E vidi che quella donna era ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù (Ap 17, 6).

Sicuramente l’autore dell’Apocalisse ha sentito della morte di Pietro e Paolo a Roma insieme ai protomartiri romani. Giovanni vede questa donna che sta godendo, che è ebbra nel vedere la morte degli apostoli e dei primi cristiani. Pensate a cosa dovevano pensare i cristiani quando si rendevano conto che le persone andavano a vedere uccidere i loro compagni, amici, parenti, come ad uno spettacolo. Così come le lotte tra i gladiatori, anche l’uccisione dei cristiani era un divertimento a cui assistere. Oltre all’aspetto spettacolare era un modo per riaffermare che coloro che erano contro l’imperatore andavano incontro ad una brutta fine.

L’angelo mi disse: «Perché ti meravigli? Io ti spiegherò il mistero della donna e della bestia che la porta, con sette teste e dieci corna. La bestia che hai visto era ma non è più, salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più, ma riapparirà. Qui ci vuole una mente che abbia saggezza. Le sette teste sono i sette colli sui quali è seduta la donna; e sono anche sette re. I primi cinque sono caduti, ne resta uno ancora in vita, l’altro non è ancora venuto e quando sarà venuto, dovrà rimanere per poco. Quanto alla bestia che era e non è più, è ad un tempo l’ottavo re e uno dei sette, ma va in perdizione. […] La donna che hai vista simboleggia la città grande, che regna su tutti i re della terra» (Ap 17,7-18).

E perché questa donna viene precipitata?

Poiché diceva in cuor suo:
Io seggo regina,
vedova non sono e lutto non vedrò (Ap 18,7).

La donna è Roma che si sente la signora del mondo, colei che pensa che mai sarà toccata dal male, perché ha la prosperità e la forza. È l’orgoglio, il sentirsi inattaccabile della donna che l’Apocalisse presenta: essa viene sprofondata e scompare. E scompaiono con lei i suoi traffici con i quali dominava il mondo, la sua economia corrotta con la quale pensava di gestire tutto e tutti. Notate bene, nuovamente: l’Apocalisse non è contro l’economia e la politica, ma afferma piuttosto che di queste cose che esistono per il bene si dovrà rendere conto a Dio quando saranno state usate per il male. Nel capitolo ventesimo, infine, non solo Babilonia, ma anche il drago, che qui viene identificato esplicitamente con il diavolo e le due bestie sono infine puniti e resi inoffensivi per sempre.

L’Apocalisse non finisce con lo sprofondamento del male, ma, nei capitoli 21-22, con l’esaltazione della Gerusalemme celeste, cioè con la chiesa che viene infine completamente salvata e può partecipare nella gioia della presenza di Dio. C’è come un piccolo anticipo di questa gioia finale nel famoso ‘millennio nel quale i giusti regneranno con Cristo, uno dei passi più discussi dell’Apocalisse. A me sembra di poter collegare questo millennio (ricordate che il numero 144.000 viene da 12 x 12 x 1000, ed abbiamo detto che quel 1000 indica il tempo della storia, il tempo della chiesa nella storia) con l’espressione di Gesù che dice: “Avrete il centuplo quaggiù e la vita eterna”. Se, nel giudizio, sarà data ai giusti la vita eterna, essi, però, già ora, nella loro vita terrena, godono della bellezza della fede e dell’amore cristiano, ricevendo il centuplo quaggiù. In questo senso simbolicamente il millennio precede il raggiungimento pieno del Paradiso, ma indica che già in terra si sperimenta la bellezza che si godrà eternamente.

La discesa della Gerusalemme celeste è raffigurata nell’arco trionfale di questa chiesa e, perciò, la nostra spiegazione può riprendere a riferirsi a ciò che vedete, come ad una illustrazione che ci permette di visualizzare ciò che dice l’Apocalisse.

Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo (Ap 21,1-2).

Si dice qui che Gerusalemme scende dal cielo. La vedete, infatti, rappresentata in alto nel mosaico. “Scendere dal cielo” e non “salire dalla terra” perché l’autore vuole dire che non si arriva alla salvezza per una forza interna alla storia che va di per se stessa verso il Regno di Dio. No, il Regno di Dio non consiste nel semplice sviluppo storico o nel progresso e nello sviluppo di cui la storia è capace, sebbene queste cose siano molto stimate dal cristianesimo. L’Apocalisse sa, però, come abbiamo visto, che queste realtà possono erigersi a divinità e condurre al nazismo, al marxismo, allo scientismo. In queste visioni la storia va da sola verso la salvezza.

Per la visione cristiana espressa nell’Apocalisse non è così. Il bene è fondamentale e l’uomo deve realizzarlo e Dio porterà a compimento tutto il bene che è stato realizzato nella storia, ma questo compimento non avviene come semplice sviluppo, bensì discende dall’alto. È Dio che discende per donare il senso della vita all’uomo; ed anche la sua chiesa discende dal cielo come Gerusalemme nuova.

Questa nuova Gerusalemme viene descritta come una sposa adorna per il suo sposo: è un’altra grande immagine dell’Apocalisse che ci descrive la chiesa come la grande amante di Cristo, come la sposa che sta per celebrare le sue nozze con il Cristo. In un famoso cantico dell’Apocalisse si dice che “sono giunte le nozze dell’agnello”. Ecco cos’è la vita eterna, il giudizio di salvezza nell’Apocalisse, ecco cos’è la Gerusalemme celeste: questa piena comunione di amore fra l’uomo e il Cristo.

Le vergini ed i celibi esistono proprio per questo nel cristianesimo e qui trovano il senso della loro vocazione: sono la sposa di Cristo che vive nell’amore del suo sposo. Essi ricordano a tutti che la chiesa intera è la sposa di Cristo. Cristo ama l’umanità come lo sposo ama la sposa e l’umanità deve amare Cristo come la sposa ama lo sposo. Realmente l’essenza della fede è un amore sponsale tra la Chiesa e Dio.

Esistono degli affreschi medioevali molto belli che rappresentano proprio l’abbraccio in cielo di Gesù e di Maria, dove Maria non è più solo la Madre di Gesù, ma è la chiesa tutta che viene abbracciata dal suo sposo. È l’iconografia che possiamo vedere, ad esempio, negli affreschi di Cimabue nell’abside della basilica superiore di S.Francesco ad Assisi, quelli che si sono scuriti con il tempo. Quell’immagine rappresenta la fine del mondo, quando la chiesa e Gesù avranno celebrato pienamente le loro nozze (su questo cfr. l’articolo di Andrea Lonardo La Chiesa-sposa nell’iconografia medioevale, da Cimabue al coro della Chiesa di Monteluce, al Sacro Speco di Subiaco, struggente testimonianza dell’amore scambievole fra il Cristo e la sua Chiesa, annunziato dalla fede )

Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno suo popolo
ed egli sarà il “Dio-con-loro” (Ap 21,3).

La caratteristica di questa Gerusalemme nuova sarà la presenza di Dio con gli uomini. Lo vediamo proprio nel mosaico dell’arco trionfale, dove vediamo al centro Gesù, l’Emmanuele, il Dio con noi. Vedete le mura che rappresentano la nuova Gerusalemme ed al centro la figura di Cristo, perché egli sarà allora finalmente presente in mezzo agli uomini.

Il testo continua:

Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino (Ap 21,11).

Notate che tutti quegli oggetti che nel mosaico ornano le mura sono pietre preziose. La Gerusalemme celeste alla fine della storia è descritta come ornata da tante pietre preziose, cioè piena della più grande bellezza.

Un altro piccolo particolare è rappresentato nel mosaico: la misurazione della città. Infatti, sopra i due ultimi apostoli che sono nella città santa si vedono a destra Elia ed a sinistra Mosè. A fianco di Elia, che è a sinistra, si vede un angelo, vestito di rosso e con una canna in mano. L’Apocalisse dice infatti:

Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura (Ap 1, 15).

Come era avvenuto alla fine del libro del profeta Ezechiele, così anche qui avviene la misurazione. I numeri sono ancora una volta simbolo del popolo di Dio (12.000 stadi, 144 cubiti), la forma cubica dice la perfezione del quadrato elevata ancora di una potenza e tutto parla di una dimensione imponente, straordinaria, a dire la bellezza di questa città. ma c’è ancora di più:

Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello (Ap 21,22-23).

Qui si approfondisce quello che abbiamo già detto sulla presenza di Dio in mezzo agli uomini nella Gerusalemme celeste. Non c’è più un tempio, perché il tempio è scomparso, perché non è più necessario: Dio non è più presente come nell’Antico Testamento nel suo Tempio, ma Dio è ormai presente in maniera totale, nella pienezza del suo amore, nel suo Figlio Gesù Cristo.

L’Apocalisse racconta poi che la Gerusalemme nuova è edificata su 12 colonne alla base delle quali ci sono i nomi dei 12 apostoli. Qui l’autore del mosaico non si è attenuto strettamente al testo: invece di rappresentare le 12 colonne, ha raffigurato i 12 apostoli dentro la città. Perché questa città è edificata sul fondamento degli apostoli, essi sono le colonne sulle quali noi poggiamo. Continua ancora il testo:

Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno,

poiché non vi sarà più notte.

E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni (Ap 21,25-26).

Vedete nel mosaico le porte aperte a destra e a sinistra dove sono i due angeli in mezzo alle due porte. E poi, a seguire, l’apostolo Pietro con le chiavi seguito da un angelo, da un lato, e Paolo seguito da un altro angelo, dall’altro lato, che guidano il corteo dell’umanità che viene accolta dentro la città.

In particolare a sinistra, nel corteo dell’umanità che entra nelle porte, si vede una figura che indossa il pallio, probabilmente un papa. Avanti a lui è rappresentata una figura vestita di verde, che deve essere un alto dignitario, e prima ancora due donne, Pudenziana e Prassede. E, intorno a loro, uomini e donne, persone semplici e persone importanti.

Dall’altro lato, a destra, di nuovo un vescovo, poi una persona dell’esercito e altre figure a rappresentare tutta l’umanità che può finalmente entrare dentro le porte della Gerusalemme nuova.

Nel registro inferiore, ad ampliare ancora di più questa schiera si vedono molte figure vestite di bianco che portano palme nelle mani. Sono i martiri, così come li rappresenta l’Apocalisse in 7, 9:

Apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’agnello, avvolti in vesti candide e portavano palme nelle mani (Ap 7, 9).

Probabilmente vogliono essere un richiamo anche ai martiri dei quali Pasquale I, il pontefice che fece realizzare il mosaico, traslò le reliquie in S.Prassede. Alla fine, al capitolo 22, si aggiunge un altro particolare di questa nuova Gerusalemme:

Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni (Ap 22,1-2).

È l’albero della vita che era presente in Genesi, ma lì era stato perso a causa del peccato. Dentro la nuova Gerusalemme c’è di nuovo l’albero della vita che fruttifica eternamente, guarendo le nazioni e dando la vita. Noi non lo vediamo raffigurato nella città in questo mosaico, ma esso è stato rappresentato nel catino absidale.

Vedete nell’abside la grande figura di Cristo, proprio sotto la raffigurazione dell’agnello che abbiamo visto all’inizio. Sopra c’è la mano del Padre che incorona Cristo. Intorno a Cristo ci sono i santi antichi ed i cristiani viventi al tempo in cui è stato eseguito il mosaico.

Ma vedete anche due alberi a destra e a sinistra, due palme. Su quella di sinistra c’è l’araba fenice, l’uccello che muore per risorgere. E sotto alle palme c’è un fiume – sotto i piedi del Cristo una iscrizione dice che è il Giordano. È il fiume che sgorga dal trono dell’Agnello e che irriga la città. Queste due palme con l’araba fenice sono la trasposizione iconografica dell’albero della vita ed il fiume che sgorga vuole essere un richiamo a questa acqua che disseta le nazioni per sempre, un’immagine della resurrezione finale e del Paradiso.

La storia si conclude così per l’Apocalisse con la salvezza che viene donata al mondo intero.

Abbiamo voluto leggere oggi l’Apocalisse come un libro ‘romano’ non perchè sia stato scritto qui a Roma, ma per i tanti riferimenti che ha con la nostra città. L’autore, sebbene abbia vissuto e scritto lontano da qui, ad Efeso ed a Patmos, conosceva bene la persecuzione che da Roma era stata decisa e che aveva i suoi effetti anche così lontano, dove, attraverso i suoi magistrati, l’impero voleva che fossero adorati gli imperatori come signori e salvatori della storia. Giovanni ripeteva loro e ripete a noi che l’unico che può sciogliere i sigilli della storia è l’Agnello immolato, ma ritto sul trono. Crocifisso, ma risorto e salvatore.

Visita alla basilica di Santa Prassede, di Marco Valenti

Il quadro absidale con la raffigurazione di Santa Prassede

Nella nostra visita, dopo il mosaico che abbiamo già ammirato e spiegato, soffermiamoci ora sulla pala che è nell’abside e che raffigura santa Prassede. Secondo la tradizione santa Prassede è una santa romana, vissuta forse ai tempi di Antonino Pio, che qui vediamo raffigurata mentre con una spugna raccoglie il sangue dei martiri e lo conserva in un pozzo. L’opera è di Domenico Maria Muratori (1662-1744).

Le notizie sulla sua vita sono ricavabili dagli antichi Passionari o Leggendari Romani, destinati ad uso liturgico (Leggendari dal gerundivo: libri che ‘debbono essere letti’), che sono però abbastanza tardivi (V-VI secolo d.C.).

In questi testi un prete, di nome Pastore, narra dell’esistenza di un nobile, di nome Pudente, padre di quattro figli, due femmine, Prassede e Pudenziana, e due maschi, Novato e Timoteo. La tradizione vuole che questo Pudente sia quello citato in 2 Tim 4, 21. Pudenziana (Potentiana) muore all’età di sedici anni, forse martire, e viene sepolta presso il padre Pudente, nel cimitero di Priscilla, sulla via Salaria. Dopo un certo tempo, anche il fratello Novato si ammala e prima di morire dona i suoi beni a Prassede, a Pastore e a papa Pio I (papa dal 140 al 155). I tre scrivono al fratello di Prassede, Timoteo, per chiedere se possono utilizzare i beni ricevuti e ricevono risposta affermativa.

Quindi Prassede fa costruire due chiese, una è quella che si trova alle spalle dell’abside di S.Maria Maggiore, che venne intitolata, secondo questa tradizione, prima al padre e poi a S.Pudenziana, l’altra è questa che fu poi dedicata a lei, Prassede. Prassede è ricordata per aver dato rifugio a molti cristiani perseguitati e martiri.

Fu Pasquale I a ricostruire la chiesa originaria di S.Prassede, ma non su quella originaria della quale non si conosce l’esatta ubicazione, bensì vicino ad essa.

La basilica di S.Prassede e la ‘rinascenza caroligia’

S.Prassede è una basilica eretta nel IX secolo, in un periodo che è noto come ‘rinascenza caroligia’; a questo periodo risalgono anche i suoi mosaici che già sono stati commentati ed anche quelli che vedremo nel sacello di S.Zenone. Possiamo dire anzi che questa basilica è uno dei luoghi più tipici in Roma che ci dia testimonianza di questo periodo, perché ha conservato molto, nonostante gli interventi successivi, dell’impianto e della decorazione originaria.

L’aggettivo ‘carolingia’ fa ovviamente riferimento a Carlo Magno che prese il trono dei Franchi alla morte, avvenuta nel 771, del fratello Carlomanno. Ma la ‘rinascenza caroligia’ durò oltre la morte di Carlo Magno, comprendendo anche il regno di suo figlio Ludovico il Pio (che regnò dal 814 al 840) e gli ulteriori anni fino al trattato di Verdun che nell’843 vide la divisione dell’impero carolingio ed il suo conseguente indebolimento.

In quegli anni Carlo Magno ebbe grande cura di uno sviluppo culturale nei suoi domini e volle che tale sviluppo avvenisse in armonia e con la collaborazione della chiesa cattolica e del papa in particolare; richiese a Roma la redazione di molti documenti, ad esempio raccolte legislative e di tradizioni liturgiche, per potersene servire nel suo regno.

Carlo Magno volle la creazione di scriptoria, di studi non solo di teologia, ma anche delle altre discipline, nelle diverse sedi episcopali e chiamò importanti maestri dall’estero ad insegnarvi. Furono essi a creare quella particolare forma di latino che sarà poi utilizzata come lingua per gli scambi culturali in tutto il mondo medioevale.

Carlo Magno si recò più volte a Roma, confermando ripetutamente l’indipendenza dei territori del neonato stato della chiesa, ma insieme intervenendovi quasi fosse un suo protettorato. Come ben sapete, una delle tappe culminanti di questo rapporto è l’anno 800, nel quale il pontefice lo incoronò imperatore in S.Pietro, rompendo di fatto definitivamente il rapporto con l’impero romano precedente che era, fino a quel momento, quello di Costantinopoli.

Fra i pontefici più importanti che vissero nel periodo della ‘rinascenza carolingia’ vi furono Adriano I (772-795), papa Leone III (795-816), papa Pasquale I (817-824) appunto e poi papa Gregorio IV (827-844), che abbiamo già visto raffigurato nel mosaico della basilica di S.Marco – anche quel mosaico appartiene al periodo della rinascenza caroligia. Un’immagine di Adriano I è conservata negli affreschi di Santa Maria Antiqua, mentre Pasquale I, oltre che in questa basilica – lo vedete nel catino absidale, a sinistra, con l’aureola quadrata, segno che quando fu realizzato il mosaico era ancora in vita –  è effigiato anche nel mosaico di S.Maria in Domnica alla Navicella.

Pasquale I, dunque, fu il costruttore di questa chiesa; ne vediamo oltre che l’immagine nell’abside anche il monogramma sia nell’arco trionfale che nel catino absidale. S.Prassede venne costruita sul modello della basilica costantiniana di S.Pietro per suo volere. Fu lui stesso a realizzare in questa basilica anche il sacello come cappella per sua madre, Teodora, e creò un monastero per i monaci che devono occuparsi di questa basilica.

Sotto la conca absidale possiamo leggere l’iscrizione originaria da lui voluta che recita:

Questa dimora in onore della pia Prassede amata dal Signore nei cieli risplende decorata di pietre preziose per le premure del sommo Pontefice Pasquale I alunno della sede apostolica. Egli pose sotto queste mura i corpi di numerosi Santi raccolti da ogni parte con la fiducia di meritare per mezzo loro l’accesso alla dimora celeste.

Papa Pasquale venne, infatti, educato nel patriarchio lateranense. I papi della rinascenza carolingia sono romani, vengono da famiglie romane e mostrano di tenere molto alla romanità della città e della sua tradizione; hanno in mente l’idea che Roma sia un po’ la capitale del mondo.

Poiché le catacombe venivano saccheggiate a più riprese, oppure utilizzate dai pastori come riparo, o semplicemente interrate dagli agenti atmosferici, i papi – e fra essi Pasquale I – cominciarono a portare via le reliquie. Questa ‘rinascenza carolingia’ fu vissuta così non solo come un rinnovamento materiale di Roma, ma anche come un rinnovamento spirituale. Poiché le catacombe non si potevano restaurare e poiché c’erano tanti pellegrinaggi per venerare le reliquie dei martiri, la chiesa fece la scelta di portare le reliquie dentro la città, dove potevano essere al sicuro e più facilmente venerate. Per questo S.Prassede è il modello che meglio di ogni altro ci aiuta a gettare un sguardo sull’età carolingia.

In questo periodo – siamo nel IX secolo – proprio per i contatti sempre più frequenti con il mondo franco, si intensificano i pellegrinaggi a Roma, soprattutto per i pellegrini che venivano dal nord-Europa. I popoli barbarici si erano convertiti al cristianesimo ormai da tempo e volevano venire a Roma, considerata come uno “scrigno della santità”. Per gli antichi, Roma era un tesoro dove era conservata la santità, perché qui erano conservate le reliquie dei martiri. Il pellegrinaggio a Roma, oltre che per la sua oggettiva importanza a motivo della presenza del papa ed, appunto, delle tombe e delle reliquie dei martiri, era anche incentivato dal fatto che il pellegrinaggio a Gerusalemme era ormai difficile, perché la Terra santa non apparteneva più all’impero bizantino, ma era stata occupata dagli arabi.

In concomitanza con questi pellegrinaggi i papi cercarono di restaurare le basiliche degli apostoli e le altre basiliche romane e costruirono nuove chiese; soprattutto, crearono nuovi centri per l’ospitalità dei pellegrini. In questo periodo, grazie ai pellegrinaggi e grazie anche ad una favorevole congiuntura economico-politica – perché si possono costruire chiese o restaurare quelle che si hanno solo se ci sono a disposizione dei fondi – Roma vide una rinascita del suo patrimonio architettonico. La ‘rinascenza caroligia’, pertanto, non riguardò solo il regno dei Franchi, ma toccò anche Roma che ne poté beneficiare. Proprio questa basilica ne è testimonianza. Essa sostituì la precedente chiesa e che qui vennero raccolte le reliquie che Pasquale I riuscì a recuperare.

Roma passò dall’appartenere pienamente all’impero d’oriente all’avere come riferimento l’impero franco, che divenne il nuovo Sacro Romano Impero. Ma tale passaggio avvenne in un lungo lasso di tempo e l’epoca carolingia ne segnò solo la piena maturazione.

Presupposto della rinascenza carolingia fu, innanzitutto, lo sganciarsi di Roma dall’impero d’oriente. Il titolare dell’impero, prima di Carlo Magno, era l’imperatore d’oriente, che risiedeva appunto a Costantinopoli. Come vedevano i Romani l’imperatore d’oriente? Innanzitutto come uno che esigeva tasse, poi come uno che si ingeriva nelle questioni religiose (pensate alla questione monotelita ed all’iconoclastia), ma, sopratutto, i Romani si vedevano traditi dall’imperatore che era incapace di portare soccorso alla città quando questa era assalita.

Ma l’evento concomitante allo sganciamento dall’impero d’oriente fu l’accrescimento del ruolo pontificio come dell’unica figura in grado di reggere concretamente, politicamente, le sorti di Roma. Il papa era già divenuto, dai tempi di Gregorio Magno, il governatore della città di Roma. È lui che doveva lottare contro i Longobardi che volevano prendere la città, è lui che doveva arginare le richieste di tasse da Bisanzio, ecc. Ma questo ruolo si accrebbe lentamente in tutto il VII e l’VIII secolo ed il papa assunse sempre più anche l’autorità secolare, tant’è che fu proprio lui a chiedere l’intervento dei Franchi per difendere la città di Roma dal pericolo dei Longobardi. Questo avvenne una prima volta già nel 754, quando il papa Stefano II si recò in Francia fino a Saint-Denis, per chiedere l’aiuto di Pipino. È questa la data generalmente scelta per indicare la nascita dello stato della chiesa, quando Pipino, nella cosiddetta donazione di Quierzy, promise al papa i territori che erano stati bizantini e che i Franchi avevano strappato ai longobardi che li avevano conquistati. 

Ma l’appello ai franchi per un loro intervento a difesa di Roma e del papa avvenne nuovamente con Adriano IV che si rivolse a Carlo Magno; quest’ultimo, nel 774, sconfisse i Longobardi e cinse a Pavia la corona di ferro. Se non fosse stato per i pontefici e per l’intervento dei Franchi i Longobardi avrebbero conquistato la città e ne avrebbero fatto un loro ducato come era avvenuto negli altri luoghi delle loro conquiste. Nacque così il periodo della ‘rinascenza carolingia’ in questa nuova alleanza fra la chiesa ed il regno dei Franchi, divenuto poi dall’anno 800 impero.

Il periodo della ‘rinascenza carolingia’ fu caratterizzato non solo dall’alleanza con i Franchi per l’incolumità di Roma e dalle nuove architetture religiose, ma anche da una cura delle opere pubbliche. Adriano I dovette intervenire, innanzitutto, nella riparazione degli acquedotti. L’acqua ormai arrivava a Roma solo dall’acquedotto dell’Acqua vergine, perché era l’unico realizzato con condotte sotterranee. Quando un esercito si presentava alle mura di una città, la prima cosa che faceva era distruggere gli acquedotti, per togliere acqua agli assediati. E danneggiare un acquedotto non voleva dire solo lasciare la città senza acqua, ma anche rendere paludosi tutti i terreni circostanti, perché l’acqua continuava ad arrivare e non c’era modo di fermarla. Le conseguenze erano quelle che possiamo immaginare, con la presenza di zanzare malariche e l’impossibilità di coltivare la terra.

In questo lungo passaggio dall’impero bizantino all’indipendenza, più volte dovettero essere i papi ad occuparsi del restauro degli acquedotti e questo avvenne precisamente anche al tempo della ‘rinascenza carolingia’.

Anche i sussidi per la popolazione indigente che, in epoca antica, erano forniti dall’imperatore, ormai da tempo erano distribuiti dal papa. Nell’epoca carolingia si strutturarono ulteriormente ed aumentarono le diaconie, nelle quali venivano distribuiti beni alimentari. Ancora c’era il problema del Tevere che spesso, all’epoca, straripava ed i pontefici pian piano divennero i responsabili della cura delle acque, perché fossero limitati i danni in città.

La basilica di S.Prassede, però, non è rimasta immutata, così come l’aveva edificata Pasquale I. L’epoca, il gusto del tempo e le esigenze liturgiche hanno portato la chiesa allo stato che vediamo oggi. Il transetto è stato sacrificato per costruire un campanile e, dall’altro lato, per simmetria, hanno costruito una cappella. È probabilmente nel XII secolo che la basilica cominciò a mostrare segni di cedimento, perché le colonne rischiavano di non sostenere tutta la struttura. Si decise perciò la creazione di tre archi nella navata principale che furono sorretti dai pilastri creati inglobando sei delle colonne primitive.

Il cardinale Alessandro de’ Medici, divenuto poi papa con il nome di Leone XI,  fra il 1594 e il 1596 fece realizzare il ciclo di affreschi sulla Passione che è tuttora sui muri della navata centrale.

Nei pannelli più piccoli sono raffigurate, in parallelo a quelli sulla passione di Gesù, la storia di Giuseppe l’ebreo, venduto dai fratelli in Egitto. Gli angeli che affiancano questi pannelli recano in mano i segni della Passione ai quali ogni singolo pannello si riferisce. Vediamo così, ad esempio, l’angelo con i rami d’ulivo vicino a quello della preghiera di Gesù nell’orto degli ulivi e così via.

Il cardinale Ludovico Pio della Mirandola, negli anni 1728-1731, fece ristrutturare la zona del presbiterio, con l’intento di scavare sotto l’altare alla ricerca delle sepolture di santa Prassede e di papa Pasquale I. Scendendo oggi nella cripta si possono vedere i due sarcofagi che furono rinvenuti e che portano l’iscrizione delle due sante.

L’ingresso principale ed il cortile

Siamo entrati in questa chiesa da un ingresso laterale, che ci fa perdere l’effetto d’insieme; ora possiamo uscire da questa aula per vedere l’antico quadriportico, anche se completamente murato, e rientrare poi dalla porta principale, per poter capire come è strutturata questa chiesa.

L’ingresso principale della chiesa è su via di S.Martino ai Monti, ed è simile all’ingresso di S.Clemente, con un protiro e due colonne. Qui a S.Prassede il card. Borromeo vi fece mettere anche un piccolo balcone sopra. Per accedere alla chiesa c’è una scalinata, risalendo la quale si possono vedere alle pareti delle lastre in pietra calcarea e un’iscrizione sulla quale si legge che i lavori di ristrutturazione della facciata e della scalinata sono dovuti proprio a san Carlo Borromeo.

Dalla scalinata si passava ad un quadriportico; vediamo alcune colonne che ne facevano parte incassate nella muratura. Della facciata originaria, dagli adattamenti successivi, si sono salvate tre finestre, delle quali possiamo vedere la forma, con una doppia ghiera di mattoni, un doppio arco, una tipica struttura di epoca costantiniana che gli architetti di papa Pasquale hanno riutilizzato. Dovevano esserci, in origine, all’interno dodici finestre per lato di questo tipo e cinque sull’abside e la chiesa doveva essere piena di luce, ma poi la maggior parte di queste finestre primitive è stata murata.

La facciata si presenta così come fu ripulita nella prima metà del ‘900. Intorno al 1937 vennero, infatti, effettuati degli interventi di restauro, portati avanti con la logica propria dell’epoca che era quella di riportare l’edificio alla sua presunta forma medioevale, con la demolizione delle aggiunte fatte successivamente.

La basilica fatta erigere da Pasquale I nel IX secolo copia nella sua struttura, in piccolo, l’antica basilica di S.Pietro in Vaticano. S.Pietro, prima della demolizione e della successiva ricostruzione che l’hanno fatta diventare così come la vediamo oggi, era fatta in questo modo, con una scalinata che dava accesso ad un quadriportico che a sua volta dava accesso alla basilica vera e propria (qui a S.Prassede la basilica è a tre navate, S.Pietro ne aveva cinque), la cui  navata centrale era sostenuta da colonne, con una trabeazione sopra di esse, con il transetto, l’abside e, sotto, una cripta.

Questo è il modello che papa Pasquale aveva in mente quando decise di ricostruire, vicino all’antico titulus Praxedis, la nuova chiesa di Santa Prassede. È un modello architettonico preciso, quello della chiesa che Costantino fece costruire sulla tomba di Pietro. Qui, dalle diverse catacombe, papa Pasquale fece trasferire le reliquie di 2300 martiri. Per gli antichi romani portare le ossa dei morti dentro Roma era una cosa inconcepibile. Il diritto romano vietava le sepolture dentro la città di Roma. Soltanto nell’Alto Medioevo si cominciò a seppellire dentro la città. Cambiando la mentalità, si vinse la ritrosia della popolazione ad accogliere i morti dentro il centro abitato ed, anzi, nacque il desiderio che le reliquie fossero custodite nel centro della città.

Le cappelle di S.Prassede

Il pavimento è neocosmatesco. Al centro si può notare un disco di porfido rosso che copre un pozzo nel quale, secondo la tradizione, santa Prassede versava il sangue dei martiri che riusciva a raccogliere come reliquia del loro martirio.

Nella navata destra la terza cappella a partire dall’ingresso è la cappella Cesi, voluta originariamente dal barone Federico Cesi e dedicata a San Pio X dopo la sua canonizzazione (1954) della quale fu postulatore un monaco vallombrosano di S.Prassede. Voi siete catechisti e sapete quanto Pio X sia importante nella storia della catechesi. La volta è affrescata dal Borgognone. Nelle due lunette laterali, affrescate da un allievo di Pietro da Cortona, Ciro Ferri (1634-1689) sono raffigurate l’imperatrice Pulcheria che fa erigere una statua della Madonna e un episodio avvenuto nel 1118 quando i Frangipane assalirono papa Gelasio che stava celebrando messa in S.Prassede.

Di fronte alla cappella Cesi, troviamo la tomba dello speziale Giovanni da Montopoli, raffigurato nella lastra tombale con gli abiti tipici del pellegrino: il bastone con il puntale di ferro, la bisaccia, la mantellina, il cappello con la conchiglia.

Di fronte alla cappella Cesi, nella navata sinistra, c’è la cappella di S.Carlo Borromeo, che fu cardinale titolare di questa chiesa, subito dopo il Concilio di Trento. La cappella è settecentesca. Nella pala d’altare è raffigurato san Carlo Borromeo che prega davanti al crocifisso per la scampata peste di Milano, in abiti penitenziali, con la barba lunga e la berretta cardinalizia che è a terra. L’angelo che rinfodera la spada simboleggia la fine della peste, come a Castel Sant’Angelo. Nelle nicchie ai quattro angoli sono le statue che raffigurano le quattro virtù cardinali: la Giustizia, la Fortezza, la Prudenza e la Temperanza. Ai lati due quadri che ricordano S.Carlo Borromeo in adorazione. Nell’urna di vetro è conservato un faldistorio utilizzato dal Santo.

Segue la cappella di S.Carlo la cappella Olgiati, affrescata dal Cavalier d’Arpino nel 1587. Il programma iconografico è quello dell’Ascensione di Cristo che è rappresentata in alto. La pala d’altare è di Federico Zuccari e rappresenta Cristo che incontra la Veronica.

Nei pressi dell’ingresso laterale su via di S.Prassede è, invece, la cappella detta del Crocifisso. Per raggiungerla passiamo davanti ad un’epigrafe del IX secolo, dei tempi di Pasquale I,  murata in un pilastro, sulla quale sono riportati i nomi dei martiri le cui reliquie furono trasportate dal pontefice nella chiesa.

La cappella del Crocifisso è così chiamata per il grande crocifisso del XIV secolo collocato al suo interno che, secondo la tradizione, avrebbe parlato a Santa Brigida di Svezia. Antonio Muñoz, soprintendente alla Direzione Generale delle Antichità e Belle Arti, fece sistemare questa cappellina nel 1927, anche per sistemarvi i diversi reperti rinvenuti durante il restauro di cui abbiamo già parlato a proposito della facciata.

Qui sono stati disposti, ad esempio, i resti dell’antica schola cantorum altomedioevale. Qui possiamo vedere anche la tomba del cardinale Pantaleone Anchier, assassinato l’1 novembre 1286, proprio all’interno di questa basilica. La data è riportata nell’epigrafe posta sopra la tomba, che doveva originariamente essere non a parete, poiché anche la parte che ora è addossata ai muri è decorata. Il panneggio, sia del lenzuolo che degli abiti del cardinale, hanno fatto pensare che questa opera possa essere stata realizzata dalla scuola di Arnolfo di Cambio.

Il sacello di S.Zenone

Torniamo ora al periodo carolingio per ammirare la cappella di S.Zenone. Pasquale I costruì questa cappella per la sepoltura della madre Teodora e la dedicò a S.Zenone, santo di cui si hanno pochissime informazioni, se non che era probabilmente un diacono ricordato insieme ad un S.Valentino presbitero. Pasquale pose le reliquie del martire Zenone nel sacello.

L’ingresso esterno del sacello si caratterizza per l’urna cineraria posta sopra un architrave che è di reimpiego, come le colonne che la sostengono. Un doppio arco a mosaico circonda l’urna cineraria. Su quello interno sono raffigurati clipei con la Madonna ed il Bambino – quello centrale – e poi, forse, S.Zenone e S.Valentino ed altri santi. Su quello esterno clipei con Cristo e con i dodici apostoli. Negli angoli in alto Mosè ed Elia, in quelli in basso Pasquale I ed il suo successore Eugenio II (questi ultimi eseguiti nel XIX secolo).

Nella cappella trovate sopra l’altare una edicola lignea del XVII secolo con l’iscrizione S.Maria libera nos a paenis Inferni, che si riferisce ad una visione che ebbe Pasquale, in occasione di una messa di suffragio per suo nipote: la visione gli diceva che la celebrazione dell’eucarestia per i defunti, in particolare su quell’altare, li liberava dal Purgatorio.

L’edicola lignea inquadra un mosaico che è successivo all’epoca carolingia – è del 1265-1285 – con la Madonna ed il Bambino che reca un cartiglio con la scritta EGO SUM LUX. Sopra l’edicola il mosaico della Trasfigurazione con Gesù fra Mosè ed Elia e gli apostoli testimoni.

Nell’intradosso dell’arco spire vegetali con animali e, in alto, una Deesis, con la Vergine e S.Giovanni Battista.
Nella parete di sinistra della cappella si vedono ai due lati della finestrella S.Agnese e S.Pudenziana da un lato e S.Prassede dall’altro. Nell’intradosso dell’arco la discesa agli Inferi di Gesù che libera Adamo ed Eva dal Limbo.

Nel registro superiore della nicchia si vede l’agnello su di un monte dal quale sgorgano i quattro fiumi e due cervi che vi si abbeverano, segno della salvezza che sgorga dal Cristo crocifisso e risorto. Nel registro inferiore, a partire da destra, i busti della Vergine, di S.Prassede, di S.Pudenziana e di Teodora, madre le pontefice con il nimbo quadrato, segno che era ancora in vita al momento della realizzazione del mosaico. Teodora è detta ‘episcopa’ nell’iscrizione, perché madre del pontefice!

Nella parete di destra, in lato Giovanni con il vangelo aperto e, dopo la finestrella, Andrea e Giacomo con rotoli, segni dell’annunzio del vangelo. Nella nicchia Gesù, forse con S.Zenone e S.Valentino. Entrando nella piccola cappella a destra si vede quella che è ritenuta la reliquia della Sacra Colonna, la colonna alla quale sarebbe stato legato Gesù per essere flagellato.

In alto, nel sacello di S.Zenone, nella volta si vede un clipeo con Gesù tra quattro angeli i quali sembrano poggiare i piedi su quattro colonne. Si riprendono qui modelli antichi per fare dei luoghi di eccellenza. I personaggi di questi mosaici sono tutti molto raffinati, soprattutto i personaggi femminili sono abbigliati in modo estremamente elegante.

Nella controfacciata della cappella vediamo, invece, l’etimasia, cioè la croce, strumento di passione, posta invece sopra un trono, qui adorata da S.Pietro e da S.Paolo.

Antologia di testi distribuita per l’incontro sull’Apocalisse nella Basilica di Santa Prassede

Per approfondire lo studio dell’Apocalisse

G.Biguzzi, Gli splendori di Patmos. Commento breve all’Apocalisse, Paoline, Milano, 2007

Dalla pagina Web Sacra Scrittura (Antico e Nuovo Testamento) nella sezione Percorsi tematici su http://www.gliscritti.it/ :

Giovanni, il veggente di Patmos, breve introduzione all’Apocalisse di Benedetto XVI

Che cos’è la verità (“Verità biblica e verità cristiana”) e chi è l’anticristo (“La donna dell’Apocalisse e l’anticristo”)? Due brevi saggi di p.Ignace de la Potterie, S.J

Il tempio e la statua che provocarono la composizione dell’Apocalisse, del prof.Giancarlo Biguzzi

Gesù Cristo e la storia, secondo l’Apocalisse di San Giovanni, di Heinrich Schlier

Ap 12,1-6, Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle, di p.Ugo Vanni S.J.

Turchia e Patmos: itinerario paolino, giovanneo, patristico e bizantino, di d.Andrea Lonardo

Apocalisse, l’ultima parola della Bibbia: la sconfitta del male,Concordanze fra il testo biblico e gli affreschi della cripta della cattedrale di Anagni, di d.Andrea Lonardo

Cronologia, autore, luoghi e circostanze

Da G.Biguzzi, Il tempio e la statua che provocarono la composizione dell’Apocalisse, da http://www.gliscritti.it/ (Percorsi tematici)

Apoc 13 narra la visione della bestia che emerge dal mare (vv. 1-10) e poi quella della bestia che invece emerge dalla terra (vv. 11-18), la quale organizza un vero e proprio culto della prima bestia. Leggiamo: “… Operava grandi prodigi, fino a far scendere fuoco sulla terra davanti agli uomini. Per mezzo di questi prodigi che le era permesso di compiere in presenza della (prima) bestia, sedusse gli abitanti della terra dicendo di erigere una statua alla bestia ecc. Le fu anche concesso di animare la statua della bestia sicché quella statua perfino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non adorassero la statua della bestia” (Apoc 13,13-15).
Dal momento che Giovanni dice di avere visto le sue visioni a Patmos (Apoc 1,9), dove era al soggiorno obbligato, il mare da cui sorge la prima bestia è evidentemente il Mediterraneo, quello che i Romani chiamavano “mare nostrum”, mentre la terra altro non può essere che l’Asia Minore, l’attuale Turchia, là dove si trovavano le sette città alle quali l’Apocalisse è diretta. Per questo e per altri motivi la grande maggioranza dei commentatori ritiene che la prima bestia sia l’imperatore romano, adorato come dio soprattutto in Asia Minore, e che la seconda bestia sia l’organismo politico-religioso incaricato di promuovere le varie manifestazioni di quel culto.[…]

Il terzo tempio imperiale della provincia romana di Asia fu edificato a Efeso, dopo che il primo era stato edificato a Pergamo nel 29 a.C. e il secondo a Smirne, 50 anni dopo. Ebbene, di quel tempio efesino sono stati portati alla luce dagli archeologi la grande piattaforma su cui sorgeva, l’altare che era collocato di fronte alla scalinata di accesso, e infine la statua, o una delle statue cultuali.

Tredici iscrizioni dedicatorie che sono giunte fino a noi consentono di collocare l’anno di inaugurazione del tempio intorno all’anno 90 d.C., e cioè sotto l’imperatore Domiziano, il quale dedicò il tempio al padre Vespasiano e al fratello Tito oltre che a se stesso. In altre parole il tempio era consacrato al culto degli imperatori della famiglia flavia, la stessa che a Roma pochi anni prima aveva eretto il Colosseo, o anfiteatro flavio. […]
Finita la visita alle imponenti rovine della Efeso antica, di solito si fa visita al museo di Selçuk, – come si chiama il villaggio turco che sorge a qualche distanza dalla zona archeologica. In quel museo c’è una statua i cui resti sono venuti alla luce a due riprese, nel 1930 e nel 1969-70. Era una statua colossale, che misurava 7 metri di altezza e rappresentava probabilmente non lo stesso Domiziano, come spesso si trova scritto, ma suo fratello, l’imperatore Tito. La statua era parte in marmo (la testa, le braccia, le gambe: praticamente le parti conservate ed esposte al museo) e parte in legno. Il fatto che il torso dell’imperatore fosse in legno dice che la statua non era fatta per stare esposta alle intemperie, e che, quindi, ospitata all’interno del tempio, era la statua o una delle statue fatte oggetto di culto da parte degli efesini e degli abitanti della regione.
Se il tempio efesino, il suo altare e la sua statua furono inaugurati nel 90 d.C., e se l’Apocalisse fu scritta, come sembra, nel 96 d.C., allora è legittimo, oltre che suggestivo, fare visita a Efeso e sentirsi davanti a quel tempio e a quella statua contro cui tutta l’Apocalisse sembra concepita e scritta. […]

L’autore dice di chiamarsi Giovanni (Ap1, 1; 1, 4; 1, 9; 22, 8)

Si ipotizza una figura della “scuola” di Giovanni; qualcuno lo chiama “Giovanni di Patmos” (G.Biguzzi)

Ancora una volta si torna alla questione dell’ “origine apostolica” (secondo l’espressione della Dei Verbum)

Efeso (tempio della dea Artemide, una delle 7 meraviglie del mondo antico), città con forse mezzo milione di abitanti

Pergamo (con l’altare di Zeus ora al Pergamon Museum di Berlino e l’Asclepeion dove insegnò medicina Galeno)

Le altre 5 città (Smirne, sedicente patria di Omero, Sardi, capitale del proverbiale re Mida, Tiatira, Filadelfia e Laodicea)

Sullo sfondo Roma: “Babilonia, la grande, la madre delle meretrici… e vidi la donna ebbra del sangue dei santi e del sangue dei testimoni di Gesù”, Ap 17,5-6; “Qui ci vuole una mente che abbia saggezza. Le sette teste sono i sette colli sui quali è seduta”, Ap 17, 9

“Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei”, Ap 13,18

Una ipotesi: NRWN QSR: n=50+r=200+w=6+n=50+q=100+s=60+r=200: totale 666, ma quello che è certo è che è un nome d’uomo (non è Dio!) ed è un numero dimezzato, cioè fallimentare

Persecuzione locale (da Smirne carcerati, a Pergamo Antipa ucciso, a Filadelfia persecuzione imminente nella quale sarà custodita)

Idolatria degli idoli

Idolatria del culto imperiale (un uomo si fa Dio!)

Aspetti importanti

-Rapporto AT-NT (in 404 versetti, l’AT è citato forse 500 volte; cfr., solo per un esempio, l’albero della vita al termine dell’Ap); Ap conosce l’ebraico (Abaddon, Armaghedon), ma anche l’ambiente ellenistico

-Il simbolismo

Schema dell’Apocalisse

Settenari, nei quali l’importanza non sta sul settimo elemento, ma sulla completezza

Titolo, beatitudine iniziale ed indirizzo

Ap 1,1-8

I parte

Ap 1-3

A Patmos, guardando l’Asia  minore

Ap1 Il Cristo

Ap2-3 Le sette chiese

II parte

Ap 4-22

Le visioni in cielo

Ap 4,1-8,1 Primo ciclo narrativo: la rivelazione dell’Agnello ed il Rotolo del Libro

con i sette sigilli

Ap 8,2-16,21 Secondo ciclo narrativo: l’intervento medicinale (in vista della conversione) di Dio con i flagelli delle sette trombe e delle sette coppe

Ap 17,1-22 Terzo ciclo narrativo con il giudizio di Babilonia e la discesa dal cielo della Gerusalemme nuova

Conclusione

Ap 22,6-1

Traccia della spiegazione

A/ Dio ed il suo trono

Apocalisse – Capitolo 4

1Dopo ciò ebbi una visione: una porta era aperta nel cielo. La voce… diceva: Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito. 2Subito fui rapito in estasi. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono uno stava seduto. 3Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile a smeraldo avvolgeva il trono. 4Attorno al trono, poi, c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro vegliardi avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo… In mezzo al trono e intorno al trono vi erano quattro esseri viventi pieni d’occhi davanti e di dietro. 7Il primo vivente era simile a un leone, il secondo essere vivente aveva l’aspetto di un vitello, il terzo vivente aveva l’aspetto d’uomo, il quarto vivente era simile a un’aquila mentre vola. 8I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere:

Santo, santo, santo
il Signore Dio, l’Onnipotente,
Colui che era, che è e che viene!

9E ogni volta che questi esseri viventi rendevano gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, 10i ventiquattro vegliardi si prostravano davanti a Colui che siede sul trono e adoravano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettavano le loro corone davanti al trono, dicendo:

11«Tu sei degno, o Signore e Dio nostro,
di ricevere la gloria, l’onore e la potenza,
perché tu hai creato tutte le cose,
e per la tua volontà furono create e sussistono».

-Dio che non si può dire; ma che si deve e si può dire a aprtire dalla creazione e dalla rivelazione; dalla bellezza del creato si capisce l’artefice; intorno i 24 vegliardi= tutta la storia della salvezza, le 12 tribù ed i 12 apostoli

-I 4 esseri viventi (i più forti di tutto il cosmo); tutto il creato loda Dio; l’uomo da voce a tutto il creato

B/ Il rotolo e l’agnello

Apocalisse – Capitolo 5

1E vidi nella mano destra di Colui che era assiso sul trono un libro a forma di rotolo, scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. 2Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: «Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?». 3Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra era in grado di aprire il libro e di leggerlo. 4Io piangevo molto perché non si trovava nessuno degno di aprire il libro e di leggerlo. 5Uno dei vegliardi mi disse: «Non piangere più; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli».

-Sette sigilli= totalmente chiuso!

Il dramma della storia nel pensiero moderno: F.Nietzsche

«In un qualche angolo remoto dell’universo […] c’era una volta un corpo celeste sul quale alcuni animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della “storia universale”: e tuttavia non si trattò che di un minuto. Dopo pochi sussulti della natura, quel corpo celeste si irrigidì, e gli animali intelligenti dovettero morire.
Ecco una favola che qualcuno potrebbe inventare, senza aver però ancora illustrato adeguatamente in che modo penoso, umbratile, fugace, in che modo insensato e arbitrario si sia atteggiato l’intelletto umano nella natura: ci sono state delle eternità, in cui esso non era; e quando nuovamente non sarà più, non sarà successo niente» (Su verità e menzogna in senso extramorale).

-Ruperto di Deutz: è stato promesso un leone ed è venuto un agnello (non il leone, non l’aquila imperiale); il grande argine al male è la misericordia di Dio! Giovanni Paolo II

Apocalisse – Capitolo 5

6Poi vidi ritto in mezzo al trono circondato dai quattro esseri viventi e dai vegliardi un Agnello, come immolato. Egli aveva sette corna e sette occhi, simbolo dei sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. 7E l’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono. 8E quando l’ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro vegliardi si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno un’arpa e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi. 9Cantavano un canto nuovo:

«Tu sei degno di prendere il libro
e di aprirne i sigilli,
perché sei stato immolato
e hai riscattato per Dio con il tuo sangue
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione
10e li hai costituiti per il nostro Dio
un regno di sacerdoti
e regneranno sopra la terra».

11Durante la visione poi intesi voci di molti angeli intorno al trono e agli esseri viventi e ai vegliardi. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia 12e dicevano a gran voce:

«L’Agnello che fu immolato
è degno di ricevere potenza e ricchezza,
sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione».

13Tutte le creature del cielo e della terra, sotto la terra e nel mare e tutte le cose ivi contenute, udii che dicevano:

«A Colui che siede sul trono e all’Agnello
lode, onore, gloria e potenza,
nei secoli dei secoli».

14E i quattro esseri viventi dicevano: «Amen». E i vegliardi si prostrarono in adorazione.

-L’agnello ucciso, steso, ma in realtà ritto con 7 occhi e corna

C/ Le sette chiese, simbolizzate nei sette candelabri

Apocalisse 1

9Io, Giovanni, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione, nel regno e nella costanza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza resa a Gesù. 10Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: 11Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa. 12Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro 13e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. 14I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida, come neve. Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco, 15i piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo. La voce era simile al fragore di grandi acque. 16Nella destra teneva sette stelle, dalla bocca gli usciva una spada affilata a doppio taglio e il suo volto somigliava al sole quando splende in tutta la sua forza.

17Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo 18e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. 19Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo. 20Questo è il senso recondito delle sette stelle che hai visto nella mia destra e dei sette candelabri d’oro, eccolo: le sette stelle sono gli angeli delle sette Chiese e le sette lampade sono le sette Chiese.

-Nella tribolazione, nel regno, nella perseveranza (upo-mone, “stare sotto”, rimanere!); dietro di me=di sorpresa; quello che vedi scrivilo alle sette chiese (chiesa e Scrittura); il primo (alfa), l’ultimo, il vivente

D/ Il II arco narrativo dell’Apocalisse (le 7 trombe e le 7 coppe)

-Il II arco narrativo è per la conversione, non ancora per il giudizio

-Le sette trombe

– La donna vestita di sole

-Il drago, una prima bestia dal mare, una seconda bestia dalla terra

Apocalisse – Capitolo 12

1Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. 2Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. 3Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; 4la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. 5Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. 6La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.

7Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, 8ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. 9Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli…

-La lotta nella storia

17Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù.

18E si fermò sulla spiaggia del mare.

Apocalisse – Capitolo 13

1Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. 2La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e la sua potestà grande. 3Una delle sue teste sembrò colpita a morte, ma la sua piaga mortale fu guarita.

Allora la terra intera presa d’ammirazione, andò dietro alla bestia 4e gli uomini adorarono il drago perché aveva dato il potere alla bestia e adorarono la bestia dicendo: «Chi è simile alla bestia e chi può combattere con essa?».

5Alla bestia fu data una bocca per proferire parole d’orgoglio e bestemmie, con il potere di agire per quarantadue mesi. 6Essa aprì la bocca per proferire bestemmie contro Dio, per bestemmiare il suo nome e la sua dimora, contro tutti quelli che abitano in cielo. 7Le fu permesso di far guerra contro i santi e di vincerli; le fu dato potere sopra ogni stirpe, popolo, lingua e nazione. 8L’adorarono tutti gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto fin dalla fondazione del mondo nel libro della vita dell’Agnello immolato.

9Chi ha orecchi, ascolti:
10Colui che deve andare in prigionia,
andrà in prigionia;
colui che deve essere ucciso di spada
di spada sia ucciso.

In questo sta la costanza e la fede dei santi.

I falsi profeti al servizio della bestia

11Vidi poi salire dalla terra un’altra bestia, che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, che però parlava come un drago. 12Essa esercita tutto il potere della prima bestia in sua presenza e costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia, la cui ferita mortale era guarita. 13Operava grandi prodigi, fino a fare scendere fuoco dal cielo sulla terra davanti agli uomini. 14Per mezzo di questi prodigi, che le era permesso di compiere in presenza della bestia, sedusse gli abitanti della terra dicendo loro di erigere una statua alla bestia che era stata ferita dalla spada ma si era riavuta. 15Le fu anche concesso di animare la statua della bestia sicché quella statua perfino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non adorassero la statua della bestia. 16Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; 17e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. 18Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: essa rappresenta un nome d’uomo. E tal cifra è seicentosessantasei.

-Seguono le sette coppe

9 20Il resto dell’umanità che non perì a causa di questi flagelli, non rinunziò alle opere delle sue mani; non cessò di prestar culto ai demòni e agli idoli d’oro, d’argento, di bronzo, di pietra e di legno, che non possono né vedere, né udire, né camminare; 21non rinunziò nemmeno agli omicidi, né alle stregonerie, né alla fornicazione, né alle ruberie.

1610Il quinto versò la sua coppa sul trono della bestia e il suo regno fu avvolto dalle tenebre. Gli uomini si mordevano la lingua per il dolore e 11bestemmiarono il Dio del cielo a causa dei dolori e delle piaghe, invece di pentirsi delle loro azioni

E/ Il III arco narrativo: il giudizio

-Il giudizio su Babilonia, le due bestie, il drago, la morte

Apocalisse 17

5Sulla fronte aveva scritto un nome misterioso: «Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli abomini della terra».

6E vidi che quella donna era ebbra del sangue dei santi e del sangue dei martiri di Gesù. Al vederla, fui preso da grande stupore. 7Ma l’angelo mi disse: «Perché ti meravigli? Io ti spiegherò il mistero della donna e della bestia che la porta, con sette teste e dieci corna.

8La bestia che hai visto era ma non è più, salirà dall’Abisso, ma per andare in perdizione. E gli abitanti della terra, il cui nome non è scritto nel libro della vita fin dalla fondazione del mondo, stupiranno al vedere che la bestia era e non è più, ma riapparirà. 9Qui ci vuole una mente che abbia saggezza. Le sette teste sono i sette colli sui quali è seduta la donna; e sono anche sette re.

18 Poiché diceva in cuor suo:
Io seggo regina,
vedova non sono e lutto non vedrò;
8per questo, in un solo giorno,
verranno su di lei questi flagelli:
morte, lutto e fame;
sarà bruciata dal fuoco,
poiché potente Signore è Dio
che l’ha condannata».

F/ Il III arco narrativo: La Gerusalemme celeste

-Gerusalemme scende; cfr. ruolo della tecnica e del progresso che è positivo, ma non crea, non redime

-La sposa; cristianesimo, la religione dell’amore

-La sindrome dell’Apocalisse ed il rischio dell’utopia: l’uomo che vuole da solo fare nuove tutte le cose!

Apocalisse – Capitolo 21

I descrizione

1Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. 2Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. 3Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini!
Egli dimorerà tra di loro
ed essi saranno suo popolo
ed egli sarà il “Dio-con-loro.
4E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;
non ci sarà più la morte,
né lutto, né lamento, né affanno,
perché le cose di prima sono passate
».

5E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose»…

8Ma per i vili e gl’increduli, gli abietti e gli omicidi, gl’immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. E’ questa la seconda morte».

G/ II descrizione della Gerusalemme celeste

9Poi venne uno dei sette angeli che hanno le sette coppe piene degli ultimi sette flagelli e mi parlò: «Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello». 10L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. 11Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. 12La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. 13A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e ad occidente tre porte. 14Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello.

15Colui che mi parlava aveva come misura una canna d’oro, per misurare la città, le sue porte e le sue mura. 16La città è a forma di quadrato, la sua lunghezza è uguale alla larghezza. L’angelo misurò la città con la canna: misura dodici mila stadi; la lunghezza, la larghezza e l’altezza sono eguali. 17Ne misurò anche le mura: sono alte centoquarantaquattro braccia, secondo la misura in uso tra gli uomini adoperata dall’angelo. 18Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo. 19Le fondamenta delle mura della città sono adorne di ogni specie di pietre preziose. Il primo fondamento è di diaspro, il secondo di zaffìro, il terzo di calcedònio, il quarto di smeraldo, 20il quinto di sardònice, il sesto di cornalina, il settimo di crisòlito, l’ottavo di berillo, il nono di topazio, il decimo di crisopazio, l’undecimo di giacinto, il dodicesimo di ametista. 21E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta è formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente.

22Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. 23La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

24Le nazioni cammineranno alla sua luce
e i re della terra a lei porteranno la loro magnificenza.
25Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno,
poiché non vi sarà più notte.
26E porteranno a lei la gloria e l’onore delle nazioni.
27Non entrerà in essa nulla d’impuro,
né chi commette abominio o falsità,
ma solo quelli che sono scritti
nel libro della vita dell’Agnello.

-Nel mosaico di Santa Prassede rappresentato dal fiume Giordano

Apocalisse – Capitolo 22

1Mi mostrò poi un fiume d’acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. 2In mezzo alla piazza della città e da una parte e dall’altra del fiume si trova un albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni.

H/ Epilogo

16Io, Gesù, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino».

17Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta ripeta: «Vieni!». Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita.

18Dichiaro a chiunque ascolta le parole profetiche di questo libro: a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; 19e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro.

20Colui che attesta queste cose dice: «Sì, verrò presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù. 21La grazia del Signore Gesù sia con tutti voi. Amen!

Antologia di testi

Gesù Cristo e la storia, secondo l’Apocalisse di San Giovanni di Heinrich Schlier

Per l’uomo del nostro tempo è indispensabile riflettere continuamente sull’essenza della storia. Poiché è la sua storia, e sembra sfuggirgli. Lo sguardo dello storico, rivolto all’indietro, penetra per un raggio sempre più vasto in sempre maggiori profondità dei millenni sepolti, ma non riesce con tutto questo a scoprire quale sia l’essenza della storia. Nemmeno le sempre più violente esperienze della nostra storia più recente ci sono di aiuto. Anche i problemi di cui essa ci grava vengono già intercettati dalle affascinanti scoperte della natura, delle sue energie e dei suoi spazi. Già denominiamo la nostra epoca secondo tali scoperte e non più secondo personaggi e avvenimenti storici. Ma se non ci lasciamo più porre problemi dalla storia, diventiamo noi stessi senza storia e perdiamo così la nostra umanità.

Poiché l’uomo è un essere storico. Volendo esaminare ciò che è la storia, possiamo consultare diverse tradizioni della storia. Questa consultazione non è inutile. Un dialogo tra uomini chiarisce sempre molte cose che riguardano l’uomo. Resta solo dubbio se per tale via non abbiamo a ricevere suggerimenti che ci siamo già dati da noi stessi per principio. La storia che noi in tal caso interroghiamo non si comprende da se stessa. Essa non sta mai al di fuori del suo divenire e sente così sempre solo la propria parola. Sia che l’ascoltiamo da vicino seriamente partecipi di essa, sia che la consideriamo da distanza storica, nel qual caso, come dice Musil, «di cento fatti novantacinque sono andati perduti, per cui quelli rimasti si lasciano ordinare come si vuole», la storia dice, come storiografia, questo o quel fatto ‘accaduto’, ma ci tace la sua essenza.

Andrej Tarkovski (in G.Ravasi, Apocalisse non apocalittica, Il Sole-24 Ore – Domenica, 19 agosto 2007, p.34

L’Apocalisse è forse la più grande creazione poetica che sia mai esistita sulla terra. È un racconto del nostro destino. È sbagliato pensare che contenga solo l’idea della punizione. La cosa più importante che essa custodisce è la speranza.

Spe salvi 43-44

La fede nel Giudizio finale è innanzitutto e soprattutto speranza – quella speranza, la cui necessità si è resa evidente proprio negli sconvolgimenti degli ultimi secoli. Io sono convinto che la questione della giustizia costituisce l’argomento essenziale, in ogni caso l’argomento più forte, in favore della fede nella vita eterna. Il bisogno soltanto individuale di un appagamento che in questa vita ci è negato, dell’immortalità dell’amore che attendiamo, è certamente un motivo importante per credere che l’uomo sia fatto per l’eternità; ma solo in collegamento con l’impossibilità che l’ingiustizia della storia sia l’ultima parola, diviene pienamente convincente la necessità del ritorno di Cristo e della nuova vita.

44. La protesta contro Dio in nome della giustizia non serve. Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza (cfr Ef 2,12). Solo Dio può creare giustizia. E la fede ci dà la certezza: Egli lo fa. L’immagine del Giudizio finale è in primo luogo non un’immagine terrificante, ma un’immagine di speranza; per noi forse addirittura l’immagine decisiva della speranza. Ma non è forse anche un’immagine di spavento? Io direi: è un’immagine che chiama in causa la responsabilità.



[1] Questa è l’ipotesi sostenuta da molti studiosi: in effetti il valore numerico di ‘Nerone Cesare’ in ebraico è equivalente a 666. Infatti  NRWN QSR: n=50+r=200+w=6+n=50+q=100+s=60+r=200= 666. Si potrebbe però obiettare che l’Apocalisse è scritta in greco e non in ebraico, anche se è evidente che il suo autore conosce l’ebraico.