Antologia di testi utilizzata per la presentazione della Lettera agli Ebrei nella Chiesa di San Lorenzo de’ Speziali in Miranda

San Lorenzo de’ Speziali in Miranda: presentazione della lettera agli Ebrei

Prossimi appuntamenti

12 aprile: Santa Prassede (l’Apocalisse)

17 maggio: Villa dei Quintili e l’Appia antica con 4 chilometri a piedi (le lettere pastorali a Timoteo e a Tito)

18-20 luglio (sotto i 25 anni) e 5-7 settembre: convegni di formazione estivi per catechisti ed aspiranti catechisti, presso il monastero di Fara Sabina

1/ Cronologia

-in Giuseppe Flavio 7 tentativi di rivolta contro i romani (di questi 3 sono raccontati anche in At: Giuda il Galileo che fonda i sicari, Teuda e un “egiziano” che si proclamano profeti-messia)

-66-74 d.C.: I guerra giudaica (il procuratore Gessio Floro, insultato, nel 66 fece saccheggiare parte della città e crocifisse molti “moderati”; gli zeloti prevalsero sui moderasti, uccisero il sommo sacerdote Anania e assalirono il Palazzo di Erode massacrando la guarnigione romana che si era arresa con la promessa di aver salva la vita; Vespasiano nel 69 fu acclamato imperatore e Tito, suo figlio e generale, prese nel 70 Gerusalemme, incendiandola con il Tempio, e nel 73 o 74 Masada)

-70 d.C.: caduta di Gerusalemme e distruzione del Tempio

-132-135 d.C.: II guerra giudaica (Adriano decide nel 130 d.C. di innalzare un Tempio a Giove Capitolino in Gerusalemme, per renderla città romana; il capo della rivolta è Simone, che rabbi Aqiba chiamerà Bar Kokhba, cioè “figlio della stella”, in riferimento a Nm24, 17, “una stella sorgerà da Giacobbe”; Adriano guidò la repressione e chiamò Gerusalemme Aelia Capitolina e la Giudea Palestina)

-con Adriano (117-138), il Rescritto a Minucio Fundano (in calce alla I Apologia di Giustino): è dell’accusatore e non dell’accusato l’onere della prova

-Antonino Pio (138-161): “Non innovare nulla contro i cristiani”

-martirio di papa Telesforo, processi a Tolomeo e Lucio (II apologia di Giustino)

-nel 141 Rescritto a Pacato su coloro che “introducevano nuove sette e religioni sconosciute alla ragione” (magia ed astrologia, certamente; anche il cristianesimo?)

-nel 155 martirio di Policarpo di Smirne che è esplicitamente ricercato (contro le norme di Traiano e Adriano)

-nel 157 Rescritto contro il koinon d’Asia (testo discusso) che rimprovera di provocare tumulti contro gli accusati di ateismo, di perdere la testa di fronte ai terremoti e di esercitare la ricerca d’ufficio dei cristiani

2/ Il Tempio nell’AT

cfr. Umberto Neri su http://www.gliscritti.it/

Esodo: costruzione della Dimora di Dio: Es33, 15 Se tu non camminerai con noi, non farci venire qui!

Davide: tu fai una casa a me?

Salomone: la tua presenza che i cieli dei cieli non possono contenere…

Distruzione del primo Tempio (587 a.C.)

Cristo: distruggete questo Tempio ed io o ricostruirò i tre giorno – parlava del Tempio del suo corpo

3/ Lettera agli Ebrei

-Vi salutano quelli dell’Italia (quelli dall’Italia), Eb 13,24

-molto probabilmente poco prima del 70 d.C.

-autore di scuola paolina (?), Luca, Barnaba, Clemente Romano, Apollo

-un’omelia, scritta a cristiani

-contesto liturgico

-tema: il sacerdozio di Cristo e la nostra fiducia, perché abbiamo in lui un mediatore, una via nuova e vivente, un sacerdote

4/ Schema della Lettera agli Ebrei (da Albert Vanhoye)

Esordio: Dio ci ha parlato (Eb1,1-4)

I Situazione di Cristo (Eb1,5-2,18)

II Cristo, sommo sacerdote degno di fiducia e misericordioso (Eb 3,1-5,10)

III Cristo, sommo sacerdote perfetto (Eb 5,11-10,39)

IV La fede e la pazienza (Eb 11,1-12,13)

V Cercate la pace e la santità (Eb12,14-13,19)

Augurio finale (Eb13,20-21)

Biglietto d’invio (Eb 13,22-25)

Esordio

11Dio, che aveva gia parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, 2in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo. 3Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati si è assiso alla destra della maestà nell’alto dei cieli, 4ed è diventato tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato.

-non molti cristianesimi, ma un solo cristianesimo

I Situazione di Cristo

-Cristo superiore agli angeli perché Figlio

15Infatti a quale degli angeli Dio ha mai detto:

Tu sei mio figlio; oggi ti ho generato?

E ancora:

Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio?

6E di nuovo, quando introduce il primogenito nel mondo, dice:

Lo adorino tutti gli angeli di Dio.

gli angeli, ritenuti i normali mediatori

qui gli angeli servitori di Cristo!

-Cristo superiore agli angeli perché fatto uomo

attraversa la sofferenza: Dio non solo ci da un compagno nella miseria, ma ci da uno che ci strappa dalla miseria

213Eccoci, io e i figli che Dio mi ha dato.

14Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anch’egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, 15e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita.

attraverso il modo in cui l’ha subita, ne fa uno strumento di salvezza

II Cristo, sommo sacerdote degno di fiducia e misericordioso (Eb 3,1-5,10)

-le due realtà insieme!

-Cristo sommo sacerdote perché degno di fede

35In verità Mosè fu degno di fede in tutta la sua casa come servitore, per rendere testimonianza di ciò che doveva essere annunziato più tardi; 6Cristo, invece, lo fu come figlio costituito sopra la sua propria casa. E la sua casa siamo noi

411Affrettiamoci dunque ad entrare in quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza.

12Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. 13Non v’è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto.

-Cristo sommo sacerdote perché misericordioso

414Poiché dunque abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù, Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede. 15Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. 16Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno.

5 1Ogni sommo sacerdote, preso fra gli uomini, viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati…

8pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì 9e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, 10essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchìsedek.

III Cristo, sommo sacerdote perfetto (Eb 5,11-10,39)

511Su questo argomento abbiamo molte cose da dire, difficili da spiegare perché siete diventati lenti a capire. 12Infatti, voi che dovreste essere ormai maestri per ragioni di tempo, avete di nuovo bisogno che qualcuno v’insegni i primi elementi degli oracoli di Dio e siete diventati bisognosi di latte e non di cibo solido. 13Ora, chi si nutre ancora di latte è ignaro della dottrina della giustizia, perché è ancora un bambino. 14Il nutrimento solido invece è per gli uomini fatti, quelli che hanno le facoltà esercitate a distinguere il buono dal cattivo.

61Perciò, lasciando da parte l’insegnamento iniziale su Cristo, passiamo a ciò che è più completo, senza gettare di nuovo le fondamenta della rinunzia alle opere morte e della fede in Dio, 2della dottrina dei battesimi, dell’imposizione delle mani, della risurrezione dei morti e del giudizio eterno. 3Questo noi intendiamo fare, se Dio lo permette.

619[Nella] speranza infatti noi abbiamo come un’àncora della nostra vita, sicura e salda, la quale penetra fin nell’interno del velo del santuario, 20dove Gesù è entrato per noi come precursore, essendo divenuto sommo sacerdote per sempre alla maniera di Melchìsedek.

-III.1: un sommo sacerdote di genere diverso

711 Se la perfezione fosse stata possibile per mezzo del sacerdozio levitico – sotto di esso il popolo ha ricevuto la legge – che bisogno c’era che sorgesse un altro sacerdote alla maniera di Melchìsedek, e non invece alla maniera di Aronne?

17Gli è resa infatti questa testimonianza:

Tu sei sacerdote in eterno alla maniera di Melchìsedek.

18Si ha così l’abrogazione di un ordinamento precedente a causa della sua debolezza e inutilità – 19la legge infatti non ha portato nulla alla perfezione – e si ha invece l’introduzione di una speranza migliore, grazie alla quale ci avviciniamo a Dio.

-qui non solo la continuità, ma soprattutto la discontinuità con l’AT

-III.2: un’offerta sacrificale ben differente

81Il punto capitale delle cose che stiamo dicendo è questo: noi abbiamo un sommo sacerdote così grande che si è assiso alla destra del trono della maestà nei cieli, 2ministro del santuario e della vera tenda che il Signore, e non un uomo, ha costruito.

86Ora invece Gesù ha ottenuto un ministero tanto più eccellente quanto migliore è l’alleanza di cui è mediatore, essendo questa fondata su migliori promesse. 7Se la prima infatti fosse stata perfetta, non sarebbe stato il caso di stabilirne un’altra. 8Dio infatti, biasimando il suo popolo, dice:

Ecco vengono giorni, dice il Signore,
quando io stipulerò con la casa d’Israele
e con la casa di Giuda
un’alleanza nuova;
9non come l’alleanza che feci con i loro padri,
nel giorno in cui li presi per mano
per farli uscire dalla terra d’Egitto;
poiché essi non son rimasti fedeli alla mia alleanza,
anch’io non ebbi più cura di loro, dice il Signore.
10E questa è l’alleanza che io stipulerò con la casa
d’Israele
dopo quei giorni, dice il Signore:
porrò le mie leggi nella loro mente
e le imprimerò nei loro cuori;
sarò il loro Dio
ed essi saranno il mio popolo.
11Né alcuno avrà più da istruire il suo concittadino,
né alcuno il proprio fratello, dicendo:
Conosci il Signore!
Tutti infatti mi conosceranno,
dal più piccolo al più grande di loro.
12Perché io perdonerò le loro iniquità
e non mi ricorderò più dei loro peccati.

13Dicendo però alleanza nuova, Dio ha dichiarato antiquata la prima; ora, ciò che diventa antico e invecchia, è prossimo a sparire.

91Certo, anche la prima alleanza aveva norme per il culto e un santuario terreno. 2Fu costruita infatti una Tenda: la prima, nella quale vi erano il candelabro, la tavola e i pani dell’offerta: essa veniva chiamata il Santo. 3Dietro il secondo velo poi c’era una Tenda, detta Santo dei Santi, con 4l’altare d’oro per i profumi e l’arca dell’alleanza tutta ricoperta d’oro, nella quale si trovavano un’urna d’oro contenente la manna, la verga di Aronne che aveva fiorito e le tavole dell’alleanza. 5E sopra l’arca stavano i cherubini della gloria, che facevano ombra al luogo dell’espiazione. Di tutte queste cose non è necessario ora parlare nei particolari.

6Disposte in tal modo le cose, nella prima Tenda entrano sempre i sacerdoti per celebrarvi il culto; 7nella seconda invece solamente il sommo sacerdote, una volta all’anno, e non senza portarvi del sangue, che egli offre per se stesso e per i peccati involontari del popolo.

9Essa infatti è una figura per il tempo attuale, offrendosi sotto di essa doni e sacrifici che non possono rendere perfetto, nella sua coscienza, l’offerente, 10trattandosi solo di cibi, di bevande e di varie abluzioni, tutte prescrizioni umane, valide fino al tempo in cui sarebbero state riformate.

911Cristo invece, venuto come sommo sacerdote di beni futuri, attraverso una Tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo, cioè non appartenente a questa creazione, 12non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna…

14quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalla opere morte, per servire il Dio vivente?

15Per questo egli è mediatore di una nuova alleanza, perché, essendo ormai intervenuta la sua morte per la redenzione delle colpe commesse…

24Cristo infatti non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore, 25e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui. 26In questo caso, infatti, avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo. Ora invece una volta sola, alla pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso.

-III.3: un’offerta perfettamente efficace

101Avendo infatti la legge solo un’ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose, non ha il potere di condurre alla perfezione, per mezzo di quei sacrifici che si offrono continuamente di anno in anno, coloro che si accostano a Dio. 2Altrimenti non si sarebbe forse cessato di offrirli, dal momento che i fedeli, purificati una volta per tutte, non avrebbero ormai più alcuna coscienza dei peccati? 3Invece per mezzo di quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati, 4poiché è impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri. 5Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:

Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,
un corpo invece mi hai preparato.
6Non hai gradito
né olocausti né sacrifici per il peccato.
7Allora ho detto: Ecco, io vengo
– poiché di me sta scritto nel rotolo del libro –
per fare, o Dio, la tua volontà.

1019Avendo dunque, fratelli, piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, 20per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne; 21avendo noi un sacerdote grande sopra la casa di Dio

IV La fede e la pazienza (Eb 11,1-12,13)

111La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono

39Eppure, tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa: 40Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi.

121Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, 2tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede.

127E’ per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non è corretto dal padre? 8Se siete senza correzione, mentre tutti ne hanno avuto la loro parte, siete bastardi, non figli! 9Del resto, noi abbiamo avuto come correttori i nostri padri secondo la carne e li abbiamo rispettati; non ci sottometteremo perciò molto di più al Padre degli spiriti, per avere la vita? 10Costoro infatti ci correggevano per pochi giorni, come sembrava loro; Dio invece lo fa per il nostro bene, allo scopo di renderci partecipi della sua santità. 11Certo, ogni correzione, sul momento, non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo però arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.

V Cercate la pace e la santità (Eb12,14-13,19)

1214Cercate la pace con tutti e la santificazione, senza la quale nessuno vedrà mai il Signore, 15vigilando che nessuno venga meno alla grazia di Dio.

131Perseverate nell’amore fraterno. 2Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo. 3Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che soffrono, essendo anche voi in un corpo mortale. 4Il matrimonio sia rispettato da tutti e il talamo sia senza macchia. I fornicatori e gli adùlteri saranno giudicati da Dio.

5La vostra condotta sia senza avarizia; accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: Non ti lascerò e non ti abbandonerò.

137Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede. 8Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! 9Non lasciatevi sviare da dottrine diverse e peregrine, perché è bene che il cuore venga rinsaldato dalla grazia, non da cibi che non hanno mai recato giovamento a coloro che ne usarono. 10Noi abbiamo un altare del quale non hanno alcun diritto di mangiare quelli che sono al servizio del Tabernacolo.

5/ Antologia di testi

Il sacrificio della croce: perché è gradito a Dio?

La Lettera agli Ebrei, che mette in rapporto la morte di Gesù in croce col rito e con la teologia della festa ebraica dell’espiazione, presentandocela come l’autentica festa della riconciliazione cosmica. La linea di pensiero sviluppata in questa lettera si potrebbe sintetizzare press’a poco così: ogni vittima offerta dalla umanità, ogni tentativo da essa intrapreso per propiziarsi Iddio tramite il culto rituale, di cui il mondo rigurgita, dovevano per forza restare pura e semplice opera umana priva di mordente, perché Iddio non cerca vitelli e capri o qualsiasi altra cosa gli venga offerta per via rituale. Si possono presentare a Dio, in ogni parte del mondo, intere ecatombi di animali; egli però non ne ha affatto bisogno, perché tutto gli appartiene lo stesso e quindi al Signore dell’universo non si dà un bel nulla, anche quando si brucia tutto ciò in suo onore: «Non ti sottraggo di casa il giovenco, né i capretti dagli ovili tuoi. Ché mia è ogni fiera della selva, gli animali sui monti a mille a mille. Mi è noto ogni volatile nell’alto, ciò che vive nei campi è in mia mano. Se avrò fame, a te non verrò a dirlo, ché mio è l’orbe e ciò che esso contiene. Mangio io forse la carne dei tori, ovvero bevo il sangue dei capretti? Offri a Dio la tua lode in sacrificio…» – così dice un’esortazione di Dio contenuta nell’Antico Testamento (Sal50[49],9-14). L’autore della Lettera agli Ebrei si pone proprio sulla linea spirituale di questo e di altri testi affini. Con decisione ancor più energica egli ribadisce l’inutilità del conato rituale. Dio non cerca vitelli e capri, bensì l’uomo; il libero assenso dell’amore è l’unico elemento che Dio deve attendersi, l’adorazione e il ‘sacrificio’ che soli siano suscettibili di avere un senso. L’assenso dato a Dio, con cui in pratica l’uomo si ridona al Signore, non si potrà mai sostituire e surrogare col sangue dei giovenchi e degli arieti. «E che cosa mai potrà dare l’uomo, quale prezzo, per il riscatto della sua anima» (Mc. 8,37)? La risposta non può suonare che così: egli non è in grado di dare proprio nulla che sia atto a controbilanciare la sua carenza.
Siccome però tutto il culto pre-cristiano poggia sull’idea della sostituzione, della rappresentanza, tentando di sostituire l’insostituibile, esso doveva per forza rimanere un conato inutile e vano. Alla luce della fede in Cristo, la Lettera agli Ebrei può osar tirare questo fallimentare bilancio della storia della religione, anche se solo il presentarlo, in un mondo saturo di offerte sacrificali, doveva apparire un crimine mostruoso. Essa ha il coraggio di affermare senza riserve questo completo fallimento delle religioni, perché sa come in Cristo l’idea della sostituzione, della supplenza, abbia acquisito un senso integralmente nuovo. Egli, che agli effetti della religione legale era un laico, non rivestiva alcun ufficio nel servizio cultuale d’Israele – dice il testo – era invece l’unico vero sacerdote del mondo. La sua morte che, vista sotto l’aspetto puramente interno alla storia, rappresentò un evento meramente profano – l’esecuzione capitale d’un uomo condannato come delinquente politico – fu invece l’unico atto liturgico della storia universale. Il suo supplizio è stato una liturgia cosmica, tramite la quale Gesù, non in quel settore limitato dell’azione liturgica che era il tempio, bensì al cospetto dell’intero mondo, attraversando l’atrio della morte è penetrato nell’autentico tempio, ossia alla presenza di Dio stesso, e per sacrificargli non delle cose, sangue di animali od altro, bensì addirittura se stesso (Ebr9,11 ss.).
Facciamo ben attenzione a questa fondamentale conversione di rotta, che costituisce il pensiero centrale della Lettera: ciò che visto con occhi terreni si presentava come un avvenimento meramente profano, è in realtà il vero culto dell’umanità, perché colui che ne fu il protagonista sbrecciò la staccionata chiusa della cerimonia liturgica, trasformando quest’ultima in una genuina realtà: donando e sacrificando se stesso. Egli strappò di mano agli uomini le offerte sacrificali, sostituendovi la sua personalità, il suo stesso ‘io’ donato in olocausto. Se tuttavia nel nostro testo si afferma ancora che Gesù ha operato la redenzione col suo sangue (Ebr 9,12), questo sangue non va inteso come un dono materiale, come un mezzo espiativo da misurarsi quantitativamente, bensì come la pura concretizzazione di quell’amore che ci vien additato come spinto sino all’estremo (Gv 13,1). Esso è l’espressione della totalità della sua dedizione e del suo servizio, l’implicita asserzione del fatto che egli offre né più né meno che se stesso. Il gesto dell’amore che tutto dona: questo e soltanto questo ha costituito, secondo la Lettera agli Ebrei, l’autentica redenzione del mondo; per cui, l’ora della croce rappresenta il giorno della redenzione cosmica, la vera e definitiva festa della Riconciliazione. Non esiste altro culto né altro Sacerdote all’infuori di quello che lo ha compiuto: Gesù Cristo.

Stando così le cose, l’essenza del culto cristiano non sta nell’offerta di cose, e nemmeno in una certa qual loro distruzione, come dal secolo XVI in poi si può leggere sempre più insistentemente scritto nei trattati teorici concernenti il sacrificio della messa, ove si afferma che proprio in questo modo bisogna riconoscere la suprema autorità di Dio sull’universo. Tutti gli sforzi fatti dal pensiero in questo senso sono ormai stati decisamente superati dall’avvento di Cristo, e dall’interpretazione che ce ne dà la Bibbia. Il culto cristiano si concretizza nell’assoluta dedizione dell’amore, quale poteva estrinsecarsi unicamente in colui, nel quale l’amore stesso di Dio si era fatto amore umano; e si esplica nella nuova forma di funzione vicaria inclusa in quest’amore: nel fatto che egli s’è incaricato di rappresentarci e noi ci lasciamo impersonare da lui. Esso comporta pure che noi ci decidiamo una buona volta ad accantonare i nostri conati di auto-giustificazione […]

Nel contemplare la croce, l’importante non sia il porre l’accento su una somma di sofferenze fisiche, quasi che il suo valore redentivo stesse nella più forte aliquota possibile di tormenti. Come potrebbe Iddio provare gioia per le pene sofferte da una sua creatura, o addirittura dal suo stesso Figlio, oppure – semmai fosse possibile – vedere in esse addirittura la valuta con la quale va da lui comprata la redenzione? La Bibbia e la fede cristiana rettamente intesa sono ben lontane dal nutrire un’idea del genere. Non è il dolore in quanto tale che conta, bensì la vastità dell’amore, che dilata l’esistenza al punto da riunire il lontano col vicino, da ricollegare l’uomo abbandonato dal Signore con Dio. Soltanto l’amore dà un senso e un indirizzo al dolore. Se così non fosse, i veri sacerdoti dinnanzi a all’ara della croce sarebbero stati i carnefici: proprio essi infatti, che hanno provocato il dolore, sarebbero stati i ministri che hanno immolato la vittima sacrificale. Siccome invece l’accento non cadeva sulla sofferenza, bensì sull’intimo centro propulsore che la regge e la sostanzia, essi non hanno affatto rivestito questa funzione; il vero e autentico Sacerdote è stato Gesù, che ha riunito nell’abbraccio del suo amore i due capi tranciati del mondo (Ef 2,13s.).
(da J.Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Queriniana, Brescia, 1979, pagg.227-238)

I Templi pagani e l’edificio liturgico nell’ebraismo e nel cristianesimo

Anche i più decisi avversari della sacralità – nel caso specifico del luogo sacro – ammettono che la comunità cristiana ha bisogno di un luogo dove riunirsi e definiscono a partire da qui la funzione dell’edificio chiesa in senso non sacrale, ma rigorosamente funzionale: esso rende possibile l’incontro liturgico. Questa è indiscutibilmente una funzione essenziale dell’edificio chiesa, grazie alla quale esso differisce dalla forma classica del tempio nella maggior parte delle religioni. Il rito di espiazione nel Santo dei Santi dell’antica Alleanza è celebrato solamente dal sommo sacerdote; nessuno al di fuori di lui può accedervi e lui stesso può farlo solo una volta all’anno. Similmente, anche i templi di tutte le altre religioni non sono di solito luoghi di riunione degli oranti, ma spazi cultuali riservati alla divinità. Il fatto che l’edificio cristiano venga ben presto denominato domus ecclesiae (casa della «Chiesa», dell’assemblea del popolo di Dio) e che poi il termine ecclesia (assemblea, chiesa) venga usato per definire in forma abbreviata non solo la comunità vivente ma anche la casa che la ospita, manifesta un’altra concezione: il «culto» lo celebra Cristo stesso nel suo stare davanti al Padre, è Lui il culto dei suoi nel momento in cui essi si radunano con Lui e intorno a Lui. Questa differenza essenziale tra lo spazio della liturgia cristiana e i «templi» non può tuttavia essere spinta sino a una falsa contrapposizione, in cui viene interrotta la continuità interna della storia religiosa dell’umanità, che non appare mai annullata nell’Antico come nel Nuovo Testamento, malgrado tutte le differenze esistenti.
Rispetto alla forma… della sinagoga, dall’essenza della fede cristiana derivano tre innovazioni che costituiscono il tratto propriamente nuovo e specifico della liturgia cristiana.

In primo luogo non si guarda più a Gerusalemme, il tempio distrutto non è più considerato il luogo della presenza terrena di Dio. Il tempio di pietra non esprime più la speranza dei cristiani; il suo velo è squarciato per sempre. Ora si guarda a oriente, al sole che sorge. Non si tratta di un culto solare, ma è il cosmo che parla di Cristo. In riferimento a Lui viene ora interpretato l’inno solare del salmo 19 (18), dove si dice: «egli [il sole] è come uno sposo che esce dal suo talamo [ …]. Dall’estremità dei cieli è la sua levata, ai loro confini è il suo ritorno» (vv. 6s). Questo salmo passa direttamente dalla celebrazione della creazione alla lode della legge. Ciò viene ora inteso a partire da Cristo, che è la vera parola, il Logos eterno e, dunque, la vera luce della storia, che è sorto a Betlemme dalla camera nuziale della Vergine Madre e che ora illumina il mondo intero. L’oriente sostituisce come simbolo il tempio di Gerusalemme, Cristo – rappresentato nel sole – è il luogo della Shekhinà, il vero trono del Dio vivente; nell’incarnazione la natura umana è divenuta veramente il trono di Dio, che è così legato per sempre alla terra e accessibile alla nostra preghiera. La preghiera verso oriente fu considerata nella Chiesa antica una tradizione apostolica. Benché non si possa datare con certezza l’inizio di questo cambiamento di orientamento, dalla direzione del tempio all’oriente, è comunque certo che esso risale a un’epoca remotissima e che è sempre stato considerato un tratto caratteristico della liturgia cristiana (anche nella preghiera privata). A questo «orientamento» (oriens=est, oriente; orientamento significa quindi «indirizzare verso est») della preghiera cristiana sono associati diversi significati. Orientamento è anzitutto semplice espressione dello sguardo rivolto a Cristo come luogo di incontro tra Dio e l’uomo. Esso esprime la forma cristologica fondamentale della nostra preghiera. Il fatto però che si veda Cristo simboleggiato nel sole che sorge rinvia anche a una cristologia escatologicamente determinata. Il sole simboleggia il Signore che tornerà, l’ultima alba della storia. Pregare rivolti a oriente significa andare incontro a Cristo che viene. La liturgia rivolta a oriente opera, allo stesso tempo, l’ingresso nel corso della storia che muove verso il suo futuro, verso il nuovo cielo e la nuova terra che in Cristo ci vengono incontro. Essa è preghiera della speranza, è il pregare camminando nella direzione che ci indicano la vita di Cristo, la sua passione e la sua resurrezione. Proprio per questo, ben presto, in diverse parti della cristianità la direzione dell’oriente venne indicata dalla croce. Lo si può desumere anche da un parallelo tra Ap1,7 e Mt24,30. Nell’Apocalisse di Giovanni si legge: «Ecco: viene tra le nubi; tutti gli uomini lo contempleranno, anche quelli che l’hanno trafitto; e si batteranno per lui il petto tutte le tribù della terra. Sì, amen!». L’autore dell’Apocalisse si richiama qui a Gv19,37, dove, alla fine della scena della crocifissione, viene citato il misterioso detto profetico di Zc12,10: «Guarderanno a colui che hanno trafitto», che ora acquista d’un tratto un significato concreto. Infine, in Mt24,30 vengono riportate queste parole del Signore: «Allora [alla fine dei giorni] apparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra [Zc 12,10] e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo [Dn 7,13] con grande potenza e splendore». Il segno del Figlio dell’uomo, di Colui che è stato trafitto, è la croce, che diviene ora il segno della vittoria del Risorto. In tal modo il simbolismo della croce e quello dell’oriente si intrecciano; ambedue sono espressione della stessa e unica fede, in cui la memoria della Pasqua di Gesù si fa presenza e le conferisce la dinamica della speranza che va incontro a Colui che viene. Infine, questo volgersi a oriente significa anche che il cosmo e la storia della salvezza sono tra loro collegati. Il cosmo entra in questa preghiera, anch’esso attende la liberazione. Proprio questa dimensione cosmica è un elemento essenziale della liturgia cristiana. Essa non si compie mai solo nel mondo che l’uomo si è fatto da sé. Essa è sempre liturgia cosmica – il tema della creazione è parte integrante della preghiera cristiana. Essa perde la sua grandezza se dimentica questo stretto rapporto…

La seconda novità rispetto alla sinagoga consiste nel fatto che compare un elemento completamente nuovo, che nella sinagoga non poteva esserci: alla parete orientale, ovvero nell’abside, c’è ora l’altare, su cui viene ora celebrato il sacrificio eucaristico. Come abbiamo visto, l’eucaristia è un entrare nella liturgia celeste, un divenire contemporanei all’atto di adorazione di Gesù Cristo in cui egli, mediante il suo corpo, assume in sé il tempo del mondo e contemporaneamente lo innalza al di sopra del tempo stesso portandolo fino alla comunione dell’eterno amore. Per questo l’altare significa un ingresso dell’oriente nella comunità radunata e un’uscita della comunità dal carcere di questo mondo attraverso il velo ora aperto; significa, inoltre, partecipazione alla Pasqua, al «passaggio» dal mondo a Dio che Cristo ci ha aperto. È chiaro che l’altare nell’abside guarda verso l’ «Oriente» e ne è al tempo stesso parte. Se nella sinagoga, al di là dell’arca santa, dello scrigno della parola, si era guardato verso Gerusalemme, ora con l’altare si è posto un nuovo baricentro: in esso – lo ripetiamo – torna a essere presente ciò che prima era significato dal tempio. Esso serve anzi alla nostra contemporaneità con il sacrificio del Logos. Trattiene così il cielo nella comunità radunata o, piuttosto, la porta al di sopra di sé nella comunione dei santi di ogni luogo e di ogni tempo. Potremmo anche affermare che l’altare è, per così dire, il luogo del cielo squarciato; esso non chiude lo spazio ecclesiale, ma lo apre alla liturgia eterna. Avremo modo in seguito di parlare delle conseguenze pratiche di questo significato dell’altare cristiano, dal momento che la questione della giusta collocazione dell’altare sta al centro delle polemiche postconciliari…

Il terzo elemento che va notato… è che l’arca della Scrittura viene conservata e mantiene la sua collocazione nell’edificio ecclesiastico, ma anche qui con una novità sostanziale. Alla Torà si aggiungono i Vangeli, che soli possono svelare il senso della Torà: «Di me ha scritto Mosè», dice Cristo (Gv5,46). Lo scrigno della parola, l’«arca dell’alleanza», diventa ora il trono dell’Evangelo, che certo non abolisce le «Scritture», non le mette da parte, ma le spiega, così che esse formano ora anche le «Scritture» dei cristiani, e senza di loro il Vangelo sarebbe senza fondamento. Viene mantenuta l’usanza sinagogale di coprire lo scrigno con un velo per esprimere la santità della parola. Ne deriva del tutto spontaneamente che anche il nuovo, il secondo luogo santo, l’altare, viene avvolto con un velo, da cui nella Chiesa orientale si è sviluppata l’iconostasi. La duplicità dei luoghi santi ebbe una conseguenza importante per la prassi liturgica: nella liturgia della parola la comunità era radunata intorno allo scrigno dei libri sacri, ovverosia intorno alla cattedra ad esso associata e che da cattedra di Mosè divenne cattedra episcopale. Come il rabbino non parlava per sua autorità, così ora il vescovo spiega la Bibbia in nome e per conto di Cristo, per cui essa da parola scritta e passata torna a essere ciò che è: discorso presente che Dio rivolge a noi. A conclusione della liturgia della parola, durante la quale i fedeli si raccolgono attorno al seggio episcopale, tutti i presenti con il vescovo si spostano attorno all’altare, dove si ode l’appello: conversi ad Dominum – volgetevi al Signore, vale a dire: guardate ora, insieme con il vescovo, verso oriente, nel senso dell’affermazione della lettera agli Ebrei: «avendo lo sguardo fisso su Gesù, autore e consumatore della fede» (12,2). La liturgia eucaristica si compie tenendo lo sguardo su Gesù, è sguardo rivolto a Lui. La liturgia ha dunque nella struttura della chiesa cristiana primitiva due luoghi. Il primo è quello della liturgia della parola, al centro dello spazio, nel quale i fedeli sono radunati attorno al bema, una sorta di tribuna su cui si trovavano il trono dell’Evangelo, il seggio episcopale e il leggio. La liturgia eucaristica vera e propria ha il suo luogo nell’abside, presso l’altare, che i fedeli circondano, rivolti tutti, con il celebrante, verso oriente, al Signore che viene.

Bisogna, infine, accennare a un’ultima differenza tra la sinagoga e le chiese delle origini: in Israele solo la presenza degli uomini era considerata fondamentale per la celebrazione del culto. Solo a loro si riferiva il sacerdozio universale descritto in Esodo19. Nella sinagoga le donne potevano quindi trovar posto solo sulle tribune o nelle logge. Nella Chiesa di Cristo, già a partire dagli apostoli, da Gesù stesso, non esisteva tale distinzione. Anche se alle donne non veniva affidato il servizio pubblico della parola, esse erano comunque pienamente coinvolte nella celebrazione liturgica, esattamente come gli uomini. Per questo esse – sia pur separate dagli uomini – trovavano posto nello spazio sacro, attorno al bema come attorno all’altare.
(da Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2001, pagg.59-70)

Il cristianesimo non abolisce il sacerdozio, ma lo comprende in modo nuovo

Il punto centrale di tali scelte era una lettura della Bibbia basata sulla contrapposizione dialettica di legge e promessa, sacerdote e profeta, culto e promessa. Le categorie reciprocamente correlate di legge-sacerdote-culto furono considerate come l’aspetto negativo della storia della salvezza: la legge porterebbe l’uomo all’autogiustificazione; il culto risulterebbe dall’errore che, ponendo l’uomo in una sorta di rapporto di parità con Dio, gli consentirebbe di stabilire, mediante la corresponsione di determinate offerte, un rapporto giuridico tra sé e Dio; il sacerdozio è allora per così dire l’espressione istituzionale e lo strumento stabile di questo scambievole rapporto con la Divinità. L’essenza del vangelo, come apparirebbe in modo assai chiaro soprattutto nelle grandi lettere di san Paolo, sarebbe perciò il superamento di questo apparato di distruttiva autogiustificazione dell’uomo: il nuovo rapporto con Dio poggia totalmente su promessa e grazia; esso si esprime nella figura del profeta, che di conseguenza viene costruita in stretta opposizione a culto e sacerdozio. Il cattolicesimo appariva a Lutero come la sacrilega restaurazione di culto, sacrificio, sacerdozio e legge e dunque come la negazione della grazia, come il distacco dal vangelo, come un regresso da Cristo a Mosè…Il paradosso della missione di Gesù trova probabilmente la sua espressione più chiara nella formula giovannea interpretata in maniera così profonda da Agostino: “Mea doctrina non est mea…” (7,16). Gesù non ha nulla di proprio per sé, oltre al Padre. Nella sua dottrina è egli stesso in gioco, e perciò dice che perfino ciò che ha di più proprio – il suo io – non gli appartiene affatto. Il suo è il non-suo; non c’è nulla oltre il Padre, tutto è interamente da lui e per lui.

Il parallelismo tra la forma di missione di Gesù e quella degli apostoli viene poi sviluppato in modo particolarmente chiaro nel quarto vangelo: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi” (13,20; 17,18; 21,21). La portata di questa affermazione diviene evidente solo se richiamiamo alla mente quello che poc’anzi abbiamo detto sulla struttura della missione di Gesù, vale a dire sul fatto che tutta la sua missione è relazione. Di qui comprendiamo l’importanza del seguente parallelismo:
“Il Figlio da sé non può fare nulla” (Gv 5,19.30);
“Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5).
Questo “nulla” che i discepoli condividono con Gesù esprime in pari tempo forza e debolezza del ministero apostolico. Da sé, con le sole forze della ragione, della conoscenza e della volontà essi non possono fare nulla di ciò che in quanto apostoli sono tenuti a fare. Come potrebbero dire: “Ti rimetto i tuoi peccati”? Come potrebbero dire: “Questo è il mio corpo”? Come potrebbero imporre le mani e dire: “Ricevi lo Spirito Santo”? Nulla di quanto è costitutivo dell’azione apostolica è prodotto della capacità personale. Ma proprio in questa totale assenza di proprietà è fondata la loro comunione con Gesù, il quale, a sua volta, è interamente dal Padre, solo per lui e in lui, e non sussisterebbe affatto, se non fosse un permanente derivare e riconsegnarsi al Padre. Il “nulla” per quanto attiene al proprio li coinvolge nella comunione di missione con Cristo. Questo servizio nel quale noi siamo interamente dati all’altro, questo dare ciò che non proviene da noi, nel linguaggio della Chiesa si chiama sacramento. Quando definiamo l’ordinazione sacerdotale un sacramento intendiamo precisamente questo: qui non vengono ostentate le proprie forze e capacità; qui non viene insediato un funzionario particolarmente abile, che trova l’impiego di suo gusto o semplicemente perché ci può guadagnare il pane; non si tratta di un lavoro con il quale, grazie alle proprie competenze, ci si assicura il sostentamento, per poi progredire nella carriera. Sacramento vuol dire: io do ciò che io stesso non posso dare; faccio qualcosa che non dipende da me; sono in una missione e sono divenuto portatore di ciò che l’altro mi ha trasmesso. Perciò nessuno può dichiararsi prete da sé; così come nessuna comunità può chiamare qualcuno di sua propria iniziativa a questo compito. Solo dal sacramento si può ricevere ciò che è di Dio, entrando nella missione che mi fa messaggero e strumento dell’altro.

Questo legame al Signore, per cui a un uomo è dato di fare ciò che non lui stesso, ma solo il Signore può fare, equivale alla struttura sacramentale. In questo senso la qualificazione sacramentale del nuovo stile di missione derivante da Cristo risale fino al nucleo centrale del messaggio biblico, vi appartiene. Al tempo stesso è divenuto evidente che qui si tratta di un ufficio totalmente nuovo, che non può essere derivato dall’Antico Testamento, ma è spiegabile unicamente sul piano cristologico. Il ministero sacramentale della Chiesa non fa che esprimere la novità di Gesù Cristo e mantenerla attuale nel corso della storia.
(da Joseph Ratzinger, Natura del sacerdozio, in La Chiesa. Una comunità sempre in cammino, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo, 1991, pagg.75-93)

Fede e religione

Karl Barth ha operato una distinzione nel cristianesimo tra religione e fede. Ha avuto torto a voler separare del tutto queste due realtà, considerando positivamente la fede e negativamente la religione. La fede senza la religione è irreale, essa implica la religione, e la fede cristiana deve, per sua natura, vivere come religione. Ma ha avuto ragione ad affermare che anche fra i cristiani la religione può corrompersi e trasformarsi in superstizione, ad affermare, cioè, che la religione concreta, in cui la fede viene vissuta, deve essere continuamente purificata a partire dalla verità che si manifesta nella fede e che, d’altra parte, nel dialogo fa nuovamente riconoscere il proprio mistero e la propria infinitezza.
(da J.Ratzinger, Il dialogo delle religioni ed il rapporto tra ebrei e cristiani, in La Chiesa, Israele e le religioni del mondo, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2000, pagg.72-73)