Antologia di testi per la presentazione della figura di san Pietro apostolo nella basilica di San Pietro in Vincoli

  SAN PIETRO APOSTOLO: INCONTRO NELLA BASILICA DI SAN PIETRO IN VINCOLI

Appuntamenti e testi on-line

-Sono disponibili su http://www.ucroma.it/ (il nuovo indirizzo del sito dell’Ufficio catechistico) le trascrizioni dei primi due incontri nella sezione Corso sulla storia della Chiesa di Roma.

-Venerdì 18 gennaio, alle ore 19.00, incontro dei catechisti dei gruppi cresima presso il Seminario Maggiore, per la presentazione delle schede sul Simbolo di fede, in preparazione alla festa dei cresimandi. Sarà offerta la cena a base di pizza. Sarà presentato anche la tre giorni estiva di formazione dei catechisti e degli aspiranti catechisti sotto i 25 anni.

-Sabato 26 gennaio, in Vicariato, alle 9.30, II convegno diocesano dei catechisti sul tema: Il Simbolo della fede nella teologia, nella storia e nell’arte (con la partecipazione di don Roberto Mastacchi).

-Giovedì 28 febbraio, alle ore 21.00, mons.Marco Frisina presenta la Divina Commedia ai catechisti della diocesi di Roma (presso la parrocchia di San Gabriele a via Cortina d’Ampezzo)

Il luogo ai tempi del Nuovo Testamento

piantina da F.Coarelli, Roma, Milano, Mondadori, 1994, p.216

Cronologia

-gli imperatori della dinastia giulio-claudia

Ottaviano Augusto (29 a.C.-14 d.C.)

Tiberio (14-37 d.C.)

Caligola (37-41 d.C.)

Claudio (41-54 d.C.)

Nerone (54-68 d.C.)

-gli eventi cristiani in Roma

1/ 49 d.C. Claudio caccia i giudei da Roma, impulsore Chresto

2/ invio della lettera ai Romani fra il 57 ed il 58 d.C.

3/ finale degli Atti (At28): Paolo e l’autore degli Atti (Luca) arrivano a Roma tra il 59 ed il 60 d.C.

4/ prima persecuzione dei cristiani ad opera dell’imperatore: Nerone a Roma nel 64 d.C. uccide i protomartiri (primi martiri) romani insieme a Pietro e Paolo (?)

5/ nell’anno 70 i romani prendono Gerusalemme (Mc prima di questa data)

L’itinerario tematico che stiamo seguendo

1/ Atti: la chiesa è madre

2/ Romani: il mistero dell’uomo ed il primato di Dio

3/ Marco: per conoscere Dio dobbiamo guardare al Cristo, per capire il Cristo dobbiamo guardare al Padre

4/ 1 e 2 Pt: il dono, la responsabilità personale e la testimonianza: battesimo e ministero petrino

N.B. per un frutto duraturo, il consiglio più importante è la lettura personale di questi libri del Nuovo Testamento

Testi per l’approfondimento e la lettura personale

Tacito, Annali, 15, 44, 2-5

Tuttavia, né per umani sforzi, né per elargizioni del principe, né per cerimonie propiziatrici dei numi, perdeva credito l’infamante accusa per cui si credeva che l’incendio fosse stato comandato. Perciò, per tagliar corto alle pubbliche voci, Nerone inventò i colpevoli, e sottopose a raffinatissime pene quelli che il popolo chiamava crestiani e che venivano invisi per le loro nefandezze. Il loro nome veniva da Cristo, che sotto il regno di Tiberio era stato condotto al supplizio per ordine del procuratore Ponzio Pilato. Momentaneamente sopita, questa perniciosa superstizione proruppe di nuovo non solo in Giudea, luogo di origine di quel flagello, ma anche in Roma, dove tutto ciò che è vergognoso ed abominevole viene a confluire e trova la sua consacrazione. Per primi furono arrestati coloro che facevano aperta confessione di tale credenza, poi, su denuncia di questi, ne fu arrestata una gran moltitudine non tanto perché accusati di aver provocato l’incendio, ma perché si ritenevano accesi d’odio contro il genere umano. Quelli che andavano a morire erano anche esposti alle beffe: coperti di pelli ferine, morivano dilaniati dai cani, oppure erano crocifissi, o arsi vivi a mo’ di torce che servivano ad illuminare le tenebre quando il sole era tramontato. Nerone aveva offerto i suoi giardini per godere di tale spettacolo, mentre egli bandiva i giochi nel circo ed in veste di auriga si mescolava al popolo, o stava ritto sul cocchio. Perciò, per quanto quei supplizi fossero contro gente colpevole e che meritava tali originali tormenti, pure si generava verso di loro un senso di pietà, perché erano sacrificati non al comune vantaggio, ma alla crudeltà di un principe.

Gv 21, 18-19

“In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio stenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”.

Mt 16, 13-20

Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”. Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Voi chi dite che io sia?”. Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne, né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.

Da J.Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano, 2007, p. 338

Tutte queste opinioni [Gesù era Giovanni il Battista, oppure Elia, oppure uno dei profeti] non sono semplicemente sbagliate; significano accostamenti più o meno vicini al mistero di Gesù, a partire dai quali è senz’altro possibile la via verso il nucleo essenziale. Non raggiungono tuttavia la vera natura di Gesù, la sua novità. Lo interpretano a partire dal passato e da quanto generalmente accade ed è possibile, non a partire da se stesso, non nella sua unicità, che non è inseribile in nessun’altra categoria.

Da J.Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano, 2007, p. 339

Oggi è invalsa l’abitudine di considerare Gesù uno dei grandi fondatori di religioni del mondo, ai quali fu donata una profonda esperienza di Dio. Essi possono così parlare di Dio agli altri uomini, a cui questa «disposizione religiosa» è stata negata, e coinvolgerli, per così dire, nella loro esperienza di Dio. In questa concezione resta tuttavia il fatto che si tratta, appunto, di un’esperienza umana di Dio, che rispecchia la realtà infinita di Dio nella dimensione finita e limitata di una mente umana e che pertanto è sempre e solo una traduzione parziale del divino, determinata anche dal contesto spazio-temporale. La parola «esperienza» rimanda così, da una parte, a un contatto reale con il divino ma, dall’altra, allude anche al limite del soggetto ricevente. Ciascun soggetto umano può afferrare soltanto un determinato frammento della realtà percepibile, un frammento che, per giunta, richiede ancora di essere interpretato. Con questa opinione uno può senz’altro amare Gesù, anzi può sceglierlo come guida della propria vita. Ma l’«esperienza di Dio» vissuta da Gesù, a cui in questo modo ci si aggrappa, resta in fondo relativa e da completare con i frammenti percepiti da altri grandi. Alla fine, dunque, il criterio rimane l’uomo stesso, il singolo soggetto: il singolo decide che cosa accettare delle varie «esperienze», che cosa lo aiuta o gli è estraneo. Non vi è in questo un impegno definitivo.

Da J.Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano, 2007, p. 350

Innanzitutto, occorre dire che il tentativo di ricostruire storicamente le parole originarie di Pietro e di attribuire tutto il resto a sviluppi successivi, magari alla fede post-pasquale, induce in errore. Da dove poteva essere scaturita la fede post-pasquale se il Gesù pre-pasquale non ne aveva fornito alcun fondamento? Con tali ricostruzioni la scienza pretende troppo.

Proprio il processo contro Gesù dinanzi al Sinedrio mostra qual era il vero scandalo nei suoi confronti: non un messianismo politico – quello era presente in Barabba e poi di nuovo in Bar-Kochba. Entrambi trovarono un seguito, ed entrambi i movimenti vennero soffocati dai romani. Ciò che in Gesù dava scandalo era proprio ciò che abbiamo già visto nel dialogo del rabbino Neusner col Gesù del Discorso della montagna: il fatto che Egli sembrava mettersi sullo stesso piano del Dio vivente. Era questo l’elemento che la fede rigidamente monoteistica degli ebrei non riusciva ad accettare; era questo l’elemento che persino Gesù stesso poteva preparare solo lentamente e gradualmente. Era questo anche l’elemento che – ferma restando la continuità ininterrotta con la fede nell’unicità di Dio – pervadeva l’intero suo messaggio e ne costituiva l’aspetto nuovo, particolare e distintivo. Il fatto che il processo dinanzi ai romani sia stato trasformato in un processo contro un messianismo politico corrispondeva al pragmatismo dei sadducei. Ma anche lo stesso Pilato intuì che in realtà si trattava di qualcosa di molto diverso – che cioè un «re» politicamente davvero promettente non gli sarebbe mai stato consegnato per la condanna.

Da J.Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano, 2007, p. 344

Questo incarico particolare di Pietro non compare soltanto in Matteo, bensì – in modo differente, ma analogo nella sostanza – anche in Luca e Giovanni e persino nello stesso Paolo. Proprio nell’appassionata apologia della Lettera ai Galati Paolo presuppone con molta chiarezza l’incarico particolare di Pietro; questo primato è documentato davvero mediante l’intera ampiezza della tradizione in tutti i suoi più diversi filoni. Ricondurlo soltanto a un’apparizione pasquale personale e, di conseguenza, metterlo in perfetto parallelo con la missione di Paolo è, in base ai dati neotestamentari, assolutamente impossibile.

BJ 16, 18+

Né la parola greca petros, e nemmeno, sembra, il suo corrispondente aramaico kefa (“roccia”) erano usati come nomi di persona prima che Gesù avesse chiamato così il capo degli apostoli per simboleggiare il suo compito nella fondazione della chiesa.

cfr. anche il passaggio dall’aramaico al greco: un nome di persona non si traduce!

Mc 9, 33

Rimproverò Pietro e gli disse: “Dietro di me [N.d.R. non “lungi da me”] da me Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”

Mt 26, 34

In verità ti dico. questa notte stessa, prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte”.

Lc 22, 32

“E tu una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”.

Da W.Trilling, Commento al vangelo di Matteo, Città Nuova

Le espressioni “legare e sciogliere” derivano dal linguaggio rabbinico, e significano che uno ha l’autorità di dichiarare giusta o falsa una dottrina. Un secondo significato riguarda l’autorità di escludere qualcuno dalla comunità… o di accoglierlo in essa.

1 Pt

Pietro… ai fedeli dispersi… eletti… ricolmi di gioia anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove… Voi lo amate pur senza averlo visto ed ora senza vederlo credete il lui.

Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo…

La vostra condotta fra i pagani sia irreprensibile, perché mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere giungano a glorificare Dio nel giorno del giudizio… State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore… pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi…

Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio di persecuzioni che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi… resistetegli saldi nella fede, sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi… Vi salutano la comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia; e anche Marco, mio figlio.

2 Pt

Nessuna scrittura profetica va soggetta a privata interpretazione, poiché non da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi dallo Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio… davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo. Il Signore non ritarda nell’adempiere la sua promessa, come certuni credono, ma usa pazienza verso tutti , non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi.

Il Mosè di Michelangelo

Es 14, 31 Il popolo credette nel Signore e nel suo servo Mosè.

I sette fratelli maccabei, martiri con la loro madre

2 Mac 7 La madre: “Non so come siate apparsi nel mio seno; non io vi ho dato lo spirito e la vita… Dio ha creato non da cose preesistenti”.

Dall’omelia di Benedetto XVI per l’insediamento sulla cathedra romana, Basilica di San Giovanni in Laterano, 7 maggio 2005

Dalle letture della liturgia odierna impariamo […] qualcosa in più sulla concretezza con cui il Signore realizza questo Suo essere vicino a noi. Il Signore promette ai discepoli il Suo Spirito Santo. La prima lettura ci dice che lo Spirito Santo sarà “forza” per i discepoli; il Vangelo aggiunge che sarà guida alla Verità tutt’intera. Gesù ha detto tutto ai Suoi discepoli, essendo Egli stesso la Parola vivente di Dio, e Dio non può dare più di sé stesso. In Gesù, Dio ci ha donato tutto sé stesso – cioè – ci ha donato tutto. Oltre a questo, o accanto a questo, non può esserci nessun’altra rivelazione in grado di comunicare maggiormente o di completare, in qualche modo, la Rivelazione di Cristo. In Lui, nel Figlio, ci è stato detto tutto, ci è stato donato tutto. Ma la nostra capacità di comprendere è limitata; perciò la missione dello Spirito è di introdurre la Chiesa in modo sempre nuovo, di generazione in generazione, nella grandezza del mistero di Cristo. Lo Spirito non pone nulla di diverso e di nuovo accanto a Cristo; non c’è nessuna rivelazione pneumatica accanto a quella di Cristo – come alcuni credono – nessun secondo livello di Rivelazione. No: “prenderà del mio”, dice Cristo nel Vangelo (Gv 16, 14). E come Cristo dice soltanto ciò che sente e riceve dal Padre, così lo Spirito Santo è interprete di Cristo. “Prenderà del mio”. Non ci conduce in altri luoghi, lontani da Cristo, ma ci conduce sempre più dentro la luce di Cristo. Per questo, la Rivelazione cristiana è, allo stesso tempo, sempre antica e sempre nuova. Per questo, tutto ci è sempre e già donato. Allo stesso tempo, ogni generazione, nell’inesauribile incontro col Signore – incontro mediato dallo Spirito Santo – impara sempre qualcosa di nuovo.

Così, lo Spirito Santo è la forza attraverso la quale Cristo ci fa sperimentare la sua vicinanza. Ma la prima lettura dice anche una seconda parola: mi sarete testimoni. Il Cristo risorto ha bisogno di testimoni che Lo hanno incontrato, di uomini che Lo hanno conosciuto intimamente attraverso la forza dello Spirito Santo. Uomini che avendo, per così dire, toccato con mano, possono testimoniarLo. È così che la Chiesa, la famiglia di Cristo, è cresciuta da “Gerusalemme… fino agli estremi confini della terra”, come dice la lettura. Attraverso i testimoni è stata costruita la Chiesa – a cominciare da Pietro e da Paolo, e dai Dodici, fino a tutti gli uomini e le donne che, ricolmi di Cristo, nel corso dei secoli hanno riacceso e riaccenderanno in modo sempre nuovo la fiamma della fede. Ogni cristiano, a suo modo, può e deve essere testimone del Signore risorto. Quando leggiamo i nomi dei santi possiamo vedere quante volte siano stati – e continuino ad essere – anzitutto degli uomini semplici, uomini da cui emanava – ed emana – una luce splendente capace di condurre a Cristo.

Ma questa sinfonia di testimonianze è dotata anche di una struttura ben definita: ai successori degli Apostoli, e cioè ai Vescovi, spetta la pubblica responsabilità di far sì che la rete di queste testimonianze permanga nel tempo. Nel sacramento dell’ordinazione episcopale vengono loro conferite la potestà e la grazia necessarie per questo servizio. In questa rete di testimoni, al Successore di Pietro compete uno speciale compito. Fu Pietro che espresse per primo, a nome degli apostoli, la professione di fede: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16, 16). Questo è il compito di tutti i Successori di Pietro: essere la guida nella professione di fede in Cristo, il Figlio del Dio vivente. La Cattedra di Roma è anzitutto Cattedra di questo credo. Dall’alto di questa Cattedra il Vescovo di Roma è tenuto costantemente a ripetere: Dominus Iesus – “Gesù è il Signore”, come Paolo scrisse nelle sue lettere ai Romani (10, 9) e ai Corinzi (1 Cor 12, 3). Ai Corinzi, con particolare enfasi, disse: “Anche se vi sono cosiddetti dèi sia nel cielo sia sulla terra… per noi c’è un solo Dio, il Padre…; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui” (1 Cor 8, 5). La Cattedra di Pietro obbliga coloro che ne sono i titolari a dire – come già fece Pietro in un momento di crisi dei discepoli – quando tanti volevano andarsene: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6, 68ss). Colui che siede sulla Cattedra di Pietro deve ricordare le parole che il Signore disse a Simon Pietro nell’ora dell’Ultima Cena: “….e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli….” (Lc 22, 32). Colui che è il titolare del ministero petrino deve avere la consapevolezza di essere un uomo fragile e debole – come sono fragili e deboli le sue proprie forze – costantemente bisognoso di purificazione e di conversione. Ma egli può anche avere la consapevolezza che dal Signore gli viene la forza per confermare i suoi fratelli nella fede e tenerli uniti nella confessione del Cristo crocifisso e risorto. Nella prima lettera di san Paolo ai Corinzi, troviamo il più antico racconto della risurrezione che abbiamo. Paolo lo ha fedelmente ripreso dai testimoni. Tale racconto dapprima parla della morte del Signore per i nostri peccati, della sua sepoltura, della sua risurrezione, avvenuta il terzo giorno, e poi dice: “Cristo apparve a Cefa e quindi ai Dodici…” (1 Cor 15, 4), Così, ancora una volta, viene riassunto il significato del mandato conferito a Pietro fino alla fine dei tempi: essere testimone del Cristo risorto.

Il Vescovo di Roma siede sulla sua Cattedra per dare testimonianza di Cristo. Così la Cattedra è il simbolo della potestas docendi, quella potestà di insegnamento che è parte essenziale del mandato di legare e di sciogliere conferito dal Signore a Pietro e, dopo di lui, ai Dodici. Nella Chiesa, la Sacra Scrittura, la cui comprensione cresce sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, e il ministero dell’interpretazione autentica, conferito agli apostoli, appartengono l’una all’altro in modo indissolubile. Dove la Sacra Scrittura viene staccata dalla voce vivente della Chiesa, cade in preda alle dispute degli esperti. Certamente, tutto ciò che essi hanno da dirci è importante e prezioso; il lavoro dei sapienti ci è di notevole aiuto per poter comprendere quel processo vivente con cui è cresciuta la Scrittura e capire così la sua ricchezza storica. Ma la scienza da sola non può fornirci una interpretazione definitiva e vincolante; non è in grado di darci, nell’interpretazione, quella certezza con cui possiamo vivere e per cui possiamo anche morire. Per questo occorre un mandato più grande, che non può scaturire dalle sole capacità umane. Per questo occorre la voce della Chiesa viva, di quella Chiesa affidata a Pietro e al collegio degli apostoli fino alla fine dei tempi.

Questa potestà di insegnamento spaventa tanti uomini dentro e fuori della Chiesa. Si chiedono se essa non minacci la libertà di coscienza, se non sia una presunzione contrapposta alla libertà di pensiero. Non è così. Il potere conferito da Cristo a Pietro e ai suoi successori è, in senso assoluto, un mandato per servire. La potestà di insegnare, nella Chiesa, comporta un impegno a servizio dell’obbedienza alla fede. Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo. Lo fece Papa Giovanni Paolo II, quando, davanti a tutti i tentativi, apparentemente benevoli verso l’uomo, di fronte alle errate interpretazioni della libertà, sottolineò in modo inequivocabile l’inviolabilità dell’essere umano, l’inviolabilità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale. La libertà di uccidere non è una vera libertà, ma è una tirannia che riduce l’essere umano in schiavitù. Il Papa è consapevole di essere, nelle sue grandi decisioni, legato alla grande comunità della fede di tutti i tempi, alle interpretazioni vincolanti cresciute lungo il cammino pellegrinante della Chiesa. Così, il suo potere non sta al di sopra, ma è al servizio della Parola di Dio, e su di lui incombe la responsabilità di far sì che questa Parola continui a rimanere presente nella sua grandezza e a risuonare nella sua purezza, così che non venga fatta a pezzi dai continui cambiamenti delle mode.

La Cattedra è – diciamolo ancora una volta – simbolo della potestà di insegnamento, che è una potestà di obbedienza e di servizio, affinché la Parola di Dio – la sua verità! – possa risplendere tra di noi, indicandoci la strada. […]

Cari Romani, adesso sono il vostro Vescovo. Grazie per la vostra generosità, grazie per la vostra simpatia, grazie per la vostra pazienza! In quanto cattolici, in qualche modo, tutti siamo anche romani. Con le parole del salmo 87, un inno di lode a Sion, madre di tutti i popoli, cantava Israele e canta la Chiesa: “Si dirà di Sion: L’uno e l’altro è nato in essa…” (v. 5). Ugualmente, anche noi potremmo dire: in quanto cattolici, in qualche modo, siamo tutti nati a Roma. Così voglio cercare, con tutto il cuore, di essere il vostro Vescovo, il Vescovo di Roma. E tutti noi vogliamo cercare di essere sempre più cattolici – sempre più fratelli e sorelle nella grande famiglia di Dio, quella famiglia in cui non esistono stranieri. Infine, vorrei ringraziare di cuore il Vicario per la Diocesi di Roma, il Cardinale Camillo Ruini, e anche i Vescovi ausiliari e tutti i suoi collaboratori. Ringrazio di cuore i parroci, il clero di Roma e tutti coloro che, come fedeli, offrono il loro contributo per costruire qui la casa vivente di Dio. Amen

(da Joseph Ratzinger, Il primato di Pietro e l’unità della Chiesa, in La Chiesa. Una comunità sempre in cammino, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo, 1991, pagg.33-53)

Colui che, per dono di Dio, può essere solida roccia, è di per se stesso una pietra sulla strada, che induce il piede ad inciampare. La tensione tra il dono che proviene dal Signore e le proprie capacità diventa così evidente da destare scalpore; qui viene in qualche modo anticipato tutto il dramma della storia del papato, nel corso della quale ci imbattiamo sempre in entrambi gli elementi: quello per cui il papato, grazie a una forza che non gli deriva da se stesso, rimane il fondamento della Chiesa e quello per cui nello stesso tempo singoli papi, per le caratteristiche tipiche della loro umanità, diventano sempre nuovamente scandalo, perché essi vogliono precedere Cristo, piuttosto che seguirlo […]

la sproporzione degli uomini per una tale funzione è così stridente, così evidente che proprio nel conferimento a un uomo della funzione di roccia diventa chiaro che non sono questi uomini che sostengono la Chiesa, ma solo Colui il quale la sostiene più nonostante gli uomini che attraverso di essi.
Il mistero della croce non è forse da nessuna parte così tangibilmente presente come nella storia del primato. Il fatto che il suo centro sia costituito dal perdono è nello stesso tempo il suo presupposto e il segno della natura particolare del potere di Dio.

Dunque, con lo stesso realismo con cui oggi ammettiamo i peccati dei papi, la loro inadeguatezza rispetto alla grandezza del loro ministero, dobbiamo anche riconoscere che sempre Pietro è stato la roccia contro le ideologie; contro la riduzione della Parola a quanto è plausibile in un’epoca determinata; contro la sottomissione ai potenti di questo mondo. Riconoscendo questi fatti nella storia, noi non celebriamo degli uomini, ma diamo lode al Signore, che non abbandona la Chiesa e che ha voluto realizzare il suo esser roccia attraverso Pietro, la piccola pietra d’inciampo: non la “carne e il sangue”, ma il Signore salva attraverso coloro che provengono dalla carne e dal sangue […]
Egli sta sul luogo dell’obbedienza e in tal modo nella personale responsabilità per Cristo, confessare la morte e resurrezione del quale è tutto il suo compito, la sua personale responsabilità, in cui l’intera Chiesa è rappresentata in vincolo personale, di uno che lega perché a sua volta legato

Dall’Ordo Rituum pro Ministerii Petrini initio Romae Episcopi (Riti per l’inizio del ministero Petrino del Vescovo di Roma) dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, preparato durante il Pontificato di Giovanni Paolo II ed utilizzato per la prima volta per l’inizio del Pontificato di Benedetto XVI: Insediamento sulla Cathedra Romana in San Giovanni in Laterano

Beatissimo Padre,
la Chiesa che è in Roma
gioisce mentre sali per la prima volta
alla tua Cattedra, che è la Cattedra romana di Pietro,
sul quale è fondata la Chiesa.

Come il vignaiolo che sorveglia dall’alto la vigna
sei posto in posizione elevata
per governare e custodire il popolo che ti è affidato.

Ricorda che occupi la Cattedra del pastore
per dedicarti al gregge di Cristo.

Il tuo onore è l’onore di tutta la Chiesa
ed è valido e sicuro sostegno per i tuoi fratelli nell’episcopato:
tu sarai veramente onorato
quando a ciascuno è riconosciuto l’onore che gli spetta.

Tu sei “Servo dei servi di Dio”.

Dall’Allocutio Lutetiae Parisiorum ad Christianos fratres a Sede Apostolica seiunctos habita, 31 maggio 1980: AAS 72 [1980] 704 di Giovanni Paolo II

La divisione storica delle Chiese è una ferita sempre aperta. Confessando, nella basilica di San Pietro di Roma, il 17 marzo 1926, il Credo cattolico, Ivanov aveva coscienza, come scrisse a Charles du Bos, di “sentirmi per la prima volta ortodosso nella pienezza dell’accezione di questa parola, in pieno possesso del tesoro sacro, che era mio dal battesimo, e il cui godimento non era stato da anni libero da un sentimento di malessere, divenuto a poco a poco sofferenza, per essere staccato dall’altra metà di questo tesoro vivo di santità e di grazia, e di respirare, per così dire, come un tisico, che con un solo polmone” (V.Ivanov, Lettre à Charles Du Bos, 1930, dans V.Ivanov et M.Gerschenson, Correspondance d’un coin à l’autre, Lausanne, Ed. L’âge d’homme, 1979, p. 90).È la stessa cosa che dicevo anch’io a Parigi ai rappresentanti delle comunità cristiane non cattoliche, il 31 maggio 1980, ricordando la mia visita fraterna al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli: “Non si può respirare come cristiani, direi di più, come cattolici, con un solo polmone; bisogna aver due polmoni, cioè quello orientale e quello occidentale”

(N.d.R. Vjaceslav Ivanov poeta, filosofo e filologo russo)