Quali orientamenti per il rinnovamento dell’iniziazione cristiana? Un primo tentativo di sintesi per la discussione, di Andrea Lonardo

Quali orientamenti per il rinnovamento dell’iniziazione cristiana? Un primo tentativo di sintesi per la discussione, di Andrea Lonardo

 

 

Il testo che segue deriva dalla relazione preparata per aprire la discussione sul tema dell’iniziazione cristiana in occasione della riunione congiunta del Consiglio dei prefetti della diocesi di Roma e del Consiglio pastorale diocesano, tenutasi il 27 febbraio 2010. Non ha, quindi, alcun valore conclusivo, anzi è stato pensato proprio come stimolo al dibattito.

Lo presentiamo nello stesso spirito.

Premessa: una proposta a partire da “criteri misti”

 

Queste riflessioni sull’iniziazione cristiana vogliono essere un primo approccio al problema, data l’ampiezza del tema.

 

Proporrò sei prospettive di lavoro complementari, escludendo ricette facili, solo da applicare. Ho scelto l’espressione “criteri misti”[1] per indicare che sono diversi gli aspetti su cui la catechesi deve lavorare per un rinnovato servizio nella maturazione della fede. Soluzioni unilaterali sarebbero, invece, illusorie e si limiterebbero a toccare solo aspetti parziali del problema, trascurando la sua complessità.

 

Tale complessità appare evidente anche solo da un rapido sguardo sui cantieri oggi “aperti” nella riflessione catechetica. Tutti concordano nel parlare di definirne “una situazione di crisi”, ma diverse sono poi le vie che vengono prospettate per una soluzione di essa. Si pensi, solo per accenni che meriterebbero ognuno un serio approfondimento:

1/ alle differenti sperimentazioni in atto in Italia, che cercano di tradurre in pratica le indicazioni delle tre Note della CEI sull’iniziazione cristiana[2]

2/ alla collocazione della catechesi nell’orizzonte dell’attuale emergenza educativa

3/ al magistero di Benedetto XVI che sottolinea come questione decisiva della catechesi il nesso inscindibile che esiste nella fede cristiana tra Logos ed Agape[3].

 

1/ Un’iniziazione cristiana che non solo accompagni la fede, ma la proponga e la susciti

 

Appare evidente, innanzitutto, che la catechesi, oggi più che mai, non deve dimenticare che la fede non può essere considerata un dato acquisito, precedente al cammino stesso dell’iniziazione, ma è esattamente la questione stessa dell’iniziazione cristiana: il compito della catechesi è quello di proporre la fede e non di darla per presupposta[4].

 

Un passo degli Atti degli Apostoli esprime in maniera splendida questo. In At 2,37, dopo che Pietro ha parlato, l’autore commenta: «all’udir questo, si sentirono trafiggere il cuore… »[5]. Un cuore trafitto è un cuore

che è stato conquistato, che è stato persuaso, che ha intuito una possibilità nuova.

 

La “trafittura del cuore” non è semplicemente un momento previo all’iniziazione cristiana, ma è la forza e la bellezza di essa. Certamente l’essere attratti dal cristianesimo precede la catechesi, poiché una persona chiede di essere accompagnata in un cammino di iniziazione solo dopo che ha almeno intuito la bellezza della proposta cristiana, ma questa “attrazione” non può essere data come avvenuta una volta per tutte.

 

Al contrario, la forza della catechesi sta proprio nel tornare sempre alla novità del cristianesimo. Solo quando questo avviene, le persone si sentono ogni volta di nuovo “trafiggere” il cuore nell’incontrare Cristo. In questo senso, se esiste un “primo annunzio” che è previo alla catechesi, esiste anche una “prima evangelizzazione” che avviene dentro la catechesi dell’iniziazione cristiana e che la deve contraddistinguere.

 

Giovanni Paolo II ha bene espresso questo in Catechesi tradendae, 19, dove ha affermato che «la catechesi deve spesso sforzarsi non soltanto di nutrire e di insegnare la fede, ma di suscitarla incessantemente con l’aiuto della grazia, di aprire i cuori, di convertire, di preparare un’adesione globale a Gesù Cristo per coloro che sono ancora alle soglie della fede. Questa preoccupazione ispira […] il tono, il linguaggio, il metodo della catechesi».

 

Si pensi al catecumenato, che certamente deve essere preceduto dal precatecumenato che prepara all’adesione di fede: nondimeno è lo stesso catecumenato che deve persuadere della fede, deve mostrarne tutta la ricchezza e lo splendore.

 

Si pensi all’iniziazione cristiana delle nuove generazioni, dove la “prima evangelizzazione” non può avvenire solamente all’inizio del cammino, quando un bambino inizia il suo cammino. Infatti, quando sarà divenuto pre-adolescente, sarà profondamente trasformato e l’annuncio ricevuto da bambino non gli sarà più sufficiente: avrà bisogno di vedere nuovamente, con i suoi nuovi occhi di ragazzo, la bellezza della fede. Quando poi, crescendo, sarà entrato pienamente nell’adolescenza che ha fra le sue caratteristiche proprio quella di rimettere in discussione tutti i valori già ricevuti, dovrà nuovamente riappropriarsi della fede, come se fosse la prima volta, altrimenti non si riconoscerà più in ciò che pure aveva amato nelle età precedenti[6].

 

Non si deve dimenticare, inoltre, che uno stile di “prima evangelizzazione” è ancora più necessario oggi in un contesto culturale che mette continuamente in discussione il cristianesimo con ogni tipo di provocazione. La catechesi deve, quindi, affrontare ogni volta di nuovo le critiche che le vengono rivolte. Tanto più che, spesso, non si limitano a toccare punti secondari del cristianesimo, ma cercano di demolirlo nei suoi punti più essenziali, addirittura nel suo centro.

 

D’altro canto, proprio quei punti più centrali sono i più interessanti, perché portano a riscoprire il cristianesimo nella sua essenza, nella sua identità peculiare. La catechesi deve, allora, recuperare oggi tutto il patrimonio tipico della “teologia fondamentale”, quella branca della teologia che ha come scopo di motivare perché la fede è credibile ed è importante per l’uomo.

 

Dove la catechesi dell’iniziazione cristiana cessasse di essere “prima evangelizzazione”, dimenticando la questione della fede, perderebbe il suo interesse e diverrebbe noiosa e debole[7].

 

2/ L’unità di Logos e Agape: un’iniziazione cristiana che esalti insieme i contenuti e l’esperienza

 

Un secondo nodo che deve essere affrontato nel rinnovamento dell’iniziazione cristiana è costituito dalla valorizzazione del rapporto fra verità ed amore così tipico della fede cristiana. Talvolta, in maniera ingenua, la “verità” e “l’amore” vengono contrapposti, quasi che possa esistere una catechesi incentrata soprattutto su “contenuti” o, all’opposto, una catechesi fatta solo di “esperienze”.

 

Proprio perché la fede cristiana è incontro con la “persona” di Gesù vivente, essa è una relazione di amore, ma è, insieme, rapporto con “quella precisa” persona che deve essere conosciuta per essere amata. È la stessa esperienza umana a mostrare che non si può stabilire a priori se un cammino di fede nasca dall’ascolto di una parola che affascina o dall’incontro di un gesto che conquista. La grazia di Dio può scegliere l’uno o l’altro punto di partenza, ma è certamente compito della catechesi fare sintesi dei due aspetti.

 

Il magistero di Benedetto XVI è tornato più volte ad insistere, in piena continuità con quello dei suoi predecessori, sull’unità dell’atto di fede. Esso è umano, proprio perché tocca insieme la mente ed il cuore, perché l’uomo si convince della verità della fede ed, insieme, si abbandona all’amore di Dio.

 

La fede come assenso alla rivelazione di Dio in Cristo e la fede come fiducia che si affida a lui sono due aspetti inscindibili nel cristianesimo e rimandano a Dio stesso che è insieme Logos e Agape, sapienza ed amore, saggezza amante ed amore vero.

 

Il papa ha sottolineato che questa unità di Logos e Agape è antica quanto il cristianesimo, caratterizzando l’evangelizzazione e la catechesi fin dalle origini. Così egli ha affermato, ad esempio, nel suo discorso al convegno di Verona[8]:

 

«La forte unità che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli tra una fede amica dell’intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall’amore reciproco e dall’attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti ha reso possibile la prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico-romano. Così è avvenuto anche in seguito, in diversi contesti culturali e situazioni storiche. Questa rimane la strada maestra per l’evangelizzazione: il Signore ci guidi a vivere questa unità tra verità e amore nelle condizioni proprie del nostro tempo, per l’evangelizzazione dell’Italia e del mondo di oggi».

 

Ecco che, allora, è necessario che la catechesi torni a lavorare sui suoi contenuti ed, insieme, sull’esperienza che propone.

 

Per quel che riguarda i contenuti, la catechesi sembra peccare oggi non tanto per un eccesso di dottrina – come talvolta si afferma – quanto, all’opposto, per una dimenticanza della teologia propria della fede: talvolta è proprio per la povertà di contenuti della catechesi che gli adolescenti, non appena superata la fanciullezza, non ne percepiscono più il valore, mentre apprezzano la scuola o altre agenzie culturali dalle quali sentono di imparare qualcosa di importante. Lo stesso discorso vale per gli adulti. Si avverte, insomma, l’esigenza di una proposta cristiana capace di mostrare che è possibile «rendere ragione della speranza» (cfr 1 Pt 3,15)[9]. È per questo che la catechesi ha oggi, ancor più che in passato, bisogno di tornare a ciò che è essenziale nella fede, ai suoi temi più importanti[10].

 

Per quel che riguarda l’esperienza, invece, la catechesi si indebolisce quando diviene incapace di mostrare che il vangelo è il “grande sì”[11] di Dio alla vita e che tutti i comandamenti di Dio sono la via per raggiungere questa pienezza di amore e non un impoverimento dell’esistenza. Il vangelo, infatti, deve non solo convincere la mente dell’uomo, ma soprattutto toccare il suo cuore.

 

La catechesi deve essere, perciò, una continua testimonianza della possibilità di una vita che, proprio a partire dal vangelo, trova la pienezza della libertà e della gioia, della libertà e dell’amore, ed insieme affronta la fatica, la sofferenza ed addirittura il male con la forza del perdono e della speranza.

 

Non si tratta pertanto di contrapporre contenuto ed esperienza, Logos ed Agape, quanto piuttosto di esaltarli insieme[12].

 

3/ La Chiesa come “metodo” dell’iniziazione cristiana

 

Un terzo nodo decisivo nel rinnovamento dell’iniziazione cristiana è dato dalla riscoperta del fatto che la catechesi non è opera di singoli, bensì dell’intera comunità ecclesiale[13].

 

Questo è decisivo quando si riflette sulla metodologia della catechesi, sui suoi linguaggi e le sue forme. Certamente una nuova attenzione metodologica è necessaria in un contesto culturale enormemente diverso rispetto al passato anche recente. Solo per fare un esempio, si pensi ai nuovi bambini e ragazzi, detti digital natives, per la loro connaturalità con la comunicazione informatica acquisita fin dalla nascita.

 

Tutto questo non deve però far dimenticare che il vero ambiente nel quale si diventa cristiani è la comunità dei credenti. Nella comunione di vita con altri cristiani consiste il “metodo” insostituibile che fa nascere alla fede nuovi cristiani.

 

Questa è la via maestra che il Signore ha consegnato agli uomini per diventare cristiani. Tutte le concrete metodologie messe in atto non possono prescindere da questo. La catechesi sarà per forza di cose debole se non avrà la forza che le conferisce la testimonianza viva di adulti e giovani cui possano guardare come compagni di cammino coloro che vivono l’iniziazione cristiana.

 

Non si deve mai pensare, ad esempio, che l’applicazione di una dinamica di gruppo possa sostituire la concreta familiarità che si crea nella chiesa, condividendo la catechesi, le relazioni, la liturgia, il servizio, lo studio, il lavoro e la festa, la salute e la malattia, ecc.

 

Due elementi concreti mostrano quanto questa prospettiva sia tutt’altro che teorica: l’eucarestia domenicale e l’esperienza di momenti di vita comune.

 

A/ L’eucarestia innanzitutto. La teologia e ’esperienza mostrano che proprio la celebrazione domenicale dell’eucarestia è il vero punto di forza dell’iniziazione cristiana – non si dimentichi mai che essa è fons oltre che essere culmen. Dove l’eucarestia è celebrata in tutta la sua bellezza, le persone che vi partecipano scoprono un tesoro che le affascina[14]. Paradossalmente oggi, a differenza dal passato, la stessa celebrazione è divenuta un momento di primo annunzio: quante volte la partecipazione all’eucarestia viene prima dell’inserimento in uno specifico gruppo! Se, però, la celebrazione è povera – pur essendo ugualmente ricca di tutta la grazia invisibile di Cristo – ecco che la catechesi si impoverisce e non riesce pienamente a far “sperimentare” Cristo, proprio perché l’“esperienza” liturgica è costitutiva nella vita cristiana[15].

 

B/ L’altro elemento che la tradizione italiana ci ha consegnato è quello di esperienze estive prolungate – si pensi ai campi estivi, alle routes, ai campi scuola, alle convivenze, ai Grest, agli oratori estivi, ai pellegrinaggi, ecc. – o comunque di momenti forti di vita comune nel corso dell’anno.

 

L’iniziazione cristiana dei bambini e dei ragazzi ha assolutamente bisogno – ma l’esperienza mostra che anche i giovani e gli adulti ne sentono la necessità – di momenti simili nei quali il cammino formativo compiuto durante l’anno viene come sintetizzato ed esistenzialmente vissuto in esperienze ricche di rapporti umani, di vita comune, di preghiera, di momenti formativi. Qualcuno le ha chiamate “esperienze-simbolo”, senza le quali l’iniziazione cristiana diviene più debole.

 

In questo senso, la Chiesa è il vero “laboratorio” esperienziale della fede, dove non vengono artificialmente create delle specifiche dinamiche di gruppo, ma la relazione fraterna è concretamente vissuta nell’eucarestia domenicale ed in alcuni momenti più intensi di vita che segnano poi la quotidianità della vita.

 

La bellezza della vita ordinaria della Chiesa permette così di comprendere perché, nella realtà dei fatti, funzionino proposte che hanno metodi molti differenti fra di loro, ma che concordano sull’essenziale (si pensi a frutti similari che nascono da cammini pur così diversi come l’iniziazione cristiana nelle parrocchie, l’Azione Cattolica, lo scoutismo, il cammino neocatecumenale, la catechesi in oratorio, ecc.).

 

Non si deve dimenticare, inoltre, che se sono sempre necessari gruppi di credenti particolarmente convinti, la loro fecondità deriva, però, dal loro essere a servizio dell’intero popolo di Dio e non in conflitto con esso. Infatti, per essere cristiani non è di per sé necessario appartenere ad un gruppo determinato.

 

Questa prospettiva permette ad ogni comunità di far maturare la fede di gruppi più coinvolti nel servizio dell’iniziazione cristiana – il gruppo dei catechisti, così come gruppi di ragazzi, giovani, adulti – facendo loro scoprire, però, di essere pienamente inseriti nell’unico popolo di Dio, composto da tutti i battezzati, anche quelli più restii a coinvolgersi. Recentemente è stato il Convegno di Verona, su questa linea, ad insistere sull’importanza per la chiesa italiana di continuare ad essere “chiesa di popolo”, rifuggendo dal rischio di identificarsi con alcune élites di persone più mature e convinte[16].

 

In questa prospettiva ecclesiale è decisiva nella proposta di una iniziazione cristiana rinnovata[17] anche la riscoperta della dimensione “diacronica” della Chiesa, cioè la consapevolezza che il “noi” della Chiesa non comprende solo le persone di questa generazione, ma anche i credenti di tutte le generazioni che ci hanno preceduto e ci hanno trasmesso la fede.

4/ Unum facere et aliud non omittere: una catechesi che coinvolga non solo i bambini fin dalla tenera età, ma anche le famiglie ed i giovani

 

Un quarto nodo decisivo nel rinnovamento dell’iniziazione cristiana riguarda l’attenzione che meritano singolarmente le diverse età di vita coinvolte in tale processo educativo.

 

A/ Il ruolo degli adulti e delle famiglie nell’iniziazione cristiana

Si deve ritenere teoricamente acquisita – anche se non ancora nei fatti – la consapevolezza che la catechesi deve riguardare innanzitutto gli adulti. La riscoperta conciliare del catecumenato è un segno di grande importanza che stimola l’intera iniziazione cristiana in questa direzione.

 

Ma anche nell’iniziazione cristiana delle nuove generazioni sta maturando la consapevolezza che i genitori debbono essere coinvolti nel cammino di fede. È bene qui, anzi, sottolineare che proprio i genitori sono i veri adulti, perché la maturità è data precisamente dall’aver compiuto la scelta di uno stato di vita, con tutta la responsabilità che questo comporta.

 

La proposta di un cammino di fede con le famiglie è, pertanto, una delle espressioni più qualificate di una vera catechesi degli adulti, perché li incontra nella vocazione in cui il Signore li ha chiamati e non astrattamente come se fossero dei singles[18].

 

Un vero rinnovamento dell’iniziazione cristiana passa attraverso la proposta di un preciso cammino da compiere rivolta ai genitori dei bambini, incoraggiandoli nella loro precisa responsabilità di educatori alla fede delle nuove generazioni. La prospettiva dell’impegno educativo, scelta dalla CEI per il prossimo decennio, spinge ovviamente in questa direzione. Essa ha il merito di situare la concreta difficoltà che hanno i genitori nel trasmettere la fede ai figli all’interno della più ampia questione della fatica che fa un’intera generazione di adulti nel sentirsi responsabile della trasmissione del proprio patrimonio culturale e valoriale alle nuove generazioni.

 

B/ L’importanza dei piccoli, al di là delle loro famiglie, nell’iniziazione cristiana

Questo, però, non deve far perdere di vista che ogni bambino o ragazzo – così come avviene per ogni catecumeno adulto – deve essere amato ed accompagnato nella fede anche se la sua famiglia non volesse collaborare esplicitamente in questo, ma si limitasse a dare il proprio assenso. Proprio l’attuale contesto – che tende a disgregare le famiglie – deve rendere consapevoli, infatti, che non si può più dare per scontato che le famiglie siano oggi consapevoli del loro ruolo educativo. Alcuni nuclei familiari, purtroppo, non saranno oggettivamente in grado di sostenere l’iniziazione cristiana dei loro bambini. Ne consegue che proprio questi bambini, proprio questi piccoli meno seguiti dai genitori, saranno i più bisognosi di attenzione educativa e dovranno sentirsi nella comunità cristiana come i “piccoli” del vangelo, ancora più amati da Dio.

 

L’importanza di un’azione educativa sui bambini ed i ragazzi è, inoltre, sempre più sottolineata dalle nuove ricerche scientifiche. È un dato ormai acquisito che lo sviluppo della sua persona, nelle sue diverse dimensioni conoscitive, affettive, morali, ecc., è in gran parte determinato dalle esperienze più precoci. A questo di deve aggiungere che la pedagogia e la psicologia moderne hanno riscoperto come ogni essere umano, anche se piccolo di età, abbia una dimensione trascendente che chiede di essere coltivata, ben al di là degli effettivi influssi diretti dell’ambiente circostante[19].

 

Afferma, ad esempio, Sofia Cavalletti, catecheta e pedagogista[20]: «Tante volte ho avuto l’impressione, entrando nella stanza dove i bambini lavorano, di “pesci nell’acqua”, come di chi ha trovato l’ambiente vitale che lo può appagare, nell’intimo più profondo. […] A me pare che fare dell’amore dei genitori o comunque di chi è più vicino al bambino il canale necessario dell’amore di Dio è estremamente limitante; si limita l’amore di Dio alla dimensione umana, lo si considera secondario rispetto alle condizioni in cui il bambino vive. Ma a me sembra – parlando sempre in base a quello che ho potuto osservare – che l’amore di Dio sia primario nell’esperienza umana del bambino piccolo. Certo è bello poter dire ad un bambino: “Papà e mamma ti vogliono bene”; però si tratta sempre di un amore umano e quindi limitato. E quando questo non succede? Un bambino rifiutato dai genitori è forse una creatura perduta per Dio? No, Dio prende le sue creature anche al di fuori dell’amore umano: l’ho visto in tanti bambini non accettati in famiglia che invece all’annuncio del Pastore che “li chiama per nome” si aprivano ad un immenso godimento. Dunque bisogna distinguere fra esperienza ed esigenza».

 

Per tutti questi motivi, l’iniziazione cristiana non può limitarsi ad essere una catechesi familiare, ma deve essere propriamente iniziazione cristiana della singola persona che chiede di essere accompagnata nella fede.

 

C/ La cura della pastorale giovanile, come dimensione costitutiva di un progetto di iniziazione cristiana

La cura degli adolescenti e dei giovani non deve, però, essere dimenticata, per un vero rinnovamento dell’iniziazione cristiana. È questo uno dei punti più dimenticati quando si discute dell’iniziazione e della sua continuità nella mistagogia.

 

Si ragiona, infatti, spesso così, quasi come un matematico che ritiene di dimostrare un teorema saldissimo: l’abbandono dei ragazzi dopo la cresima prova con evidenza che l’impianto dell’iniziazione cristiana è errato.

 

Ma questo modo di analizzare la situazione dimentica appunto di riflettere sulla pastorale giovanile e sulle caratteristiche peculiari della pre-adolescenza e dell’adolescenza. Per grazia di Dio, quando un bambino diviene più grande comincia a mettere in discussione tutto ciò che ha ricevuto con gioia quando era più piccolo. Anche bambini sono stati felicissimi dei primi anni di catechesi possono abbandonare il cammino nell’età dell’adolescenza., poiché, divenuti più grandi, chiedono ora un cammino adeguato alla loro nuova età. E l’itinerario di cui ha bisogno un adolescente ha delle esigenze molto diverse dalla precedente. Certamente tale cammino non potrà che essere è in continuità con il percorso già fatto, ma l’adolescenza ha bisogno anche che sia segnata una discontinuità con i modi della catechesi dell’infanzia.

 

In particolare, i ragazzi sentono forte la necessità di incontrare come testimoni di fede, insieme agli adulti, anche dei giovani più grandi di loro, che mostrino come sia possibile e sia significativo vivere da cristiani l’età giovanile. Dove manca una cura per la pastorale giovanile gli adolescenti non possono venire in contatto con ragazzi più grandi che li accompagnino e, quindi, spesso interrompono il loro cammino.

 

L’esperienza mostra, invece, che nelle parrocchie e nelle comunità cristiane dove è maturata una presenza vivace di gruppi giovanili che vivono seriamente il loro cammino cristiano – e che i ragazzi più piccoli incontrano nella vita parrocchiale, nell’animazione liturgica, nel servizio, nell’animazione dell’oratorio, ecc. – la continuità del cammino dopo l’iniziazione cristiana è possibile ed estremamente feconda. All’opposto, dove l’iniziazione cristiana non è inserita in un contesto di una realtà giovanile cristiana viva, anche l’accompagnamento delle famiglie si rivela debole per la continuazione del cammino[21].

 

Si potrebbe così riformulare il precedente teorema: i ragazzi si allontanano dalla chiesa dopo la cresima, non necessariamente perché non abbiano intuito la bellezza dell’iniziazione cristiana, ma piuttosto perché non trovano un ambiente che sappia accompagnarli nella fede ora che hanno delle esigenze peculiari che sono quelle dell’adolescenza.

 

Vale la pena ricordare che gli adolescenti ed i giovani sentono ancor più che i piccoli il desiderio di essere accompagnati nella fede in un’esperienza che unisca in modo peculiare il Logos e l’Agape, proprio per l’importanza del momento formativo che stanno vivendo[22]. Apprezzano una catechesi che si dimostri all’altezza delle esigenze culturali che stanno maturando nel confronto con l’esperienza scolastica ed, insieme, desiderano fare esperienza di vita ecclesiale con i loro pari, accompagnati da sacerdoti, da adulti e da giovani più grandi in cui si riconoscono, anche attraverso la condivisione di una vita di gruppo e di comunità giovanile.

 

Per tutte queste ragioni ci sembra che un vero rinnovamento dell’iniziazione cristiana non possa limitarsi a guardare solamente alle problematiche dei piccoli, ma nemmeno allargare l’attenzione esclusivamente alle loro famiglie, dimenticando la pastorale giovanile. Piuttosto si deve unum facere et aliud non omittere: guardare con amore e con intelligenza a ciascuna delle fasce di età – bambini, giovani ed adulti – pena l’incompletezza del rinnovamento dell’iniziazione cristiana.

 

5/ Una catechesi che recuperi la quadripartizione del catecumenato antico, valorizzando l’impostazione teologica del Vaticano II presente nel CCC

 

Un quinto criterio decisivo per il rinnovamento dell’iniziazione cristiana consiste nel recupero della sua dimensione catecumenale[23]. I documenti recenti sono tornati più volte ad affermare che al catecumenato degli adulti deve tornare ad ispirarsi ogni iniziazione cristiana, anche quella delle nuove generazioni[24].

 

Già al tempo dei Padri la chiesa aveva compreso che l’iniziazione cristiana si doveva configurare come un itinerario progressivo, perché la vita non si educa in un istante, ma ha bisogno di un lungo percorso per maturare. E, contemporaneamente, aveva chiaramente intuito che la catechesi doveva lavorare non in maniera unidimensionale, bensì a partire da tutte le dimensioni costitutive dell’esistenza cristiana.

 

È necessario, allora, nel rinnovamento dell’iniziazione cristiana recuperare con forza questa prospettiva di un cammino che non si esaurisce nella preparazione alla celebrazione dei sacramenti, che pure è essenziale, ma che si pone come meta la maturazione di una mentalità di fede.

 

La storia del catecumenato antico insegna che questa maturazione si raggiunge lavorando contemporaneamente su quattro dimensioni costitutive dell’esistenza cristiana: la professione della fede, la celebrazione dei misteri, la vita in Cristo, la preghiera cristiana – e lasciando operare la grazia in questi quattro aspetti.

 

Così l’allora cardinal J. Ratzinger ha sintetizzato come questi elementi siano stati assunti nel nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, mostrandone la corrispondenza con la struttura costitutiva del catecumenato[25]: «Che cosa fa di un uomo un cristiano? Il catecumenato della Chiesa primitiva ha raccolto gli elementi fondamentali a partire dalla Scrittura: sono la fede, i sacramenti, i comandamenti, il Padre Nostro. In modo corrispondente esisteva la redditio symboli […] l’apprendimento del Padre Nostro, l’insegnamento morale e la catechesi mistagogica, vale a dire l’introduzione alla vita sacramentale. Tutto ciò appare forse un po’ superficiale, ma invece conduce alla profondità dell’essenziale: per essere cristiani, si deve credere; si deve apprendere il modo di vivere cristiano, per così dire lo stile di vita cristiano; si deve essere in grado di pregare da cristiani e si deve infine accedere ai misteri e alla liturgia della Chiesa. Tutti e quattro questi elementi appartengono intimamente l’uno all’altro».

 

Una catechesi ispirata al paradigma catecumenale sarà così modellata dalla consapevolezza che chi desidera diventare cristiano ha il bisogno di penetrare più profondamente in ciò che la chiesa crede, deve contemporaneamente essere iniziato a celebrare i “misteri” della liturgia, desidera essere accompagnato a vivere una nuova vita secondo il vangelo e ha bisogno di maturare una vera spiritualità per essere capace di pregare da solo, oltre che insieme ai fratelli.

 

Facendo tesoro di questa struttura, il cammino proposto dalla catechesi dovrà sapientemente intrecciare

1/ la qualità del percorso formativo che permetta di conoscere ed amare la fede per giungere a professarla pienamente nel Credo,

2/ la bellezza della celebrazione liturgica nella quale i nuovi credenti si inseriranno progressivamente,

3/ la maturazione di scelte di vita cristiane accompagnata dall’incontro con chi già vive il vangelo nella sua esistenza quotidiana nel mondo,

4/ l’accompagnamento nella preghiera personale, attraverso la scoperta dei modi della preghiera cristiana, compresa la lectio divina, per giungere alla capacità di discernere nel proprio cuore la volontà di Dio.

 

Un pieno recupero del valore del Catechismo della Chiesa Cattolica permetterà anche di non dimenticare la novità della lezione del Concilio Vaticano II. Se, infatti, la strutturazione del CCC in quattro parti non è originale, ma si richiama al catecumenato antico, la novità più importanti del CCC consiste, invece, nella ripresentazione del messaggio conciliare.

 

Il CCC, infatti, premette al Credo, ai Sacramenti, ai Comandamenti ed al Padre nostro le sezioni generali che corrispondono alla Dei Verbum per la I parte, alla Sacrosanctum Concilium per la II, alla Gaudium et spes per la III ed alla riflessione teologica sul valore della preghiera cristiana per la IV parte, non essendoci un documento conciliare espressamente dedicato alla preghiera.

 

L’iniziazione cristiana, per rinnovarsi pienamente, ha bisogno di recuperare le prospettive del Concilio, per il quale prima del Simbolo di fede è centrale il rivelarsi di Dio in persona nel volto di Gesù, prima dei Sacramenti è importante la stessa economia sacramentaria, prima dei Comandamenti emerge una precisa antropologia teologica. Ed il riferimento al CCC appare come la via migliore per questa conoscenza diffusa del Concilio, nell’ottica di un catecumenato rinnovato alla luce dell’insegnamento conciliare.

 

6/ Il pieno coinvolgimento dei preti, la formazione dei catechisti, la vocazioni di nuovi catechisti anche fra i giovani e le giovani famiglie

 

Un sesto elemento decisivo per il rinnovamento dell’iniziazione cristiana consiste nella questione della formazione dei catechisti e della maturazione della loro passione nel servizio dell’iniziazione cristiana.

 

I preti, per primi, sono chiamati ad essere testimoni della centralità di una nuova formazione al servizio dell’iniziazione cristiana, coinvolgendosi con passione e competenza in essa, superando ogni tentazione a delegare, quasi non fosse una delle loro principali responsabilità. La catechesi sembra peccare oggi non per un’eccessiva presenza clericale, bensì, talvolta, per un non pieno coinvolgimento delle energie migliori del clero in essa.

 

L’appassionato impegno dei parroci – e dei preti in genere – nella catechesi non è in conflitto con la corresponsabilità di tutti nell’annunzio del vangelo, bensì è un servizio decisivo per sostenere i laici nella riscoperta della bellezza della loro insostituibile vocazione di catechisti. I catechisti sono, infatti, “collaboratori di Dio stesso”, corresponsabili a motivo del loro battesimo, nell’annunzio della fede.

 

Decisiva è, quindi, la formazione dei catechisti stessi, tanto più oggi: essi debbono, infatti, svolgere – come si è già detto – un ministero di vera e propria “prima evangelizzazione”, non potendosi limitare semplicemente a costruire su basi già date, ma dovendo porre essi stessi le fondamenta della vita cristiana.

 

L’attenzione alla formazione di chi è già catechista non deve far dimenticare, poi, che la chiesa ha il compito di chiamare sempre nuovi catechisti a servizio del vangelo, perché “la messe è molta e gli operai sono pochi”. Proprio l’iniziazione cristiana chiede, come si è visto, che anche i giovani e le giovani famiglie si coinvolgano nella catechesi, poiché le nuove generazioni hanno bisogno della loro testimonianza.

 

In merito, ha scritto, il Libro del Sinodo di Roma[26]: «[Per la catechesi della preadolescenza e dell’adolescenza] le comunità cristiane si impegnino a reperire tali animatori tra gli adulti, le giovani coppie e tra i giovani stessi».

 

Conclusione

 

Queste riflessioni sintetiche ci sembra di poter offrire per un primo dibattito sulla questione, consapevoli della complessità del problema che meriterebbe ben ulteriori approfondimenti.

 

 

(1) Per l’espressione, cfr. le riflessioni del teologo pastoralista Sergio Lanza, che così scrive (in La parrocchia in un mondo che cambia. Situazioni e prospettive, OCD, Roma Morena, 2003, p. 120): «la nostra situazione non è assimilabile troppo sbrigativamente né a quella dell’antica e preziosa stagione catecumenale, né a quella della socializzazione religiosa medievale, né a quella della pedagogizzazione e scolarizzazione crescente nell’epoca post-tridentina. Ha caratteri che l’avvicinano e contemporaneamente la allontanano da questi tre macromodelli della storia che ci ha preceduto. La modificazione del paradigma complessivo di riferimento impone la produzione di un modello adeguato: non si tratta di aggiungere o modificare qualcosa; si tratta, piuttosto, di ricentrare i processi del diventare cristiani, rifigurandoli secondo un modello misto, di carattere educativo con inflessione catecumenale». 

(2) Il riferimento è ovviamente alla I Nota CEI del 1997 sul catecumenato degli adulti, alla II Nota CEI del 1999 sull’iniziazione cristiana dei ragazzi dai 7 ai 14 anni, alla III Nota CEI del 2003 sul risveglio della fede ed il completamento dell’iniziazione cristiana in età adulta. 

(3) Le sperimentazioni percorrono itinerari diversi, proponendo a volte una catechesi di stile catecumenale, altre volte una catechesi familiare (non è superfluo rilevare che le due prospettive sono molto diverse, sebbene spesso vengano identificate; il catecumenato antico era un cammino personale, non necessariamente familiare, e l’esigenza odierna di tenere presenti insieme la dimensione catecumenale e quella familiare è certamente nuova).

La riflessione sull’educazione portata avanti dalla CEI, d’altro canto, sta allargando le prospettive al di là dei ristretti confini intra-ecclesiali, mostrando che oggi tutti gli educatori – non solo i catechisti, ma anche i genitori e gli insegnanti – sono in difficoltà nell’azione educativa verso i pre-adolescenti e gli adolescenti; questo disagio, a sua volta, affonda le radici nello smarrimento di una chiara prospettiva educativa già in età infantile. La consapevolezza odierna dell’esistenza di un’emergenza educativa va di pari passo con un rinnovato interesse per questo tema, con il rinascere del desiderio di essere educatori appassionati e responsabili.

Il magistero di Benedetto XVI, infine, si sta caratterizzando per una costante attenzione catechetica nel presentare la fede a partire dalle problematiche del contesto odierno. Nei suoi interventi, il papa sta sollecitando la catechesi a riappropriarsi dei temi più grandi ed esistenzialmente vivi del cristianesimo, come il primato di Dio, la creazione, il rapporto fra grazia e peccato, la definitività della rivelazione in Cristo, la dignità dell’uomo immagine di Dio, la presenza del risorto nella chiesa e nell’economia sacramentaria, ecc. e a non dimenticare che l’uomo ha bisogno, da un lato, della testimonianza dell’amore e, dall’altro, della conoscenza della verità per poter apprezzare pienamente la fede.

(4) Tornano in mente le espressioni che l’allora cardinal Ratzinger pronunziò nel corso del Sinodo della diocesi di Roma: «In quell’epoca [immediatamente dopo il Concilio] io avevo inviato un piccolo lavoro ad Hans Urs von Balthasar, il quale come sempre mi ringraziò immediatamente con un cartoncino ed al ringraziamento aggiunse una frase pregnante che per me divenne indimenticabile: non presupporre, ma proporre la fede. Fu un imperativo che mi colpì. L’ampio spaziare in nuovi campi era buono e necessario, ma solo a partire dal presupposto che esso stesso traesse origine dalla luce centrale della fede e da questa luce fosse sostenuto. La fede non ha permanenza di per se stessa. Non la si può mai semplicemente presupporre come una cosa già in se conclusa. Deve continuamente essere rivissuta. E poiché è un atto, che abbraccia tutte le dimensioni della nostra esistenza, deve anche essere sempre ripensata e sempre di nuovo testimoniata» (da La fede della Chiesa di Roma, dell’allora cardinal Joseph Ratzinger, durante il Sinodo Romano, il 18 gennaio 1993, relazione tenuta per presentare il Catechismo della Chiesa Cattolica. Il testo è apparso sui Quaderni-Nuova Serie del Sinodo Romano, n.2, Vicariato di Roma, 1993, pp. 67-73; è disponibile anche on-line su www.gliscritti.it).

(5) È il brano degli Atti su cui si è incentrato il primo discorso di S. Em. il cardinal Vallini ai catechisti della diocesi di Roma il 27/9/2009.

(6) Recentemente così si è espresso un documento CEI sulla formazione dei catechisti: «Ispirarsi al paradigma catecumenale significa anzitutto riconoscere un dato di fatto: il cammino di fede delle famiglie che chiedono i sacramenti per i propri figli è spesso ridotto a rari gesti religiosi e ad un generico impegno educativo, per cui risulta decisiva una fase di ‘prima evangelizzazione’. Tale fase, previa alla vera e propria educazione della fede, è tesa a favorire l’initium fidei, perché la fede cristiana non può essere data per scontata né acquisita senza volerlo e senza saperlo. Come scrivono i Vescovi italiani negli orientamenti pastorali per il primo decennio del 2000, anche i fanciulli e i ragazzi che sono stati battezzati alla nascita su richiesta delle loro famiglie, “hanno bisogno di essere interpellati dall’annuncio del Vangelo nel momento in cui iniziano il loro cammino catechistico. Sempre più spesso, infatti, non si può presupporre quasi nulla riguardo alla loro educazione alla fede nelle famiglie di provenienza. L’incontro con i catechisti diviene per i fanciulli una vera e propria occasione di ‘prima evangelizzazione’. […] Questa attenzione dovrà accompagnare ancor più la catechesi dei ragazzi e dei giovani e ci dovrà sospingere a ripensare costantemente l’iniziazione cristiana nel suo insieme e gli strumenti catechistici che l’accompagnano” […] È urgente rendersi conto che l’attuale divario culturale rispetto a una società cristiana si è fatto ancora più largo. Il contesto in cui viviamo non porta gli uomini alla fede, né li sostiene nel loro cammino. Sempre più spesso negli stessi fanciulli battezzati non si può presupporre quasi nulla riguardo all’educazione cristiana nelle famiglie di provenienza, né si può dare più per scontato che coloro che si presentano siano cristiani consapevoli. Lo Spirito chiede oggi alla Chiesa un nuovo atto di fedeltà, che è al contempo fedeltà al Vangelo e fedeltà all’uomo. Tale fedeltà ha le connotazioni proprie di una nuova evangelizzazione, ed è dentro questo orizzonte che va ripensato progressivamente il processo di Iniziazione Cristiana, e di conseguenza le caratteristiche del catechista dentro una comunità che inizia alla fede con tutta la sua vita. In questa prospettiva missionaria di nuova evangelizzazione la Chiesa italiana promuove l’attuazione del primo annuncio e la scelta del catecumenato come paradigma di Iniziazione Cristiana. La prassi tradizionale dell’Iniziazione Cristiana dei fanciulli e ragazzi battezzati va quindi ripensata. Anche con questi ragazzi si dovrà affrontare un cammino di prima evangelizzazione e di reale iniziazione alla fede». (CEI, La formazione dei catechisti nella comunità cristiana. Formazione dei catechisti per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, del 2006, nn.3 e 4).

(7) Non è qui possibile sviluppare il valore delle tre dimensioni della bellezza, della verità e della bontà (i tre “trascendentali” che la teologia moderna ha riscoperto a partire da H. U. von Balthasar) che debbono essere tenute presenti per una catechesi che “trafigga” il cuore a partire dalla bellezza della fede, dalla sua verità e dalla sua capacità di guidare al bene.

(8) Dal discorso di Benedetto XVI del 19 ottobre 2006, ai partecipanti al Convegno di Verona.

(9) Si noti, solo di passaggio, che il problema di Dio sembra oggi essere addirittura più urgente della questione cristologica, perché il contesto culturale tende a rendere insignificante la stessa questione di Dio – ma ovviamente la questione di Dio e quella del Cristo non si possono separare. Quando il kerygma neotestamentario proclamava: «Dio ha resuscitato Cristo dai morti», poteva farlo perché l’esistenza di Dio era un punto fermo nella vita di coloro che ascoltavano. Nell’annunzio di Paolo ai pagani, nell’Areopago di Atene – in una maniera che differenzia quella catechesi dal modo abituale dell’apostolo di parlare agli ebrei – Paolo partì proprio dalla questione di Dio e solo successivamente arrivò all’annunzio di Cristo.

(10) Così aveva affermato l’allora cardinal Ratzinger, rivolgendosi proprio alla diocesi di Roma: «i grandi temi della fede – Dio, Cristo, Spirito Santo, Grazia e peccato, Sacramenti e Chiesa, morte e vita eterna – non sono mai temi vecchi. Sono sempre i temi, che ci colpiscono più nel profondo. Devono sempre rimanere centro dell’annuncio e quindi anche centro nel pensiero teologico». Il catecumeno, come il battezzato che ritrova la bellezza del cristianesimo, ha bisogno di vedere e toccare con mano come la fede non sia «un cumulo di proposizioni, ma un semplice intenso atto», poiché «Dio è veramente Dio solo se è il Signore di tutte le cose. Così creazione, storia della salvezza, vita eterna sono temi che fluiscono immediatamente dal problema di Dio. Se parliamo della storia di Dio con l’umanità, si tocca con questo anche il problema del peccato e della grazia. È toccato il problema di come noi incontriamo Dio, quindi il problema della liturgia, dei sacramenti, della preghiera, della morale» (dalla riflessione La fede della Chiesa di Roma tenuta dall’allora cardinal Joseph Ratzinger, durante il Sinodo Romano, il 18 gennaio 1993, per presentare il Catechismo della Chiesa Cattolica. Il testo è apparso sui Quaderni-Nuova Serie del Sinodo Romano, n.2, Vicariato di Roma, 1993, pagg.67-73; è disponibile anche on-line su www.gliscritti.it).

(11) Fin dall’enciclica Deus caritas est, 3, Benedetto XVI ha sottolineato che la fede si trova ad affrontare oggi «una percezione molto diffusa: la Chiesa con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita? Non innalza forse cartelli di divieto proprio là dove la gioia, predisposta per noi dal Creatore, ci offre una felicità che ci fa pregustare qualcosa del Divino?». L’annuncio cristiano deve mostrare, invece, che la Parola di Dio rappresenta il vero e grande «sì di Dio» alla vita.

(12) Così si era espresso Giovanni Paolo II, in Catechesi tradendae 22: «Nella formazione dei catechisti deve essere evidenziato che è vano contrapporre l’ortoprassi all’ortodossia: il cristianesimo è inseparabilmente l’una e l’altra cosa. Le convinzioni ferme e ponderate spingono all’azione coraggiosa e retta: lo sforzo per educare i fedeli a vivere oggi come discepoli del Cristo esige e facilita una scoperta approfondita del mistero del Cristo nella storia della salvezza. È altrettanto vano sostenere l’abbandono di uno studio serio e sistematico del messaggio di Cristo in nome di un metodo che privilegia l’esperienza vitale. “Nessuno può raggiungere la verità integrale con una semplice esperienza privata, cioè senza una spiegazione adeguata del messaggio di Cristo, che è ‘via, verità e vita’ (Gv 14,6)”. Non si contrapporrà, parimenti, una catechesi che parta dalla vita ad una catechesi tradizionale, dottrinale e sistematica».

(13) Lo affermava già il Documenti di Base, in una sua famosissima espressione: «Prima sono i catechisti, poi i catechismi, anzi, prima ancora sono le comunità ecclesiali» (DB 200).

(14) P. Tomatis ha recentemente scritto, riflettendo sulla questione dell’ordine battesimo-cresima-eucarestia nell’iniziazione cristiana: «Per iniziare alla fede eucaristica, occorre una effettiva comunità eucaristica: la cosa non appare affatto scontata. […] L’invito ad una proposta più coraggiosa relativa all’ordine dei sacramenti deve pertanto accompagnarsi ad una progressiva riscoperta dell’identità eucaristica della comunità cristiana, senza la quale il perfezionamento iniziatico domenicale scade a buona abitudine, la prima comunione rimane irrimediabilmente l’ultima, e la confessione una questione privata» (dall’intervento Alla ricerca dell’iniziazione perduta, tenuto nel corso del Seminario di studi sul catecumenato A 10 anni dalla seconda nota sull’Iniziazione Cristiana, organizzato dall’Ufficio catechistico nazionale in Roma, Villa Aurelia, 7-8 settembre 2009).

(15) Così ha scritto papa Benedetto XVI: «“la migliore catechesi sull’Eucaristia è la stessa Eucaristia ben celebrata” (Propositio 19). Per natura sua, infatti, la liturgia ha una sua efficacia pedagogica nell’introdurre i fedeli alla conoscenza del mistero celebrato. Proprio per questo, nella tradizione più antica della Chiesa il cammino formativo del cristiano, pur senza trascurare l’intelligenza sistematica dei contenuti della fede, assumeva sempre un carattere esperienziale in cui determinante era l’incontro vivo e persuasivo con Cristo annunciato da autentici testimoni. In questo senso, colui che introduce ai misteri è innanzitutto il testimone. Tale incontro certamente si approfondisce nella catechesi e trova la sua fonte e il suo culmine nella celebrazione dell’Eucaristia» (da Sacramentum caritatis 64).

(16) L’allora cardinal J. Ratzinger ha invitato ad incoraggiare nella Chiesa la formazione di gruppi di persone fortemente coinvolte in un’esperienza di fede, ma ad evitare il rischio di identificare poi la Chiesa con loro:

«Vedo l’importanza delle minoranze creative. […] La mia prima tesi è che una religio civilis che realmente abbia la forza morale di sostenere tutti presuppone delle minoranze convinte che hanno trovato la “perla” e che vivono questo in modo convincente anche per gli altri. Senza tali forze sorgive non si costruisce niente. La seconda tesi poi è che ci devono essere forme di appartenenza o di riferimento, o semplicemente di contatto con tali comunità, o, piuttosto, che esse si creano da sé quando la loro capacità di convincere è sufficientemente grande. Come terza tesi, dire che queste minoranze creative evidentemente non possono stare in piedi da sé, né vivere di sé. Vivono naturalmente del fatto che la Chiesa nel suo insieme resta, vive della fede nella sua origine divina e di conseguenza difende ciò che non ha inventato lei stessa ma che riconosce come un dono della cui trasmissione è responsabile. Le “minoranze” rendono di nuovo vitale questa grande comunità, ma attingono nello stesso tempo, alla forza di vita che è nascosta in essa ed è in grado di creare sempre nuova vita. Come quarta tesi, infine, direi che laici e cattolici, coloro che cercano e quelli che credono, nel folto intreccio dei rami dell’albero con tanti uccelli, devono andare incontro gli uni agli altri con una nuova capacità di apertura. Anche i credenti non smettono mai di cercare, e chi cerca, d’altra parte, è toccato dalla verità e come tale non può essere classificato come un uomo senza fede o senza principi morali ispirati alla fede cristiana. Ci sono modi di appartenenza alla verità nei quali gli uni danno agli altri, ed entrambi possono sempre imparare qualcosa dall’altro. È per questo che la distinzione tra cattolici e laici deve essere relativizzata (dalla Lettera a M. Pera, di J. Ratzinger, in M. Pera – J. Ratzinger, Senza radici, Mondadori, Milano, 2004)».

(17) Anche il recupero della dimensione estetica della catechesi, attraverso l’iconografia cristiana e la storia dell’arte, diventa alla fine improduttivo se non giunge ad un rinnovato legame con la tradizione della Chiesa e la sua esperienza nei secoli.

(18) In proposito ha affermato con una felice espressione il Sinodo di Roma: «La famiglia sia considerata soggetto portante delle iniziative di catechesi degli adulti, così da favorirne la crescita spirituale ed ecclesiale e il compito missionario» (dal Libro del Sinodo della diocesi di Roma, p. 132). I vescovi italiani hanno parlato della scelta della famiglia come di una delle due decisioni qualificanti il rinnovamento catechistico: «L’esperienza di questi anni ci ha confermato che il buon esito della catechesi è condizionato dalla attenzione privilegiata a due scelte qualificanti presenti nel DB: la centralità della catechesi degli adulti e della famiglia e la formazione dei catechisti» (dalla Lettera dei Vescovi per la riconsegna del testo “Il rinnovamento della catechesi”, 12).

(19) Afferma, in proposito, il Documento di base: «Ogni età dell’uomo ha il suo proprio significato in se stessa e la sua propria funzione per il raggiungimento della maturità […] Errori o inadempienze, verificatesi a una certa età, hanno talora conseguenze molto rilevanti per la personalità dell’uomo e del cristiano. Così pure una sana educazione umana e cristiana consente a ciascuno di vivere sempre come figlio di Dio […] Pertanto in ogni arco di età i cristiani devono potersi accostare a tutto il messaggio rivelato, secondo forme e prospettive appropriate» (DB 134).

(20) Dall’intervista a Sofia Cavalletti, Come pesci nell’acqua di Dio, disponibile su www.gliscritti.it nella sezione Catechesi e pastorale.

(21) Le diverse sperimentazioni di iniziazione cristiana in atto in Italia continuano a lamentare che il punto debole rimane quello della “mistagogia”. Si rinnova il rapporto con gli adulti, quello con i loro figli, ma lo stesso la percentuale dei ragazzi che continua il cammino dopo aver ricevuto i sacramenti non è alta. Questa debolezza strutturale dipende, a nostro avviso, dall’aver dimenticato di inserire la tematica della pastorale giovanile nel rinnovamento dell’iniziazione cristiana.

(22) Benedetto XVI ha più volte affrontato l’argomento, affermando: «Sappiamo che la gioventù deve essere realmente una priorità del nostro lavoro pastorale, perché essa vive in un mondo lontano da Dio. Ed è molto difficile trovare in questo nostro contesto culturale l’incontro con Cristo, la vita cristiana, la vita della fede. […] Mi ricordo di un elemento autobiografico negli scritti di san Cipriano. Io ho vissuto in questo nostro mondo — egli dice — totalmente lontano da Dio, perché le divinità erano morte e Dio non era visibile. E vedendo i cristiani ho pensato: è una vita impossibile, questo non si può realizzare nel nostro mondo! Ma poi, incontrandone alcuni, entrando nella loro compagnia, lasciandomi guidare nel catecumenato, in questo cammino di conversione verso Dio, man mano ho capito: è possibile!» (dalle risposte di papa Benedetto XVI nell’incontro con il clero di Roma, del 22 febbraio 2007).

Ed ancora: «Man mano che i ragazzi crescono aumenta naturalmente in loro il desiderio di autonomia personale, che diventa facilmente, soprattutto nell’adolescenza, presa di distanza critica dalla propria famiglia. Si rivela allora particolarmente importante quella vicinanza che può essere assicurata dal sacerdote, dalla religiosa, dal catechista o da altri educatori capaci di rendere concreto per il giovane il volto amico della Chiesa e l’amore di Cristo. Per generare effetti positivi che durino nel tempo, la nostra vicinanza deve essere consapevole che il rapporto educativo è un incontro di libertà e che la stessa educazione cristiana è formazione all’autentica libertà. Non c’è infatti vera proposta educativa che non stimoli a una decisione, per quanto rispettosamente e amorevolmente, e proprio la proposta cristiana interpella a fondo la libertà, chiamandola alla fede e alla conversione. Come ho detto al Convegno ecclesiale di Verona, “un’educazione vera ha bisogno di risvegliare il coraggio delle decisioni definitive, che oggi vengono considerate un vincolo che mortifica la nostra libertà, ma in realtà sono indispensabili per crescere e raggiungere qualcosa di grande nella vita, in particolare per far maturare l’amore in tutta la sua bellezza: quindi per dare consistenza e significato alla stessa libertà” (Discorso del 19 ottobre 2006). Quando avvertono di essere rispettati e presi sul serio nella loro libertà, gli adolescenti e i giovani, pur con la loro incostanza e fragilità, non sono affatto indisponibili a lasciarsi interpellare da proposte esigenti: anzi, si sentono attratti e spesso affascinati da esse. Vogliono anche mostrare la loro generosità nella dedizione ai grandi valori che sono perenni e costituiscono il fondamento della vita. L’educatore autentico prende ugualmente sul serio la curiosità intellettuale che esiste già nei fanciulli e con il passare degli anni assume forme più consapevoli. Sollecitato e spesso confuso dalla molteplicità di informazioni e dal contrasto delle idee e delle interpretazioni che gli vengono continuamente proposte, il giovane di oggi conserva tuttavia dentro di sé un grande bisogno di verità: è aperto quindi a Gesù Cristo che, come ci ricorda Tertulliano (De virginibus velandis, I,1), “ha affermato di essere la verità, non la consuetudine”. È nostro compito cercare di rispondere alla domanda di verità ponendo senza timori la proposta della fede a confronto con la ragione del nostro tempo. Aiuteremo così i giovani ad allargare gli orizzonti della loro intelligenza, aprendosi al mistero di Dio, nel quale si trova il senso e la direzione dell’esistenza, e superando i condizionamenti di una razionalità che si fida soltanto di ciò che può essere oggetto di esperimento e di calcolo. È quindi molto importante sviluppare quella che già lo scorso anno abbiamo chiamato “pastorale dell’intelligenza”» (dal discorso di Benedetto XVI al Convegno della diocesi di Roma del giugno 2007).

(23) Molte delle sperimentazioni in atto in Italia insistono su questo aspetto.

(24) La I Nota pastorale della CEI sull’iniziazione cristiana del 1997 recita espressamente al n. 41, richiamandosi al Sinodo dei Vescovi del 1977 (Messaggio al popolo di Dio, 8): «il catecumenato degli adulti costituisce il modello di ogni processo di iniziazione cristiana. Anche la prassi tradizionale dell’iniziazione per coloro che hanno ricevuto il Battesimo da bambini va ripensata e rinnovata alla luce del modello catecumenale». La stessa I Nota, al n. 23, enuncia le caratteristiche che emergono dal RICA come riferimenti per la catechesi (li abbiamo già proposti nei diversi punti di questo nostro articolo): «I grandi principi sui quali poggia tutto il RICA, e che fanno di esso un modello tipico per la formazione cristiana, sono molto bene indicati dalla Premessa dell’edizione italiana:

-il necessario primato dell’evangelizzazione, che solleciti una salutare inquietudine di fronte alle mutate condizioni. Tale priorità costantemente affermata e resa evidente dallo spazio dato alla Parola annunziata e spiegata e alla fede-conversione con cui si risponde ad essa;

-il rapporto fra l’iniziazione e la comunità cristiana: la Chiesa che fa i cristiani. L’iniziazione avviene in seno alla comunità e con la collaborazione della comunità, che accogliendo i nuovi arrivati edifica e rinnova continuamente se stessa;

-la stretta e organica connessione dei tre sacramenti di iniziazione: il Battesimo, la Confermazione e l’Eucaristia, che ne costituisce il culmine. I tre sacramenti dell’iniziazione sono così intimamente tra loro congiunti, che portano i fedeli a quella maturità cristiana per cui possono compiere, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria del popolo di Dio14. Questo legame significa l’unità del mistero pasquale, lo stretto rapporto fra la missione del Figlio e l’effusione dello Spirito Santo e l’unità dei sacramenti con i quali il Figlio e lo Spirito Santo vengono insieme con il Padre a prendere dimora nei battezzati (RICA, 34);

-l’inserimento nell’anno liturgico, che pone al centro la celebrazione del dies dominicus, Pasqua settimanale, e la celebrazione della Pasqua annuale con la preparazione quaresimale e il suo prolungamento nel tempo pasquale fino alla Pentecoste. é in questo contesto che si può valorizzare e coordinare la globalità dei vari aspetti del vivere cristiano: ascolto della Parola, preghiera, conversione morale, esercizio della carità e testimonianza evangelica;

-la rispettosa attenzione alle singole persone nelle loro varie situazioni ed esperienze umane, che possono essere assunte nella ricca pedagogia di iniziazione. Il RICA richiede la necessaria maturazione, nel rispetto dei ritmi di crescita, e fa emergere l’esigenza di una azione pastorale che conduca alla riscoperta o alla consapevolezza progressiva e personale della propria fede».

(25) Da J. Ratzinger, Il Catechismo della Chiesa cattolica e l’ottimismo dei redenti, in J. Ratzinger – Ch. Schönborn, Breve introduzione al Catechismo della Chiesa Cattolica, Città Nuova, Roma, 1994, pp. 26- 27.

(26) Libro del Sinodo di Roma, p. 301.

 

 


[1] Per l’espressione, cfr. le riflessioni del teologo pastoralista Sergio Lanza, che così scrive (in La parrocchia in un mondo che cambia. Situazioni e prospettive, OCD, Roma Morena, 2003, p. 120): «la nostra situazione non è assimilabile troppo sbrigativamente né a quella dell’antica e preziosa stagione catecumenale, né a quella della socializzazione religiosa medievale, né a quella della pedagogizzazione e scolarizzazione crescente nell’epoca post-tridentina. Ha caratteri che l’avvicinano e contemporaneamente la allontanano da questi tre macromodelli della storia che ci ha preceduto. La modificazione del paradigma complessivo di riferimento impone la produzione di un modello adeguato: non si tratta di aggiungere o modificare qualcosa; si tratta, piuttosto, di ricentrare i processi del diventare cristiani, rifigurandoli secondo un modello misto, di carattere educativo con inflessione catecumenale».

[2] Il riferimento è ovviamente alla I Nota CEI del 1997 sul catecumenato degli adulti, alla II Nota CEI del 1999 sull’iniziazione cristiana dei ragazzi dai 7 ai 14 anni, alla III Nota CEI del 2003 sul risveglio della fede ed il completamento dell’iniziazione cristiana in età adulta. 

[3] Le sperimentazioni percorrono itinerari diversi, proponendo a volte una catechesi di stile catecumenale, altre volte una catechesi familiare (non è superfluo rilevare che le due prospettive sono molto diverse, sebbene spesso vengano identificate; il catecumenato antico era un cammino personale, non necessariamente familiare, e l’esigenza odierna di tenere presenti insieme la dimensione catecumenale e quella familiare è certamente nuova).

La riflessione sull’educazione portata avanti dalla CEI, d’altro canto, sta allargando le prospettive al di là dei ristretti confini intra-ecclesiali, mostrando che oggi tutti gli educatori – non solo i catechisti, ma anche i genitori e gli insegnanti – sono in difficoltà nell’azione educativa verso i pre-adolescenti e gli adolescenti; questo disagio, a sua volta, affonda le radici nello smarrimento di una chiara prospettiva educativa già in età infantile. La consapevolezza odierna dell’esistenza di un’emergenza educativa va di pari passo con un rinnovato interesse per questo tema, con il rinascere del desiderio di essere educatori appassionati e responsabili.

Il magistero di Benedetto XVI, infine, si sta caratterizzando per una costante attenzione catechetica nel presentare la fede a partire dalle problematiche del contesto odierno. Nei suoi interventi, il papa sta sollecitando la catechesi a riappropriarsi dei temi più grandi ed esistenzialmente vivi del cristianesimo, come il primato di Dio, la creazione, il rapporto fra grazia e peccato, la definitività della rivelazione in Cristo, la dignità dell’uomo immagine di Dio, la presenza del risorto nella chiesa e nell’economia sacramentaria, ecc. e a non dimenticare che l’uomo ha bisogno, da un lato, della testimonianza dell’amore e, dall’altro, della conoscenza della verità per poter apprezzare pienamente la fede.

[4] Tornano in mente le espressioni che l’allora cardinal Ratzinger pronunziò nel corso del Sinodo della diocesi di Roma: «In quell’epoca [immediatamente dopo il Concilio] io avevo inviato un piccolo lavoro ad Hans Urs von Balthasar, il quale come sempre mi ringraziò immediatamente con un cartoncino ed al ringraziamento aggiunse una frase pregnante che per me divenne indimenticabile: non presupporre, ma proporre la fede. Fu un imperativo che mi colpì. L’ampio spaziare in nuovi campi era buono e necessario, ma solo a partire dal presupposto che esso stesso traesse origine dalla luce centrale della fede e da questa luce fosse sostenuto. La fede non ha permanenza di per se stessa. Non la si può mai semplicemente presupporre come una cosa già in se conclusa. Deve continuamente essere rivissuta. E poiché è un atto, che abbraccia tutte le dimensioni della nostra esistenza, deve anche essere sempre ripensata e sempre di nuovo testimoniata» (da La fede della Chiesa di Roma, dell’allora cardinal Joseph Ratzinger, durante il Sinodo Romano, il 18 gennaio 1993, relazione tenuta per presentare il Catechismo della Chiesa Cattolica. Il testo è apparso sui Quaderni-Nuova Serie del Sinodo Romano, n.2, Vicariato di Roma, 1993, pp. 67-73; è disponibile anche on-line su www.gliscritti.it).

[5] È il brano degli Atti su cui si è incentrato il primo discorso di S. Em. il cardinal Vallini ai catechisti della diocesi di Roma il 27/9/2009.

[6] Recentemente così si è espresso un documento CEI sulla formazione dei catechisti: «Ispirarsi al paradigma catecumenale significa anzitutto riconoscere un dato di fatto: il cammino di fede delle famiglie che chiedono i sacramenti per i propri figli è spesso ridotto a rari gesti religiosi e ad un generico impegno educativo, per cui risulta decisiva una fase di ‘prima evangelizzazione’. Tale fase, previa alla vera e propria educazione della fede, è tesa a favorire l’initium fidei, perché la fede cristiana non può essere data per scontata né acquisita senza volerlo e senza saperlo. Come scrivono i Vescovi italiani negli orientamenti pastorali per il primo decennio del 2000, anche i fanciulli e i ragazzi che sono stati battezzati alla nascita su richiesta delle loro famiglie, “hanno bisogno di essere interpellati dall’annuncio del Vangelo nel momento in cui iniziano il loro cammino catechistico. Sempre più spesso, infatti, non si può presupporre quasi nulla riguardo alla loro educazione alla fede nelle famiglie di provenienza. L’incontro con i catechisti diviene per i fanciulli una vera e propria occasione di ‘prima evangelizzazione’. […] Questa attenzione dovrà accompagnare ancor più la catechesi dei ragazzi e dei giovani e ci dovrà sospingere a ripensare costantemente l’iniziazione cristiana nel suo insieme e gli strumenti catechistici che l’accompagnano” […] È urgente rendersi conto che l’attuale divario culturale rispetto a una società cristiana si è fatto ancora più largo. Il contesto in cui viviamo non porta gli uomini alla fede, né li sostiene nel loro cammino. Sempre più spesso negli stessi fanciulli battezzati non si può presupporre quasi nulla riguardo all’educazione cristiana nelle famiglie di provenienza, né si può dare più per scontato che coloro che si presentano siano cristiani consapevoli. Lo Spirito chiede oggi alla Chiesa un nuovo atto di fedeltà, che è al contempo fedeltà al Vangelo e fedeltà all’uomo. Tale fedeltà ha le connotazioni proprie di una nuova evangelizzazione, ed è dentro questo orizzonte che va ripensato progressivamente il processo di Iniziazione Cristiana, e di conseguenza le caratteristiche del catechista dentro una comunità che inizia alla fede con tutta la sua vita. In questa prospettiva missionaria di nuova evangelizzazione la Chiesa italiana promuove l’attuazione del primo annuncio e la scelta del catecumenato come paradigma di Iniziazione Cristiana. La prassi tradizionale dell’Iniziazione Cristiana dei fanciulli e ragazzi battezzati va quindi ripensata. Anche con questi ragazzi si dovrà affrontare un cammino di prima evangelizzazione e di reale iniziazione alla fede». (CEI, La formazione dei catechisti nella comunità cristiana. Formazione dei catechisti per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, del 2006, nn.3 e 4).

[7] Non è qui possibile sviluppare il valore delle tre dimensioni della bellezza, della verità e della bontà (i tre “trascendentali” che la teologia moderna ha riscoperto a partire da H. U. von Balthasar) che debbono essere tenute presenti per una catechesi che “trafigga” il cuore a partire dalla bellezza della fede, dalla sua verità e dalla sua capacità di guidare al bene.

[8] Dal discorso di Benedetto XVI del 19 ottobre 2006, ai partecipanti al Convegno di Verona.

[9] Si noti, solo di passaggio, che il problema di Dio sembra oggi essere addirittura più urgente della questione cristologica, perché il contesto culturale tende a rendere insignificante la stessa questione di Dio – ma ovviamente la questione di Dio e quella del Cristo non si possono separare. Quando il kerygma neotestamentario proclamava: «Dio ha resuscitato Cristo dai morti», poteva farlo perché l’esistenza di Dio era un punto fermo nella vita di coloro che ascoltavano. Nell’annunzio di Paolo ai pagani, nell’Areopago di Atene – in una maniera che differenzia quella catechesi dal modo abituale dell’apostolo di parlare agli ebrei – Paolo partì proprio dalla questione di Dio e solo successivamente arrivò all’annunzio di Cristo.

[10] Così aveva affermato l’allora cardinal Ratzinger, rivolgendosi proprio alla diocesi di Roma: «i grandi temi della fede – Dio, Cristo, Spirito Santo, Grazia e peccato, Sacramenti e Chiesa, morte e vita eterna – non sono mai temi vecchi. Sono sempre i temi, che ci colpiscono più nel profondo. Devono sempre rimanere centro dell’annuncio e quindi anche centro nel pensiero teologico». Il catecumeno, come il battezzato che ritrova la bellezza del cristianesimo, ha bisogno di vedere e toccare con mano come la fede non sia «un cumulo di proposizioni, ma un semplice intenso atto», poiché «Dio è veramente Dio solo se è il Signore di tutte le cose. Così creazione, storia della salvezza, vita eterna sono temi che fluiscono immediatamente dal problema di Dio. Se parliamo della storia di Dio con l’umanità, si tocca con questo anche il problema del peccato e della grazia. È toccato il problema di come noi incontriamo Dio, quindi il problema della liturgia, dei sacramenti, della preghiera, della morale» (dalla riflessione La fede della Chiesa di Roma tenuta dall’allora cardinal Joseph Ratzinger, durante il Sinodo Romano, il 18 gennaio 1993, per presentare il Catechismo della Chiesa Cattolica. Il testo è apparso sui Quaderni-Nuova Serie del Sinodo Romano, n.2, Vicariato di Roma, 1993, pagg.67-73; è disponibile anche on-line su www.gliscritti.it).

[11] Fin dall’enciclica Deus caritas est, 3, Benedetto XVI ha sottolineato che la fede si trova ad affrontare oggi «una percezione molto diffusa: la Chiesa con i suoi comandamenti e divieti non ci rende forse amara la cosa più bella della vita? Non innalza forse cartelli di divieto proprio là dove la gioia, predisposta per noi dal Creatore, ci offre una felicità che ci fa pregustare qualcosa del Divino?». L’annuncio cristiano deve mostrare, invece, che la Parola di Dio rappresenta il vero e grande «sì di Dio» alla vita.

[12] Così si era espresso Giovanni Paolo II, in Catechesi tradendae 22: «Nella formazione dei catechisti deve essere evidenziato che è vano contrapporre l’ortoprassi all’ortodossia: il cristianesimo è inseparabilmente l’una e l’altra cosa. Le convinzioni ferme e ponderate spingono all’azione coraggiosa e retta: lo sforzo per educare i fedeli a vivere oggi come discepoli del Cristo esige e facilita una scoperta approfondita del mistero del Cristo nella storia della salvezza. È altrettanto vano sostenere l’abbandono di uno studio serio e sistematico del messaggio di Cristo in nome di un metodo che privilegia l’esperienza vitale. “Nessuno può raggiungere la verità integrale con una semplice esperienza privata, cioè senza una spiegazione adeguata del messaggio di Cristo, che è ‘via, verità e vita’ (Gv 14,6)”. Non si contrapporrà, parimenti, una catechesi che parta dalla vita ad una catechesi tradizionale, dottrinale e sistematica».

[13] Lo affermava già il Documenti di Base, in una sua famosissima espressione: «Prima sono i catechisti, poi i catechismi, anzi, prima ancora sono le comunità ecclesiali» (DB 200).

[14] P. Tomatis ha recentemente scritto, riflettendo sulla questione dell’ordine battesimo-cresima-eucarestia nell’iniziazione cristiana: «Per iniziare alla fede eucaristica, occorre una effettiva comunità eucaristica: la cosa non appare affatto scontata. […] L’invito ad una proposta più coraggiosa relativa all’ordine dei sacramenti deve pertanto accompagnarsi ad una progressiva riscoperta dell’identità eucaristica della comunità cristiana, senza la quale il perfezionamento iniziatico domenicale scade a buona abitudine, la prima comunione rimane irrimediabilmente l’ultima, e la confessione una questione privata» (dall’intervento Alla ricerca dell’iniziazione perduta, tenuto nel corso del Seminario di studi sul catecumenato A 10 anni dalla seconda nota sull’Iniziazione Cristiana, organizzato dall’Ufficio catechistico nazionale in Roma, Villa Aurelia, 7-8 settembre 2009).

[15] Così ha scritto papa Benedetto XVI: «“la migliore catechesi sull’Eucaristia è la stessa Eucaristia ben celebrata” (Propositio 19). Per natura sua, infatti, la liturgia ha una sua efficacia pedagogica nell’introdurre i fedeli alla conoscenza del mistero celebrato. Proprio per questo, nella tradizione più antica della Chiesa il cammino formativo del cristiano, pur senza trascurare l’intelligenza sistematica dei contenuti della fede, assumeva sempre un carattere esperienziale in cui determinante era l’incontro vivo e persuasivo con Cristo annunciato da autentici testimoni. In questo senso, colui che introduce ai misteri è innanzitutto il testimone. Tale incontro certamente si approfondisce nella catechesi e trova la sua fonte e il suo culmine nella celebrazione dell’Eucaristia» (da Sacramentum caritatis 64).

[16] L’allora cardinal J. Ratzinger ha invitato ad incoraggiare nella Chiesa la formazione di gruppi di persone fortemente coinvolte in un’esperienza di fede, ma ad evitare il rischio di identificare poi la Chiesa con loro:

«Vedo l’importanza delle minoranze creative. […] La mia prima tesi è che una religio civilis che realmente abbia la forza morale di sostenere tutti presuppone delle minoranze convinte che hanno trovato la “perla” e che vivono questo in modo convincente anche per gli altri. Senza tali forze sorgive non si costruisce niente. La seconda tesi poi è che ci devono essere forme di appartenenza o di riferimento, o semplicemente di contatto con tali comunità, o, piuttosto, che esse si creano da sé quando la loro capacità di convincere è sufficientemente grande. Come terza tesi, dire che queste minoranze creative evidentemente non possono stare in piedi da sé, né vivere di sé. Vivono naturalmente del fatto che la Chiesa nel suo insieme resta, vive della fede nella sua origine divina e di conseguenza difende ciò che non ha inventato lei stessa ma che riconosce come un dono della cui trasmissione è responsabile. Le “minoranze” rendono di nuovo vitale questa grande comunità, ma attingono nello stesso tempo, alla forza di vita che è nascosta in essa ed è in grado di creare sempre nuova vita. Come quarta tesi, infine, direi che laici e cattolici, coloro che cercano e quelli che credono, nel folto intreccio dei rami dell’albero con tanti uccelli, devono andare incontro gli uni agli altri con una nuova capacità di apertura. Anche i credenti non smettono mai di cercare, e chi cerca, d’altra parte, è toccato dalla verità e come tale non può essere classificato come un uomo senza fede o senza principi morali ispirati alla fede cristiana. Ci sono modi di appartenenza alla verità nei quali gli uni danno agli altri, ed entrambi possono sempre imparare qualcosa dall’altro. È per questo che la distinzione tra cattolici e laici deve essere relativizzata (dalla Lettera a M. Pera, di J. Ratzinger, in M. Pera – J. Ratzinger, Senza radici, Mondadori, Milano, 2004)».

[17] Anche il recupero della dimensione estetica della catechesi, attraverso l’iconografia cristiana e la storia dell’arte, diventa alla fine improduttivo se non giunge ad un rinnovato legame con la tradizione della Chiesa e la sua esperienza nei secoli.

[18] In proposito ha affermato con una felice espressione il Sinodo di Roma: «La famiglia sia considerata soggetto portante delle iniziative di catechesi degli adulti, così da favorirne la crescita spirituale ed ecclesiale e il compito missionario» (dal Libro del Sinodo della diocesi di Roma, p. 132). I vescovi italiani hanno parlato della scelta della famiglia come di una delle due decisioni qualificanti il rinnovamento catechistico: «L’esperienza di questi anni ci ha confermato che il buon esito della catechesi è condizionato dalla attenzione privilegiata a due scelte qualificanti presenti nel DB: la centralità della catechesi degli adulti e della famiglia e la formazione dei catechisti» (dalla Lettera dei Vescovi per la riconsegna del testo “Il rinnovamento della catechesi”, 12).

[19] Afferma, in proposito, il Documento di base: «Ogni età dell’uomo ha il suo proprio significato in se stessa e la sua propria funzione per il raggiungimento della maturità […] Errori o inadempienze, verificatesi a una certa età, hanno talora conseguenze molto rilevanti per la personalità dell’uomo e del cristiano. Così pure una sana educazione umana e cristiana consente a ciascuno di vivere sempre come figlio di Dio […] Pertanto in ogni arco di età i cristiani devono potersi accostare a tutto il messaggio rivelato, secondo forme e prospettive appropriate» (DB 134).

[20] Dall’intervista a Sofia Cavalletti, Come pesci nell’acqua di Dio, disponibile su www.gliscritti.it nella sezione Catechesi e pastorale.

[21] Le diverse sperimentazioni di iniziazione cristiana in atto in Italia continuano a lamentare che il punto debole rimane quello della “mistagogia”. Si rinnova il rapporto con gli adulti, quello con i loro figli, ma lo stesso la percentuale dei ragazzi che continua il cammino dopo aver ricevuto i sacramenti non è alta. Questa debolezza strutturale dipende, a nostro avviso, dall’aver dimenticato di inserire la tematica della pastorale giovanile nel rinnovamento dell’iniziazione cristiana.

[22] Benedetto XVI ha più volte affrontato l’argomento, affermando: «Sappiamo che la gioventù deve essere realmente una priorità del nostro lavoro pastorale, perché essa vive in un mondo lontano da Dio. Ed è molto difficile trovare in questo nostro contesto culturale l’incontro con Cristo, la vita cristiana, la vita della fede. […] Mi ricordo di un elemento autobiografico negli scritti di san Cipriano. Io ho vissuto in questo nostro mondo — egli dice — totalmente lontano da Dio, perché le divinità erano morte e Dio non era visibile. E vedendo i cristiani ho pensato: è una vita impossibile, questo non si può realizzare nel nostro mondo! Ma poi, incontrandone alcuni, entrando nella loro compagnia, lasciandomi guidare nel catecumenato, in questo cammino di conversione verso Dio, man mano ho capito: è possibile!» (dalle risposte di papa Benedetto XVI nell’incontro con il clero di Roma, del 22 febbraio 2007).

Ed ancora: «Man mano che i ragazzi crescono aumenta naturalmente in loro il desiderio di autonomia personale, che diventa facilmente, soprattutto nell’adolescenza, presa di distanza critica dalla propria famiglia. Si rivela allora particolarmente importante quella vicinanza che può essere assicurata dal sacerdote, dalla religiosa, dal catechista o da altri educatori capaci di rendere concreto per il giovane il volto amico della Chiesa e l’amore di Cristo. Per generare effetti positivi che durino nel tempo, la nostra vicinanza deve essere consapevole che il rapporto educativo è un incontro di libertà e che la stessa educazione cristiana è formazione all’autentica libertà. Non c’è infatti vera proposta educativa che non stimoli a una decisione, per quanto rispettosamente e amorevolmente, e proprio la proposta cristiana interpella a fondo la libertà, chiamandola alla fede e alla conversione. Come ho detto al Convegno ecclesiale di Verona, “un’educazione vera ha bisogno di risvegliare il coraggio delle decisioni definitive, che oggi vengono considerate un vincolo che mortifica la nostra libertà, ma in realtà sono indispensabili per crescere e raggiungere qualcosa di grande nella vita, in particolare per far maturare l’amore in tutta la sua bellezza: quindi per dare consistenza e significato alla stessa libertà” (Discorso del 19 ottobre 2006). Quando avvertono di essere rispettati e presi sul serio nella loro libertà, gli adolescenti e i giovani, pur con la loro incostanza e fragilità, non sono affatto indisponibili a lasciarsi interpellare da proposte esigenti: anzi, si sentono attratti e spesso affascinati da esse. Vogliono anche mostrare la loro generosità nella dedizione ai grandi valori che sono perenni e costituiscono il fondamento della vita. L’educatore autentico prende ugualmente sul serio la curiosità intellettuale che esiste già nei fanciulli e con il passare degli anni assume forme più consapevoli. Sollecitato e spesso confuso dalla molteplicità di informazioni e dal contrasto delle idee e delle interpretazioni che gli vengono continuamente proposte, il giovane di oggi conserva tuttavia dentro di sé un grande bisogno di verità: è aperto quindi a Gesù Cristo che, come ci ricorda Tertulliano (De virginibus velandis, I,1), “ha affermato di essere la verità, non la consuetudine”. È nostro compito cercare di rispondere alla domanda di verità ponendo senza timori la proposta della fede a confronto con la ragione del nostro tempo. Aiuteremo così i giovani ad allargare gli orizzonti della loro intelligenza, aprendosi al mistero di Dio, nel quale si trova il senso e la direzione dell’esistenza, e superando i condizionamenti di una razionalità che si fida soltanto di ciò che può essere oggetto di esperimento e di calcolo. È quindi molto importante sviluppare quella che già lo scorso anno abbiamo chiamato “pastorale dell’intelligenza”» (dal discorso di Benedetto XVI al Convegno della diocesi di Roma del giugno 2007).

[23] Molte delle sperimentazioni in atto in Italia insistono su questo aspetto.

[24] La I Nota pastorale della CEI sull’iniziazione cristiana del 1997 recita espressamente al n. 41, richiamandosi al Sinodo dei Vescovi del 1977 (Messaggio al popolo di Dio, 8): «il catecumenato degli adulti costituisce il modello di ogni processo di iniziazione cristiana. Anche la prassi tradizionale dell’iniziazione per coloro che hanno ricevuto il Battesimo da bambini va ripensata e rinnovata alla luce del modello catecumenale». La stessa I Nota, al n. 23, enuncia le caratteristiche che emergono dal RICA come riferimenti per la catechesi (li abbiamo già proposti nei diversi punti di questo nostro articolo): «I grandi principi sui quali poggia tutto il RICA, e che fanno di esso un modello tipico per la formazione cristiana, sono molto bene indicati dalla Premessa dell’edizione italiana:

-il necessario primato dell’evangelizzazione, che solleciti una salutare inquietudine di fronte alle mutate condizioni. Tale priorità costantemente affermata e resa evidente dallo spazio dato alla Parola annunziata e spiegata e alla fede-conversione con cui si risponde ad essa;

-il rapporto fra l’iniziazione e la comunità cristiana: la Chiesa che fa i cristiani. L’iniziazione avviene in seno alla comunità e con la collaborazione della comunità, che accogliendo i nuovi arrivati edifica e rinnova continuamente se stessa;

-la stretta e organica connessione dei tre sacramenti di iniziazione: il Battesimo, la Confermazione e l’Eucaristia, che ne costituisce il culmine. I tre sacramenti dell’iniziazione sono così intimamente tra loro congiunti, che portano i fedeli a quella maturità cristiana per cui possono compiere, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria del popolo di Dio14. Questo legame significa l’unità del mistero pasquale, lo stretto rapporto fra la missione del Figlio e l’effusione dello Spirito Santo e l’unità dei sacramenti con i quali il Figlio e lo Spirito Santo vengono insieme con il Padre a prendere dimora nei battezzati (RICA, 34);

-l’inserimento nell’anno liturgico, che pone al centro la celebrazione del dies dominicus, Pasqua settimanale, e la celebrazione della Pasqua annuale con la preparazione quaresimale e il suo prolungamento nel tempo pasquale fino alla Pentecoste. é in questo contesto che si può valorizzare e coordinare la globalità dei vari aspetti del vivere cristiano: ascolto della Parola, preghiera, conversione morale, esercizio della carità e testimonianza evangelica;

-la rispettosa attenzione alle singole persone nelle loro varie situazioni ed esperienze umane, che possono essere assunte nella ricca pedagogia di iniziazione. Il RICA richiede la necessaria maturazione, nel rispetto dei ritmi di crescita, e fa emergere l’esigenza di una azione pastorale che conduca alla riscoperta o alla consapevolezza progressiva e personale della propria fede».

[25] Da J. Ratzinger, Il Catechismo della Chiesa cattolica e l’ottimismo dei redenti, in J. Ratzinger – Ch. Schönborn, Breve introduzione al Catechismo della Chiesa Cattolica, Città Nuova, Roma, 1994, pp. 26- 27.

[26] Libro del Sinodo di Roma, p. 301.