Presentazione del libro di J.Ratzinger-Benedetto XVI, di d.Andrea Lonardo

Presentiamo on-line la trascrizione della relazione tenuta da d.Andrea Lonardo durante il Convegno dei catechisti della Diocesi di Roma, che si è svolto in Vicariato il sabato 29 settembre 2007. L’Antologia di testi a cui si fa riferimento è anch’essa disponibile on-line su questo stesso sito nella sezione Approfondimenti.

Indice I/ Prolegomena (cose dette prima)
* 1/ Gesù di Nazaret ed il primo annuncio: pro-porre la fede, non presupporla
* 2/ Gesù di Nazaret: un libro sull’essenza del cristianesimo
* 3/ Il cuore della personalità di Gesù di Nazaret
* 4/ L’intima armonia della fede (che non è un sistema filosofico, ma nemmeno una massa disarticolata di esperienze)
* 5/ L’uomo cerca sempre, al di là dell’apparenza, ciò che è essenziale per vivere
* 6/ L’indissolubile unità di Logos ed Agape
* 7/ La questione della verità (e della libertà
II/ Lo sviluppo interno del libro Gesù di Nazaret
* 1/ I sinottici nel libro Gesù di Nazaret (analisi esemplificativa di un capitolo: cos’è il regno di Dio)
* 2/ Sottolineature
* 3/ Giovanni
III/ La storicità dei vangeli
* 1/ L’origine apostolica dei vangeli
* 2/ L’unico accesso possibile a Gesù è quello della Chiesa apostolica; il vicolo cieco degli apocrifiVorrei fare questa mattina con voi una presentazione del libro di Benedetto XVI Gesù di Nazaret in chiave catechetica. I fogli che vi sono stati distribuiti sono una antologia di testi per la vostra lettura personale. Sono disposti secondo lo schema di questa relazione e vi aiuteranno ad approfondire le singole parti.
I/ Prolegomena (cose dette prima)
Ho diviso la trattazione in varie tappe e vorrei dedicare più spazio ad una serie di premesse per situare il senso del libro in relazione alla catechesi -che è ciò che ci interessa in questo incontro introduttivo dell’anno- ed in rapporto al tema che la nostra diocesi ci propone quest’anno: Gesù è il Signore. Educare alla fede, alla sequela, alla testimonianza, provocandoci ad una rinnovata attenzione ai giovani. Per questo, all’analisi del libro, ho premesso un capitolo di Prolegomena, questo antico termine che vuol dire semplicemente premesse, cose dette prima, ma vedrete che già in questa prima parte rifletteremo su Gesù di Nazaret.
1/ Gesù di Nazaret ed il primo annuncio: pro-porre la fede, non presupporla
Cominciamo con la questione del cosiddetto primo annuncio. Questa espressione sta diventando sempre più centrale nell’ambito della catechesi. Perché una persona si accosti ad un cammino di fede illuminato dalla catechesi, deve prima aver fatto un incontro con il cristianesimo che ha destato in lei l’interesse. Deve aver intuito, a motivo di questo incontro, la bellezza della fede e deciso, fosse pure solo per curiosità, di approfondire nella catechesi il cammino. Questo è decisivo. Sarebbe da approfondire, ma non è questo il luogo, tutto il cammino della riflessione catechetica sull’evangelizzazione, con l’utilizzo delle espressioni nuova evangelizzazione, missionarietà e poi primo annunzio. Il cammino della catechesi ha alla base, comunque, questo incontro con il fatto cristiano che ti interessa, ti conquista, per cui decidi di approfondirlo.

Il libro del Papa ci aiuta a capire che il primo annuncio non è semplicemente un fatto cronologico, per cui esso deve essere premesso alla catechesi, come una tappa previa. Il problema è molto più serio e molto più bello: la fede deve sempre essere annunziata. Anche se una persona stesse già da venti anni in parrocchia, deve capire che la fede cristiana è nuova. Per questo ho scelto come titolo di questa prima tappa della nostra riflessione l’espressione pro-porre la fede, non presupporla, che proprio l’allora cardinal Ratzinger propose al Sinodo di Roma quando presentò in cattedrale il Catechismo della Chiesa Cattolica. E’ un testo bellissimo -potete leggerlo integralmente nell’antologia che avete fra le mani- in cui si racconta di un biglietto che il grande teologo svizzero Hans Urs von Balthasar gli inviò poco dopo la fine del Concilio. Sul biglietto era scritto: “Non presupporre, ma proporre la fede”. Perché questa affermazione? Perché noi non possiamo mai presupporre la fede? Perché la fede è viva, perché la fede è qualcosa che cresce con la persona, quindi va sempre proposta di nuovo, perché la persona ne capisca la novità. Essa deve essere sempre di nuovo rivissuta, approfondita, testimoniata.

Il libro Gesù di Nazaret nasce chiaramente con questo intento di essere un annunzio. Vuole essere un testo che provochi alla scoperta della bellezza e della verità del cristianesimo. Il suo intento non appare innanzitutto quello di porsi all’interno della discussione teologica o esegetica di singoli punti particolari, ma piuttosto quello di rendere testimonianza del perché si è diventati cristiani.

Questo orizzonte è una caratteristica del magistero di Benedetto XVI. Egli vuole proporre, presentare, motivare, mostrare. Già questo fatto è per noi catechisti una provocazione. Ci invita a stare non in un luogo protetto – ma insieme angusto e ristretto, sempre e solo con chi già è credente – quanto piuttosto ad essere a proprio agio proprio quando si è chiamati alla proposta della fede a chi non crede o a chi appartiene ad un’altra religione. L’incontro con chi non è cristiano non deve generare la paura, ma dobbiamo anzi capire che è proprio il nostro posto!

Il catechista è colui che ha il gusto di proporre la fede, è colui che sa che essa va sempre mostrata, motivata, spiegata. Essa non viene mai presupposta, ma sempre proposta di nuovo. Proposta a chi ancora non crede e proposta a chi già crede, perché ne divenga ancora più convinto. È quell’atteggiamento per il quale il catechista non si limita ad enunciare le cose, ma si pone come domanda centrale la questione: “Colui che non crede capisce ciò che sto dicendo? Capisce il mio linguaggio? Riesco io a mostrargli che ciò che è proprio del cristianesimo è straordinariamente bello?” Insomma il catechista consapevole della necessità del primo annuncio non presuppone la fede di colui che lo ascolta, ma la suscita, la motiva, la rinnova.

Il Papa vuole mostrare con il suo libro chi è Gesù, perché sa bene che le persone spesso ne hanno una idea poco chiara o, comunque, non ne hanno una conoscenza che li abbia portati a comprendere la sua novità con meraviglia. E, per questo, propone! Se voi guardate anche solo l’indice è evidente che lo sguardo va direttamente a Gesù ed al significato della sua esistenza fin dall’inizio. Basta leggere, ad esempio, a pag.28, dove si afferma: La famosa affermazione di Adolf von Harnack secondo la quale l’annuncio di Gesù sarebbe un annuncio sul Padre, di cui il Figlio non farebbe parte – e dunque la cristologia non apparterrebbe all’annuncio di Gesù – è una tesi che si smentisce da sola. Gesù può parlare del Padre, così come fa, solo perché è il Figlio e vive in comunione filiale con il Padre. La dimensione cristologica, cioè il mistero del Figlio come rivelatore del Padre, la «cristologia», è presente in tutti i discorsi e in tutte le azioni di Gesù… Ed è questo che davvero salva: il trascendere i limiti dell’essere uomo – un passo che, in lui, per la sua somiglianza con Dio è già predisposto, come attesa e possibilità, fin dalla creazione.Il libro di Benedetto XVI non vuole arrivare dopo tortuose vie a difficilissime conclusioni, ma anzi, fin dall’inizio, fin dall’Introduzione intitolata Un primo sguardo sul mistero di Gesù -da cui vi ho letto quel passaggio- vuole proporre la persona di Gesù e mostrare poi, via via, il dispiegarsi di tutti i particolari. Anche strutturalmente il volume si apre trattando subito dell’intera figura di Gesù. Non è, quindi, concepito come una dimostrazione alla quale si arrivi solo al termine dell’ultimo capitolo.

Quante volte sentiamo dire da un catechista: “Questi bambini non sanno fare più neanche il segno della Croce! I genitori non glielo hanno insegnato!”. Ma per questo ci sei tu, catechista! La cosa straordinaria è che tu devi allora proporre ai bambini per la prima volta questo segno. Per questo devi soffermarti sulle cose essenziali, prima che sulle cose particolari, a cominciare proprio dal significato della croce e dalla rivelazione del Dio Padre, Figlio e Spirito che quel segno indica. Comprendere che la catechesi è oggi primo annunzio vuol dire che è necessario convincere, che non basta dire: “Devi fare il segno della croce”. Il catechista spesso annunzia per la prima volta a quella persona che proprio quel segno della croce è il segno della salvezza perché manifesta la misericordia di Dio che prende su di sé il male del mondo.

Prendiamo ancora l’esempio della realtà sacramentale e, più ampiamente ancora, della presenza dei segni nella trasmissione della fede cristiana. Un catechista si trova a dover spiegare perché esiste il sacramento della confessione, perché un cristiano debba confessarsi, cosa c’entra il prete, ecc. ecc. Ma c’è un problema ancora più radicale di cui deve essere consapevole! Noi veniamo da un periodo che ha decostruito culturalmente i segni. Pensate a un certo tipo di cultura post-sessantottina con frasi slogan del tipo: “La fede è nel cuore, puoi pregare nel segreto della tua camera. L’amore è nel cuore, è un fatto privato non serve il sacramento e nemmeno la celebrazione in comune. Il tuo amore per tuo marito è sufficiente che sia nel tuo cuore, così il tuo amore per Cristo”.

Queste espressioni indicano una decostruzione dei segni che è divenuta come un atmosfera che si è respirata. Pensate -è lo stesso problema visto con gli occhi del mondo scolastico- alle difficoltà che un insegnante incontra a spiegare l’abc delle regole di comportamento a scuola e del valore dei classici: che i cellulari vanno spenti in classe o che Dante è importante. Ora che Benigni ha cominciato, grazie a Dio, a parlare di Dante, tutti ne parlano, ma quando Paolo VI parlava della Divina Commedia o quando qualcuno affermava che nella scuola non bastano i moduli, ma che la Divina Commedia era un pilastro imprescindibile della cultura -e per questo il liceo aveva dedicato un anno per ogni cantica- una certa mentalità culturale subito ribatteva che leggere Dante nella scuola significava parlare di cose vecchie!

La conoscenza di Dante è e deve restare un passaggio fondamentale della formazione culturale in Italia; qualunque studente, da qualsiasi provenienza culturale giunga, deve essere aiutato a conoscere Dante. Lo stesso vale per un crocifisso di Cimabue o di Giotto: tu devi conoscerlo e comprenderlo, al di là se sei credente o non credente, altrimenti sei un ignorante. Noi dobbiamo recuperare questa consapevolezza, la consapevolezza di passaggi obbligati, perché importantissimi. E questo c’entra con il sacramento della confessione! Perché anch’esso, oltre ad avere il suo specifico valore sacramentale, appartiene a quell’universo di segni con il quale si trasmettono i valori.

Un altro esempio ancora. Nella celebrazione dei matrimoni e nella catechesi preparatoria è importante sottolineare le cose più semplici, ma fondamentali espresse dai segni. Vedete il segno dell’anello? A molti, soprattutto agli uomini, non abituati a portare anelli, dà fastidio. Eppure io vi assicuro, che anche se quel segno apparentemente non vuol dire molto, perché l’amore è nel vostro cuore, quando vedrete un uomo o una donna che in un viaggio di lavoro si toglie la vera nuziale, siate sicuri che quella cosa significa moltissimo! Il segno non è la cosa in sé, ma dice tantissimo della cosa stessa.

La fede cristiana è una fede sacramentale, espressa in riti e segni, continuamente significata. Tutto questo oggi va annunziato; quando un catechista parla dei segni, potrebbe sembrare una cosa scontata, una scoperta dell’acqua calda, mentre è straordinariamente affermare, come se fosse un primo annunzio, che vivere la fede senza segni è impoverente, addirittura impossibile.

La convinzione che ci deve animare -è la prima cosa che volevo sottolineare come riflessione sul senso del libro Gesù di Nazaret- è che questo testo ci invita a pro-porre, non a pre-supporre.

Una ultima sfumatura in questa premessa: la proposta di Gesù di Nazaret si differenzia da altre forme di annunzio su Gesù che sembrano simili, ma non lo sono. Ne indico sinteticamente tre:

1/ Una presentazione moralistica nella quale ci si limitasse a dire che Gesù è venuto, che per questo noi siamo cristiani e dobbiamo vivere la fede con coerenza. Questo vorrebbe dire partire dal presupposto che la fede già c’è e che si deve solamente, attraverso una insistenza sulla necessità del dovere, realizzarla. Questa impostazione è estremamente povera.

2/ Una seconda deriva impoverente è una lettura puramente kerygmatica (da kerygma, parola greca che vuol dire annunzio) del vangelo. Negli Atti degli Apostoli come in ogni altro libro neotestamentario c’è certamente l’annunzio che Gesù è risorto, che è il Signore, ecc. Proporre la fede significa certamente dire che Gesù è risorto, ma non è semplicemente questo.

Il Papa ci fa capire come noi dobbiamo convincere, non semplicemente affermare una cosa. Non basta lanciare un annuncio, lasciandolo lì, come se l’altro dovesse da solo fare la fatica di capirne il significato. Pensate alla parola convincere che è bellissima, vuol dire vincere insieme. Quando io ti convinco? Quando realmente ti ho aiutato ad arrivare a comprendere una cosa e tu dici: “E’ vero, hai ragione, quello che dici è bello ed è vero!” La catechesi è convinzione. Vince convincendo, non vince con la paura -pensate all’opposto al terrorismo che vuole vincerti facendoti paura. Vince solo quando ha catturato liberamente la tua mente, il tuo cuore, la tua vita. E tu dici: “Che meraviglia questa cosa!”. Questo è il cristianesimo, non c’è un altro accesso a Cristo che dire: “Che meraviglia!”.

3/ Terza forma parziale di catechesi da cui questo libro ci mette in guardia è quella -siamo all’estremo opposto di una proposta puramente kerygmatica- basata su di una proposta puramente antropologica. Posso parlare dell’uomo, delle sue esigenze, della sua legge naturale, dei suoi dubbi, dei suoi affetti -cose fondamentali che la catechesi deve affrontare- ma senza mai illuminarle con l’opera di Dio che trascende l’uomo stesso e che è sempre una sorpresa per l’uomo. La catechesi non è simile ad un gruppo di autocoscienza, perché è una proposta che non emerge direttamente dal cuore della persona, ma proviene da Gesù Cristo. Prima di Gesù Cristo, nessuno è mai stato cristiano. Tutti erano liberi di esserlo, ma finché non c’è stata la sua proposta, nessuno ha potuto essere cristiano. Tu sei cristiano perché c’è un altro che prima di te è stato cristiano e lui, a sua volta, lo è perché è venuto il Cristo. Ci sono stati uomini saggi, buoni, cercatori di Dio, fra i filosofi ed i poeti prima della venuta di Cristo, ma nessuno di loro è mai riuscito neanche ad immaginare cosa volesse dire essere cristiani!

Questa estate al convegno degli uffici catechistici organizzato dalla CEI c’è stata una bellissima relazione di mons. Ermenegildo Manicardi, biblista, che ha trattato della ricerca di Dio nel Nuovo Testamento. La sua affermazione, fondatissima a livello biblico, è che la ricerca di Dio ha un grande valore nella Sacra Scrittura, ma non è l’elemento decisivo perché Gesù, accogliendo la ricerca che gli uomini fanno di lui, mostra poi loro i limiti della loro ricerca e li conduce altrove.

Nella sua relazione, basandosi anche sulle ricerche di un altro biblista, Roberto Vignolo, affermava che l’ascolto e poi la contemplazione del Cristo sono più decisive della ricerca stessa. E’ come se Gesù dicesse ai due discepoli che lo seguono dopo che il Battista ha indicato loro in lui l’agnello di Dio oppure alla Maddalena che va al sepolcro a cercare il corpo del crocifisso: “Fate bene a cercarmi, ma ciò che io sono è diverso da quello che vi aspettate di trovare”. Cristo sorprende; ed è per questo che la fede è sempre proposta, è per questo che esiste la missionarietà: perché non si arriva da soli alla fede, ma è la Chiesa che annuncia Gesù Cristo, che me lo fa comprendere. Ed è solo allora che io posso dire che quella è la mia verità, che io sono nato per questo incontro. In questo libro perciò il Papa vuole proporre Gesù Cristo.

2/ Gesù di Nazaret: un libro sull’essenza del cristianesimo
Di cosa tratta questo libro? Come potremmo definirlo? Il Card. Ruini, in maniera estremamente precisa nella Relazione conclusiva al Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma, lo ha definito un libro sull’essenza del cristianesimo. A mio avviso questa è la chiave di lettura fondamentale.

Pur trattando di esegesi e di teologia speculativa Gesù di Nazaret non è, tecnicamente parlando, né un libro di esegesi, né di teologia speculativa. E sbaglia chi, ponendosi da quel punto di vista, si sofferma su di una cosa evidente, cioè che l’apparato critico delle note non è quello di un testo che presenta tutte le differenti interpretazioni possibili.

Questo libro è prezioso proprio perché si pone da un punto di vista sintetico e non solo analitico. L’Autore racconta, proprio all’inizio del volume, di essere stato conquistato da ragazzo da volumi che presentavano il senso globale della persona di Gesù e, fra gli altri, cita Romano Guardini autore di L’essenza del Cristianesimo e de Il Signore.

Che cosa propone la fede cristiana? Qual è la sua essenza? Perché si crede ad essa? A queste domande risponde il libro. Fra l’altro, per noi catechisti, è esattamente la prospettiva del Documento di Base sul rinnovamento della catechesi in Italia con le sue riflessioni sulla persona di Gesù come cuore della catechesi.

Fermiamoci un attimo sulla parola essenza, perché la prima obiezione che si potrebbe fare è quella di scegliere con la parola essenza un termine filosofico ed entrare nel campo della filosofia. Essenza, invece, è qui qualcosa di molto più prezioso: indica semplicemente il cuore del cristianesimo, il centro da cui tutto dipende. Qual è il punto decisivo che noi proponiamo alla vita degli uomini dopo averlo capito noi stessi, dopo averlo amato e averlo accolto?

Proprio Romano Guardini, nel brano che vi ho trascritto nell’antologia, spiega come le interpretazioni ideologico-filosofiche del cristianesimo nascono dal non averne capito bene l’essenza! Alcuni, infatti, affermano che il cristianesimo consiste nell’amore del prossimo -questo è un concetto!- altri che il cristianesimo è il perdono o il rispetto dell’alterità o ancora il valore della persona umana. Questi modi di proporre l’essenza del cristianesimo sono in realtà letture concettuali ed ideologiche che lo rendono un’idea od una morale e lo impoveriscono, lo distruggono dall’interno. Ne conseguono quelle letture semplificatorie che riducono la fede alla proclamazione fatta ai bambini che debbono volersi bene.

Certo il volersi bene ed il valore supremo della carità balzano in primo piano proprio con il cristianesimo e l’amore per il prossimo è così fondamentale nella nostra cultura perché c’è stato il cristianesimo: ma tutto questo non è l’essenza del cristianesimo. E’ legato indissolubilmente ad esso, tanto è vero che in nessun’altra cultura si parla del perdono come della chiave di lettura della vita, però il perdono non è l’essenza del cristianesimo.

Il Papa risponde -sulla stessa linea di Guardini- che l’essenza del cristianesimo è Gesù Cristo. Non un’idea, ma una persona. Il cristianesimo ha un cuore, ma non è un sistema filosofico; ha un ordine che nasce da una vita che non è la mia, ma la Sua, ed anzi consiste nello scoprire che la mia vita è originata dalla Sua e non la Sua dalla mia. Il cristianesimo è la persona del Cristo. Il Papa ci invita, innanzitutto, a contemplare questa realtà: Cristo è il cuore di tutto l’esistere, alla sua persona è legata qualsiasi creatura, l’intero universo ha un centro e l’insieme del reale non è disarticolato, ma tutto sarà ricapitolato in Cristo. Ogni uomo comprende in pienezza cosa voglia dire essere persona, guardando alla persona di Cristo.
3/ Il cuore della personalità di Gesù di Nazaret
A questa domanda, però, ne segue immediatamente un’altra: qual è il cuore della personalità di Gesù? Gesù è l’essenza del Cristianesimo, ma se noi dovessimo comprendere chi è Gesù, perché ha questo significato unico, cosa potremmo dire ancora? Chi è Gesù? Così si esprime l’Autore:

Qui sorge però la grande domanda che ci accompagnerà per tutto questo libro: ma che cosa ha portato Gesù veramente, se non ha portato la pace nel mondo, il benessere per tutti, un mondo migliore? Che cosa ha portato?

La risposta è molto semplice: Dio. Ha portato Dio. Quel Dio, il cui volto si era prima manifestato a poco a poco da Abramo fino alla letteratura sapienziale, passando per Mosè e i Profeti – quel Dio che solo in Israele aveva mostrato il suo volto e che, pur sotto molteplici ombre, era stato onorato nel mondo delle genti – questo Dio, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio vero Egli ha portato ai popoli della terra.

Il cuore della vita di Gesù sta nel suo rapporto con Dio. La caratteristica che sta a fondamento dell’esistenza di Gesù -caratteristica che è essenziale nel senso personale che abbiamo appena visto- sta in questo rapporto. Il libro afferma questo fin dalle prime pagine quando, parlando del rapporto tra Mosè e Gesù, afferma la differenza fra Mosè che non poteva vedere Dio in volto e Gesù che lo rivela. Gesù ha preteso di conoscere il vero volto di Dio e di volerlo rivelare agli uomini.

Questa convinzione nasce dalla storia, nel senso che questa è stata la pretesa di Gesù nella sua vita terrena, ma è anche esistenziale nel senso che questa rivelazione portata da Gesù corrisponde anche al desiderio più grande dell’uomo. Dobbiamo essere convinti, come catechisti, per esperienza e per riflessione, che ogni uomo, dall’infanzia all’età adulta, ha bisogno di sentirsi dire che il suo desiderio più grande è quello di Dio.

Alle domande sui veri bisogni dell’uomo -“Di cosa hai bisogno? Cosa ti manca? Cosa ti darà la forza di vivere la giustizia, la povertà, l’amore, l’intelligenza, la vocazione?”- la catechesi risponde che l’uomo ha bisogno di Dio, e non di un dio qualsiasi, ma del Dio rivelato da Gesù Cristo.

Il cristiano sa bene che il volto di Dio rivelatoci dalla persona di Gesù è assolutamente diverso da ogni altro modo precedente, ma anche successivo e futuro. Questo è il cuore di tutto e la catechesi, qualsiasi tema specifico affronti, ha in mente questo, mira a questo e lo fa emergere continuamente. Dinanzi ai problemi, ai desideri, alla ricerca dell’uomo, torna sempre a dire: “Non c’è nessuna cosa all’infuori del Dio rivelatoci dal Signore che appagherà mai il desiderio dell’uomo”. E’ il vero motivo del perché non ci basta mai niente. Quando, con il passare dell’età, il coniuge scopre che il marito o la moglie non gli basta, non è perché ha sbagliato la sua scelta, come frequentemente si conclude operando una sorta di cortocircuito. La limitatezza di ogni cosa e di ogni persona, rimanda, invece, all’Unico che manca! Manca tutto a chi non ha Dio nel cuore.

Questo non vuol dire disconoscere che possono esserci problemi specifici con le persone, ma il catechista vede che c’è una mancanza più grande, una assenza che porta a non comprendere più il reale valore delle persone e dell’amore per loro.

C’è una frase bellissima del libro, che invita a riflettere sul fatto che l’uomo cerchi altrove e non nella rivelazione del volto di Dio il cuore della vita di Gesù:

Solo la nostra durezza di cuore ci fa ritenere che ciò sia poco.

Affermare che Gesù ci ha portato Dio ci sembra una cosa di poco conto perché abbiamo il cuore duro. Se noi comprendessimo che questa è la realtà più grande che potesse esserci donata ne apprezzeremmo l’enorme portata. Questo è l’amore di Cristo per noi: Cristo ci ha amato proprio portandoci Dio. E’ perché ci ha amato che ci ha portato Dio ed è portandoci Dio che ci ha amato.
4/ L’intima armonia della fede (che non è un sistema filosofico, ma nemmeno una massa disarticolata di esperienze)
Questo nucleo vitale della fede -la persona di Gesù ed il suo rapporto con il Padre- è il vero motivo dell’intima armonia della fede. E’ importante che ogni persona attraverso la catechesi comprenda perché c’è una sintesi della fede, perché c’è il Credo. E’ una cosa straordinaria che ci sia il Credo! Ma perché c’è il Simbolo della fede? Come la fede arriva a fare sintesi?

Benedetto XVI ha usato questa espressione, nella sua relazione introduttiva al Convegno della diocesi di Roma di giugno:

“Dall’affermazione Gesù è il Signore si è sviluppato il Credo”.

Dire “Gesù è il Signore”, dire “Gesù ci ha portato Dio”, dire “Gesù è il Figlio di Dio”, dire “Io credo in Dio Padre Onnipotente”, è la stessa identica cosa, in una forma armoniosamente declinata, spiegata.

Nell’antologia che vi è stata distribuita trovate un brano bellissimo del grande teologo H.U.von Balthasar nel quale egli paragona il Credo allo sviluppo dell’uomo dalla prima cellula embrionale:

Ogni molteplicità proviene da qualcosa di semplice. Le molte membra dell’uomo, da un uovo fecondato. Le dodici enunciazioni del credo apostolico, anzitutto da queste tre domande particolari: Credi in Dio Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo? Ma anche queste tre formule sono espressione – ed è Gesù a fornircene la prova – del fatto che l’unico Dio è, nella sua essenza, amore e donazione… Queste tre “vie di accesso” a loro volta si diramano in dodici “articoli” (“articulus” indica in latino la giuntura che tiene unite fra loro le membra). La nostra fede non si affida mai a delle frasi, ma ad un’unica realtà che si dispiega davanti a noi: una realtà che è al tempo stesso la verità più alta e la più profonda salvezza.

Il rapporto tra il cuore della fede e le singole verità che crediamo come cristiani non va compreso come una specie di patchwork nel quale vengono legate cose diverse tra loro. Il libro Gesù di Nazaret indica come ciò che crediamo -lo Spirito, la Chiesa, i sacramenti, ecc.- tutto dipenda da quel centro e vi sia indissolubilmente connesso. E’ questo che anche la catechesi deve mostrare (troviamo indicazioni in questa direzione nel Documento di base) indicando nel Credo l’armonica realtà della fede, che lascia trasparire tutte le sfaccettature di quell’unico cuore, che è il rapporto fra il Figlio ed il Padre nello Spirito, il cristocentrismo trinitario, che si articola poi nel credere la chiesa, la resurrezione dei morti, la vita eterna, il perdono dei peccati, ecc. ecc.

Similmente al processo per il quale da un embrione si sviluppa l’uomo. Balthasar sottolinea come il termine articolo -nell’analisi del Credo si utilizza l’espressione articoli della fede- venga dal termine anatomico articolazione. Il mio braccio non è una cosa a parte che mi è stata successivamente attaccata, ma sono io stesso che nello sviluppo del mio corpo ho articolato il braccio, sono io nel mio braccio! La catechesi deve mostrare che ciò che annunzia è connesso a Gesù di Nazaret, come un’articolazione del corpo con la totalità di esso. E’ la famosa affermazione della gerarchia delle verità del Concilio Vaticano II, che non significa che ci sono cose più vere e meno vere, ma, piuttosto, che le verità sono legate in un ordine, sono espressione della verità personale che è la Parola di Dio, Gesù Cristo stesso.

Questo libro ci conduce per mano a comprendere che la fede non è un sistema filosofico. La teologia e la catechesi non sono delle enunciazioni di causa-effetto, di conseguenze e nessi razionalistici, ma non sono neanche una massa disarticolata di esperienze, di affermazioni che vengono accolte senza alcuna relazione fra loro.

Piuttosto noi dobbiamo riportare continuamente ogni aspetto della verità della fede cristiana al suo significato di espansione vitale di quel centro che è la presenza del Figlio in mezzo a noi. Mi raccontavano in questi giorni delle espressioni con le quali Salvatore Marsili, benedettino e grande liturgista, utilizzava per spiegare cosa fosse la liturgia cristiana: egli diceva che la liturgia è l’ultimo atto della storia della salvezza. La storia della salvezza non è terminata con l’ascensione di Cristo presso il Padre, ma il Cristo risorto oggi ci salva, ci ama, ci parla, ci dà se stesso nell’Eucaristia. La liturgia è la storia della salvezza che continua. E’ estremamente chiaro come questa visione leghi il sacramento che celebriamo a Gesù stesso. Anche noi possiamo, nella catechesi che introduce alla celebrazione alla comunione, mostrare che proprio essa annunci che il Cristo non è un filosofo morto tanti anni fa.

Il sacramento non può essere tolto all’unità della fede: esso realizza oggi per la nostra generazione la salvezza compiuta dal Cristo. E’ vero così che il sacramento dell’eucarestia è un’articolazione della fede, un’articolazione legata essenzialmente alla fede stessa, indispensabile ed indissolubile da essa.
5/ L’uomo cerca sempre, al di là dell’apparenza, ciò che è essenziale per vivere
Non solo Gesù di Nazaret vuole portarci a contemplare questo Gesù che annunzia il vangelo della figliolanza divina, ma vuole anche confermarci nella consapevolezza che è solo questo annunzio che in maniera suprema ci conduce alla vera nostra umanità. In un passo che trovate più ampiamente nell’antologia, l’Autore scrive:

Sì, le Beatitudini si contrappongono al nostro gusto spontaneo per la vita, alla nostra fame e sete di vita. Esigono «conversione» – un’inversione di marcia interiore rispetto alla direzione che prenderemmo spontaneamente. Ma questa conversione fa venire alla luce ciò che è puro, ciò che è più elevato, la nostra esistenza si dispone nel modo giusto…

In una parola: la vera «morale» del cristianesimo è l’amore. E questo, ovviamente, si oppone all’egoismo – è un esodo da se stessi, ma è proprio in questo modo che l’uomo trova se stesso.

Questo è l’altro pilastro della catechesi: essa annuncia la fedeltà di Dio all’uomo. Proponendo Cristo il Papa vuole anche mostrare che proprio di questo Gesù ha bisogno l’uomo per essere pienamente se stesso.

Il libro è pieno di riferimenti al contesto odierno, ma, più ancora, alla condizione dell’uomo in quanto uomo che, nella sua sostanza, non si è mai modificata nel corso dei secoli. C’è così, da un lato, nelle parole del Papa il riferimento al linguaggio attuale ed ai drammi ed alle gioie del nostro tempo, ma insieme l’invito a recuperare la consapevolezza che l’uomo, nei suoi problemi e nei suoi desideri, è sempre lo stesso.

La catechesi si trova dinanzi al nostro contemporaneo, che respira gli atteggiamenti culturali odierni con le loro peculiarità -e questo contesto deve essere da noi conosciuto. Ma d’altro canto non dobbiamo farci fuorviare da una sopravvalutazione dei fenomeni attuali, che spesso sono solo espressioni di una moda passeggera che si dilegua rapidamente come rapidamente è comparsa.

Non è perché la televisione è piena di reality show che la realtà profonda del cuore umano viene ad essere modificata. Certo quella serie di interventi mediatici si propone di rendere diversa la percezione della vita, ma noi dobbiamo essere convinti che la profondità del desiderio umano è più forte di questi tentativi di modificarlo!

Un determinato contesto culturale non ha la forza di far sparire dall’uomo il suo desiderio di Dio, il suo desiderio di una vita ricca di senso, capace di rispondere ad una vocazione, capace di generare e di amare un bambino, ecc. ecc. La catechesi affronta il contesto culturale nel quale viviamo, ma si radica anche su di una certezza, che c’è qualcosa nell’uomo che è così essenziale che neanche il peccato originale -che è la cosa più disastrosa che sia mai avvenuta- è riuscito a distruggere sostanzialmente. Il libro del Papa ha questo indirizzo, cerca di andare a cogliere quegli elementi che sono permanenti nel cuore dell’essere umano.

Così l’altra domanda che si pone la catechesi e sulla quale il Papa ci invita a riflettere è: “Qual è il cuore dell’uomo? Cosa è scritto nel profondo di questo cuore?”. Non sarà che noi non riusciamo ad entrare in contatto con un adolescente, non perché non conosciamo la sua musica, le sue mode, i suoi gusti -questo può anche avvenire nel passaggio da una generazione all’altra- ma più profondamente perché non riusciamo a capirlo più profondamente, in ciò che realmente desidera e di cui spesso non è neanche consapevole e che noi non riusciamo a rivelargli?

Come può un nonno capire un nipote? Solo aggiornandosi sulle nuove mode o, piuttosto, essendo se stesso e sapendo mostrare dal tesoro della ricchezza della propria vita ed esperienza cos’è ciò che nella vita è contato davvero per essere pienamente uomini? E’ lì che il giovane capisce di essere davvero compreso al di là dell’apparenza. Questo non vuol dire che un catechista non debba essere informato, leggere i giornali, ma questo non è sufficiente. Ci sono nonni che non sanno niente delle tendenze del momento, ma davanti al problema di un ragazzo sanno cogliere il punto, sanno leggere nel cuore.

La catechesi sbaglierebbe così due volte se dicesse che al cuore della persona di Gesù non c’è il suo rapporto con Dio. Commetterebbe innanzitutto un errore storico, perché a questo livello storico-scientifico non c’è dubbio -afferma Gesù di Nazaret- che a muovere tutta la vita di Gesù sia stata la sua consapevolezza del suo rapporto con Dio. Ma, dall’altro, perderebbe ogni reale interesse presso il nostro contemporaneo. Che interesse, infatti, avrebbe un Gesù che non dicesse all’uomo che il suo bisogno più profondo è il desiderio di Dio? E che non ne rivelasse il vero volto? E che interesse avrebbe un Gesù che non venisse a dire: “Io sono l’unico che ti conduco in pienezza a capire chi è Dio”.

Se Gesù fosse un ripetitore di ciò che altri hanno già detto o che può essere detto da altri dopo di lui, indipendentemente da lui, perché dovremmo essere suoi discepoli? Noi non conquistiamo l’interesse dicendo che Gesù è l’amico del cuore -cosa che possiamo anche dire, perché Gesù è anche l’amico!- ma piuttosto mostrando la sua unicità.
6/ L’indissolubile unità di Logos ed Agape
Il Papa ha spesso ripetuto nel suo magistero l’affermazione che la fede cristiana è Logose Agape, poiché Dio è amore, ma insieme è sapienza e verità. L’esigenza umana di amore e di verità gli derivano proprio dal suo essere a immagine di quel Dio che è Logos e Agape. Ed è per questo che la fede cristiana ha da subito scelto la via della ricerca attraverso la ragione e del dono di sé attraverso l’amore come le due vie che le sono proprie indissolubilmente unite. La vita di fede è così indissolubilmente cammino di amore e di verità, di conoscenza reale, ma conoscenza amante, di amore vero, ma amore che conosce.

In Gesù di Nazaret questo traspare continuamente. Proprio le pagine finali del libro, dedicate alla presentazione delle espressioni “io-sono” caratteristiche del vangelo di Giovanni, mostrano come il quarto evangelista -vedremo fra breve perché ed in che senso debba essere considerato attendibile storicamente- abbia compreso che quelle espressioni che portano a compimento la rivelazione del nome di Dio veterotestamentario (cfr.Es3,14) esprimano la manifestazione della verità, ma della verità divina che è costitutivamente amore e bene per gli uomini:

Schnackenburg osserva che tutte queste espressioni figurate non sono che «variazioni sull’unico tema: Gesù è venuto nel mondo affinché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (10,10). Egli concede il dono unico della vita, e lo può concedere perché in Lui è presente in un’abbondanza originaria e inesauribile la vita divina» (vol. II, p. 101). L’uomo desidera e abbisogna, in fin dei conti, di una cosa sola: la vita, la vita piena – la «felicità». In un passo del Vangelo di Giovanni Gesù definisce questa cosa unica e semplice che aspettiamo: la «gioia piena» (cfr. 16,24).

Quest’unica cosa di cui si tratta nei tanti desideri e nelle tante speranze dell’uomo è espressa anche nella seconda domanda del Padre nostro: «Venga il tuo regno». Il «regno di Dio» è la vita in abbondanza – proprio perché non è solo «felicità» privata, gioia individuale, bensì il mondo giunto alla sua giusta forma, l’unità tra Dio e il mondo.

L’uomo, in fondo, ha bisogno di un’unica cosa che contiene tutto; ma deve prima imparare a riconoscere attraverso i Suoi desideri e i suoi aneliti superficiali ciò di cui necessita davvero e ciò che vuole davvero. Ha bisogno di Dio. Così possiamo ora vedere che dietro tutte le espressioni figurate c’è in ultima istanza questo: Gesù ci dà la «vita» perché ci dà Dio. Ce lo può dare perché è Egli stesso una cosa sola con Dio. Perché è il Figlio. Egli stesso è il dono – Egli è «la vita». Proprio per questo è, secondo l’intera sua natura, comunicazione, «pro-esistenza». E’ proprio questo che sulla croce appare come il suo vero innalzamento.

Le diverse espressioni “io-sono” -io sono la luce, io sono la vita, io sono la resurrezione, io sono il cibo, ecc.- confluiscono nell’affermazione “Io Sono” in assoluto, manifestazione della presenza di Dio in Gesù. Gesù pretende di affermare la verità, dicendo di essere la luce, il pane, la resurrezione, ma questa verità è verità di amore: perché l’uomo ha bisogno della luce, è nella cecità! C’è qui un nesso indissolubile della verità con l’amore. Gesù è, ed amando offre ciò che è, ed offrendolo nell’amore ne dimostra ulteriormente la verità.

Nel suo discorso iniziale al Convegno diocesano ancora una volta Benedetto XVI ha mostrato come nell’educazione delle nuove generazioni contenuto ed esperienza non debbono mai essere separati. Spiegava come è caratteristica dell’adolescenza e della giovinezza quella curiosità intellettuale, quel desiderio di conoscere la verità, che non possono essere trascurati da chi è educatore, pena lo svilimento del cammino formativo. Un giovane si accorge immediatamente se la persona che ha di fronte è in grado di dare risposte sensate e ragionevoli al suo desiderio di verità, al suo bisogno di capire il perché, il fondamento di ciò che gli viene proposto. Ma, insieme, il Papa chiedeva alle comunità cristiane quell’accompagnamento amoroso, fatto di accoglienza e di disponibilità a camminare insieme, in modo da mostrare che quella verità è concretamente vivibile e generatrice di vera gioia.

Nell’antologia distribuita trovate un passaggio, a mio avviso molto importante del discorso di Benedetto XVI al Convegno di Verona, nel quale si dice che la Chiesa dei primi secoli ha convinto del cristianesimo scegliendo insieme la via della verità e quella dell’amore senza mai disgiungerle, anzi mostrandone i legame -ha scelto di dialogare con la filosofia e non con il mito ed ha scelto il servizio di coloro che avevano bisogno come proprie connotazioni caratteristiche. Così ha detto Benedetto XVI in quella circostanza:

La forte unità che si è realizzata nella Chiesa dei primi secoli tra una fede amica dell’intelligenza e una prassi di vita caratterizzata dall’amore reciproco e dall’attenzione premurosa ai poveri e ai sofferenti ha reso possibile la prima grande espansione missionaria del cristianesimo nel mondo ellenistico-romano.

Gesù di Nazaret vuole mostrare in Gesù stesso l’unità indissolubile di amore e verità, di Logos e Agape.
7/ La questione della verità (e della libertà)
In un passaggio del libro che trovate anche nell’antologia, Benedetto XVI osserva come sia insostenibile affermare che tutte le verità sono uguali. E’ incredibile come si debba talvolta ricordare cose come questa, ovvie come il sole! Pensate solo se sarebbe accettabile per una persona appassionata di politica l’affermazione che, in fondo, Prodi, Berlusconi e Beppe Grillo hanno giustamente ognuno la sua verità e si equivalgono! Chiunque vive capisce che il discorso sulla verità è una cosa seria. Molto di più questo vale nel campo della religione. Il cristiano è appassionato dal tema della verità e delle differenze.

Benedetto XVI afferma continuamente che non si può togliere l’esigenza di verità dal cuore delle persone. E Gesù di Nazaret si inserisce proprio in questa direzione come ricerca di verità:

Il pensiero contemporaneo tende a dire che ognuno dovrebbe vivere la propria religione, o forse anche l’ateismo in cui si trova. In questo modo arriverebbe la salvezza. Un’opinione simile presuppone un’immagine molto strana di Dio e una strana idea dell’uomo e del modo corretto dell’essere uomo. Cerchiamo di chiarirci questo punto con un paio di domande pratiche. Forse qualcuno diventa beato e verrà riconosciuto come giusto da Dio perché ha rispettato secondo coscienza i doveri della vendetta di sangue? Perché si è impegnato con forza per la e nella «guerra santa»? O perché ha offerto in sacrificio determinati animali? O perché ha rispettato abluzioni rituali o altre osservanze religiose? Perché ha dichiarato norma di coscienza le sue opinioni e i suoi desideri e in questo modo ha elevato se stesso a criterio? No, Dio esige il contrario: esige il risveglio interiore per il suo silenzioso parlarci, che è presente in noi e ci strappa alle mere abitudini conducendoci sulla via della verità; esige persone che «hanno fame e sete della giustizia» – questa è la via aperta a tutti; è la via che approda a Gesù Cristo.

Non è vero, allora, che offrire animali in sacrificio o essere cristiani siano la stessa cosa: sono realtà costitutivamente differenti. Gesù di Nazaret vuole presentare in sintesi l’originalità di Gesù, la verità della sua persona. La catechesi non deve così aver paura di parlare delle differenze. Nel politically correct sembra quasi una offesa quella di far emergere le differenze, sebbene ognuno sappia di esse.

Ed è proprio l’esigenza di verità che rende vera la libertà, che rende importante il confronto e la discussione e proprio sui temi religiosi. La chiesa insiste continuamente sull’importanza della libertà religiosa nel mondo, perché crede nel valore che la verità ha di convincere se a tutti viene concesso di accostarsi ad essa. C’è chi vuole sapere cos’è il cristianesimo e non può fare domande, questo è il grande dramma! Dall’amore alla verità nasce il gusto e la libertà della discussione. Si discute perché c’è una verità, altrimenti che discutiamo a fare?

Chi è veramente Gesù? Gesù è morto in croce sì o no? Il Corano sembrerebbe dire di no, così come affermava già lo gnosticismo. Nella seconda parte del libro emergerà certamente la questione della consapevolezza di Gesù di offrire sulla croce la propria vita per la salvezza. Sono convinto che la scuola, dove si educa al senso della verità, proprio per educare al dialogo inter-religioso, dovrebbe affrontare seriamente il discorso su questi temi, con le fonti alla mano. Il crocifisso non è solo una cosa da appendere, ma è qualcuno di cui parlare. Storicamente non vi è alcun dubbio che Gesù sia morto in croce e che sia stato consapevole dell’offerta della sua vita. Gesù di Nazaretfa emergere continuamente la questione della verità, proprio perché sceglie la via della storia e non quella dello gnosticismo, che prescinde dalla corporeità e dalla storicità. Il libro vuole invitare a non aver paura della verità, sebbene l’uomo moderno possa diffidarne. Proprio su questo tema, nel suo recente viaggio in Austria, il Papa, nell’omelia tenuta durante la messa al Santuario di Mariazell, ha detto:

Noi abbiamo bisogno della verità. Ma certo, a motivo della nostra storia abbiamo paura che la fede nella verità comporti intolleranza. Se questa paura, che ha le sue buone ragioni storiche, ci assale, è tempo di guardare a Gesù come lo vediamo qui nel santuario di Mariazell. Lo vediamo in due immagini: come bambino in braccio alla Madre e, sull’altare principale della basilica, come crocifisso. Queste due immagini della basilica ci dicono: la verità non si afferma mediante un potere esterno, ma è umile e si dona all’uomo solamente mediante il potere interiore del suo essere vera. La verità dimostra se stessa nell’amore. Non è mai nostra proprietà,un nostro prodotto, come anche l’amore non si può produrre, ma solo ricevere e trasmettere come dono. Di questa interiore forza della verità abbiamo bisogno. Di questa forza della verità noi come cristiani ci fidiamo. Di essa siamo testimoni. Dobbiamo trasmetterla in dono nello stesso modo in cui l’abbiamo ricevuta, così come essa si è donata.
II/ Lo sviluppo interno del libro Gesù di Nazaret
Veniamo finalmente al libro in se stesso. Come è strutturato? E’ diviso in dieci capitoli.

I capitoli I e II trattano del Battesimo di Gesù e delle sue Tentazioni; potremmo definirli introduttori, insieme alla Introduzione vera e propria che presenta la figura di Gesù in relazione a Mosé ed alla Premessa che affronta le questioni del metodo insieme storico e credente con cui si deve leggere la Sacra Scrittura.

I capitoli dal III al VII trattano dei sinottici -anche se con l’aiuto del quarto vangelo- con i seguenti titoli:

* III/ Il vangelo del regno di Dio

* IV/ Il discorso della montagna

* V/ La preghiera del Signore

* VI/ I discepoli

* VII/ Il messaggio delle parabole.

La scelta è cioè quella di presentare la figura di Gesù a partire da alcuni nuclei tematici storicamente sicuri ed insieme centrali dal punto di vista teologico[1].

Il capitolo VIII tratta, invece, del vangelo di Giovanni con il titolo:

* VIII/ Le grandi immagini giovannee.

E’ l’Autore stesso ad indicarci questa scansione introducendo l’VIII capitolo con queste parole:

Il nostro ascolto del Gesù dei sinottici ci ha insegnato che il mistero della sua unità con il Padre è sempre presente e determina il tutto, ma che resta anche nascosto sotto la sua umanità. Con vigile attenzione se ne sono accorti, da una parte, i suoi avversari e dall’altra, i discepoli, che vedevano Gesù mentre era in preghiera e potevano avvicinarsi interiormente a Lui; essi, nonostante tutti i fraintendimenti, hanno progressivamente – e in momenti importanti anche all’improvviso – cominciato a riconoscere quella realtà inaudita. In Giovanni la divinità di Gesù appare in modo non velato. Le dispute di Gesù con le autorità giudaiche del tempio costituiscono, per così dire, nel loro insieme già il futuro processo di Gesù davanti al Sinedrio, una vicenda che poi, a differenza dei sinottici, Giovanni non cita più come tale.

I capitoli IX e X potremmo definirli sintetici. Tornano a trattare insieme dei sinottici e di Giovanni, soffermandosi in particolare sulle affermazioni esplicite sull’identità di Gesù pronunciate dagli altri ed, infine, da Gesù stesso (i cosiddetti titoli cristologici).

Come abbiamo già visto -ma è importante ora riprenderlo- il libro, fin dalla Premessa, fin dall’Introduzione così come nei due capitoli iniziali, ci mette di fronte ad uno sguardo globale di Gesù. Vuole aiutare a percepire l’unità della sua persona, vuole indirizzare ad uno sguardo non atomizzato, non frammentato su Gesù. Questo sarà ripreso dai due capitoli finali sui titoli che Gesù si è attribuito, quelli di Figlio e di Figlio dell’uomo, ma viene enunciato subito. Gesù di Nazaret sceglie così la via non di un accumulo progressivo di dati per giungere solo alla fine ad una lettura unitaria, ma propone questa lettura fin dall’inizio. E, per farlo, sceglie una via estremamente convincente, quella del rapporto con Dio:

“Senza il radicamento in Dio la persona di Gesù rimane fuggevole, irreale e inspiegabile” (R.Schnackenburg). Questo è anche il punto di appoggio su cui si basa questo mio libro: considerare Gesù a partire dalla sua comunione con il Padre. Questo è il vero centro della sua personalità. Senza questa comunione non si può capire niente e partendo da essa Egli si fa presente a noi anche oggi.

E ancora:

L’insegnamento di Gesù non proviene da un apprendimento umano, qualunque possa essere. Viene dall’immediato contatto con il Padre, dal dialogo «faccia a faccia», dalla visione di Colui che è «nel seno del Padre». E’ parola del Figlio. Senza questo fondamento interiore sarebbe temerarietà. Così la giudicarono i sapienti al tempo di Gesù, proprio perché non vollero accoglierne il fondamento interiore: il vedere e conoscere faccia a faccia.

C’è una premessa in cui già il Papa dice tutto, perché questo libro è costruito così, non si deve arrivare all’ultima pagina per capire cosa si vuole dire, ma è già detto nella prima pagina.

Si comincia con una sintesi perché -credo- l’Autore vuol dire esattamente questo: dinanzi a Gesù, per comprenderlo ed amarlo, non basta farne un’analisi, ma occorre giungere ad uno sguardo sintetico che ne mostri la sua reale unicità. Non basta seguire un procedimento di avvicinamento, ma è possibile giungere a delle conclusioni entusiasmanti.

In particolare, nel capitolo sulle Tentazioni, l’Autore si sofferma a mostrare come questo sguardo sintetico sulla pretesa di Gesù di parlarci di Dio offra una chiave di lettura estremamente significativa anche per comprendere l’unilateralità nella quale talvolta il nostro tempo si rinchiude, trascurando la centralità della domanda su Dio presente nel cuore dell’uomo:

A questo proposito c’è una frase del gesuita tedesco Alfred Delp, messo a morte dai nazisti: «Il pane è importante, la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte è la costante fedeltà e l’adorazione mai tradita».

Laddove questo ordine dei beni non viene rispettato, non ne consegue più la giustizia, non si bada più all’uomo che soffre, ma si creano dissesto e distruzione anche nell’ambito dei beni materiali. Laddove Dio è considerato una grandezza secondaria, che si può temporaneamente o stabilmente mettere da parte in nome di cose più importanti, allora falliscono queste presunte cose più importanti. Non lo dimostra soltanto l’esito negativo dell’esperienza marxista.

Gli aiuti dell’Occidente ai Paesi in via di sviluppo, basati su principi puramente tecnico-materiali, che non solo hanno lasciato da parte Dio, ma hanno anche allontanato gli uomini da Lui con l’orgoglio della loro saccenteria, hanno fatto del Terzo Mondo il Terzo Mondo in senso moderno. Tali aiuti hanno messo da parte le strutture religiose, morali e sociali esistenti e introdotto la loro mentalità tecnicistica nel vuoto. Credevano di poter trasformare le pietre in pane, ma hanno dato pietre al posto del pane. E’ in gioco il primato di Dio. Si tratta di riconoscerlo come realtà, una realtà senza la quale nient’altro può essere buono. Non si può governare la storia con mere strutture materiali, prescindendo da Dio. Se il cuore dell’uomo non è buono, allora nessuna altra cosa può diventare buona. E la bontà di cuore può venire solo da Colui che è Egli stesso la Bontà, il Bene.

Se già la situazione mondiale odierna ci richiama al primato di Dio, a maggior ragione questa chiave di lettura è centrale nella considerazione della persona di Gesù.
1/ I sinottici nel libro Gesù di Nazaret (analisi esemplificativa di un capitolo: cos’è il regno di Dio)

I capitoli che vanno dal III al VI raccolgono dai sinottici per raggruppamenti tematici le principali dimensioni della vita e dell’opera di Gesù, durante la sua vita pubblica. E’ evidente che l’Autore concorda con i moderni studi biblici che, in via critica, ritengono impossibile giungere ad una cronaca dettagliata, scadenzata mese per mese della vita di Gesù, ma insieme ritengono possibile giungere ad una chiara identificazione delle caratteristiche salienti dell’opera e della predicazione di Gesù.

Il procedimento di sviluppo di ogni capitolo è simile. Si analizza tutta una serie di dati, cercando di individuarne la giusta prospettiva di lettura. E’ sempre in questione, come già abbiamo detto, quella che è stata definita l’essenza del cristianesimo ed essa traspare in ogni tema analizzato. L’Autore non si preoccupa tanto, dato il taglio prescelto, della completezza bibliografica, quanto piuttosto di una enumerazione molto più complessa, quella delle differenti ipotesi di lettura globale che sono state via via proposte in merito al tema del capitolo. Anche qui ci troviamo dinanzi ad una chiave di lettura sintetica, estremamente feconda per la catechesi.

Ho scelto come esempio per mostrarvi il modo di procedere di Gesù di Nazaret il III capitolo, che tratta dell’annunzio del Regno di Dio.

All’inizio della vita pubblica, nel racconto dei sinottici, Gesù proclama: “Il Regno di Dio è vicino”. Nessuno storico serio dubita che questo corrisponda alla realtà degli eventi. Ma cosa vuol dire questo annunzio? Cos’è questo regno? E’ diverso da ciò che la chiesa annuncerà dopo la Pasqua?

L’Autore domanda:

“Tutto dipende da come dobbiamo interpretare l’espressione “regno di Dio” pronunciata da Gesù, in che rapporto l’annuncio stia con Lui, l’annunciatore: è solo un messaggero che deve sostenere una causa in ultima istanza indipendente da Lui, o il messaggero è Lui stesso il messaggio? La domanda sulla Chiesa non è la questione primaria. La questione fondamentale riguarda in realtà il rapporto tra il regno di Dio e Cristo: da questo dipende poi come dobbiamo intendere la Chiesa”.

In Gesù di Nazaret troviamo allora innanzitutto una sintesi delle letture date negli ultimi due secoli alla questione del regno (e chiunque conosce le elaborazioni catechetiche degli ultimi decenni sa bene quanto queste letture abbiano influenzato le differenti proposte):

* Nella teologia del XIX secolo e degli inizi del XX secolo, l’identificazione della venuta di Gesù e della venuta del regno era messa in secondo piano dall’identificazione del regno stesso con la chiesa.

* Nella teologia protestante liberale degli inizi del XX secolo si affermava, sostanzialmente, che Gesù, annunciando il regno purificava il giudaismo e si faceva portatore di una religione etica basata sulla responsabilità individuale chiamata a liberarsi dal legalismo e dal ritualismo.

* Ad essa reagì, sempre in ambito protestante, l’interpretazione della teologia “dialettica”, che vedeva nel regno di Dio l’annuncio della “pura grazia”, il vangelo dell’ “al di là dell’etica”; la contrapposizione con la precedente interpretazione era così totale.

* Con A.Schweitzer iniziò, invece, la lettura escatologica del messaggio del regno; il credente si vedeva così proiettato verso la prossima conclusione della storia che Dio avrebbe presto operato con la futura venuta del suo regno.

* Seguì una interpretazione che, nell’ambito della “teologia della speranza”, cercava di valorizzare la fede come il luogo dell’inserimento attivo dell’uomo in questo processo che guardava all’escatologia.

* Dopo il Concilio fu proposta una interpretazione secolarizzata del regno che ne individuava il nucleo sempre nel futuro, ma non più in un futuro escatologico, bensì nella prospettiva di un progressivo affermarsi della giustizia, e poi della pace e della salvaguardia del creato, spostando l’accento dal Cristo a Dio (dal cristocentrismo al teocentrismo) ed, infine, ad un ‘regnocentrismo’ nell’orizzonte del quale quasi non sarebbe stato più importante annunciare il Cristo, ma il compito primario sarebbe stato da individuare nella valorizzazione del convergere di ogni religione verso questo regno ‘secolarizzato’.

L’Autore misura queste diverse letture con il dettato del testo evangelico. Esso ha una accentuazione che invita, piuttosto, a vedere la presenza del regno che viene nella stessa persona di Gesù. La venuta del Regno di Dio non è un mero enunciato, ma piuttosto la proclamazione di una signoria di Dio presente, l’annuncio di un già effettivo regnare di Dio.

“Di recente la parola «vangelo» è stata tradotta con l’espressione «buona novella». Suona bene, ma resta molto al di sotto dell’ordine di grandezza inteso dalla parola «vangelo». Questa parola appartiene al linguaggio degli imperatori romani che si consideravano signori del mondo, suoi salvatori e redentori. I proclami provenienti dall’imperatore si chiamavano «vangeli», indipendentemente dalla questione se il loro contenuto fosse particolarmente lieto e piacevole. Ciò che viene dall’imperatore -era l’idea soggiacente- è messaggio salvifico, non è semplicemente notizia, ma trasformazione del mondo verso il bene.

Se gli evangelisti riprendono questa parola, tanto che a partire da quel momento diventa il termine per definire il genere dei loro scritti, è perché vogliono dire: quello che gli imperatori, che si fanno passare per dèi, pretendono a torto, qui accade veramente: un messaggio autorevole, che non è solo parola, ma realtà. Nell’odierno vocabolario proprio della teoria del linguaggio si direbbe: il Vangelo è discorso non solo informativo, ma operativo, non è solo comunicazione, ma azione, forza efficace, che entra nel mondo salvandolo e trasformandolo. Marco parla del «Vangelo di Dio»: non sono gli imperatori che possono salvare il mondo, bensì Dio. E qui si manifesta la parola di Dio che è parola efficace; qui accade davvero ciò che gli imperatori solo pretendono, senza poterlo adempiere. Perché qui entra in azione il vero Signore del mondo: il Dio vivente”.

Questo regnare di Dio viene proclamato in maniera nuova e assolutamente sconcertante da Gesù: il regno è già in mezzo a noi. Per capire questa novità -afferma Benedetto XVI- noi dobbiamo pronunciare il nome Gesù. I testi del Nuovo Testamento ci mostrano chiaramente la coscienza di Gesù che il regno giungeva agli uomini attraverso la sua presenza (Gesù di Nazaret si sofferma in particolare su Lc17,20ss. e Lc11,20, ma i riferimenti potrebbero essere ampliati all’infinito; solo per una corrispondenza a conferma di questo, si veda un’affermazione estremamente concisa del card.C.M.Martini che trovate citata estesamente nell’antologia: “Possiamo dire: è Gesù il Regno che viene, è lui!”). È in Gesù che il regno di Dio viene a noi, è in lui che Dio regna, è in lui che salva il mondo, e lo fa compiutamente.

Qui si può allora comprendere il corretto rapporto fra Gesù, il regno e la chiesa. L’Autore richiama qui una riflessione che ritroviamo spesso nei suoi scritti precedenti, come, ad esempio, in un brano anch’esso citato nella nostra antologia:

“Partiamo dal fatto che l’annuncio di Gesù riguardava direttamente non la Chiesa, ma il regno di Dio (o “regno dei cieli”). Lo dimostra una circostanza puramente statistica: il regno di Dio ricorre nel Nuovo Testamento centoventidue volte: di queste, ben novantanove nei vangeli sinottici, novanta delle quali si trovano in parole di Gesù. Possiamo così comprendere l’affermazione di Loisy, divenuta col tempo popolare: Gesù ha annunciato il regno, ed è venuta la Chiesa. Ma una lettura storica dei testi dimostra che questa contrapposizione tra regno e Chiesa non è obiettiva… Dove è Gesù, ivi è il regno. A tale riguardo, la frase di Loisy va così modificata: È stato promesso il regno ed è venuto Gesù. Solo in questo modo si comprende rettamente il paradosso di promessa e compimento”.

Solo per mostrarvi come questa prospettiva di lettura sia veramente una chiave di volta voglio fare riferimento al capitolo dedicato alle parabole. Lì si dice, analogamente a quanto già abbiamo visto per il regno, che le parabole non possono essere comprese senza il loro riferimento diretto a Gesù stesso. Quando l’Autore commenta la parabola del padre e dei suoi due figli egli afferma che può essere spiegata pienamente solo a partire da Gesù. Il cuore di quella parabola non è chiaramente né nel figlio che se ne va né in quello che resta, ma neanche, semplicemente, nella figura del padre: piuttosto quel padre è colui che ha inviato Gesù ad accogliere i due figli, per mostrare loro il suo vero volto di misericordia.

Gesù può rivelare quel padre proprio perché lui stesso ne è la presenza nel mondo. Infatti, il capitolo 15 di Luca inizia con il banchetto di Gesù con i peccatori, quel banchetto che realizza il banchetto del Padre. Nella parabola Gesù manifesta il senso profondo della sua opera in mezzo agli uomini; non si limita a raccontare una bella storiella che riguarda semplicemente gli altri! Lui è la presenza di quel Padre in mezzo agli uomini, che fa festa con i peccatori ed invita anche i criticoni a quella gioia (anche qui potete leggere un brano più esteso nell’antologia).
2/ Sottolineature
Ci sono due sottolineature che si ripetono costantemente come trasversalmente nei diversi capitoli e che mi sembra importante farvi cogliere.
2.1/ La prima è l’universalità.

Il Papa non affronta direttamente la questione esegetica dibattutissima se Gesù sia andato esplicitamente verso i pagani oppure no (i sinottici non sono chiari su questo, anche se una frequentazione di non ebrei sembra da riconoscersi comunque). Sottolinea per un’altra via che Gesù aveva la chiara coscienza di essere venuto per tutti. Gesù ha posto come criterio del rapporto con Dio, non più l’ebraismo, non più l’appartenenza a quel concreto popolo, ma la sua stessa persona. Chiunque accoglie Gesù entra nel regno, chiunque accoglie Gesù trova il Padre. Il vangelo è costitutivamente aperto all’universalità, non è solo per gli ebrei; è per il popolo eletto, in quanto Israele è il figlio primogenito, ma attraverso Gesù quel regno raccoglie ormai tutti i figli, oltre il primo. Anche il tema del rapporto fra Gesù e l’ebraismo è un tema che ricorre nella riflessione precedente dell’Autore. Egli è un grande estimatore dell’ebraismo e la sua lettura del complesso rapporto fra ebraismo e cristianesimo illumina ampiamente le diverse dimensioni del problema, poiché Gesù è ebreo, ma ha anche superato l’ebraismo e, soprattutto, è uomo! Leggete il breve testo sintetico che trovate nell’antologia:

“Intanto anche nella Chiesa è diventata patrimonio comune l’affermazione che Gesù era ebreo. Ma non si dovrebbe dire “Dio è diventato ebreo ” invece di “Dio è diventato uomo “? La fede cristiana non deve dunque accettare l’ebraismo anche nella sua vocazione storica?

Anzitutto è importante essere chiaramente consapevoli che Gesù è stato ebreo. Al riguardo vorrei riferire quanto segue. Sono andato a scuola durante il periodo nazista e ho conosciuto direttamente la tendenza dei “deutsche Christen” [i cristiani filonazisti] a fare di Cristo un “ariano”: in quanto originario della Galilea non sarebbe stato affatto ebreo. Nel nostro corso di religione, come anche nelle prediche, veniva invece detto con energia: questa è una falsificazione; Cristo era figlio di Abramo, figlio di Davide, è stato un ebreo, ciò fa parte delle promesse, è parte della nostra fede. Si tratta indubbiamente di un punto importante, al quale noi, come cristiani ed ebrei, siamo davvero reciprocamente legati. Ma rimane significativa e vera anche l’altra affermazione: Dio è diventato uomo. E’ interessante il fatto che nel Nuovo Testamento siano presenti due genealogie di Gesù: quella di Matteo risale ad Abramo e indica Gesù come figlio di Abramo, come figlio di Davide e quindi come realizzazione della promessa di Israele. Quella di Luca risale ad Adamo e indica Gesù soprattutto come l’Uomo. E’ decisamente un elemento importante che Gesù sia un uomo e che la sua vita e la sua morte siano state per tutti gli uomini. Proprio l’eredità di Abramo nella fede fa sì che l’eredità promessa si estenda a tutta l’umanità. Perciò la semplice asserzione originaria “Egli è diventato un uomo” è sempre importante. Infine, in terzo luogo, si deve aggiungere che Gesù, come ebreo personalmente ossequiente alle leggi ha anche superato l’ebraismo e ha voluto interpretare ex novo tutta l’eredità ebraica in una fedeltà più grande e nuova. Questo è proprio il punto di conflittualità. A riguardo esistono anche buoni spunti di dialogo. Penso soprattutto a un bel libro del rabbino americano Jacob Neusner, che è intervenuto con serietà e correttezza nel dibattito sul discorso della montagna. Qui egli evidenzia con grande franchezza i punti di contrasto, ma li assume con amore e mette infine in rilievo il sì comune al Dio vivente. Non dobbiamo dunque nascondere i contrasti. Sarebbe una via sbagliata, perché una via che lascia da parte la verità non è mai una vera via verso la pace. I contrasti esistono. Dobbiamo imparare a trovare amore e pace proprio nei contrasti”.

Le tre affermazioni su Gesù sono tutte vere, perciò non si può fare una catechesi solo sull’ebraicità di Gesù, o fare una riflessione teologica solo sul suo essere uomo. Gesù si inserisce in questa promessa al popolo ebraico, allarga quella promessa all’umanità intera facendosi uomo -allargamento che apparteneva intrinsecamente a quella stessa promessa- e supera per questo l’ebraismo, aprendolo alla rivelazione piena di Dio.

L’universalità è sottolineata anche in un altro senso, e precisamente nell’indicazione della via laicale nella quale è possibile vivere pienamente il vangelo. Nel capitolo dedicato alle Beatitudini, nel commento alla beatitudine dei poveri in spirito, ci sono due pagine che trattano del Terz’ordine francescano. Alla prima lettura del libro non riuscivo a capire perché fosse stata inserita questa questione apparentemente lontana dal testo evangelico. Poi credo di averne capito l’importanza. L’Autore invita, con quel riferimento, a fare attenzione al fatto che proprio coloro che più hanno vissuto la lettera della povertà evangelica, come san Francesco, hanno però capito che non era quella la forma che Gesù intendeva per ogni uomo. Francesco, fondando il Terz’Ordine, ha chiaramente indicato che tutti sono chiamati alla povertà, ma che ne esiste la forma di chi sceglie la vita di consacrazione celibataria insieme ad altri fratelli e ne esiste la forma di chi è chiamato alla famiglia e ad un lavoro nel mondo.

Una coppia di coniugi, che divengono genitori, non si allontanano da quella beatitudine indicata dal vangelo se hanno un conto in banca e se cercano di avere una casa di proprietà per non pagare più in eterno un affitto, anzi è bene che desiderino questo.

Se dei genitori non lavorassero in questa direzione -purtroppo non sempre è possibile realizzare questo- mancherebbero nel reale amore verso i figli che hanno bisogno di qualcuno che prepari il loro futuro. La povertà di una persona sposata è una povertà legata alle persone cui ha promesso l’amore -le statistiche ci dicono oggi che far nascere un figlio in più vuol dire diventare poveri! E’ una povertà legata ai figli. Io sono sacerdote e non ho una casa di proprietà, ma è giusto che mio fratello debba cercare di averla per i propri figli e per poterla aprire agli amici dei figli. E’ il suo modo di vivere la povertà, non usando del proprio denaro solo per sé, ma per amore della famiglia. Questo dono di sé alla famiglia troverà un suo equilibrio aprendosi anche al dono ai poveri, ma non può essere sbilanciato solo all’esterno, come se i propri familiari non fossero da amare in primo luogo.

Insomma, con questa piccola nota sul Terz’ordine, il Papa vuole aprire la prospettiva dell’universalità del vangelo. Esso non è solo per i celibi, ma per tutti. Un’interpretazione pauperistica di quella beatitudine renderebbe il cristianesimo non più vivibile per i laici e san Francesco per primo se ne è accorto, istituendo il Terz’ordine.

Mi permetto di segnalarvi, per chi volesse approfondire questa questione dal punto di vista della storia dello sviluppo del movimento francescano una recensione di p.Pietro Messa, un francescano, allo studio di Giacomo Todeschini, Ricchezza francescana. Dalla povertà volontaria alla società di mercato, un volume in cui si dimostra che è proprio nel movimento francescano, e non innanzitutto con il calvinismo -come aveva proposto Max Weber nella sua famosa opera L’etica protestante e lo spirito del capitalismo- che si supera il problema dell’usura. Siccome i francescani erano amici di coloro che vivevano nelle città, capivano che non si poteva semplicemente dire loro di non commerciare più; questo avrebbe voluto dire la fine della civiltà comunale! Francesco decide di abbandonare personalmente l’attività del commercio, ma deve trovare, con il suo movimento, un modo cristiano di proporre il commercio. Nasce così un etica cristiana ed evangelica dell’uso dei mezzi economici.
2.2/ La dimensione pubblica e sacramentale
La seconda dimensione che emerge a più riprese in Gesù di Nazaret e che voglio sottolineare è quella della dimensione pubblica e sacramentale della fede.

Troviamo una riflessione in merito nel capitolo su Giovanni. Nel quarto vangelo è

fortemente connotata la dimensione ecclesiale e sacramentale, anche a motivo del progressivo emergere di quelle correnti che, alcuni decenni dopo, avrebbero dato vita allo gnosticismo. Spirito e chiesa, Spirito e sacramento, Spirito ed istituzione, se rettamente intesi, non si oppongono minimamente: e questo proprio nel ‘vangelo spirituale’! Ma già nei capitoli dedicati ai sinottici, in particolare nel IV dedicato al discorso della montagna, due paragrafi sono dedicati esplicitamente al sabato ed alla famiglia, cioè uno all’istituzione del tempo liturgico ed un altro alla realtà fondamentale della vita sociale, il nucleo familiare.

Riguardo al sabato l’Autore anche qui ci conduce, innanzitutto, al senso cristologico delle affermazioni evangeliche. Se Gesù non si attiene alle norme veterotestamentarie del sabato è esattamente perché è egli in persona ad essere il sabato di Dio.

Gesù di Nazaret riprende qui il volume di Jacob Neusner appena ristampato dalla casa editrice San Paolo con il titolo Un rabbino parla con Gesù (San Paolo, Cinisello Balsamo, 2007). Il rabbino americano Neusner, profondo conoscitore dei testi rabbinici contemporanei alle origini del cristianesimo, immagina un possibile dialogo fra Gesù ed un maestro ebreo dell’epoca e conclude su questo tema: “Il Figlio dell’uomo è veramente signore del sabato, perché il Figlio dell’uomo è ora il sabato d’Israele: il nostro modo di comportarci come Dio” (A Rabbi talks with Jesus, Jacob Neusner, p.72, citato da Gesù di Nazaret, p.137). Gesù di Nazaret riprende queste espressioni di Neusner per mostrare che una interpretazione secondo i dettami della scuola liberale dei primi del secolo scorso dell’insegnamento di Gesù, sarebbe assolutamente superficiale. Gli autori di questa corrente avevano visto nella libertà di Gesù dinanzi al sabato semplicemente il segno di un rifiuto delle istituzioni, del culto, delle istituzioni del giudaismo -e, con il rifiuto di esse, l’analogo rifiuto di ogni altra istituzione successiva. Questo rifiuto dell’istituzione sarebbe stata, a loro dire, una caratteristica della persona di Gesù che avrebbe così fondato una esistenza volta all’impegno morale e indipendente da ogni forma pubblica e da ogni espressione sacramentale, una religione del cuore o, come si dirà successivamente, una fede contrapposta ad una religione, ad ogni religione.

L’Autore sottolinea, invece, in pieno accordo con la lettura di Neusner, che quando Gesù afferma che “il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”, egli non si basa su di una nuova interpretazione di stampo liberale che potrebbe essergli attribuita; l’affermazione, invece, ha un alto contenuto teologico e nasce dalla pretesa di Gesù di porsi al livello di Dio, pretesa che Neusner riconosce essere appartenuta storicamente a Gesù e che è esattamente il motivo per cui egli non può seguirlo, a motivo della sua fede ebraica.

Il vero riposo di Dio, il vero sabato, si trova nella sequela di Gesù; egli pretende di dettare le nuove leggi del riposo gradito a Dio, chiedendo che si diventi suoi discepoli.

Proprio perché il messaggio di Gesù non è un linguaggio che abolisce i segni per una pura religione del cuore, ma è altrove la novità dell’atteggiamento di Gesù verso il sabato, i cristiani hanno capito che è importante recuperare la funzione significativa e pubblica del sabato nella celebrazione della domenica.

Il valore sociale del sabato non è annullato, poiché Gesù non è il riformatore liberalizzante che dice: “Basto io; distruggiamo allora tutti i segni e la liturgia”. Gesù è il nuovo culto, non l’abolizione del culto. È possibile richiamare qui le riflessioni sul culto cristiano, più volte proposte da Benedetto XVI, dove egli ha indicato che, se prima di Cristo, era l’uomo ad offrire sacrifici a Dio, nel Nuovo Testamento è Dio che si offre all’uomo e questo dono prosegue nell’ “io-non più io” che caratterizza la liturgia cristiana. In essa è Cristo che continua a donarsi attraverso i segni sacramentali.

Una catechesi avrà sempre bisogno dei segni, avrà sempre bisogno della domenica. Sarebbe un grave errore -sostiene a ragione Gesù di Nazaret- considerare la domenica un’aggiunta esteriore; esiste, piuttosto, una dinamica interna della fede che porta a valorizzare i segni, anche nella loro espressività sociale più alta.

Lo stesso dicasi dell’altro tema che non possiamo qui affrontare in dettaglio: quello della famiglia. Anche qui è Gesù che, dicendo “Seguimi”, manifesta come la fede consista nella sua sequela. Chi lo segue, cammina nella via di Dio. Nessuno aveva mai osato tanto, nessuno aveva mai immaginato di identificare la propria sequela con il servizio di Dio, con la conseguente richiesta agli uomini di abbandonare la propria casa e la propria famiglia. Solo Gesù può proporre questa pretesa, che altrimenti sarebbe follia. Ma pure questa centralità della sequela non abolisce la famiglia umana, ma la salva e la rinnova. La famiglia, donata da Dio fin dalla creazione, viene anzi restituita alla sua bellezza ed al suo splendore dal Cristo ed indicata come pilastro della vita sociale e della stessa educazione alla fede.
3/ Giovanni

L’ottavo capitolo di Gesù di Nazaret è dedicato a Giovanni. Il quarto vangelo è di una bellezza straordinaria, ma il problema che subito l’Autore desidera affrontare è quello della sua attendibilità. Cosa rispondere a chi afferma che Gesù non abbia mai utilizzato il linguaggio con cui è presentato da Giovanni, poiché esso è chiaramente differente da quello dei sinottici che appaiono, a prima vista, più storici? In alcune letture esegetiche si accentua, infatti, talmente la non-storicità di Giovanni per cui non resta poi che presentare questo vangelo come pura creazione letteraria.

Gesù di Nazaret accetta tranquillamente il fatto che Gesù non abbia parlato con le precise parole che troviamo nel quarto vangelo. Ci fa, però, al contempo, subito capire che il vangelo di Gv appartiene alla tradizione di quel discepolo amato che ha compreso più profondamente degli altri il vero senso di ciò che Gesù ha detto e operato. Se gli altri evangelisti hanno riportato con maggiore fedeltà le parole espressamente pronunciate da Gesù, Giovanni è colui che ne ha espresso immediatamente il loro significato che, presente anche nei sinottici, è, però, in loro meno esplicitato.

Ci sono così delle differenze nel linguaggio di Giovanni e dei sinottici, ma questo non ci deve far perdere il senso della profonda unità che li accomuna e della concorde testimonianza che rendono.

Per giungere a queste conclusioni l’Autore innanzitutto illumina la questione dell’autore del quarto vangelo. Benedetto XVI scrive:

Dietro il testo vi è, ultimamente, un testimone oculare, e anche la redazione concreta è avvenuta nella vivace cerchia dei suoi discepoli e con l’apporto determinante di un discepolo a lui familiare.

Il punto determinante di questo passaggio non sta nel tentativo di identificazione precisa di chi sia questo personaggio, quanto piuttosto nell’affermazione che chiunque esso sia egli è attendibile, perché radicato nel rapporto con l’apostolo e con i discepoli a lui familiari. È l’affermazione dell’ “origine apostolica” dei quattro vangeli che è la scelta caratteristica della Dei Verbum, quando vuole fornire i motivi del perché la chiesa riconosce e proclama la credibilità storica ai vangeli.

Dei Verbum 18, affermando l’ “origine apostolica” dei vangeli (Quattuor Evangelia originem apostolicam habere Ecclesia semper et ubique tenuit ac tenet), volle lasciare libero campo alla ricerca su chi fossero i diversi redattori degli scritti neotestamentari, ma, al contempo, indicare che essi non furono liberi battitori, bensì espressione della predicazione apostolica, poiché gli apostoli e gli uomini della loro cerchia esercitarono una precisa influenza sulla formazione di questi testi scritti. Ne furono gli ispiratori ed, insieme, ne espressero la conferma di persona o attraverso la tradizione che alla loro testimonianza si richiamava.

Il vangelo di Giovanni, afferma Gesù di Nazaret, ha così un “particolare tipo di storicità”, poiché la “voluta impostazione teologica dell’autore” si serve di altri quattro elementi che concorrono alla formazione del quarto evangelo:

“Questi due fattori – la realtà storica e il ricordo – conducono tuttavia da sé [agli altri due elementi] menzionati da Hengel: la tradizione ecclesiastica e la guida da parte del Paraclito”.

Ed essi non si oppongono a vicenda, come se dovessimo separare la storia e l’apporto dello Spirito Santo o la comprensione propria di Giovanni e quella degli altri apostoli. Facciamo solo un esempio, non potendo dilungarci in questa sede.

E’ vero che i racconti della moltiplicazione dei pani nei sinottici ed in Gv esprimono sottolineature diverse. Solo in Gv e non nei sinottici alla moltiplicazione dei pani fa seguito il discorso nella sinagoga di Cafarnao nel quale Gesù dice: “Io sono il pane della vita”.

Ma -è qui il passaggio importante- Gv non ha inventato una bella storiella infedele alla realtà, ma ha espresso più esplicitamente degli altri la verità profonda di ciò che storicamente Gesù ha detto e fatto. Come quando una persona che ha grande amore per un altra ed insieme grande intuito, quando questa esplicita finalmente la scelta di voler entrare in seminario che aveva nel cuore già da tempo, le dice: “L’avevo già capito da quella espressione a metà che avevi detto un anno fa”. Oppure, come qualcuno di voi mi ha raccontato: “Avevo capito che il mio parroco avrebbe cambiato parrocchia prima che lo dicesse agli altri perché aveva detto quella frase così particolare sull’anno prossimo a cui gli altri non avevano dato peso”. Quella persona non era stata esplicita nel suo dire, pure chi si esprime così dimostra di essere uno “storico” più profondo degli altri che non avevano ancora capito.

Tutti gli evangelisti comprendono pienamente il senso della moltiplicazione dei pani alla luce dell’ultima cena, che manifesta ciò che Gesù aveva nel cuore.

Mc dice: “Prese i pani, levò gli occhi, pronunziò la benedizione, li spezzò, li diede”, riprendendo parole della cena.

Ma quando Gv mostra Gesù che dice “Io sono il pane della vita” presenta in una parola sintetica tutto ciò che è contenuto nella moltiplicazione dei pani e nell’eucaristia.

Giovanni ha così compreso il senso del gesto di Gesù e lo esprime con il suo linguaggio. Quindi noi possiamo tranquillamente discutere delle diverse sottolineature, ma non dobbiamo dimenticare che, per certi aspetti, Gv è più storico degli altri evangelisti.
III/ La storicità dei vangeli
1/ L’origine apostolica dei vangeli
Con quanto abbiamo detto sulla storicità di Giovanni abbiamo già introdotto la questione dell’attendibilità dei vangeli. Gesù di Nazaret si muove in questo campo in una linea di piena conformità al Concilio Vaticano II, che ha trattato questo problema sempre nella Costituzione dogmatica Dei Verbum che già abbiamo citato. Nel paragrafo immediatamente successivo a quello che tratta dell’origine apostolica dei vangeli, Dei Verbum 19 esplicita i tre stadi successivi che hanno portato alla formazione dei vangeli: in primo luogo ciò che effettivamente Gesù fece ed insegnò, in secondo luogo ciò che gli apostoli trasmisero ai loro ascoltatori, in terzo luogo il lavoro degli autori dei testi neotestamentari, apostoli o uomini della loro cerchia (troviamo nel prologo di Luca, Lc1,1-4, questo triplice passaggio).

In più punti -abbiamo visto come questi passaggi siano esplicitati nella riflessione su Giovanni- Gesù di Nazaret vi fa riferimento, evidenziando le peculiarità proprie di ciascun vangelo. Il Concilio ha voluto indicare esplicitamente che questo lavoro redazionale dei diversi scrittori e la tradizione apostolica orale che precede la scrittura dei diversi testi, non inficia, però, la storicità di ciò che viene riferito. Fu in particolare Paolo VI a scrivere una lettera di suo pugno al Concilio, negli ultimi mesi della discussione conciliare e precisamente il 17 ottobre 1965; in essa chiedeva espressamente che fosse affermato che l’iter formativo dei vangeli garantiva fiducia sulla loro veridicità in merito a Gesù. La proposta fu accolta dai padri conciliari ed il testo ora recita: “i Vangeli, dei quali la Chiesa afferma senza esitazione la storicità, trasmettono fedelmente quanto Gesù Figlio di Dio, durante la sua vita tra gli uomini, effettivamente operò e insegnò per la loro eterna salvezza, fino al giorno in cui fu assunto in cielo (cfr At 1,1-2)” (“quorum historicitatem incunctanter affirmat”). Potete leggere nell’antologia un breve brano scritto dal prof.Caba che racconta in dettaglio questa vicenda.

In piena aderenza a questa linea si muove la riflessione del libro di Benedetto XVI, nell’unire tutta la ricchezza delle diverse prospettive dei singoli vangeli, ma, nel contempo, nell’indicarne l’unità e l’affidabilità.
2/ L’unico accesso possibile a Gesù è quello della Chiesa apostolica; il vicolo cieco degli apocrifi

Sono costretto, ora, a riassumere rapidamente, data la ristrettezza del tempo, gli ultimi punti, ma nell’antologia troverete il materiale per poterli approfondire. Gesù di Nazaret non si sofferma sugli apocrifi per l’ovvia ragione che essi sono tutti successivi agli scritti neotestamentari e dipendenti da essi. Ho voluto riprodurre, perché possiate leggerli, alcuni brani dagli apocrifi, proprio perché più li si legge, più ci si rende conto dell’abisso di affidabilità storica che intercorre tra essi e i testi del Nuovo Testamento. Pensate solo al loghion 114, l’ultimo del Vangelo copto di Tommaso, uno dei più antichi fra gli apocrifi, che recita:

Simon Pietro disse loro: “Maria deve andar via da noi! Perché le femmine non sono degne della vita”. Gesù disse: “Ecco, io la guiderò in modo da farne un maschio, affinché ella diventi uno spirito vivo uguale a voi maschi. Poiché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel Regno dei cieli”.

L’affermata superiorità del maschio sulla femmina è qui evidentissima -è un tratto tipicamente gnostico- e ci testimonia subito una profonda lontananza dal Gesù storico. È veramente incredibile come coloro che si richiamano a questi testi non spiegano mai il loro tratto antifemminista, che si unisce al disprezzo per la carne, la materia e la sessualità che è tipico di questi testi apocrifi. Lo stesso termine apocrifo è estremamente interessante. Apocrifo vuol dire letteralmente nascosto (dal verbo krypto). Chi cerca di contrabbandarli per affidabili ne trae la conclusione che essi sono stati nascosti dalla chiesa. Il termine, invece, ha l’origine opposta. Poiché gli apocrifi sono scritti almeno 50 anni dopo i testi neotestamentari (alcuni addirittura secoli dopo) i loro autori hanno trovato un espediente per dargli un’autorevolezza che non avevano. Hanno detto, pressappoco: “Voi cristiani della grande chiesa non li avete mai potuti leggere, perché gli apostoli li hanno consegnati in segreto a noi. Noi li abbiamo tenuti nascosti per tutto questo tempo ed ora li rendiamo pubblici”. Si cercava così di dare credibilità, inventando una tradizione nascosta, a testi che esprimevano idee non appartenenti al Gesù storico, ma elaborate successivamente.

Questa inaffidabilità storica degli apocrifi non toglie interesse al loro studio; essi ci mostrano come il cristianesimo potesse essere interpretato dal II secolo in poi e come alcuni fenomeni siano comprensibili solo a partire dall’annuncio cristiano. In Italia il prof.Gaetano Lettieri, allievo di Manlio Simonetti, sta portando avanti la sua ricerca mostrando come lo gnosticismo sia un fenomeno chiaramente post-cristiano, che presuppone tutta l’impostazione teologica giovannea.

Gesù di Nazaret afferma con onestà storica che non c’è altro accesso possibile a Gesù, se non tramite la chiesa apostolica e gli scritti neotestamentari. I testi non cristiani, come le notizie latine relative ai cristiani sotto Claudio, Nerone, Traiano, negli anni 49, 64 e 111-113, così come le scarne notizie di fonte ebraica, in particolare da Flavio Giuseppe, confermano i dati interni del Nuovo Testamento.

L’Autore, nel VI capitolo, indica il motivo centrale che invita a dare credibilità alla testimonianza apostolica, sintetizzando anche qui studi e riflessioni precedenti, sulle quali vedete ancora l’antologia. Non v’è dubbio alcuno storico possibile che Gesù stesso abbia voluto e scelto i Dodici e li abbia scelti non semplicemente come suoi discepoli particolari, ma, ben più profondamente, con una precisa intenzione rivelativa della coscienza che aveva di sé:

Anzitutto dobbiamo tener conto del fatto che la comunità dei discepoli di Gesù non è un gruppo amorfo. In mezzo a loro c’è il nucleo compatto dei Dodici, accanto al quale, secondo Luca (10,1-20), si colloca altresì la cerchia dei settanta o settantadue discepoli. Va tenuto presente che solo dopo la risurrezione i Dodici ricevono il titolo di «apostoli». Prima di allora sono chiamati semplicemente «i Dodici». Questo numero, che fa di loro una comunità chiaramente circoscritta, è così importante che, dopo il tradimento di Giuda, viene nuovamente integrato (At1,15-26). Marco descrive espressamente la loro vocazione con le parole: «e Gesù ne costituì Dodici » (3,14). Il loro primo compito è quello di formare insieme i Dodici; a ciò si aggiungono poi due funzioni: «che stessero con lui e potesse inviarli a predicare» (Mc3,14). Il simbolismo dei Dodici è perciò di decisiva importanza: è il numero dei figli di Giacobbe, il numero delle tribù d’Israele. Con la formazione del gruppo dei Dodici Gesù si presenta come il capostipite di un nuovo Israele; a sua origine e fondamento sono prescelti dodici discepoli. Non poteva essere espressa con maggiore chiarezza la nascita di un popolo che ora si forma non più per discendenza fisica, bensì attraverso il dono di «essere con» Gesù, ricevuto dai Dodici che da lui vengono inviati a trasmetterlo.

L’intenzione della chiesa, insomma, è precedente alla Pasqua, viene storicamente prima della morte e resurrezione. I Dodici vengono formati da Gesù alla comprensione ed alla predicazione del suo vangelo già prima dei giorni di Gerusalemme.

Lascio al vostro studio personale gli ultimi punti. Nell’antologia troverete di seguito alcuni brani di Gesù di Nazaret radunati secondo i principali criteri di storicità, secondo quella griglia metodologica di indagine, cioè, elaborata dagli studiosi per la verifica storica dei vangeli. Su questi criteri di storicità potete leggere un bellissimo articolo che trovate citato, scritto dal biblista Ermenegildo Manicardi, sintesi di decenni di studi sull’argomento. Gesù di Nazaret non fa esplicito riferimento a questi criteri, anche se essi -così mi pare- traspaiono in filigrana nella sua analisi.

Infine gli ultimi brani raccolti nell’antologia, si riferiscono agli ultimi due capitoli, relativi ai modi in cui Gesù è stato chiamato e si è proclamato egli stesso (i cosiddetti titoli cristologici). Qui i vangeli sinottici ed il testo giovanneo vengono utilizzati insieme. In estrema sintesi l’Autore afferma che storicamente è possibile giungere all’affermazione che Gesù non si è auto-presentato, fino al momento della passione, con il titolo di Messia/Cristo, a motivo del fatto che questo titolo era letto dai suoi contemporanei come titolo di esaltazione terrena e non era passibile di quella storia di umiliazione che Gesù avrebbe vissuto, morendo sulla croce e “regnando dal legno”.

Gesù ha, invece, presentato se stesso come Figlio dell’uomo e come Figlio, semplicemente. In questi due termini sta tutta la ricchezza che la professione di fede della Chiesa ha concentrato poi nell’espressione Figlio di Dio. Figlio dell’uomo, l’antica espressione del libro del profeta Daniele che annunciava la venuta di uno simile ad un Figlio dell’uomo che sarebbe apparso sulle nubi del cielo presentandosi a Dio stesso che gli avrebbe dato un potere eterno, si mescola nelle parole di Gesù con le espressioni dei canti del servo sofferente di Dio, proclamati nel libro di Isaia: è attraverso la sofferenza e l’assunzione dei peccati degli uomini che il Figlio dell’uomo salverà. Figlio-con il corrispettivo termine di Padre- è espressione della coscienza di Gesù che traspare non solo in Giovanni, ma chiaramente anche nei sinottici e non solo nell’espressione Abba, Padre. Basti pensare alle parabole (la parabola degli inviati nella vigna). Un testo sinottico in particolare viene qui richiamato da Benedetto XVI come un gioiello che manifesta la persona di Gesù:

«Ogni cosa mi è stata affidata dal Padre mio». Se esaminiamo l’esclamazione di giubilo dei sinottici in tutta la sua profondità, ci accorgiamo che, in realtà, essa contiene già tutta la teologia giovannea del Figlio.