La chiesa, una compagnia affidabile, nella prospettiva del primo annunzio, di don Andrea Lonardo

La chiesa, una compagnia affidabile, nella prospettiva del primo annunzio

di Andrea Lonardo

Presentiamo la trascrizione di una relazione di don Andrea Lonardo preparata per il secondo dei due incontri di prefettura proposti dalla diocesi di Roma agli operatori di pastorale per l’anno 2007/2008. Il testo conserva lo stile di un’esposizione pronunciata a voce.

La trascrizione della prima relazione sul tema Gesù è il Signore è già disponibile on-line sul nostro sito al link Gesù è il Signore: proporre la fede nella prospettiva del primo annunzio.

1/ Alcune grandi domande sulla chiesa

Per approfondire il tema della Chiesa cerchiamo di capire, innanzitutto, quali sono le domande, le obiezioni che ci vengono fatte, perché da un lato dobbiamo aver chiaro cos’è la fede della chiesa, dall’altro dobbiamo anche farla risplendere dinanzi alle possibili critiche.

Anzi, quando prepariamo una catechesi, un incontro, dovremmo sempre conoscere la teologia, la Scrittura, ma anche chiederci quali sono le domande che porta con sé la persona che si interroga su Dio. Cercare di capire qual è la visione che le persone hanno è espressione del nostro amore per loro ed aiuta a non parlare in astratto, ma a mostrare la relazione del messaggio che viene dal Signore con la realtà concreta che abbiamo di fronte. Proprio il magistero di Benedetto XVI ci chiede espressamente questo e ce ne offre continuamente l’esempio.

Iniziamo allora prendendo in considerazione quattro fra le moltissime questioni che comunemente emergono quando si parla della Chiesa.

1. Gesù senza la chiesa? Credo in Gesù, ma non credo nella chiesa?

La prima forte critica che spesso incontriamo -a volte l’abbiamo magari fatta anche noi da ragazzi!- è che si può credere in Gesù, ma è meglio lasciare da parte la Chiesa. Questo sottintende una visione delle cose per la quale si è consapevoli che di Gesù non si può dire male, ma si presuppone che si possa separarsi dalla Chiesa senza intaccare il rapporto con il Signore.

In questa maniera Gesù sta da una parte, la Chiesa dall’altra, ed in mezzo si crea un fossato, una spaccatura. Credo che la peculiarità di questo tempo, rispetto agli anni precedenti -perché questa critica è antichissima- è che la messa in questione della Chiesa non riguardi solamente noi, cioè questa generazione, questo papa, questi cardinali, questi vescovi, questi preti, questi laici, ma la critica viene riportata fino alle origini.

Nel primo incontro sulla figura del Cristo vi ho parlato del fenomeno del Codice da Vinci di Dan Brown e del fascino esercitato oggi dagli apocrifi antichi, certamente più interessanti del romanzetto americano, ma che pure su di un punto concordano con esso: il discredito che si cerca di gettare sulla predicazione apostolica primitiva.

Ciò che si cerca di insinuare è che i primi nemici di Gesù siano gli stessi apostoli, Pietro in primis. Perché se Pietro e gli altri avessero nascosto la verità -che Gesù era innamorato della Maddalena, che si era sposato e aveva avuto dei bambini, secondo Dan Brown, che il messaggio di Gesù era gnostico, dualista e contrario alla materia, secondo gli apocrifi gnostici- essi lo avrebbero allora tradito nelle sue intenzioni ben prima della Chiesa odierna. Se la Chiesa primitiva avesse davvero nascosto gli apocrifi -abbiamo visto la volta scorsa che invece il termine apocrifo, che vuol dire nascosto, è inventato dagli autori stessi dei testi apocrifi per dare autorità a dei testi che altrimenti non ne avrebbero avuta alcuna- per occultare il vero volto di Gesù allora una rottura sarebbe avvenuta all’inizio del cristianesimo.

Chi sarebbero allora i grandi nemici di Gesù? Pietro, Giacomo, Giovanni, Paolo! La prima chiesa avrebbe corrotto il vero messaggio di Gesù. Penso anche al libro di Augias e Pesce[1], dal quale emerge la figura di Gesù quale quella di un bravo rabbino e dei suoi seguaci come di coloro che gli hanno attribuito cose che lui non avrebbe mai pensato, inventori di cose che sono il contrario di quello che lui pensava di essere. Qui l’obiezione non è rivolta alla Chiesa di oggi, ma non è meno grave, anzi è molto più tagliente: è un’obiezione alla Chiesa in quanto tale. Gesù è una cosa, ma tutto ciò che è affermato nel Nuovo Testamento, e la Chiesa in particolare, non c’entra gran che con lui.

Vi accorgete subito di quello che non va in questo discorso, di quello che è il paradosso di questo modo di procedere. È importante soffermarci su questo perché se cominciamo a capire le obiezioni possiamo anche provocare a nostra volta i sostenitori di questa tesi. Se tutto questo fosse vero (ma a livello storiografico e teologico è un’evidente menzogna) vorrebbe dire anche che Giovanni sarebbe molto più interessante di Gesù; e così Pietro, Paolo, Giacomo e gli altri sarebbero stati molto migliori di lui.

Il papa dice nel suo libro Gesù di Nazaret che è evidente, per chi si avvicina al cristianesimo ed alle sue fonti neotestamentarie, che si è dinanzi ad un evento straordinario, meraviglioso. In questi giorni è apparsa sui media un’intervista a Roberto Benigni nella quale l’attore afferma semplicemente che Gesù è straordinario, che non c’è mai stato uno come lui. Ma se invece Gesù fosse stato uno come tutti gli altri rabbini, allora le persone straordinarie sarebbero Giovanni, o Paolo, o Pietro. Noi saremmo paolinisti o giovannisti, non cristiani! La meraviglia del vangelo verrebbe da loro e non da Gesù stesso.

2.Chiesa senza Gesù? Amo la chiesa, ma non credo in Gesù?

Una seconda obiezione che viene fatta meno esplicitamente, ma che per certi versi è più pericolosa della precedente perché più sottile ed insinuante, è quella per cui viene mantenuta la rottura tra la Chiesa e Cristo, ma vista da una prospettiva contraria.

Alcuni ritengono così che si possa tranquillamente sostenere una posizione del tipo: “Accetto la Chiesa, la trovo utile e importante, ma non voglio una Chiesa che parli di Dio”. Pensate a quell’atteggiamento che apprezza una Chiesa che aiuta le persone, fa crescere i bambini in oratorio, si occupa delle adozioni a distanza, aiuta le missioni, lotta per la giustizia. Quando, per esempio, in un quartiere si tarda ad avere l’edificio-chiesa, tutti si lamentano, si fanno riunioni per sollecitarne la costruzione perché le persone sentono che c’è bisogno di un luogo dove incontrarsi, dove i bambini e gli anziani possano stare ed essere accolti, dove si possano svolgere i riti che accompagnano la nascita e la morte.

Però poi, talvolta, le stesse persone che desiderano queste cose sembrano scandalizzarsi se i cristiani parlano di Dio. Infatti, desiderano la crescita delle attività caritative, le attività educative per i bambini ed i giovani, ma non si accorgono che tutto questo nasce proprio a partire dalla fede stessa.

Questo vuol dire, da un lato, che le persone si accorgono che i cristiani, i catechisti, i preti, le parrocchie, il papa, sono veramente preziosi. Se si eliminasse la vita della Chiesa con le sue strutture dai quartieri, Roma non sarebbe la stessa, e così le altre città. Ma, d’altro canto, noi sappiamo che quella forza di stare vicino all’uomo, ha all’origine proprio la fede. Se non ci fosse la nostra e la vostra fede, questo non sarebbe possibile.

Pensate alle missioni, alla presenza cristiana in tanti luoghi di povertà, in tanti paesi in difficoltà: alcuni pensano che sia importante solo il lato economico, raccogliere quanti più soldi sia possibile o, in maniera più culturalmente riflessa, che sia importante sostenere gli studi di coloro che sono più poveri, dar loro una maggior consapevolezza delle ingiustizie, ecc. ecc. Ma non si può dimenticare che, se tutto questo è necessario, c’è un bisogno ancora più radicale e grande: in un quartiere, povero o ricco che sia, un prete o una suora, cambiano tutto perché destano i cuori alla fede, perché formano le coscienze alla luce del vangelo, perché danno speranza anche in presenza della malattia, della morte, perché danno la forza di perdonare in presenza dell’ingiustizia.

Se si dimentica questo -e cioè che è la fede che cambia la mente ed i cuori- si rischia di ragionare, senza nemmeno accorgersene, come ragionerebbero gli ultimi cripto-marxisti. Si rischia di credere che quello che cambia il mondo è l’economia, che nei paesi poveri è sufficiente cambiare l’economia e tutto andrà bene. Ma questo non è vero!

Cristo e la Chiesa sono intimamente legati perché la Chiesa, senza il Signore, non avrebbe ragione di essere ed il suo annuncio sarebbe vano e vuoto. La Chiesa sa che è la scoperta della grazia di Dio che cambia il cuore, che così diventa capace di donarsi, di divenire un cuore che crede, che ama, che spera. Non basta che io ti dia i mezzi per fare le cose, ma è necessario che il tuo cuore diventi diverso. Eppure ci misuriamo quotidianamente con un atteggiamento che dice: “Io ho stima di te, ma non mi parlare di Dio”!

3. La storia della chiesa è essenzialmente oscura e tenebrosa?

La terza obiezione che voglio evidenziare è quella riguardante la storia della chiesa. Vi invito a riflettere su questo aspetto, perché dobbiamo parlarne ogni tanto, con intelligenza, anche sapendo chiedere perdono, ma anche sapendo mostrare la bellezza di questa storia. Se un bambino o un ragazzo si sentono sempre dire a scuola, da professori che stimano, che la chiesa ha sempre commesso nefandezze, perché dovrebbero essere cristiani? Un catechista deve ogni tanto -è importante questo suo compito- saper rileggere i secoli straordinariamente belli ed anche quelli difficili della chiesa, mostrandone la grandezza, insieme ai peccati. Benedetto XVI a questo proposito ripete spesso un concetto che troviamo espresso già nel suo libro Europa. I suoi fondamenti spirituali ieri, oggi e domani (San Paolo, Cinisello Balsamo 2004). Egli afferma:

C’è un odio di sé dell’Occidente che è strano…

Il papa dice che noi non ci amiamo, parliamo continuamente male di noi stessi, quasi ci odiamo!

…e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole ad aprirsi pieno di comprensione a valori esterni…

Pensate, solo per fare un esempio, a come siamo soliti apprezzare le grandi civiltà antiche, senza sottolinearne i punti negativi. Se, in un programma televisivo, si affronta la storia dei Maya o degli Aztechi si accenna certo al fatto che sulle loro famose piramidi sono state uccise migliaia di esseri umani, ma subito si passa a parlare della meraviglia di quelle architetture, delle loro conoscenza astronomiche e così via. Questo è bellissimo, noi non ci fermiamo al male che c’è e che pure vediamo, ma cerchiamo sempre di vedere gli aspetti positivi, a volte con delle esagerazioni.

…l’Occidente tenta sì in maniera lodevole ad aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro.

Il papa si chiede come questa capacità di vedere oltre al male anche il bene, possa applicarsi anche alla storia che è stata fecondata dal cristianesimo ed, in particolare, alla storia stessa della chiesa.

Mi ricordo che una volta ho avuto una discussione accesa con un monaco che sosteneva che la chiesa ha una storia che è bella fino a Costantino e poi dal Concilio Vaticano II in poi. Quindi da Costantino fino al 1962, secondo lui, tutto era praticamente, con rare eccezioni, da buttare. Ma allora perché essere cristiani? Se fosse vera questa lettura, perché continuare ad amare il cristianesimo?

Un primo esempio che mi viene alla mente, per farvi comprendere come siamo veramente schiavi di una lettura ideologica e non documentata è quello della storia dello Stato della Chiesa. Provate a chiedere non solo ad uno studente di un liceo classico, ma addirittura a dei professori, la data in cui è nato il potere temporale della Chiesa, cioè lo Stato della Chiesa, ed i motivi della sua origine. Mi sono divertito ogni tanto a porre queste domande anche a persone di una certa cultura e tutti dicevano di non saperlo. Non era mai stato spiegato loro nella formazione delle superiori niente di una questione così importante. Si fanno così una idea negativa di queste cose, senza sapere se quello Stato è nato per una volontà di potere o come una necessità storica che ha aiutato la stessa città di Roma a sopravvivere! E noi romani dovremmo saperle ancora meglio queste cose, perché è la storia della nostra città.

Che una sottolineatura negativa della storia della Chiesa possa essere frutto non solo di veri errori, ma anche di una interpretazione ideologica della storia appare anche se solo ci soffermiamo a vedere come vengono trattate quelle che sono indubitabilmente grandi figure che emergono da un humus cattolico. È sufficiente leggere le guide o i cataloghi che descrivono musei o chiese o monumenti per rendersi conto di una visione sottesa alla loro presentazione della quale spesso non ci rendiamo nemmeno conto.

Ogni volta che si parla di un grande artista del passato, si cerca di dimostrare che questi era anticattolico. Dario Fo ha scritto un libro sul Duomo di Modena per cercare di dimostrare che la presenza di giullari, di musici, e della rappresentazione della gioia di vivere nelle sculture romaniche, dipenderebbero dall’essere stato quel duomo iniziato in un lasso di tempo brevissimo nel quale non c’era né un vescovo, né un imperatore. Similmente San Francesco sarebbe un meteorite piovuto dal cielo e non un tipico rappresentante del medioevo. Dante, avendo messo dei papi all’inferno, sarebbe un personaggio non pienamente assimilabile al cattolicesimo del tempo. Michelangelo, essendo stato amico di una donna filo-protestante, Vittoria Colonna, sarebbe quindi un antipapista e la tomba di Giulio II con il famoso Mosè un monumento anticattolico. La grandezza di Caravaggio proverrebbe, allo stesso modo, da una spiritualità cripticamente contraria al cattolicesimo.

Si dimentica che ciò che si vede nel duomo di Modena si trova in tutte le cattedrali romaniche e che esse sono state costruite nel lasso di secoli. Che San Francesco era un fedele servitore dei pontefici e che predicava l’obbedienza a loro. Che Dante scriveva quei versi proprio dall’interno della Chiesa che amava. Che Michelangelo, che era stato grande ammiratore di Giulio II, continuava a servire i pontefici dipingendo la Sistina e la Cappella Paolina e costruendo la cupola di San Pietro e che Caravaggio veniva graziato dal papa, perché tornasse a dipingere in Roma. Insomma quella Chiesa che si denigra era molto più vivace e libera di quanto la si descrive, se dentro di essa emergevano tali figure che si esprimevano in essa.

La stessa tensione fra cristianesimo ed illuminismo va letta nella giusta prospettiva, perché quella che appare come una antitesi netta è in realtà il rovescio della medaglia di una stessa storia. Proprio la compresenza nel cristianesimo della dignità della fede e della ragione ha permesso la piena maturazione della consapevolezza della libertà e dei diritti umani che intravediamo nelle costituzioni settecentesche degli Stati uniti d’America e poi della Francia.

Ma per comprendere la grandezza della storia della chiesa basterebbe chiedersi quale altra cultura ha saputo chiedere perdono del proprio passato, ha saputo vedere e riconoscere il male che ha avuto in sé.

4. Come proporre concretamente la chiesa come compagnia affidabile nelle sue diverse dimensioni?

Quarta ed ultima domanda che vi propongo è quella che ci riguarda più direttamente come sacerdoti e catechisti, quella che riguarda la proposta concreta della vita nella Chiesa. Come possiamo noi accompagnare le persone a vivere in quella comunione che è la Chiesa? Come possono i nostri ragazzi comprendere, quasi vedere -direi- quella carità, quell’amore con il quale Cristo ha amato la Chiesa al punto da esserne affascinati?

Vorrei che foste ancora più coscienti dell’importanza di questo aspetto. Voi vi accorgete che se anche uno vede la grandezza di Gesù, ma non sceglie poi la sua Chiesa, è come se restasse alla finestra del cristianesimo. Credo sia proprio la vostra esperienza di catechisti che vi fa dire che qualcuno si gioca veramente per Cristo quando comincia ad amare la Chiesa. È vero che Gesù è più importante della Chiesa, ne è il motivo, ma in realtà Gesù viene scelto attraverso la sua Chiesa.

Vi leggo un brano di Romano Guardini, nel quale troviamo una frase paradossale che ci può aiutare a capire la questione:

Il riconoscimento della Chiesa è stato la convinzione determinante della mia vita. Quando ero ancora studente di scienze politiche ho capito che la vera e propria scelta cristiana non ha luogo davanti al concetto di Dio e neppure di fronte alla figura di Cristo, ma davanti alla Chiesa. Ciò mi ha fatto capire che una vera efficacia è possibile solo nell’unità con essa[2].

È un’affermazione chiaramente paradossale, perché in realtà la vera scelta avviene dinanzi a Cristo; ma che cosa vuol dire allora Guardini? Che solo quando qualcuno capisce che la Chiesa merita di essere amata allora diventa una persona veramente cristiana.

Ci sono nelle nostre parrocchie dei ragazzi intelligenti, pieni di vita, splendidi, simpatici, ma fino a che non decidono di mettersi a costruire la Chiesa, non si può contare su di loro, sono sempre fondati su delle sabbie mobili, non poggiano su un terreno solido. Dove non si sceglie la Chiesa la fede è estremamente fragile, tutto finisce al primo colpo di vento.

Dopo aver visto queste quattro provocazioni, prendiamo ora in considerazione quattro risposte, delle quali tre prettamente teologiche e una più pastorale, più concreta, che provengono dalla fede cristiana per capire meglio perché Gesù ha voluto la Chiesa, per poterla meglio presentare e, soprattutto, per poter introdurre alla vita in essa, attraverso la catechesi. Sono delle questioni enormi ed io, purtroppo, devo limitarmi a trattarle in poche parole; ma è giusto così, poiché noi abbiamo a disposizione solo due incontri e cerchiamo in questi di dare un primo sguardo ai problemi più importanti, sapendo che il resto lo farete voi con i vostri parroci e le vostre parrocchie.

2/ Riflessione teologica

2/1. Voluta dal “Gesù reale”: Cristo ha amato la chiesa ed ha dato se stesso per lei (Ef 5, 25)

Noi possiamo dire con grande serenità che veramente Gesù ha voluto la Chiesa. Non c’è alcun dubbio storico, infatti, sul fatto che i Dodici li ha scelti Gesù. Pietro ne è l’esempio più evidente. Prendete il testo di Mt 16,18: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa»

Nella nota della Bibbia di Gerusalemme a questo versetto si dice:

Né la parola greca petros, e nemmeno, sembra, il suo corrispondente aramaico kefa (“roccia”) erano usati come nomi di persona prima che Gesù avesse chiamato così il capo degli apostoli per simboleggiare il suo compito nella fondazione della chiesa.

Quando Gesù ha chiamato Pietro Kefa, questa parola in aramaico voleva dire ‘pietra’, ‘roccia’, ‘sasso’. Non c’era mai stato uno che portasse come nome proprio Kefa. In nessuna iscrizione è mai stato trovato questo nome attribuito ad una persona: Simone è il primo. Quando Kefa è stato tradotto in greco, con Petros, è successa la stessa cosa: neanche Petros era un nome proprio. Pietro è un nome che ha inventato Gesù.

Perché Gesù si rivolge a Simone e gli dice: «Tu sei Pietro»? Proprio perché vuole indicare che Pietro è la roccia di una nuova costruzione: il Signore gli dà un ruolo che non aveva prima. Era Simone, uno qualunque, ma da quel momento sarà pietra. Mi è capitato di accompagnare dei ragazzi anglicani a S.Pietro ed ho cercato di spiegare loro perché per noi è importante Pietro. Cercavo un modo semplice per far capire loro cosa significasse che il ministero papale era la continuazione di quello di Pietro. Mi è venuta in mente la parola inglese rock e la traduzione inglese del versetto di Matteo: You are Peter and on this rock… Qui le due parole sono diverse –Peter e rock– ed il gioco di parole deve essere spiegato. Dicevo a questi ragazzi, usando il linguaggio musicale che conoscono bene, che fino a che il rock era il rock and roll degli anni ’50, voleva dire ondeggiare, ma quando diventa l’hard rock degli anni ’80 si capisce cos’è una pietra!

È importante anche sottolineare come nella visione di Gesù Pietro -così come tutti i papi, i catechisti, i vescovi- è innanzitutto un testimone. E qui è importante capire bene cosa significhi testimone. Pietro non è la roccia perché non sbaglia mai. Le persone pensano a volte: «Ma come! Pietro è una roccia, ma poi pecca, tradisce, rinnega per tre volte, litiga con Paolo?». E allo stesso modo: «Ma come il Papa è il successore di Pietro, ma poi quel papa del ‘600 ha compiuto azioni o ha detto cose difficilmente condivisibili?».

In realtà Gesù chiama Simone pietra, roccia, perché ha detto: «Tu sei il Cristo». Gesù non lo chiama Pietro perché è impeccabile, ma perché è l’unico che ha il coraggio di dire che la salvezza è Gesù, che il Figlio di Dio è Gesù. La Chiesa ha questa funzione testimoniale di dire sempre: «Non sono io la salvezza! La salvezza è Cristo: il vangelo è questo e non si può cambiare». Questa è la forza della Chiesa. Essa non è egocentrica, ma sempre testimonia del Cristo e rimanda a Lui.

Quando Benedetto XVI ha preso possesso della sua cattedra a S.Giovanni in Laterano, dopo la sua elezione a pontefice, ha detto proprio questo:

Questa potestà di insegnamento [del vescovo di Roma] spaventa tanti uomini dentro e fuori della Chiesa. Si chiedono se essa non minacci la libertà di coscienza, se non sia una presunzione contrapposta alla libertà di pensiero. Non è così. Il potere conferito da Cristo a Pietro e ai suoi successori è, in senso assoluto, un mandato per servire. La potestà di insegnare, nella Chiesa, comporta un impegno a servizio dell’obbedienza alla fede. Il Papa non è un sovrano assoluto, il cui pensare e volere sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la Sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo.

Il testimone cerca, certamente, di consegnare tutta la sua vita a colui in cui crede, ma, soprattutto, testimonia di non essere lui la verità, bensì che la verità è il Signore. La testimonianza implica che colui di cui si testimonia sia più importante del testimone stesso.

Questo è anche il grande motivo per cui noi dobbiamo incoraggiare anche i peccatori ad essere testimoni. Anche un genitore separato è e resta testimone di Gesù perché deve continuare a dire che Gesù è la verità, anche se questa verità non è riuscito a viverla in pienezza. È un grande equivoco affermare che chi ha sbagliato non deve più parlare della verità perché non sarebbe credibile.

Una seconda indicazione neotestamentaria, che ci riporta direttamente al Gesù storico, ci fa gettare uno sguardo sulle intenzioni di Gesù di volere la nascita della Chiesa: è la scelta dei Dodici. Tutti i testi neotestamentari rimandano a questo numero, dai sinottici, a Giovanni, a Paolo, all’Apocalisse. È un dato certamente storico. Ma perché Gesù ne ha voluti proprio dodici e non sette o dieci?

Devono essere dodici, così come Giacobbe ha avuto dodici figli quando perché è nato il popolo di Dio. Prima di Giacobbe, Abramo ed Isacco erano solo una famiglia, non ancora un popolo. Giacobbe, avendo generato i suoi dodici figli, riceve il nome di Israele. Con lui il popolo di Dio diviene realtà.

Gesù si richiama a Giacobbe. Chiama dodici apostoli perché il popolo di Dio sta rinascendo con lui, sta entrando nella nuova alleanza. È un chiaro segno indicatore della consapevolezza di Gesù di essere il nuovo Giacobbe, di essere non un solitario, ma di essere colui attraverso il quale Dio da vita ad un nuovo popolo. È la Chiesa che nasce dalla chiamata di Cristo[3].

2/2. Cristo ha voluto la chiesa perché fosse nostra madre

Il secondo punto è ancora più importante del primo. È abbastanza chiaro che Gesù ha storicamente fondato la Chiesa, ma è importante anche provare a dire perché l’ha fondata: a cosa serve la Chiesa? Perché Gesù ha tenuto tanto ad essa? Perché non gli è bastato morire, risorgere e ascendere al cielo?

Non poteva finire così il vangelo, con la sua resurrezione e ascensione? Invece Gesù risorto parla ai Dodici e li invia:

Gesù disse loro: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15).

L’invio dei Dodici è ciò che sta a cuore al Cristo. Notate innanzitutto, e vale la pena di soffermarsi su questo, il fatto che per quanto noi dobbiamo amare la Bibbia, dobbiamo consegnarla, farla conoscere, non dobbiamo mai dimenticare che Gesù non ha mai chiesto espressamente che fosse scritto il Nuovo Testamento, bensì che sorgesse la Chiesa e che essa predicasse il suo vangelo. Guardate che non è una cosa da poco! La Bibbia non era la prima cosa che Gesù aveva in mente. Solo alla fine del Nuovo Testamento, nell’Apocalisse, a Giovanni viene detto:

Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo (Ap 1,19).

Gesù sapeva che la realtà più importante era l’annunzio vivo della Chiesa. Gesù ha chiamato i Dodici perché la loro parola fosse la sua parola. Li ha mandati, ha detto loro: «Fate questo in memoria di me», «A chi perdonerete i peccati saranno perdonati», cioè «Voi siete questa viva tradizione, quando voi parlate e agite, Cristo parla e agisce tramite le vostre parole ed i vostri gesti».

Cristo non parla solo nella Bibbia, ma tramite la parola della Chiesa. La parola per eccellenza di Cristo nella Chiesa è la parola sacramentale. Il sacramento è la realtà, importantissima, nella quale è Cristo stesso che parla e la sua parola è efficace come al tempo in cui Gesù era con i suoi apostoli. Quando il sacerdote dice: «Questo è il mio corpo», è Gesù risorto che lo dice in lui. Il prete non dice: «Questo è il suo corpo», non perchè non è un attore che recita una parte, ma perché quando dice “il mio corpo” non si riferisce a se stesso. “Il mio corpo” è veramente il corpo di chi sta parlando, perché è Cristo che sta parlando. La parola del sacerdote in quel momento è la parola di Cristo: c’è un’identità assoluta della parola umana e di quella del Cristo.

La parola della Chiesa è veramente parola di Cristo anche in senso più ampio, perché la Tradizione -cioè la vita, la dottrina, il culto, insomma tutto ciò attraverso cui la Chiesa trasmette tutto ciò che essa è e tutto ciò che essa crede (cfr. Dei Verbum, 8)- è parola di Cristo.

Ma torniamo alla domanda: perché questa parola è necessaria? È necessaria perché solo attraverso di essa noi possiamo ricevere la fede, di modo che la Chiesa è nostra madre. Per questo Cristo l’ha voluta, perché tramite di lei sorgesse in noi la fede. Noi abbiamo ricevuto non solo le cose più belle della fede, ma la fede stessa, lo stesso Cristo, dalla Chiesa. La chiesa è veramente nostra madre in quanto credenti.

Se io mi soffermo a pensare perché credo, chi mi ha spiegato chi è Gesù perché credessi, chi me lo ha fatto amare, posso rispondermi in tanti modi, che sono stati mia madre, mio padre, i miei nonni, i miei catechisti, un mio insegnante, i sacerdoti che mi hanno seguito nel cammino, il papa, ma, in essi, è sempre la Chiesa che mi ha donato la fede!

Per credere abbiamo bisogno che la Chiesa ci parli di Cristo. L’uomo spesso è miope, quando è convinto di essere solamente lui l’artefice della propria fede. Siamo abituati a sentir dire: «Sono io che liberamente decido di scegliere la fede». Certo questo è vero, perché la fede è una libera scelta, ma questa adesione non è la prima cosa: si può scegliere la fede solo perché la si conosce. E come fai a conoscerla se non c’è qualcuno che te ne parla? (cfr. Rm 10, 14-15). È l’annuncio della fede che rende liberi di credere.

Faccio un esempio banalissimo, ma ricordatevi che anche gli esempi banali devono essere fatti: come mai nessuno è mai diventato cristiano avanti Cristo? Prima che nascesse Cristo le persone erano libere quanto noi, ma non potevano diventare cristiane perché non c’era Cristo! Non basta che tu voglia una cosa, perché se questa cosa non c’è tu non puoi averla e nemmeno volerla. La nostra libertà di volere una cosa nasce dal fatto che quella cosa ci sia e che ci viene fatta conoscere.

Ricordo una vicenda che mi colpì, qualche anno fa: conoscevo un giovane che era diventato cristiano tramite la fidanzata e aveva iniziato a frequentare la parrocchia, a partecipare alle attività, ai gruppi con entusiasmo. Poi un collega di lavoro gli aveva detto: «La tua fede non è realmente tua, perché te l’hanno data altri. Se tu non avessi incontrato quella ragazza e, tramite lei, quel gruppo e quella parrocchia, saresti ateo come prima». Lui era venuto da me un po’ triste perché si era convinto di non avere una vera fede. Gli risposi che invece questo era proprio il motivo per cui la sua fede era vera, perché non era una sua invenzione! È necessario incontrare un cristiano per diventare cristiani!

La fede è un dono che ti viene dalla Chiesa, la Chiesa è la madre che ti dà la fede. Se ci pensate è proprio come nella nostra vita. Noi ci mettiamo tutta una vita per dire grazie a nostra madre. Io da ragazzo non avrei mai detto grazie ai miei genitori che pure erano bravi; solo quando vai avanti negli anni cominci a capire che malgrado tante cose della tua famiglia che hai contestato, tu esisti, ami la tua vita, sei quello che sei, solo perché ti hanno dato la vita.

Ognuno di noi ha ricevuto quello che è; solo poi impara ad amarlo, scegliendo di continuare a vivere, di fare quello che fa. Qualcosa mi è stato dato, perché io potessi poi sceglierlo. Noi conosciamo anche i lati negativi dei nostri genitori, così come loro conoscono i nostri, anzi più uno è vicino ad un altro, più ne vede anche la ‘polvere’. Ogni figlio conosce i difetti dei propri genitori, però sa che la vita lo ha raggiunto proprio tramite loro.

Così Cristo ha voluto la Chiesa perché noi potessimo conoscerlo e credergli. Se qualcuno potesse arrivare ad immaginarsi Cristo da solo, chiuso in una stanza, senza alcun legame storico con i discepoli di Cristo, senza che alcuno gliene abbia parlato prima, senza che ne abbia mai letto, vorrebbe dire che la fede è una idea, una ideologia, una elaborazione della mente umana. Invece Cristo può essere incontrato solo tramite qualcuno che è legato alla catena della Tradizione che da lui è nata. Ed a questa serie di anelli legati gli uni agli altri appartiene anche la Sacra Scrittura.

Non abbiamo tempo di approfondire qui questo tema, ma pensate a che ribaltamento di prospettiva avviene nella comprensione del tema della libertà. La libertà matura, cresce, attraverso il dono, la conoscenza, la rivelazione. L’uomo diventa libero. La libertà resta un valore centralissimo, ma è preceduta dal dono. La libertà non è il primum assoluto!

2/3. “Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica” e l’ecclesiologia di comunione

Il terzo punto teologico -ed è un’altro dei punti sul quale il papa ci sta invitando a riflettere- su cui ci soffermiamo è quello della chiesa apostolica. La chiesa è formata dalla nostra generazione, cioè da noi di una certa comunità, dal papa attuale, dai vescovi, dai nostri parroci e vice-parroci, dalle suore, dai religiosi, dai catechisti e genitori, ma non solo di questa generazione. La chiesa non siamo solo noi!

Il papa è tornato più volte a sottolineare come il noi della chiesa è un noi diacronico, che attraversa il tempo, tutte le generazioni: siamo noi di questa generazione, ma in comunione con il noi di tutti coloro che hanno creduto prima di noi. Per cui noi non potremo mai avere una fede diversa da quella dei nostri padri, dei nostri nonni, da quella dei cristiani del 1700, del 1500, del 1000, fino agli Apostoli. Noi abbiamo la stessa fede nell’Eucaristia che avevano S.Francesco, S.Tommaso, S.Agostino, Madre Teresa, Giovanni XXIII. La fede è ecclesiale, è la fede di un noi che non è solo orizzontale, ma attraversa la storia ed è segno della verità della fede.

Questo fa capire perché la Chiesa non può essere concepita come una sorta di parlamento democratico, nel quale si potrebbero mettere ai voti la divinità di Gesù o la sua resurrezione o la verginità di Maria. Questo renderebbe la nostra fede non in continuità con quel noi più grande che Dio ha voluto in Cristo. Proprio il Simbolo della fede è un segno grandissimo della fede dell’intera Chiesa, che attraversa tutte le generazioni.

Capite subito la differenza con molti gruppi non cattolici che sono nati successivamente. Esistono comunità che si richiamano alla Bibbia, che apparentemente sembrano simili alla Chiesa, ma in realtà non hanno alcun legame con quel noi che dagli apostoli arriva fino al presente. Pensate, ad esempio, ai Testimoni di Geova od ai Mormoni. Dove erano i Testimoni di Geova nel 1500 o nel 1000? O i Mormoni? In questi gruppi non c’è un noi che li lega in una continuità storica agli apostoli. Essi nascono improvvisamente, nel 1800 od in un altro periodo, ma senza legame con il noi ecclesiale e con la sua tradizione. La fede cristiana invece abbraccia tutti i tempi, fino alle origini, e per questo è detta “apostolica”.

Mi permetto anche di gettare lì una provocazione per farvi riflettere. Sentiamo spesso dire che il catechista è colui che deve portare la propria esperienza e che questa è il cuore del suo servizio, ma questo non è corretto. Il catechista non presenta la propria esperienza, per quanto essa possa essere bella e vera, ma piuttosto quella della Chiesa, che è ben più grande e ricca della propria. Certo lo fa tramite la propria vita e, talvolta, potrà anche fare riferimento ad essa, ma il suo messaggio deve essere molto più grande! Quando qualcuno parla del vangelo vi accorgete subito se fa risuonare solo ciò che lo ha colpito o se sa aprire ad una prospettiva molto più grande che è quella della Chiesa stessa che ha accolto la parola di Dio.

Due piccoli segni della tradizione liturgico-architettonica delle nostre chiese potete utilizzare per parlare di questo nella catechesi, mostrando visibilmente questa continuità nel tempo. In tutte le chiese, anche in quelle parrocchiali, noi abbiamo le dodici croci di consacrazione che rappresentano gli apostoli. Il vescovo quando consacra una chiesa ungendo queste dodici croci rende evidente che quella chiesa è nella tradizione apostolica, che le sue colonne sono gli apostoli. Quelle croci spesso hanno anche dei portacandele che potrebbero essere accesi nelle solennità al momento della professione di fede[4].

L’altro piccolo-grande segno è quello delle reliquie poste negli altari: il sacerdote e tutta la comunità cristiana sanno che la loro liturgia non è differente da quella che hanno celebrato coloro le cui reliquie sono poste nell’altare. La nostra e la loro messa, la nostra e la loro eucarestia, è la stessa. E noi possiamo celebrare i sacramenti perché da loro li abbiamo ricevuti. Pensate a come diventa ancora più evidente questo segno quando le reliquie sono nella cripta e noi, la nostra generazione, poggiamo sopra la cripta, sopra la vita di chi ci ha preceduto nel segno della stessa fede.

Non solo, ma chi ci ha preceduto è già in cielo ed appartiene alla Chiesa con noi e dal cielo prega per noi. È la comunione dei santi, la comunione della Chiesa celeste e di quella pellegrina in terra: per questo i santi vengono dipinti in alto, nelle absidi, a significare che essi sono prima di noi, ma sono anche con noi adesso, viventi in Cristo, nella comunione della stessa fede cristiana.

La quadripartizione del CCC e la sua prospettiva ecclesiale

Come introdurre nel cammino della catechesi a vivere nella Chiesa, a sentire con essa, nella concretezza delle nostre parrocchie e comunità? Ho pensato, per questo, di richiamare un aspetto di straordinaria importante che è stato posto all’attenzione di tutti nuovamente con il magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI e che consiste nella struttura quadripartita del Catechismo della Chiesa Cattolica.

Il CCC, chiaramente, non è stato fatto per essere letto necessariamente in maniera cursiva, continuata, nella catechesi, ma come un testo da capire in profondità ed al quale attingere per la propria preparazione. Per capirlo bene, uno dei punti più importanti è proprio la sua struttura, perché, come vedremo subito, questa quadripartizione non deriva da un ragionamento astratto, ma esattamente dalla concreta esperienza della vita della Chiesa.

Mi piace sottolineare che quando si debbono presentare i diversi aspetti della vita della Chiesa ci troviamo in imbarazzo, proprio perché non abbiamo interiorizzato questa ripartizione. Sentiamo ripetere spesso, ad esempio, che una comunità cristiana, una parrocchia, ha come elementi indispensabili tre realtà che vengono indicate così: la Parola, la liturgia, la carità. Se uno domanda in quali di questi ambiti debbono essere poste la formazione alla dottrina sociale della chiesa, oppure la riflessione sulle vocazioni e gli “stati di vita”, oppure ancora l’educazione ed il rapporto con la scuola e la cultura, c’è un certo imbarazzo, perché non si sa bene dove collocarle in quello schema.

Ci sono poi altre posizioni, che mostrano come quello schema sia parziale. I neocatecumenali, ad esempio, spiegano nelle catechesi introduttorie al cammino, prima che avvenga la prima convivenza, che esiste una tripartizione, ma che essa è costituita da un tripode fatto dalla Parola, dalla liturgia e dalla comunità. Questo terzo elemento, quello comunitario, viene anteposto alla carità, perché, essi dicono, la carità verrà come una conseguenza del cammino, ma la vita nella comunità è, invece, essenziale a livello formativo, fin dall’inizio.

Come orientarci fra queste diverse accentuazioni? Il CCC usa una strutturazione estremamente illuminante, complessa, ma al contempo semplice. Cerca di capire come i cristiani antichi insegnavano la fede, come accompagnavano i catecumeni che chiedevano di ricevere il battesimo perché volevano diventare cristiani. Quando uno chiedeva di diventare cristiano che cosa gli si proponeva?

Il cammino del catecumenato antico si era strutturato, in maniera direi naturale, su quattro dimensioni abbracciate, però, dalla comunione ecclesiale -scherzando mi è venuta in mente una formula, quattro più uno, per sintetizzare ciò che stiamo approfondendo. Ed il CCC ripresenta queste quattro dimensioni (più una, la comunione ecclesiale), quasi come quattro colonne che reggono tutto l’edificio. Vi invito qui a leggere con attenzione i testi su questo punto dell’antologia che vi è stata distribuita, perché sono estremamente chiarificatori e ci aiutano vedere tutta l’ampiezza del compito della catechesi e dell’educazione cristiana[5].

Vediamole una per una queste dimensioni della vita cristiana che siamo chiamati ad educare e a far crescere.

I colonna: formare alla fede

Che cosa si crede? La prima parte del CCC spiega che cos’è la fede e spiega poi il Simbolo della fede. Sin dall’antichità la Chiesa ha accompagnato chi voleva il battesimo a capire chi è veramente Dio, quale è il suo volto. Qui l’uomo trova risposta alle sue domande: Perché devo credere a ‘quel’ Dio? Cosa vuol dire che Egli è proprio così? Perché la croce? Perché l’incarnazione? Perché la resurrezione? La fede ha dinanzi a sé un volto, quello di Dio, e la Chiesa presenta il vero volto di Dio spiegando il Credo.

Nel primo incontro siamo partiti proprio dalle parole della seconda lettera a Timoteo: «So a chi ho creduto». Non ci torniamo su proprio perché abbiamo insistito su questa prima “colonna” in quell’incontro sul libro del papa Gesù di Nazaret. Mi interessa qui solo ribadire che un cammino di iniziazione alla fede non potrà non dare grande rilevanza a questa conoscenza di Dio e, conseguentemente, alla fiducia che merita, proprio perché ha quel volto che ci ha mostrato in Gesù. La Chiesa antica consegnava il Credo, proprio come una tappa costitutiva del cammino, e poi lo spiegava. 

Anche oggi, pensate in particolare al cammino in preparazione al Battesimo o alla Cresima è molto importante la spiegazione del Credo. Ma sempre la catechesi torna a riflettere sul Simbolo perché la persona conosca e ami la propria fede.

II colonna: l’eucarestia ed i sacramenti al centro della comunione

La Chiesa, fin dalle origini, non ha solo spiegato la fede, ma ha pian piano introdotto le persone a vivere la liturgia. La liturgia non compare alla fine del cammino, al momento del battesimo e dell’eucarestia, ma tutta una serie di preghiere, di benedizioni, di celebrazioni hanno sempre accompagnato il cammino della catechesi, anche di chi non era ancora battezzato. La seconda colonna è così costituita dalla celebrazione, dalla liturgia con tutti i suoi sacramenti. E la seconda parte del CCC tratta proprio di questa presenza di Cristo nella liturgia e nei sacramenti.

Perché la Chiesa ha subito capito che non basta spiegare qualcosa in una riunione per fare un cammino di catechesi, ma bisogna pure celebrare. Questo è evidente anche oggi, per chi ha un minimo di esperienza nell’iniziazione cristiana: un/una catechista “delle comunioni” sa benissimo che un bambino che non viene la domenica a messa ha una comprensione profondamente diversa della fede da uno che invece vi partecipa. Partecipare alle riunioni, ma non alle celebrazioni impoverisce enormemente il cammino!

Non si riesce a far capire cos’è la fede semplicemente perché si parla, perché si spiega, ma il bambino riceve tantissimo dalla partecipazione alla liturgia. Lo stesso vale per gli adulti.

Pensate anche agli altri sacramenti: voi potete parlare per ore ed ore di cos’è la confessione, ma fino a che la persona non si confessa non lo capisce fino in fondo. Spesso si insiste molto sul concetto di esperienza come di un elemento costitutivo di una buona catechesi, ma si dimentica poi che esperienza non è solo organizzare un’attività, preparare un cartellone, interagire in gruppo, ma anche partecipare alla liturgia.

La liturgia è una delle esperienze più grandi che la Chiesa ci dona di vivere. La catechesi è esperienziale proprio perché ci fa vivere i sacramenti! Un bambino si confessa e da quel momento per lui è chiarissimo cos’è la confessione. La morte di Giovanni Paolo II è stato un momento, per tanti che non si confessavano da anni, per tornare a riscoprire il perdono di Dio. Dinanzi a quella morte, hanno capito di essersi trovati dinanzi ad un evento grande ed hanno capito che era importante, dinanzi alla morte di quell’uomo di Dio, tornare a confessarsi. Ma questo è venuto a tanti naturale, anche se erano decenni che non si confessavano, perché avendo fatto da piccoli l’esperienza della confessione sapevano benissimo cosa significava. Una volta avevano vissuto l’esperienza della Riconciliazione e non l’avevano più dimenticata, tanto che ne riemergeva l’esigenza.

Per questo la Chiesa ha capito che il sacramento sta in mezzo tra la catechesi e la catechesi mistagogica. Non ci si può limitare a “spiegare” il sacramento, affermando che lo si riceverà solo quando si sarà pronti. Non si è mai pronti per un sacramento, perché, se non lo si celebra, non si può capirlo! Bisogna celebrarlo, per capirlo. Sarà poi la catechesi mistagogica, cioè quella che conduce coloro che hanno già ricevuto i misteri sacramentali, ad approfondire quello che si è celebrato, perché lo si possa capire meglio dopo.

Allora si inizia spiegando, sapendo al contempo che l’altro non capirà mai del tutto, si celebra e poi si spiega cosa si è fatto; ma quest’ultimo passaggio può avvenire in pienezza solo dopo, perché se tu prima non lo sperimenti, non lo puoi capire. Capite subito come queste due colonne sono coessenziali: non basta fare riunioni e spiegare, ma non basta neanche solo celebrare. La Chiesa ha capito che le due dimensioni sono insostituibili e l’una non sarà mai completa se mancherà l’altra.

Un accenno voglio farlo anche alla centralità dell’eucarestia nella vita dei gruppi -penso anche all’esperienza dei gruppi giovanili. È solo la comune partecipazione all’eucarestia che fa capire che un gruppo cristiano non è simile ad una comitiva di amici, ma si radica in Cristo e chiede di camminare verso di Lui e non solo gli uni verso gli altri. Gli adolescenti che camminano verso la cresima o che danno vita a dei gruppi dopo di essa, non avranno mai un cammino serio e stabile finché non saranno aiutati ad animare insieme la liturgia ed a trovare in essa il motivo del loro incontrarsi.

III colonna: l’introduzione alla vita cristiana, l’educazione che proietta la luce del vangelo sull’uomo e l’esperienza del servizio

La Chiesa non solo ha sempre spiegato chi è il Dio in cui crediamo, non solo ha sempre gradualmente introdotto i nuovi cristiani nella celebrazione, ma ha anche accompagnato a vivere una vita confacente al vangelo, secondo i Dieci comandamenti e secondo il Comandamento dell’amore. È la vita in Cristo. Così la terza parte del CCC si sofferma su cosa vuol dire vivere da cristiani e, quindi, spiega cos’è l’amore, cos’è la libertà, cos’è la coscienza, cosa sono i comandamenti. Così, già nell’antichità, la catechesi parlava del matrimonio, del furto, dell’avidità, dell’elemosina, ecc. ecc. E si chiedeva ai catecumeni di cambiare vita, attraverso il cammino della catechesi.

Perché si è preferito parlare della “vita in Cristo” e non semplicemente della “carità”? Si sarebbe potuto intitolare questa terza parte con il semplice termine “amore”, perché è vero che la carità è la sintesi dei comandamenti; il rischio è che, se noi diciamo carità, ci vengono subito in mente i poveri, ma possiamo dimenticare la nostra famiglia, il lavoro, la politica, la cultura, l’università, ecc.

La spiegazione dei Dieci comandamenti e del Comandamento dell’amore aiuta a vedere tutta l’ampiezza della vita in Cristo che è carità verso i piccoli ed i bisognosi, ma è anche scoperta della propria vocazione, è anche amore della famiglia, è anche passione per la ricerca scientifica e la professione, ecc.

I Dieci comandamenti mostrano che quella fede diventa vita. Quella fede che viene creduta nel Simbolo e che è celebrata nella liturgia, deve al contempo toccare la vita, parlare degli affetti, della sessualità, dello studio, delle scelte di vita. Altrimenti, non ha niente a che fare con l’esistenza concreta e bella che viviamo.

Pensate ad un cammino di ragazzi. Se in una pastorale dei giovani non si parla mai dell’affettività, dell’innamoramento, loro percepiscono la fede come una cosa astratta, che non tocca la loro vita, sentono che il catechista non entra nei problemi che loro vivono. Se non si parla mai della scuola, quel ragazzo potrebbe diventare un po’ bigotto, concludere che la scuola è una cosa e la fede un’altra, invece deve capire che chi è cristiano si interessa alla vita, alla ricerca, all’educazione. E deve comprendere qual’è la parola nuova che la fede dice sull’affettività, sullo studio, sulla storia dell’uomo.

Durante il convegno diocesano dello scorso anno, c’è stato un intervento del prof.Franco Nembrini, il quale ha raccontato che uno dei suoi figli gli ha domandato un giorno: “Papà, ma noi siamo una famiglia normale?” Chiedeva la conferma che la fede non allontana dalla vita, ma aiuta a viverla in tutta la sua bellezza e profondità.

Lui, come padre, -raccontava- capì che in quella domanda c’era l’interrogativo su quale fosse la relazione tra la fede e le cose che i suoi figli vivevano ogni giorno; c’era l’interrogativo se la fede portasse fuori dalla realtà, in un mondo alienato, diverso rispetto a quello nel quale tutti viviamo o se, piuttosto, conducesse a vivere più in profondità la vita.

Qui si apre l’importante capitolo di quanto la catechesi sappia toccare le tematiche centrali, non semplicemente di attualità, della vita delle famiglie, dei giovani, dei bambini. Si apre anche la strada ad una catechesi che accompagni le riunioni con la testimonianza di adulti che raccontino della loro vocazione, con l’incontro con docenti che parlino della fede e della cultura, con il progressivo inserimento nel servizio verso l’oratorio, verso le missioni, verso le povertà del quartiere, verso la carità.

IV colonna: l’iniziazione alla preghiera personale

La Chiesa antica non solo consegnava e spiegava il Credo, non solo celebrava, non solo aiutava a vivere una vita cristiana, ma anche insegnava a pregare da soli come cristiani. Il momento che rendeva evidente questo era la consegna del Padre nostro nel cammino verso il battesimo. La IV parte del CCC riprende tutto questo e tratta della preghiera.

Il CCC manifesta così che la Chiesa deve anche oggi consegnare il Padre Nostro e la preghiera cristiana. Come si consegnano i sacramenti, come si consegna il Credo, come si consegnano i Comandamenti, bisogna educare alla preghiera personale, alla cura dell’interiorità e della spiritualità, attraverso la preghiera. Così un bambino deve imparare a pregare da solo, non deve pregare solo se ci sono gli altri. Deve scoprire la gioia di addormentarsi ringraziando Dio e di alzarsi confidando nel Suo aiuto.

Questa quarta dimensione, questa quarta colonna, non toglie, ancora una volta, importanza alla riunione, alle parole che il catechista dice, ma aiuta a comprendere che c’è un altro aspetto che è anch’esso insostituibile. Voi sapete bene che la cura del silenzio e dell’interiorità è una delle difficoltà più grandi nel nostro contesto culturale, perché i genitori, in questa cultura dei media, non sanno più insegnare il raccoglimento, la concentrazione.

È raro trovare un bambino che sappia ascoltare, che sappia stupirsi la notte delle stelle e che si fermi qualche minuto ad ammirarle, perché noi siamo abituati a riempire tutto di rumori. Figuriamoci se viene insegnato un silenzio che arriva a porsi al cospetto di Dio, nella propria camera o, in Chiesa, dinanzi al tabernacolo. Eppure questo è decisivo; se non si lavora su questa dimensione, manca ancora una volta qualcosa di costitutivo.

Il bambino che cresce in un mondo di immediatezza e di rumori, incapace di pensare, di raccogliersi, di attendere, di cercare di capire, diventerà un giovane che brucia tutte le tappe. Diventerà un ragazzo che, dopo un minuto che vede una ragazza, le dice: “Ti amo”, dopo un’ora ci fa l’amore, dopo una settimana va a convivere, perché non saprà pensare, non sarà abituato a riflettere, a porre del tempo fra l’impulso e la decisione, non saprà amare il tempo dello stupore, dell’attesa, del ringraziamento.

La cura progressiva dell’interiorità lo aiuterà pian piano a porsi, invece, le domande belle e grandi e a saper aprire il cuore nella preghiera chiedendo a Dio: “Signore, ma tu che ne pensi?” L’interiorità è così un pilastro della vita di fede. Non è sufficiente stare insieme per essere credenti, bisogna anche imparare a stare da soli, ad essere soli con se stessi e con Dio.

A fondamento delle 4 colonne l’iniziazione alla vita ecclesiale

Queste quattro “colonne” sono però abbracciate da un unico fondamento che è la Chiesa, della quale stiamo parlando. La catechesi introdurrà sì al Credo, alla liturgia, alla vita in Cristo, alla preghiera personale, ma lo farà introducendo alla vita ecclesiale.

La vita di gruppo, la relazione personale con ognuno, il rapporto con le famiglie di chi partecipa alla catechesi, il rapporto con i catechisti e gli animatori delle altre fasce di età, la comunione con tutta la parrocchia, momenti particolari come i ritiri nei tempi forti e le esperienze dei GREST e dei campi estivi manifestano qui tutta la loro importanza. 

Un catechista curerà con grande attenzione la riunione ed i suoi contenuti, ma sarà anche l’animatore di questa vita ecclesiale. Non sarà -come si dice a torto- l’amico di tutti, ma avrà cura del nascere di una relazione di vera fraternità fra tutti coloro che scoprono la fede.

Un cammino di iniziazione cristiana che si affidi alla sola riunione non potrà esprimere tutta la ricchezza della vita cristiana. Dove, invece, ci sarà chi si dedichi ai bambini, ai giovani, agli adulti, vivendo con loro questa trama di relazioni che è la quotidianeità della vita ecclesiale, molte cose cambieranno e si arricchiranno.

Possiamo vedere ancora solo un aspetto concreto di questa iniziazione alla vita ecclesiale, dopo tutto quello che abbiamo detto fin qui: vogliamo cercare di capire come tenere insieme una vera accoglienza di tutti ed una reale proposta di un serio cammino cristiano.

Spesso, nelle parrocchie, ci domandiamo come fare ad andare incontro alle persone che bussano alla parrocchia, ma in realtà non sono molto interessate, che battezzano un bambino e non sanno neanche perché, che accompagnano il figlio a messa durante gli anni del catechismo e lo vanno a riprendere senza fermarsi a celebrare con lui. Dinanzi a loro vediamo che c’è un numero molto più piccolo di persone, che però appaiono più convinte. E ci domandiamo, allora, se non siano da curare ancora di più queste ultime, se non siano da privilegiare, perché sono poi quelle su cui si può contare.

C’è una chiesa di popolo, grande, numerosa, ma a volte timida e ci sono persone che sanno pregare, sanno studiare, credono profondamente, vivono la carità. La tentazione, dinanzi a tutto questo, è di mettere queste due realtà in contrapposizione. Alcuni affermeranno allora che i veri cristiani sono quelli convinti, presenti. E allora in parrocchia si daranno tutte le energie ai catechisti, ai componenti dei vari gruppi, e la parrocchia si incentrerà completamente su quelle persone che sono quelle che veramente la tengono in mano. In questa situazione chi arriverà per la prima volta si sentirà fuori posto. Nascerà il rischio che vengano trascurati tutti quelli che hanno una fede povera.

All’opposto ci saranno quei casi in cui si aprono le braccia a tutti, ma, per esempio, non si fonderà mai un gruppo giovanile, un gruppo di famiglie, non si seguiranno i catechisti, non ci sarà un oratorio con dei veri animatori. Qui la pastorale sarà per tutti, ma non ci sarà mai qualcuno che ne diventi protagonista ed educatore.

La Chiesa ci dice che questa antitesi deve essere superata, che noi dobbiamo mantenere una relazione viva, forte, bella tra il gruppo di coloro che sono molto convinti e quella chiesa di popolo più numerosa e silenziosa.

Benedetto XVI ha scritto che sempre queste due facce della Chiesa hanno convissuto insieme e si sono fecondate a vicenda, senza mai elidersi, senza poter mai essere poste l’una senza l’altra, a meno di non distruggere il vangelo. La forza della fede di chi è profondamente convinto si manifesta proprio nel fatto che questa fede è donata perché porti luce agli altri. Queste persone -che Benedetto XVI chiama le “minoranze creative”– sono veramente cristiane se sentono cristiani anche quelli che hanno poca fede, e li accolgono, e sono felici che ci siano, e non li fanno sentire estranei; anzi la loro creatività ha senso proprio perché vivifica anche la debolezza degli altri.

Se essi si sentissero, invece, gli unici cristiani, distruggerebbero il dono che hanno ricevuto, perché non lo metterebbero più a disposizione di tutti. Faccio un esempio concreto, che mi divertì -e mi preoccupò!- quando sono diventato parroco: in occasione della prima Pasqua vennero assegnate le letture per la veglia pasquale, ma alla fine della messa alcune persone mi fecero notare che la lettura dell’Esodo per la prima volta non era stata fatta dalla persona alla quale era stata data sempre negli anni precedenti! Ero arrivato da poco e non sapevo di questa consuetudine, ma comunque non è questo lo spirito che dovrebbe animare una parrocchia. Non è che uno inizia a fare una cosa e deve farla per sempre: uno è catechista e guai a chi gli tocca il posto, l’altro si è storicamente sempre occupato della Caritas e nessun altro è autorizzato a far parte del Centro di ascolto!

Al contrario, la forza della testimonianza di una persona consisterà proprio nel fatto che ogni tanto saprà fare un passo indietro per far crescere un altro che impari a fare le cose al suo posto. Una persona è veramente testimone quando riesce a far nascere continuamente dalla sua fede questa accoglienza. È necessario che cresca nelle nostre parrocchie questo stile di fraternità per cui si accoglie il tiepido e man mano si cammina insieme, perché si accolgano sempre dei nuovi cristiani. Come ognuno di noi è stato accolto dalla Chiesa, così deve avvenire per ogni nuova persona che si affaccia alla ricerca del Signore. I gruppi servono, anzi sono necessari, ma devono essere dei gruppi aperti, che guardano sempre lontano.

Questo equilibrio che dobbiamo trovare non è una esigenza solo del tempo presente, ma sempre, nella sua storia, la Chiesa ha cercato di mostrare come si debbano accogliere tutti ed, insieme, come si debba proporre seriamente la fede. Sant’Agostino, ad esempio, dinanzi alla crisi donatista nella quale i seguaci di Donato non ritenevano più cristiani quelli che avevano tradito la fede dinanzi alle persecuzioni, si opponeva a loro dicendo che erano come rane che gracidavano ai bordi di uno stagno, dicendo di essere i soli cristiani, mentre Dio aveva annunciato che il suo regno avrebbe abbracciato il cielo e la terra. Ed aggiungeva che il cristiano ha tre compiti: diventare santo, convivere con i peccatori, aiutarli a diventare santi!

Voglio concludere con alcune parole di d.Andrea Santoro, martire della chiesa di Roma, che possono ulteriormente illuminare questa capacità di accogliere che è propria della Chiesa e che la deve sempre caratterizzare anche nella catechesi delle nostre parrocchie. Quando lasciò la parrocchia dei SS. Fabiano e Venanzio per partire missionario per la Turchia scrisse una lettera di ringraziamento rivolta a tutti quelli che avevano lavorato con lui in parrocchia: preti, collaboratori, suore, laici. Ma il suo ringraziamento non si fermò lì: alla fine, con delle parole bellissime, volle rivolgersi anche a tutti quelli che non aveva mai conosciuto personalmente:

Ringrazio quanti non ho conosciuto perché mi hanno concesso di vivere accanto a loro e di amarli anche se a distanza. Sempre ho pregato per loro e sempre li ho pensati a me vicini, soprattutto la sera quando guardavo le finestre illuminate delle case e a messa quando, alzando il calice del sangue di Cristo dicevo: “questo è il calice del mio sangue, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”. In quel “tutti” comprendevo proprio tutti, nessuno escluso. Nel mio cuore, andando via, porterò ogni persona conosciuta e non conosciuta della parrocchia: sono le pecorelle, i figli, i “pesciolini” affidati alla mia pesca e destinati alla rete del Regno di Dio.

Sono le parole di un parroco, ma penso che ognuno di voi ci si possa ritrovare come catechista, come operatore della pastorale, in questo sguardo che è rivolto certo a chi abbiamo davanti nelle riunioni, negli incontri, nelle celebrazioni, ma che va oltre, che giunge a tutte le persone, anche a quelle a noi sconosciute. D.Andrea Santoro li chiama i figli, i figli della parrocchia, i figli della chiesa, perché figli del Signore, affidati anche alla nostra tenerezza, alla nostra attenzione, al nostro amore.



[1] Cfr. su questo la recensione di G.Bellia, pubblicata su Rivista Biblica 55 (2007), pp.191-213, e disponibile on-line sul sito dell’Associazione Biblica Italiana e su http://www.gliscritti.it/ .[2] Dalla lettera di Romano Guardini a mons. G.B. Montini, del 29 marzo 1952.

[3] Cfr. su questo anche la recente sintesi di Romano Penna: «Poiché all’interno di Israele il numero 12 non può avere altro riferimento che alle Dodici tribù costitutive di quel popolo, il gesto di Gesù rivela una forte e originalissima intenzione: quella di rifondare l’identità della propria nazione, che è il partner di una specifica alleanza con Dio. Ciò rivela dunque l’autoconsapevolezza di operare in strettissima relazione con Dio stesso» (R.Penna, Gesù di Nazaret. La sua storia, la nostra fede, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2008, p.35).

[4] Su questo cfr. le relazioni sul Simbolo della fede ed il Credo nell’arte pubblicate su Catechisti nella città, n.69, con le relative immagini.

[5] Questi i testi a cui si fa riferimento:

1/ Dall’Introduzione dell’allora cardinal J.Ratzinger al Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica

Come il Catechismo, anche il Compendio si articola in quattro parti, in corrispondenza delle leggi fondamentali della vita in Cristo.

La prima parte, intitolata «La professione della fede», contiene un’opportuna sintesi della lex credendi, e cioè della fede professata dalla Chiesa Cattolica, ricavata dal Simbolo Apostolico illustrato con il Simbolo Niceno-Costantinopolitano, la cui costante proclamazione nelle assemblee cristiane mantiene viva la memoria delle principali verità della fede.

La seconda parte, intitolata «La celebrazione del mistero cristiano», presenta gli elementi essenziali della lex celebrandi. L’annuncio del Vangelo trova, infatti, la sua risposta privilegiata nella vita sacramentale. In essa i fedeli sperimentano e testimoniano in ogni momento della loro esistenza l’efficacia salvifica del mistero pasquale, per mezzo del quale Cristo ha compiuto l’opera della nostra redenzione.

La terza parte, intitolata «La vita in Cristo», richiama la lex vivendi e cioè l’impegno che i battezzati hanno di manifestare nei loro comportamenti e nelle loro scelte etiche la fedeltà alla fede professata e celebrata. I fedeli, infatti, sono chiamati dal Signore Gesù a compiere le opere che si addicono alla loro dignità di figli del Padre nella carità dello Spirito Santo.

La quarta parte, intitolata «La preghiera cristiana: Padre Nostro», offre una sintesi della lex orandi e col della vita di preghiera. Sull’esempio di Gesù, il modello perfetto di orante, anche il cristiano è chiamato al dialogo con Dio nella preghiera, una cui espressione privilegiata è il Padre nostro, la preghiera insegnataci da Gesù stesso.

2/ Da J.Ratzinger, Il Catechismo della Chiesa cattolica e l’ottimismo dei redenti, in J.Ratzinger-Ch.Schönborn, Breve introduzione al Catechismo della Chiesa Cattolica, Città Nuova, Roma, 1994, pp.26- 27

Alcuni erano dell’opinione che il Catechismo dovesse svilupparsi in una concezione cristocentrica, altri ritenevano che il cristocentrismo dovesse essere superato dal teocentrismo. Finalmente si offrì alla nostra riflessione il concetto del Regno di Dio come principio unificatore. Dopo una discussione serrata, arrivammo alla convinzione che il Catechismo non doveva rappresentare la fede come un sistema o come un qualcosa da derivare da un unico concetto centrale […] Dovevamo fare qualcosa di più semplice: predisporre gli elementi essenziali che possono essere considerati come le condizioni per l’ammissione al battesimo, alla vita comunionale dei cristiani. Ogni musulmano conosce i principi essenziali della propria religione: la fede nell’unico Dio, nel suo profeta, nel Corano; la prescrizione del digiuno e il pellegrinaggio alla Mecca. Che cosa fa di un uomo un cristiano? Il catecumenato della Chiesa primitiva ha raccolto gli elementi fondamentali a partire dalla Scrittura: sono la fede, i sacramenti, i comandamenti, il Padre Nostro. In modo corrispondente esisteva la redditio symboli – la consegna della professione di fede e la sua “redditio”, la memorizzazione da parte del battezzando-; l’apprendimento del Padre Nostro, l’insegnamento morale e la catechesi mistagogica, vale a dire l’introduzione alla vita sacramentale. Tutto ciò appare forse un po’ superficiale, ma invece conduce alla profondità dell’essenziale: per essere cristiani, si deve credere; si deve apprendere il modo di vivere cristiano, per così dire lo stile di vita cristiano; si deve essere in grado di pregare da cristiani e si deve infine accedere ai misteri e alla liturgia della Chiesa. Tutti e quattro questi elementi appartengono intimamente l’uno all’altro: l’introduzione alla fede non è la trasmissione di una teoria, quasi che la fede fosse una specie di filosofia, “un platonismo per il popolo”, come è stato affermato in modo sprezzante: la professione di fede è nient’altro che il dispiegarsi della formula battesimale. L’introduzione alla fede é essa mistagogia: introduzione al battesimo, al processo di conversione, in cui non agiamo solo da noi stessi, ma lasciamo che Dio agisca in noi. Perciò l’esposizione della professione di fede è strettamente connessa con la catechesi liturgica, è guida alla celebrazione dei misteri. L’introduzione nella liturgia implica anche l’imparare a pregare, e saper pregare significa imparare a vivere, implica di conseguenza il problema morale. Così, nel corso delle nostre discussioni, la quadripartizione del Catechismo tridentino – professione di fede, sacramenti, comandamenti, preghiera – si è dimostrata la via più adeguata per un catechismus maior; questa divisione permette inoltre a chi utilizza il libro di orientarsi nel modo più rapido e facile, e di consultare le singole questioni che lo interessano. Non senza nostra sorpresa emerse che in questa apparente giustapposizione di elementi si poteva riconoscere addirittura qualcosa di simile a una “sistema”; vengono presentati l’uno dopo l’altro: ciò che la chiesa crede, celebra, vive, prega. C’è stata la proposta di collegare le singole parti di loro attraverso questi titoli in modo da rendere visibile l’unità interna del libro. Per due ragioni, però, abbiamo rifiutato alla fine questa idea: da questo metodo sarebbe risultato una specie di ecclesiocentrismo, dal quale il Catechismo è del tutto distante. Tale ecclesiocentrismo – questo è stato il secondo rilievo – conduce poi facilmente a una specie di relativismo e soggettivismo della fede: viene presentata soltanto la coscienza della Chiesa ma rimane fra parentesi la questione se tale coscienza corrisponda alla realtà. Molti libri di religione non osano più neanche dire: Cristo è risorto; ma affermano semplicemente: la comunità sperimentò Cristo come risorto. La questione della verità di questa esperienza rimane aperta. Con un simile ecclesiocentrismo dilatato si giunge finalmente allo schema di pensiero dell’idealismo tedesco: tutto si muove solo all’interno della coscienza; in questo caso, della coscienza della Chiesa (la Chiesa crede, celebra, ecc.). Il Catechismo voleva e vuole parlare franco e chiaro al riguardo: Cristo è risorto. Il Catechismo confessa la fede come realtà, non soltanto come contenuto della coscienza dei cristiani.

3/ Da Ch.Schönborn, Il Catechismo della Chiesa cattolica. Concetti dominanti e temi principali, in J.Ratzinger-Ch.Schönborn, Breve introduzione al Catechismo della Chiesa Cattolica, Città Nuova, Roma, 1994, pp.47-48

Il cardinal Ratzinger ha formulato chiaramente questa opzione nelle conferenze tenute a Parigi e a Lione nel 1983: la struttura della catechesi «è prodotta degli atti vitali fondamentali della Chiesa, che corrispondono alle dimensioni essenziali dell’esistenza cristiana. Così è sorta nei tempi remoti una struttura catechetica che nella sostanza risale al sorgere della Chiesa, che è, cioè, altrettanto e persino più antica del Canone degli scritti biblici. Lutero ha adoperato questa struttura per i suoi catechismi altrettanto naturalmente quanto l’autore del Catechismus Romanus. Questo è stato possibile perché non si tratta di una sistematica artificiosa, ma semplicemente del compendio del materiale di cui la fede necessariamente fa memoria, e che riflette, insieme, gli elementi vitali della Chiesa: la professione di fede apostolica, i sacramenti, il Decalogo e la Preghiera del Signore.