Il Simbolo della fede nella catechesi. La relazione di don Roberto Mastacchi al convegno dei catechisti (26 gennaio 2008)

 

Il Simbolo degli Apostoli: il Simbolo della fede nella catechesi e nell’arte

di Roberto Mastacchi e Ryszard Knapi?ski

Mettiamo a disposizione on-line la trascrizione della relazione di don Roberto Mastacchi ed il testo fornito dal prof. Ryszard Knapi?ski in occasione del Convegno dei catechisti della diocesi di Roma del 26 gennaio 2008 che aveva per titolo: La fede ed il Simbolo della fede nella prospettiva del primo annunzio. Roberto Mastacchi è autore de I padri spiegano il Credo, Cantagalli, Siena, 2004 e de Il Credo nell’arte cristiana italiana, Cantagalli, Siena, 2007. Ryszard Knapi?ski è docente di Storia dell'arte presso l'Università Cattolica Giovanni Paolo II di Lublino in Polonia ed è autore di numerosissime pubblicazioni in polacco sull'iconografia del Credo ed, in generale, sull'iconografia cristiana. La trascrizione della relazione di don Mastacchi conserva lo stile informale e non è stata rivista dall'autore. I neretti hanno l'unico scopo di facilitare la lettura on-line. Le immagini a cui si fa riferimento nel testo sono disponibili su  http://www.gliscritti.it/approf/2008/conferenze/mastacchi/mastacchi040308.htm

(13/2/2008)

Introduzione di don Andrea Lonardo

Relazione di don Roberto Mastacchi

Cenni sullo sviluppo storico del Credo

Il Credo nell’itinerario catecumenale antico

Il Credo ed il Battesimo

Il Credo nella catechesi medievale e nei secoli successivi

L’iconografia del Credo

La struttura della Professione di fede o Simbolo della fede

Relazione di don Ryszard Knapi?ski

Abstract (sintesi della relazione)

L’iconografia del Credo (Simbolo degli apostoli) attraverso la rappresentazione del Collegio degli apostoli nella storia dell’arte europea

I tipo: l’iconografia scenografica. Il modo scenografico di illustrare il Credo.

II tipo: l’iconografia originaria. Il Collegio degli Apostoli con le frasi del Credo

Il legame dell’iconografia del Credo con la scomparsa festa della Divisio Apostolorum

III tipo: l’iconografia tipologica. Le rappresentazioni degli Apostoli con la relazione tipologica ai Profeti

IV tipo: l’iconografia mista

V tipo: l’iconografia simbolica. Le rappresentazioni simboliche dei dodici Apostoli

Introduzione di don Andrea Lonardo

Questo incontro è dedicato al Simbolo della Fede, il Credo, ed alla sua importanza nella vita cristiana e nella catechesi. Vorrei partire dalla frase straordinariamente semplice e vera che ha detto il Papa, Benedetto XVI, a giugno al Convegno della Diocesi di Roma e che ha ispirato la realizzazione di questo convegno:

«Gesù è il Signore» – è la confessione comune della Chiesa, il fondamento sicuro di tutta la vita della Chiesa. Da queste parole si è sviluppata tutta la confessione del Credo Apostolico, del Credo Niceno.

Che cosa vogliono dire queste parole? Gesù è il Signore è un’affermazione che si ripete più volte nel Nuovo Testamento; con essa Gesù riceve il titolo di Signore, in greco Kurios, il termine riservato a Dio nella traduzione greca della Bibbia ebraica fatta dai rabbini di Alessandria d’Egitto, nota con il nome di Settanta (LXX). Applicare a Gesù quel termine vuol dire così riconoscerne la divinità.

Il Credo è lo sviluppo di questa affermazione Gesù è il Signore; a ben riflettere tutta la professione di fede del Simbolo è già contenuta in queste parole! Affermare che Gesù è il Signore equivale a dire tutta la fede, tutto il Credo. Il Papa ci invita così a mostrare la relazione che c’è tra la nostra fede in Gesù e la fede che noi professiamo nel Credo.

In questo sviluppo noi comprendiamo come la fede sia sempre la stessa ed, insieme, come sia sempre nuova, come la riflessione, la preghiera e la vita cristiana sappiano metterne in evidenza in maniera sempre nuova la bellezza.

Vorrei iniziare leggendovi due testi, il primo dal Primo Commonitorio di Vincenzo di Lerins, sacerdote, cap. 23 (PL 50, 667-668). Il monaco Vincenzo, che altrove aveva affermato che la fede è sempre la stessa, che la fede cristiana è quod semper, quod ubicumque, quod ab omnibus” (ciò che è creduto da sempre, cioè dalle origini del cristianesimo, ciò che è creduto dovunque, in ogni luogo dove vivono i cristiani, e ciò che è creduto da tutti, da tutti coloro che sono cristiani), prosegue scrivendo:
Qualcuno forse potrà domandarsi: non vi sarà mai alcun progresso della religione nella Chiesa di Cristo? Vi sarà certamente e anche molto grande. Bisogna tuttavia stare bene attenti che si tratti di un vero progresso della fede e non di un cambiamento. Il vero progresso avviene mediante lo sviluppo interno. Il cambiamento invece si ha quando una dottrina si trasforma in un’altra.
È necessario dunque che, con il progredire dei tempi, crescano e progrediscano quanto più possibile la comprensione, la scienza e la sapienza così dei singoli come di tutti, tanto di uno solo, quanto di tutta la Chiesa. Devono però rimanere sempre uguali il genere della dottrina, la dottrina stessa, il suo significato e il suo contenuto. La religione delle anime segue la stessa legge che regola la vita dei corpi… Le membra del lattante sono piccole, più grandi invece quelle del giovane. Però sono le stesse. Le membra dell’uomo adulto non hanno più le proporzioni di quelle del bambino. Tuttavia quelle che esistono in età più matura esistevano già nell’embrione… Questo è l’ordine meraviglioso disposto dalla natura per ogni crescita.
Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l’età. E’ necessario però che resti sempre assolutamente intatto e inalterato.
I nostri antenati hanno seminato già dai primi tempi nel campo della Chiesa il seme della fede. Sarebbe assurdo e incredibile che noi, loro figli, invece della genuina verità del frumento, raccogliessimo il frutto della frode cioè dell’errore della zizzania.
È anzi giusto e del tutto logico escludere ogni contraddizione tra il prima e il dopo. Noi mietiamo quello stesso frumento di verità che fu seminato e che crebbe fino alla maturazione.
Poiché dunque c’è qualcosa della prima seminagione che può ancora svilupparsi con l’andar del tempo, anche oggi essa può essere oggetto di felice e fruttuosa coltivazione.

Il secondo testo è molto più recente ed è di J.J.R.Tolkien, l’autore de Il signore degli anelli. In una lettera al figlio Michael Tolkien (in J.R.R.Tolkien, La realtà in trasparenza. Lettere, a cura di Humphrey Carpenter e Christopher Tolkien, Bompiani, Milano, 2001, pag.442), esprime il valore della tradizione cattolica nel tentativo di motivarne il valore nel contesto protestante inglese, di matrice anglicana:

I “protestanti” cercano nel passato la “semplicità” e il rapporto diretto che, naturalmente, benché presenti degli aspetti positivi o per lo meno comprensibili, è uno sbaglio inutile […] La “mia chiesa” non è stata concepita da Nostro Signore perché restasse statica o rimanesse in uno stato di eterna fanciullezza; ma perché fosse un organismo vivente (come una pianta), che si sviluppa e cambia all’esterno in seguito all’interazione fra la vita divina tramandatale e la storia – le particolari circostanze del mondo in cui si trova. Non c’è alcuna somiglianza tra il seme di senape e l’albero quando è completamente cresciuto. Per quelli che vivono all’epoca della sua piena crescita è l’albero che conta, perché la storia di una cosa viva fa parte della vita e la storia di una cosa divina è sacra. I saggi sanno che tutto è cominciato dal seme, ma è inutile cercare di riportarlo alla luce scavando, perché non esiste più e le sue virtù e i suoi poteri ora sono passati all’albero. Molto bene: le autorità, i custodi dell’albero devono seguirlo, in base alla saggezza che posseggono, potarlo, curare le sue malattie, togliere i parassiti e così via (con trepidazione, consapevoli di quanto poco sanno della sua crescita!). Ma faranno certamente dei danni, se sono ossessionati dal desiderio di tornare indietro al seme o anche alla prima giovinezza della pianta quando era (come pensano loro) bella e incontaminata dal male.

Queste immagini della vita umana e della crescita di un grande albero ci possono aiutare a comprendere qualcosa di quel processo che ha portato alla formulazione del Credo.

Vorrei ancora, per prepararvi all’ascolto dei nostri due relatori, proporvi tre questioni che i due relatori ci aiuteranno ad approfondire, in maniera da averle presenti durante questo convegno. Sono tre grandi domande, tre interrogativi del nostro tempo e della fede del nostro tempo:
1) Come avere una sintesi della fede? Come giungere a quella maturità di fede che implica una sintesi, per non essere “come dei bambini, sballottati qua e là da qualsiasi vento di dottrina” come dice san Paolo? Quando noi pensiamo a Dio, a Cristo, alla Trinità, al Battesimo, ai sacramenti, alla vita eterna, tutte queste realtà sono slegate fra di loro o ne esiste una sintesi? È forte nel nostro tempo la tentazione di frammentare la fede. Un esempio chiarissimo ci è fornito dal libro Gesù di Nazaret quando il Papa presenta alcuni autori -cita in particolare Harnack- che hanno affermato che Gesù è l’annunziatore di Dio come Padre, ma lui non ne è il Figlio: secondo questa presentazione, che il pontefice contesta, Gesù sarebbe solo uno dei tanti uomini che avrebbero detto che c’è un Padre nei cieli. Se questo fosse vero, sarebbe spezzato il rapporto di comunione tra il Padre ed il Figlio. Gesù parlerebbe di Dio come Padre, pur non essendone Figlio.

Il problema, allora, è come avere una sintesi, come averla nel cuore e nella mente, ma anche come poterla dire, annunziare, perché le persone capiscano che tutta la fede è una sintesi armonica. Non è un patchwork, nel quale si giustappongono realtà diverse, senza alcun legame tra loro.

2) Come avere una sintesi della Scrittura? Sapete che una delle grandi ed importanti richieste della catechesi odierna è quella di educare alla lettura ed alla conoscenza della Bibbia. Essa era stata un’illustre assente nel periodo seguito alla Riforma. Questa richiesta deve, al contempo, evitare anche il rischio opposto, quasi che la catechesi fosse solo commento biblico. Dal silenzio sulla Bibbia si arriverebbe a dire che l’unico argomento ammesso nella catechesi è quello della Bibbia, con la conseguenza che chi non facesse catechesi biblica non starebbe facendo vera catechesi.

La storia del Credo -e la sua presenza nella catechesi- ci aiuta a porre la domanda in maniera molto diversa: che rapporto c’è tra la Bibbia e il Credo? Che cos’è il Credo in relazione alla Bibbia? Voglio arricchire questa seconda questione con una provocazione esemplificativa: l’anno scorso all’incontro dei responsabili del catecumenato europeo che si è svolto a Firenze sono stati invitati anche alcuni pastori protestanti per i quali la Bibbia, come sapete, è, in qualche modo, l’unico elemento dal quale attingere tutta la fede, poiché non riconoscono alla Tradizione il valore che essa ha nella chiesa cattolica. Eppure nella sua relazione uno dei pastori valdesi di Roma ad un certo punto ha spiegato come avviene la catechesi con le nuove generazioni nella comunità valdese ed ha detto: “Noi nella catechesi ai più giovani raccontiamo la storia biblica, ma poi spieghiamo il Credo, i Comandamenti e il Padre Nostro”.

Notate bene che sono tre delle quattro parti del Catechismo della Chiesa Cattolica! Mancano solo i sacramenti perché il mondo protestante non accetta la sacramentalità. Allora alcuni gli hanno chiesto come mai non facessero catechesi solo sulla Sacra Scrittura ed inserissero anche il Credo, i Comandamenti e il Padre Nostro, oltre a raccontare la storia della salvezza e lui ha candidamente risposto: “Ma perché il Simbolo della fede non è una sintesi della Bibbia? Ed anche i Comandamenti ed il Padre nostro oltre ad essere parte della Bibbia essi stessi non sono come un compendio del messaggio biblico?” Pensate allora a come proponiamo nella catechesi il rapporto tra la Scrittura ed il Simbolo della fede: la nostra catechesi utilizza e presenta il Simbolo in relazione alla comprensione della Parola di Dio? Riusciamo a mostrare come la sintesi del Credo sia illuminante per leggere in profondità la Sacra Scrittura?

3) Terza grande questione: è possibile una visione armonica dell’uomo? Noi viviamo in un tempo frammentato, qualcuno dice addirittura schizofrenico. Il dramma delle persone, e anche il motivo per cui alcune persone cercano la fede cristiana, è perché si rendono conto che la loro vita è disorganica, senza capo né coda, senza un filo rosso che unisca ieri, oggi e domani. Sorgono così le grandi domande: Cosa resterà di me? Quale progetto della mia vita, quale continuità quando avrò cinquanta anni, sessanta e così via? Dov’è la sintesi della mia vita? La mia vita ha un’armonia o è una vita dove le cose avvengono a caso? Noi parliamo del Credo, parliamo di una sintesi della fede, di una visione armonica, unitaria, ma questa visione è anche comprensione dell’intera “economia della salvezza” dove tutto ha un posto, l’ieri, l’oggi, il domani, Dio, l’uomo, la natura, l’eternità. È possibile una sintesi armonica dell’uomo e della vita senza il Credo? O proprio il Credo è la garanzia della bellezza e della sensatezza del vivere? Parlare del Credo vuol dire, in questo senso, anche dire che la vita dell’uomo ha un senso, una speranza, un progetto, un destino, una vita in cui i vari elementi per quanto apparentemente difficili, trovano il loro senso nel mistero del tutto.

Proprio per l’importanza di queste questioni quest’anno, come Ufficio catechistico, invitiamo a sottolineare la consegna del Simbolo di fede nel cammino della Cresima. Nel cammino verso la Comunione è maggiormente sottolineata la consegna del Padre Nostro, della preghiera personale. Nel cammino della Confermazione la Chiesa tradizionalmente sottolinea la Consegna del Credo. L’Ufficio sta preparando la festa dei cresimandi, che avrà per titolo “Io credo… Noi crediamo…” suggerendo attraverso alcuni sussidi un cammino di approfondimento del Credo e la celebrazione del rito della Traditio Symboli ai cresimandi. Avete ricevuto all’entrata questo materiale, che comprende anche il testo del Simbolo con alcune spiegazioni che potrebbe essere consegnato ai ragazzi.

Ci aiuteranno oggi in questa riflessione don Roberto Mastacchi, sacerdote di Bologna, che è stato per tanti anni impegnato nella pastorale parrocchiale. Nell’incontro con i giovani ha sperimentato la fecondità della catechesi sul Simbolo di fede. Da questo lavoro pastorale è nato poi il suo lavoro scientifico che ha trovato espressione nei due volumi che ha curato, I padri spiegano il Credo, Cantagalli, Siena, 2004 e Il Credo nell’arte cristiana italiana, Cantagalli, Siena, 2007. Don Roberto è attualmente il segretario del card.Giacomo Biffi, cardinale emerito di Bologna.

Nella sua ricerca iconografica sul Credo don Roberto ha avuto la possibilità di conoscere il prof.Ryszard Knapinski, professore di Storia dell’arte ed iconografia cristiana all’Università cattolica Giovanni Paolo II di Lublino in Polonia. Don Ryszard è il più grande esperto europeo del Credo nell’arte, dello sviluppo iconografico e della rappresentazione pittorica del Simbolo di fede, oltre che studioso di iconografia cristiana in tutti i suoi aspetti.

È per noi una grande gioia poterli avere qui e poterli ascoltare, per comprendere meglio la rilevanza del Simbolo della fede nella vita della Chiesa e nella catechesi.

Relazione di don Roberto Mastacchi

Papa Benedetto XVI nel suo viaggio in Germania ha detto[1]:

 “La Chiesa ci offre una piccolissima “Somma”, nella quale tutto l’essenziale è espresso: è il cosiddetto “Credo degli Apostoli””.

Già qui bisognerebbe fermarsi e commentare questa affermazione così chiara, ma così efficace: “tutto l’essenziale è espresso“. Se io incontro un non cristiano che mi chiede qual è la mia tessera di riconoscimento, il mio “patentino”, la mia somma di fede, cosa rispondo? Questa somma, ci dice il Papa, è il Simbolo degli Apostoli, che tra l’altro lui conosce benissimo dato che il suo testo teologico più famoso, che si chiama Introduzione al cristianesimo, che ha avuto circa 25 edizioni, è il commento teologico del Simbolo degli Apostoli che lui, da professore, commentò in Germania agli studenti di teologia.

Il Papa continua:

Nella sua concezione di fondo, il Credo è composto solo di tre parti principali, e, secondo la sua storia, non è nient’altro che un’amplificazione della formula battesimale, che lo stesso Signore risorto consegnò ai discepoli per tutti i tempi quando disse loro: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19).

Io insisterò molto su questo punto della struttura tripartita. Provate a considerare quanti elementi cruciali sono detti in queste pochissime parole -questo è tipico del nostro Papa che è sempre essenziale nella sua esposizione. Qui c’è dentro la Bibbia: si dice chiaramente che la formula battesimale è quella che lo stesso Signore risorto ha consegnato ai suoi discepoli. Vi ricordate la finale del vangelo di Matteo, è il germe del Credo, di tutti i Credo, perché ce ne sono diversi, ma identici in questa loro struttura derivante dalle parole del Signore.

E poi conclude con un’affermazione straordinaria che ha dato il titolo alla raccolta di tutti i discorsi tenuti dal Papa in Germania:

In questa visione si dimostrano due cose: la fede è semplice.

La fede è semplice che non vuol dire che è semplicistica: semplice nel senso etimologico del termine, cioè che si può ridurre ad un nocciolo, ad un cuore essenziale, dove tutto è contenuto e a partire dal quale tutto si può spiegare.

Come seconda cosa possiamo costatare: il Credo non è un insieme di sentenze, non è una teoria. È, appunto, ancorato all’evento del Battesimo – ad un evento d’incontro tra Dio e l’uomo. Dio, nel mistero del Battesimo, si china sull’uomo; ci viene incontro e in questo modo ci avvicina gli uni agli altri.

Il Credo nasce nel contesto del Battesimo, cioè di un avvenimento, di un sacramento, di un incontro con una persona, è un fatto da cui scaturisce non semplicemente un insieme di teorie -è anche questo, ma non è primariamente questo- ma che è ancorato ad un evento di incontro tra Dio e l’uomo.

Questo intervento del Papa mi è sembrato straordinario nel suo rigore dal punto di vista dei contenuti e dimostra la conoscenza chiarissima che il Papa ha del Simbolo, della sua genesi, della sua storia, dei suoi contenuti, ma anche della sua grande efficacia catechetica. Voi siete catechisti, pensate a quanto materiale avete dinanzi a voi, solo esaminando queste poche frasi.

Vediamo brevemente qual è lo sviluppo storico del Credo. Faccio una premessa importante: nel Credo (ma i Credo prodotti nella storia della Chiesa sono tanti, non solo uno) troverete a volte un inizio che non è “Io credo”, ma “Noi crediamo”. Questa fluttuazione non deve farci problema, cito ancora Benedetto XVI, quando non era ancora papa, da Introduzione al cristianesimo:
“Noi crediamo” è il luogo in cui l’affermazione “io credo” non viene assorbita, ma trova la sua collocazione.

È importante sottolineare questo, mentre la nostra sensibilità odierna ci porterebbe superficialmente ad accentuare sempre la dimensione individualistica, personalistica, della fede. Noi oggi ci scontriamo continuamente con questo problema: voi chiedete alle persone se credono, e tutti o quasi diranno di sì. Poi se andiamo a vedere a cosa credono, qualche problemino lo riscontriamo! Questo perché non è chiaro nella loro mente il rapporto fra la fede della persona e la fede dell’intera Chiesa.

Noi crediamo è il noi della comunità apostolica, della Chiesa: allora il mio io credo -che devo dire, perché è richiesta la mia adesione personale, perché devo entrare in gioco io- si colloca originariamente dentro il noi crediamo. Quindi il soggetto che più propriamente dice “Io credo” è la Chiesa. È lei il primo soggetto ed io, membro della Chiesa, trovo la collocazione del mio Io credo, dentro questa che possiamo chiamare come vogliamo, ma che è la fede degli Apostoli, è la predicazione apostolica.

Questo è molto importante perché anche questa è una pista di lavoro su problematiche oggi molto attuali, cioè il rapporto tra la persona e la comunità. Il Simbolo è anche chiamato così perché è una “tessera di riconoscimento”, nasce perché c’è l’esigenza di un linguaggio comune. Ma l’esigenza di un linguaggio comune c’è tra gente che si parla, che vive insieme. Se io sono un microcosmo separato dagli altri, alla fine rischio di non aver bisogno di un linguaggio comune e giungo ad un linguaggio che è frantumato, distrutto, diviso. Le varie forme del Credo hanno rappresentato nel corso dei secoli il linguaggio comune dei credenti.

Cenni sullo sviluppo storico del Credo

Il Credo nasce dal Nuovo Testamento[2]. Già lì, non solo dopo, si vede nascere la necessità di cominciare a formulare in maniera sintetica i contenuti della fede. Le prime formule che noi troviamo, che sono la preistoria del Credo, sono delle formule cristologiche, che possono presentare più membri: il Padre e il Figlio o il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Già nel Nuovo Testamento trovate diverse piccole professioni di fede, prevalentemente di tipo cristologico, soprattutto nelle lettere di S.Paolo.

Nei Padri Apostolici, quindi molto vicino all’epoca apostolica, si possono individuare almeno quattro modelli che combinano in maniera varia il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; quindi da un nucleo cristologico piano piano ci si allarga alle formule ternarie successive, non perché le prime formulazioni dimentichino il Padre e lo Spirito Santo, ma perché la sottolineatura iniziale è sul Figlio, perché è solo il Figlio che ci rivela il Padre ed è il Figlio che nella pienezza del mistero pasquale dona lo Spirito. Questo era già molto chiaro ai cristiani dei primi decenni, siamo noi che poi nel tempo abbiamo avuto bisogno di precisare meglio queste cose perché rischiavamo di perderle.

Un passaggio molto importante avviene nel II secolo quando avviene un’unione fra le formule cristologiche e le formule trinitarie, soprattutto ad opera di Giustino e poi di Ireneo di Lione che in realtà è considerato il primo vero grande teologo, che ha dei testi straordinari.

Nel III secolo cominciamo a vedere una biforcazione, ci sono come due grandi piste che cominciano ad aprirsi, la pista orientale che si muove in direzione dei Simboli dei grandi Concili, e l’occidente che ha l’antico Simbolo battesimale romano.

Troviamo il Simbolo romano, detto degli Apostoli, in maniera già definita in Rufino, in latino, ed in Marcello di Ancira (nel 340 ca.) in greco. Esso viene comunemente indicato con la lettera maiuscola R, che vuol dire appunto Romanus. Gli studi recenti affermano con certezza che tale Simbolo esiste anche prima (ne abbiamo testimonianza in Tertulliano ed Ippolito) anche se con leggere varianti rispetto a quello che poi la Chiesa di Roma utilizzò nei secoli. Questo substrato che non possiamo definire in tutti i suoi particolari con assoluta certezza viene chiamato proto R. Ulteriori miglioramenti furono aggiunti fino a giungere alla forma che si utilizza ora nella liturgia con il titolo di Simbolo degli Apostoli e questa forma, proprio perché è diventata quella ufficiale, viene chiamata Textus receptus.

Il Simbolo degli Apostoli era dunque il simbolo battesimale usato nella Chiesa di Roma.

In Oriente, nel frattempo, attraverso il Concilio di Nicea prima, poi quello di Costantinopoli, si giunge al Simbolo che noi conosciamo meglio perché lo professiamo abitualmente la domenica, e cioè il Simbolo Niceno-Costantinopolitano, che cioè raccoglie insieme le definizioni di Nicea del 325, che riguardavano in modo particolare la divinità di Cristo, e di Costantinopoli del 381, che riguardava in modo particolare la divinità dello Spirito Santo. L’insieme di questi due Concili porta alla formulazione di quello che noi chiamiamo il Credo Niceno-costantinopolitano.

Il Simbolo Niceno-costantinopolitano è molto più articolato, molto più teologico, molto meno raffigurato nell’arte, perché per la sua densità teologica, è più difficile esprimerlo dal punto di vista artistico.

Nel VII secolo si giunge, in Occidente, come abbiamo visto, a quello che viene chiamato il textus receptus del Simbolo apostolico -abbreviato negli studi con la maiuscola T. Questo Simbolo, l’antico Credo battesimale romano, attraverso varie fasi storiche, diventa un testo abbastanza fisso, che è quello a cui noi facciamo riferimento e al quale ha fatto sostanzialmente riferimento l’iconografia cristiana nel suo sviluppo e nelle sue raffigurazioni e la catechesi a cui tra poco arriveremo.

Quali sono i fattori che hanno contribuito allo sviluppo storico, all’evoluzione del Credo? Innanzitutto la vita liturgica, la celebrazione del Battesimo, anche gli esorcismi hanno avuto una loro importanza perché durante la loro celebrazione era necessario professare con chiarezza la fede cristiana, poi l’istruzione catechetica ed, infine, i primi Concili. Tutti questi elementi hanno contribuito a produrre queste formulazioni sintetiche di fede chiamati Credo.

Questo è importante perché fa capire che il Simbolo è l’espressione di una vita di fede, non è un testo scritto che a tavolino da qualcuno che ha deciso di scrivere una bella formulazione di fede. Non è così! Questo va rivendicato con molta forza, altrimenti rischiamo di perdere per strada un elemento decisivo che è la vita vissuta di fede della comunità cristiana. In caso contrario corriamo il rischio di dare una visione puramente dottrinale che sembra in realtà astratta, lontana dalla nostra vita, tutto sommato inutile.

Il Credo nell’itinerario catecumenale antico

Il Credo ha avuto un’importanza straordinaria nell’itinerario catecumenale antico[3]. Il Credo originario addirittura ha due formulazioni, la prima di tipo interrogatorio, che nasceva dal fatto che nella celebrazione del battesimo venivano fatte tre domande a coloro che dovevano ricevere il sacramento: “Credi in Dio Padre? Credi in Gesù Cristo il Figlio? Credi nello Spirito Santo?” Dovevano essere tre domande.

Nell’itinerario catecumenale invece si usava e si usa la formula cosiddetta declaratoria. Il periodo di preparazione all’iniziazione cristiana, che era molto lungo, era una cosa molto seria, estremamente impegnativa, che comportava un cambio radicale della vita. Culminava e culmina in genere nell’ultima Quaresima che precede la notte di Pasqua nella quale venivano ricevuti i Sacramenti di iniziazione. Durante quest’ultima Quaresima la preparazione catechetica si intensificava e veniva anche accompagnata da alcuni riti.

C’erano -e ci sono!- alcuni testi base che era necessario conoscere, riceverne la spiegazione e poi in qualche modo professare pubblicamente: questi testi erano il Credo e il Padre Nostro. Esistevano -ed esistono- dei riti che erano la Traditio Symboli (il Credo veniva consegnato) e la Redditio Symboli (restituzione, nel senso che il Simbolo veniva proclamato a voce alta). Nel tempo che intercorreva tra la consegna e la riconsegna i catechisti spiegavano ai catecumeni il contenuto di quello che poi avrebbero professato a voce alta.

Come vedete uno schema di catechesi che poi di fatto ha strutturato tutta la catechesi successiva. A partire dal IV secolo, in questa preparazione prossima all’iniziazione cristiana nelle chiese orientali, in particolare a Gerusalemme, Antiochia e Costantinopoli, veniva fatta un’istruzione sistematica sul Credo durante la Quaresima e si svolgevano i riti della Traditio Symboli e della Redditio Symboli.

Nella preparazione prossima delle chiese occidentali lo svolgimento è abbastanza simile però si aggiunge una nota particolare -qui il riferimento sono in particolare Milano, Roma ed il Nord Africa- poiché abbiamo un’istruzione dottrinale durante la Quaresima, nella quale pure viene dedicata attenzione particolare anche al Credo e in più viene fatta un’istruzione morale, che in genere mancava nelle chiese orientali. Non perché nelle chiese orientali si trascurasse la morale, perché i catecumeni dovevano cambiare veramente vita per diventare cristiani, ma noi occidentali abbiamo sicuramente una predisposizione maggiore agli aspetti dottrinali morali e questo si vede già dal IV secolo.

Il Credo ed il Battesimo

In Piemonte ho trovato, con l’aiuto di un sacerdote che mi ha aiutato, dei fonti battesimali fatti in un modo straordinario, proprio dal punto di vista catechetico. Intorno alla vasca del fonte battesimale c’è l’inizio del Credo. È bellissimo perché dice da dove nasce il Credo, dice cosa bisogna dire per poter ricevere il Battesimo e in qualche modo è il lasciapassare per dire: “Da adesso in poi vivi questo, rimani fedele a questo, incontrando un altro scoprirai che credete nella stessa cosa”.

Queste opere d’arte ci ricordano che il Credo è la tessera di riconoscimento. L’immagine che vedete rappresenta un fonte battesimale opera degli scalpellini Zabreri di Pagliaro che hanno fatto moltissimi fonti battesimali in questo modo. In alcuni casi nel nodo, la parte ingrossata della base, c’è anche l’Ave Maria.

Viene così plasticamente evidenziato il legame tra la dottrina della fede e l’incontro con Cristo nell’evento sacramentale. Ritroviamo le cose che ha detto Benedetto XVI: la professione del Credo non è semplicemente un’enunciazione dottrinale, è un fatto, l’incontro con una Persona. È l’incontro con il Dio vivente, è il Battesimo, è la vita nuova che ricevo in dono. La catechesi mette in moto un processo vitale, è una vita, io rinasco a vita nuova. Nella fede della Chiesa sono battezzato.

C’è quella bellissima formula alla quale è importante prestare molta attenzione durante il Battesimo. Quando si va al fonte battesimale gli adulti rinnovano le promesse battesimali a nome del bambino (nel caso si tratti di battesimo di un bambino) e poi alla fine si dice: “Questa è la nostra fede, questa è la fede della Chiesa e noi ci gloriamo di professarla in Cristo Gesù nostro Signore”. Potremmo chiederci se oggi noi sempre ci gloriamo della fede cristiana o a volte non è così.

Il Credo nella catechesi medievale e nei secoli successivi

Nella catechesi medievale nei secoli successivi il Credo continua ad avere un posto assolutamente cruciale: molti statuti diocesani medievali invitano i presbiteri alla formazione dei fedeli adulti sul Credo. Tutto avveniva durante la predica, l’omelia della messa domenicale, anche se non c’era una catechesi strutturata come quella che abbiamo noi adesso.

La messa era in latino, ma l’omelia era in volgare, era in una lingua comprensibile per le persone e il Credo, che pure loro avevano già imparato a memoria in latino, veniva spiegato. I testi fondamentali sui quali formarsi erano il Credo, il Pater e i Comandamenti. Questo percorso struttura quelle che saranno le divisioni fondamentali dei futuri catechismi. Non c’è niente di nuovo.

Il XVI secolo viene conosciuto come il grande secolo dei catechismi perché si cominciano a produrre molti testi per la catechesi, mentre prima questo avveniva in maniera più estemporanea e soprattutto l’aspetto che più emergeva era una catechesi di tipo morale. Si giunge poi nel 1566 a quello che viene chiamato il Catechismo romano, il catechismo ai parroci, voluto dal Concilio di Trento.

La prima parte di questo catechismo è fatta di tredici capitoli, il primo riguarda la fede, gli altri dodici sono la spiegazione degli articoli del Simbolo apostolico. La seconda parte è composta di otto capitoli, uno sui Sacramenti in generale e gli altri sette ognuno su di un Sacramento. La terza parte è composta da dieci capitoli sui Comandamenti e la quarta parte da diciassette capitoli, il primo di introduzione sulla preghiera e gli altri sul commento al Padre Nostro. Voi ritrovate qui quello che abbiamo già visto prima. Nell’itinerario catecumenale antico si consegnava, si spiegava e poi si restituiva il Credo, e così il Padre Nostro. Vedete che la Chiesa nei secoli ha semplicemente dato una concretezza più forte e una chiarezza dottrinale di spiegazioni sempre più ampia a quello che è il nucleo originario. È importante cogliere il flusso ininterrotto di questo cammino.

A questo punto vi fu una fioritura di catechismi che evidentemente non potevano prescindere da questo catechismo fondamentale e si giunge poi in Italia, in particolare in Italia ma anche fuori, al famoso Catechismo di San Pio X, che diversamente da quello tridentino, era fatto di tre parti. Guarda caso la prima sempre sul Credo, la seconda sui Comandamenti e la terza sui Sacramenti (la Grazia).

Il Concilio Vaticano non ha prodotto immediatamente un catechismo, ma un Direttorio catechistico generale; però il Sinodo dei vescovi del 1985 ha poi dato l’avvio al Catechismo della Chiesa Cattolica che è strutturato in quattro parti che sostanzialmente riproducono quelle che abbiamo visto per il Catechismo romano, arricchite evidentemente da tutta la riflessione successiva soprattutto sulla liturgia e sui Sacramenti.

Abbiamo, ad esempio, una introduzione molto ricca sulla liturgia che fa capire meglio di quello che avveniva nel Catechismo romano, che ogni celebrazione cristiana è sempre celebrazione dell’avvenimento pasquale di Cristo. La parte morale ha un titolo bellissimo: “La vita in Cristo”. La quarta parte è sulla preghiera ed è sostanzialmente una introduzione alla preghiera alla quale segue poi la spiegazione del Padre Nostro.

La prima parte, quella più importante, riguarda la fede ed il Credo, con una introduzione sulla fede e poi la spiegazione del Credo. Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, come direbbe il Qoèlet. Alla fine ripercorriamo le strade dei Padri e questa realtà credo che sia sempre la strada per rinnovarsi nella vita della Chiesa; non occorre inventarsi strade avventurose e pericolose, ma tornare alla purezza del deposito originario.

L’iconografia del Credo

Il Credo è così importante dal punto di vista catechetico che è stato infinite volte rappresentato nell’arte. Di questo parlerà fra breve il prof. Ryszard Knapi?ski, che è il massimo esperto europeo di queste questioni iconografiche.

Soffermiamoci, però, già ora su alcune immagini prettamente italiane. Ecco la Teoria degli Apostoli, dipinta da Giovanni De Campo nel 1461 per l’Oratorio cimiteriale dei SS. Nazzaro e Celso di Sologno (NO).

Provate ad immaginare una catechesi medievale in questa chiesa: immaginate che ci sia un prete intento a fare l’omelia ai suoi fedeli adulti e ai bambini in chiesa, a spiegare il Simbolo apostolico. Alle sue spalle -questa immagine si riferisce al Piemonte- si vede il Cristo con i simboli dei quattro evangelisti, sotto un bel registro con i Dodici Apostoli con in mano un libro aperto e in ciascun libro c’è scritto uno dei dodici versetti del Credo apostolico, in modo che lui mentre spiega possa anche voltarsi e mostrare le immagini a chiarimento di quanto sta dicendo.

In questa immagine c’è un elemento interessante: al di sotto degli apostoli ci sono le opere di misericordia, ad indicare che quella fede deve produrre delle opere. Quindi abbiamo Cristo, i vangeli, gli Apostoli, la fede apostolica, le opere di misericordia. Questo Giovanni De Campo non è un autore particolarmente importante, ma è straordinario il modo in cui mediante l’immagine si fa qui una catechesi di grande efficacia. A volte noi ci inventiamo cose complicatissime, seguiamo le regole della comunicazione, studiamo i concetti di strumento, destinatario, ecc. Tutte cose bellissime, ma a volte siamo un po’ complicati.

Attraverso questa immagine si sottolinea l’origine apostolica del Credo, che nasce appunto dalla predicazione apostolica, per cui far vedere i Dodici con in mano un libro o un cartiglio o con la scritta a fianco significa evidenziare che ciò che professiamo nel Credo è la fede apostolica. C’è un legame tra la Bibbia e il Credo. La rivelazione cristiana arriva a questa sintesi perché la fede è semplice, lì c’è tutto l’essenziale.

Un altro passaggio importante è che questo Credo che professiamo, e che riflette e sintetizza la predicazione apostolica, non prescinde da ciò che ha preparato la predicazione apostolica, quella che potremmo chiamare la predicazione profetica. Allora esiste un altro modo di raffigurarlo che è quello di collegare i Profeti con gli Apostoli.

Ecco un’immagine dell’Oratorio di S.Martino a Vicolungo (NO). Sono gli affreschi dell’abside (forse ancora del De Campo, degli anni 1460/1465).

Qui c’è una cosa particolare: i Profeti sono rappresentati a mezzobusto, mentre gli Apostoli sono raffigurati a busto intero, per indicare in qualche modo l’inferiorità dei Profeti rispetto agli Apostoli. I Profeti sono prefigurazione, preparazione, ma ci viene anche mostrato che non si cancella quello che c’era prima. Qui si sottolinea l’unità del disegno della salvezza e quella che viene chiamata la concordantia tra l’Antico Testamento e il Nuovo. Le immagini ci consegnano con grande efficacia un contenuto cruciale per la nostra fede.

La struttura della Professione di fede o Simbolo della fede

Come possiamo capire in maniera sintetica il modo in cui è strutturato il simbolo? Non ho ancora detto perché si chiama Simbolo; ci sono varie teorie a questo proposito, ma ce n’è una particolarmente interessante. Il simbolo era un modo in cui si sigillava un patto. Io ed un’altra persona facciamo un patto e in questa occasione spezziamo un oggetto, per esempio una moneta, in due parti. I due pezzi risultanti da questa azione non saranno perfetti, ma avranno i bordi irregolari. Dopo un certo tempo, se vogliamo verificare il patto di cui uno dei due non si ricorda più, è sufficiente prendere le due parti e metterle vicine: se coincidono perfettamente il patto è proprio quello.

Cosa vuol dire questo per il nostro discorso? Che la fede di più persone per essere quella autentica deve coincidere, armonizzarsi perfettamente con quella degli altri, con quella della Chiesa. Tu in cosa credi? Io in cosa credo? Se queste due cose coincidono è la stessa fede. È un’immagine per dire cos’è il Simbolo: è il linguaggio comune, la tessera di riconoscimento, è l’elemento che ci accomuna e che, anche un po’, ci distingue da chi non è cristiano.

Come è strutturato il Credo? All’inizio c’è sempre una frase che può essere Io credo o Noi crediamo perché non può non esserci la parola di colui che professa la fede, ci deve essere il soggetto che esprime questa fede.

Abbiamo detto che la struttura è ternaria. C’è una prima parte che è la confessione teologica: Dio Padre. Se dovessimo dire una parola che qualifica questa prima parte di quella che si chiama l’economia della salvezza, cioè il modo in cui il disegno eterno del Padre si dipana nella storia, come se io prendessi un tappeto arrotolato e lo srotolassi, la prima parola che potrei dire è origine. Infatti si parla di Dio Padre e Creatore. Gli attributi legati a questa prima parte sono l’unicità (Credo in un solo Dio), la paternità (rivelata dal Figlio) e l’attività creatrice; quest’ultima è comune anche ad altre religioni.

La seconda parte è la confessione cristologica, quella da cui di fatto sorge tutto il resto. Nel Credo la parte che riguarda Cristo è anche la parte di dimensioni maggiori. A Cristo è associata la parola redenzione e l’elemento della mediazione. Pensate alla lettera agli Ebrei, Cristo è l’unico mediatore, il sommo sacerdote; ormai non abbiamo bisogno di altri sacerdoti. Gli altri elementi sono messi in sequenza, l’incarnazione, la passione e la morte, la resurrezione (il kerygma originario, passione, morte e resurrezione, ci riporta alle prime cose che gli Apostoli dicono dopo la Pasqua, pensate al discorso di Pietro a Pentecoste), l’Ascensione e il ritorno come giudice.

La terza parte è la confessione pneumatologica che riguarda lo Spirito Santo evidentemente associata alla santificazione e al compimento. Fra poco entreremo nella Quaresima, tempo di preparazione alla grande celebrazione pasquale che ha il suo compimento nella Pentecoste. A questa confessione viene associata la Chiesa. Non è secondario sottolineare che nel Credo niceno-costantinopolitano diciamo “Credo la Chiesa”, non “Credo nella Chiesa”, anche se, a rigore, troviamo anche dei Simboli di fede nei quali si usa quest’ultima espressione. Nel Credo niceno-costantinopolitano si vuole distinguere tra Dio e le opere di Dio, fra cui la Chiesa.

Ma non esiste nessun Simbolo di fede che non dica che la Chiesa è santa. Noi non siamo santi, siamo peccatori, ma la Chiesa è santa, è la sposa di Cristo, quindi è santa e immacolata. Il Simbolo professa la Chiesa, la Comunione dei Santi, il perdono dei peccati che diventa qui l’elemento fondamentale della santificazione, è la vita nuova che ci è data dalla forza del mistero pasquale di Cristo, la resurrezione della carne e la vita eterna.

Ma il Credo non è finito, ci manca una parolina importante che non può mancare: amen. Vuol dire che a tutto quello che ho detto fino ad adesso, ci credo, ci gioco la vita, dico di sì. Quell’Io credo iniziale e quell’amen finale non sono elementi di poca importanza, ci devono assolutamente essere.

Termino con una citazione molto bella di Cirillo di Gerusalemme nelle Catechesi pre-battesimali e mistagogiche (V, 12):

Acquista fede nell’insegnamento e nell’annuncio e custodisci quella sola che ora ti è data dalla Chiesa, che è confermata da tutta la Scrittura e ora ascoltando attentamente parola per parola, ricorda a memoria il Simbolo della fede. Apprendi a tempo opportuno le dimostrazioni dei suoi singoli articoli, tratta dalle divine Scritture.

Vedete? E’ il punto che prima sottolineava giustamente don Andrea, il rapporto fra Bibbia e Simbolo che ne è come una sintesi.

Infatti non come pare opportuno agli uomini fu composto il Simbolo della fede, ma le affermazioni più importanti, raccolte insieme da tutta la Scrittura, formano l’unica dottrina della fede

Ritrovate una notevole eco delle cose che il nostro Papa ha detto in Germania.

E nello stesso modo in cui il seme della senape in un piccolo granello racchiude molti rami, così anche la stessa fede in poche parole racchiude tutta la conoscenza della religiosità che si trova nell’Antico e nel Nuovo Testamento. State dunque attenti fratelli a conservare gli insegnamenti che ora ricevete e trascriveteli nella profondità del vostro cuore.

Ci sono testi molto belli in cui i Padri della Chiesa esortavano a pregare con il Credo, a tenerlo sul cuore. Il Credo era anche una preghiera; a noi non viene immediatamente in mente questo aspetto, lo sentiamo come una cosa un po’ lontana, dottrinale, teorica. Non è così! Le cose che vi ho detto non sono asserti dottrinali polverizzati, ma sono raccolti nell’unità del Simbolo della fede.




[1] Il Papa Benedetto XVI, nel suo viaggio in Germania, nell’omelia alla Spianata dell’Islinger Feld a Regensburg, il 12 settembre 2006 ha detto: “…La Chiesa… ci offre una piccolissima <Somma>, nella quale tutto l’essenziale è espresso: è il cosiddetto <Credo degli Apostoli>. (…) nella sua concezione, di fondo il Credo è composto solo di tre parti principali e, secondo la sua storia, non è nient’altro che un’amplificazione della formula battesimale che lo stesso Signore risorto consegnò ai discepoli per tutti i tempi (…) In questa visione si dimostrano due cose: la fede è semplice. (…) Come seconda cosa possiamo constatare: il Credo non è un insieme di sentenze, una teoria. E’, appunto, ancorato all’evento del Battesimo, a un evento di incontro tra Dio e l’uomo”. Il testo completo in Benedetto XVI, Chi crede non è mai solo, Cantagalli Siena 2006; pp. 44-45.

[2] Sulla storia del Credo, cfr. J.N.D.Kelly, I simboli di fede della Chiesa antica, ED Napoli, 1987; S.Sabugal , Io credo. La fede della Chiesa, ED Roma, 1986; L.H.Wetstra, The Apostle’s Creed. Origin, history, and some early commentaries, Brepols, Turnhout, 2002.

[3] Cfr su questo: G.Cavallotto, Catecumenato antico, EDB, Bologna, 1996; A.Hamman, L’iniziazione cristiana, Marietti, Casale Monferrato (AL), 1982; R.Mastacchi, I Padri spiegano il Credo, Cantagalli, Siena, 2004; P.L.Gavrilyuk, Histoire du catéchuménat dans l’Eglise ancienne, Cerf , Parigi, 2007.