Gli Atti degli Apostoli e la chiesa madre: schede e testi utilizzati per la visita a Santa Prisca durante il corso sulla storia della chiesa di Roma

Antologia di testi per l’incontro nella chiesa di Santa Prisca
Gli Atti degli Apostoli: la Chiesa è madre

 Cfr. per ulteriore materiale la mostra L’ignoranza delle Scritture, la pagina tematica Sacra Scrittura in riferimento agli Atti degli Apostoli  e l’Antologia di testi di Benedetto XVI, Perché Cristo ha voluto la Chiesa? su www.gliscritti.it
I diritti dei testi del punto 3 sono dei rispettivi autori ed editori. Pertanto la riproduzione è riservata.

1/ Cronologia della dinastia giulio-claudia (29 a.C.-68 d.C.) con riferimento al Nuovo Testamento

Ottaviano Augusto (29 a.C.-14 d.C.)
-27 a.C.: OTTAVIANO assume il titolo di AUGUSTO (colui che è venerato, colui che accresce, da “augeo”)
-4 a.C.: muore ERODE IL GRANDE. Prima di questa data nasce GESU’
-14 d.C.: morte di OTTAVIANO (fine dell’ “età aurea” della cultura latina: nel 19 a.C. morte di Virgilio e Tibullo, nel 17 a.C. morte di Livio, nel 15 a.C. di Properzio, nel 8 a.C. di Orazio, nel 8 d.C. di Ovidio, esiliato da Ottaviano sul Mar Nero)

Tiberio (14-37 d.C.)
-TIBERIO, figlio di Livia, moglie di Augusto, ma non figlio naturale di Augusto stesso, poiché nato da un precedente matrimonio di Livia (gli intellettuali, da ora in poi, legati ai senatori, saranno contro gli imperatori, così Lucano, Seneca, ma soprattutto Tacito; saranno legati alla filosofia stoica con il suo ideale del saggio che disprezza il tiranno)
-26-36 d.C.: PILATO prefetto in Giudea
-27 d.C.: ERODE ANTIPA sposa ERODIADE, già moglie di suo fratello ERODE, figlio di Mariamne II
-27-29 ca. d.C.: GIOVANNI BATTISTA comincia la sua predicazione nell’anno XV dell’impero di Tiberio
-29 ca. d.C.: GIOVANNI BATTISTA è arrestato, condotto nella fortezza di Macheronte e decapitato
-30 d.C. ca.: morte e resurrezione di GESÙ; TACITO: “Cristo, suppliziato ad opera del procuratore PONZIO PILATO, sotto l’impero di TIBERIO”
-36 ca.: CONVERSIONE di PAOLO sulla via di Damasco

Caligola (37-41 d.C.)
-CALIGOLA, figlio di Germanico, nipote di Tiberio, unico sopravvissuto alla repressione di Tiberio; introduce la proschinesis, “inginocchiarsi al suo cospetto”; muore ucciso dai pretoriani; sotto di lui, pogrom contro gli ebrei ad Alessandria d’Egitto; Filone d’Alessandria ambasciatore a Roma per intercedere
-39 d.C.: CALIGOLA ordina che una sua statua sia eretta nel Tempio di Gerusalemme (la sua morte impedirà la realizzazione del progetto)
-40 d.C.: morte di ARETA IV, re dei nabatei con capitale a Petra; prima di questa data FUGA di PAOLO, calato in una cesta dalle mura damascene per sfuggire al governatore di Areta (2Cor 11, 32-33 e At 9, 23-25)

Claudio (41-54 d.C.)
-Claudio (ha 4 mogli; l’ultima, Agrippina, forse gli è fatale; muore misteriosamente)
-41 ca. o più probabilmente 49 d.C.: Claudio scaccia gli ebrei da Roma (“impulsore Chresto”, in Svetonio); contro una data più tardiva (così R.Penna), supposta da alcuni in relazione ad AQUILA e PRISCILLA
-44 d.C.: AGRIPPA I (già nominato re da CALIGOLA sulle tetrarchie di Filippo e di Lisania riceve da CLAUDIO Giudea e Samaria) fa decapitare GIACOMO, fratello di GIOVANNI; alla morte di AGRIPPA la Giudea ridiventa “provincia procuratoria”
-45/46-48 ca. d.C.: I VIAGGIO PAOLINO (Antiochia, Cipro, Antiochia di Pisidia, ecc. Antiochia)
-49-52 ca. d.C.: II VIAGGIO PAOLINO a partire da At 16, 8 ss. (inizio della prima “sezione-noi”); Troade (sogno del Macedone che chiede aiuto; cfr. i tanti testi su Troade=passaggio in Asia, ad esempio Alessandro Magno che vi sbarca e vi pianta per primo la sua lancia, come a prenderne possesso); isola di Samotracia; Neapoli (oggi Kabala); è la prima città di Paolo in Europa; Filippi, tutti cittadini romani, molti veterani di Antonio; in At 17 Anfipoli, Apollonia, Tessalonica, Berea (Veria, vicino Vergina), Atene (da qui 1Tess “restati ad Atene”), Corinto (qui proconsolato di GALLIONE, fratello di SENECA; Cencre (porto di Corinto verso l’Egeo), Efeso (At 18, 19; da qui 1 Cor, vedi 1 Cor 16, 5-8)
-50-52 ca. d.C.: proconsolato di GALLIONE in Acaia
-50-51 d.C.: Prima lettera ai Tessalonicesi, probabilmente il primo scritto del NT (cfr. At 18, 11-18 e 1Tes 3, 1-5)

Nerone (54-68 d.C.)
-NERONE, acclamato dai pretoriani a 17 anni; all’inizio sotto la guida di SENECA, uccide poi la madre; Seneca si ritira in disparte; cerca il favore della plebe; nel 65, per paura di una congiura, costringe al suicidio SENECA, LUCANO e PETRONIO; POPPEA, sposa giudea di NERONE)
-53-58 ca.: III VIAGGIO PAOLINO (appena accennato nelle tappe in At), Galazia, Frigia, Efeso (vi resta 3 anni ca. cfr. 20, 31); ad Efeso si mise in mente di vedere anche Roma (At 19, 21); Macedonia, Troade, Mileto (dove saluta gli anziani di Efeso; a Filippi, in 20, 5-15 inizio della seconda “sezione-noi”), poi Cos, Rodi, Patara, Tiro, Acco, Cesarea, Gerusalemme
-60-61 ca.: VIAGGIO DI SAN PAOLO DA GERUSALEMME A ROMA (anche LUCA arriva a Roma con lui) arrestato nel Tempio di Gerusalemme, poi condotto nella Fortezza Antonia, si dichiara cittadino romano dinanzi alle accuse; giuramento di alcuni giudei di ucciderlo; si fa portare a Cesarea; dinanzi al governatore Felice (dal 52 al 59 o 60; fratello di Pallante, il favorito di Agrippina); governatore Porcio Festo dal 60 al 62; Paolo si appella a Cesare partenza per Roma, Sidone, Mira, Creta, naufragio e sbarco a Malta, Siracusa, Reggio, Pozzuoli, a piedi sull’Appia, Roma (cfr. S.Paolo alla Regola). Poi???? in Spagna???? in Oriente????; MARTIRIO nel primo o nel secondo ipotizzato soggiorno a Roma (da dove le lettere dalla prigionia????) fra il 64 ed il 67 (alle Tre Fontane, secondo la tradizione; il corpo è portato poi nel luogo dove sorgerà la basilica di S.Paolo fuori le Mura)
-62 ca. d.C.: UCCISIONE DI GIACOMO IL MINORE, il “fratello del Signore”, fatto lapidare dal sommo sacerdote ANAN
-64 d.C.: incendio di Roma cui segue la prima persecuzione dei cristiani con la MORTE DI PIETRO E DEI PROTOMARTIRI ROMANI

2/ Il cristianesimo a Roma sotto l’imperatore Claudio nelle fonti pagane
Un dato straordinario che risulta dai testi antichi è la velocità di diffusione del cristianesimo primitivo, ben prima della stesura definitiva del Nuovo Testamento. Ne abbiamo testimonianza, ancor prima del racconto degli Atti degli Apostoli, dalle notizie che gli storici romani ci riferiscono sulla presenza dei cristiani a Roma sotto l’imperatore Claudio (41-54 d.C.).
Così scrive Svetonio: 

“I giudei che tumultuavano continuamente per istigazione di (un certo) Cresto, egli (= Claudio) li scacciò da Roma (Iudaeos impulsore Chresto assidue tumultuantis Roma expulit)” (Claudius 25).

Questa breve notizia pone almeno tre problemi: chi era “Cresto”, quale ampiezza ebbe il provvedimento di Claudio e quando esso fu preso. Gli studiosi moderni sono giunti alla conclusione che, per il fenomeno dello iotacismo (l’evoluzione fonetica del suono “e” in “i” e viceversa), si tratta realmente di un riferimento al Cristo (spesso, in testi antichi i cristiani sono detti “crestianoi”). Svetonio, non bene informato, non è in grado di rendersi conto di chi sia questo “Cresto”, ma ha notizia che, a causa del suo nome, c’era agitazione nelle sinagoghe romane di quegli anni.
Secondo gli Atti degli Apostoli “l’ordine di Claudio allontanava da Roma tutti i giudei” (At 18, 2).  Questa descrizione estensiva (che pure ci conferma il fatto) non appare avvalorata da un secondo scritto latino che si riferisce allo stesso avvenimento. Così, infatti, Dione Cassio, vissuto a cavallo fra il II ed il III secolo d.C. scrive:

“Quanto ai giudei, i quali si erano di nuovo moltiplicati in così grande numero che, a motivo della loro moltitudine, difficilmente si potevano espellere dalla città senza provocare un tumulto, egli (Claudio) non li scacciò, ma ordinò loro di non tenere riunioni, pur continuando nel loro tradizionale stile di vita. Egli sciolse anche le associazioni ripristinate da Caligola” (Hist 60, 6, 6).

E’ probabile allora che Claudio avesse scacciato solo i giudei ed i giudeo-cristiani (conosciamo, sempre da At 18, 2, i nomi di Aquila e di sua moglie Priscilla, espulsi da Roma in quella circostanza) coinvolti nel tumulto, mentre per tutti gli altri avesse solo emanato provvedimenti restrittivi.
Lo storiografo cristiano Paolo Orosio, vissuto nel V secolo d.C., attribuisce questi  avvenimenti all’anno 49. Altri, addirittura, abbassano la datazione al 41 d.C. Certo è che, in un solo decennio, già il cristianesimo era talmente conosciuto da essere motivo di discussione a Roma, nelle sinagoghe.

3/ Testi sulla chiesa dagli scritti dell’allora cardinal Joseph Ratzinger

A/ Chiesa di Cristo: l’immagine patristica della luna

Fra i difensori della realtà mondana e la reazione di chi è troppo attaccato all’esteriorità e al passato, fra il disprezzo della tradizione e la fedeltà esagerata alla lettera non sembra esistere alcuna possibilità di compromesso; l’opinione pubblica assegna inesorabilmente a ciascuno il proprio posto, ha bisogno di posizioni chiare e precise e non può accettare sfumature di sorta: chi non è per il progresso è contro di esso; o si è conservatori oppure progressisti. Grazie a Dio la realtà è naturalmente diversa: ancor oggi esistono, tranquilli e quasi senza voce, coloro che credono con tutta semplicità e che anche in questo momento di confusione realizzano la vera missione della Chiesa: l’adorazione di Dio e la sopportazione della vita quotidiana sulla base della parola del Signore. Costoro però non quadrano bene nell’ideale di Chiesa che ci si prefigge e si continua perciò a lasciarli in disparte. La vera Chiesa dunque non è invisibile, ma profondamente nascosta dalle potenti manovre degli uomini…

Una Chiesa che, contro tutta quanta la propria storia e la propria natura, venga considerata soltanto politicamente, non ha alcun senso, e la decisione di rimanere in essa, se è puramente politica, non è leale, anche se si presenta come tale. Però di fronte alla situazione presente come si può giustificare la permanenza nella Chiesa? In altri termini: la scelta in favore della Chiesa per avere senso deve essere spirituale; ma su quali motivi può essa oggi far leva?

Approfondiamo questo pensiero rifacendoci ad un esempio, con il quale i Padri nutrirono la loro meditazione sul mondo e sulla Chiesa. Essi spiegarono che nel mondo materiale la luna è l’immagine di ciò che la Chiesa rappresenta per la salvezza nel mondo spirituale.

Nella sua fugacità e nella sua rinascita la luna rappresenta il mondo terreno degli uomini, questo mondo che è continuamente condizionato dal bisogno di ricevere e che trae la propria fecondità non da se stesso, ma dal sole; rappresenta lo stesso essere umano, quale si esprime nella figura della donna, che concepisce ed è feconda in forza del seme che riceve.
I Padri hanno applicato il simbolismo della luna alla Chiesa soprattutto per due ragioni: per il rapporto luna-donna (madre) e per il fatto che la luna non ha luce propria, ma la riceve dal sole, senza del quale essa sarebbe completamente buia. La luna risplende, ma la sua luce non è sua, bensì di un altro. È tenebre e nello stesso tempo luce; pur essendo di per sé buia, dona splendore in virtù di un altro di cui riflette la luce. Proprio per questo essa simboleggia la Chiesa, la quale pure risplende, anche se di per sé è buia; non è luminosa in virtù della propria luce, ma del vero sole, Gesù Cristo, cosicché, pur essendo soltanto terra (anche la luna non è che un’altra terra), è ugualmente in grado di illuminare la notte della nostra lontananza da Dio – «la luna narra il mistero di Cristo» (Ambrogio, Exameron, IV 8,23).

Tuttavia in questa nostra epoca di viaggi lunari viene spontaneo approfondire questo paragone, che, confrontando la concezione fisica con quella simbolica, mette meglio in evidenza la nostra situazione specifica rispetto alla realtà della Chiesa. La sonda lunare e l’astronauta scoprono la luna soltanto come landa rocciosa e desertica, come montagne e come sabbia, non come luce. E in effetti essa è in se stessa soltanto deserto, sabbia e rocce. E tuttavia, per merito di altri ed in funzione di altri ancora, essa è pure luce e tale rimane anche nell’epoca dei voli spaziali. È dunque ciò, che in se stessa non è. Pur appartenendo ad altri, questa realtà è anche sua. Esiste una verità fisica ed una simbolico-poetica, una non elimina l’altra. Ciò non è forse un’immagine esatta della Chiesa? Chi la esplora e la scava con la sonda spaziale scopre soltanto deserto, sabbia e terra, le debolezze dell’uomo, la polvere, i deserti e le altezze della sua storia. Tutto ciò è suo, ma non rappresenta ancora la sua realtà specifica. Il fatto decisivo è che essa, pur essendo soltanto sabbia e sassi, è anche luce in forza di un altro, del Signore: ciò che non è suo, è veramente suo e la qualifica più di qualsiasi altra cosa, anzi la sua caratteristica è proprio quella di non valere per se stessa, ma solo per ciò che in essa non è suo, di esistere in qualcosa che le è al di fuori, di avere una luce, che pur non essendo sua, costituisce tutta la sua essenza. Essa è ‘luna’ – mysterium lunae – e come tale interessa i credenti perché proprio così esige una costante scelta spirituale.

Io sono nella Chiesa perché credo che, oggi come prima ed indipendentemente da noi, dietro alla «nostra Chiesa» vive la «sua Chiesa» e che io non posso stare vicino a lui se non rimanendo nella sua Chiesa. Io sono ancora nella Chiesa perché, nonostante tutto, credo che essa non è assolutamente nostra, ma ‘sua’. In termini molto concreti: è la Chiesa che, nonostante tutte le debolezze umane in essa esistenti, ci dà Gesù Cristo; soltanto per mezzo suo io posso ora riceverlo come una realtà viva e potente, che mi arricchisce ed insieme mi impone dei doveri. Henri de Lubac ha espresso così questa verità: «Coloro che accettano ancora Gesù pur rifiutando la Chiesa, non sanno che in ultima analisi è da questa che essi ricevono Cristo?… Gesù è per noi una persona viva; eppure senza la continuità visibile della sua Chiesa, sotto quale cumulo di sabbia non sarebbero stati sepolti non soltanto il suo nome e il suo ricordo, ma anche la sua influenza vitale, l’efficacia del vangelo e della fede nella sua divina persona?… ‘Senza Chiesa Cristo dovrebbe darsi alla fuga, disgregarsi, scomparire’. E che cosa sarebbe l’umanità se le si togliesse Cristo?». A fondamento di qualsiasi altra considerazione dobbiamo porre questa verità molto elementare: qualunque sia o sia stato il grado di infedeltà della Chiesa, per quanto sia vero che essa abbia continuamente bisogno di misurarsi e confrontarsi con Cristo, fra Gesù e la Chiesa non c’è alcun contrasto decisivo. E’ per mezzo della Chiesa che egli, superando le distanze della storia, ci parla oggi direttamente e rimane in mezzo a noi come nostro maestro e Signore, come fratello che ci rende fratelli. Donando a noi Cristo Gesù, rendendolo vivo e presente in mezzo a noi, rigenerandolo continuamente nella fede e nella preghiera degli uomini, la Chiesa dà all’umanità una luce, un sostegno ed un conforto tali, che senza di essi il mondo non sarebbe più concepibile. Chi desidera la presenza di Cristo in mezzo all’umanità, la può trovare soltanto nella Chiesa, mai contro di essa.
Da tutto ciò segue logicamente l’altro motivo: io sono nella Chiesa per le stesse ragioni per cui sono cristiano. Non si può credere da soli. La fede è possibile soltanto in comunione con altri credenti. Per sua stessa natura essa è forza che unisce. Il suo vero modello è la realtà della Pentecoste, il miracolo di comprensione che si instaura fra uomini di provenienza e di storia diverse. Questa fede o è ecclesiale o non è alcunché. Inoltre come non si può credere da soli, ma soltanto in comunione con altri, così non si può aver la fede per propria iniziativa o invenzione, ma soltanto se c’è qualcuno che mi comunica questa capacità, la quale non è in mio potere, ma mi precede e mi trascende. Una fede che fosse frutto della mia invenzione sarebbe una contraddizione in termini, perché mi potrebbe dire e garantire soltanto ciò che io già sono e so, ma non sarebbe mai in grado di superare i limiti del mio io. Perciò una Chiesa, una comunità che si facesse da sé, che fosse fondata soltanto sulla propria grazia, sarebbe una contraddizione in termini. La fede esige una comunità che abbia autorità, che sia superiore a me, e non una mia creazione, lo strumento e la realizzazione dei miei propri desideri.

Un uomo vede soltanto nella misura con cui ama. Certo c’è anche la chiaroveggenza della negazione e dell’odio. Essi però possono vedere soltanto ciò che è loro conforme: gli aspetti negativi. Ma non sono in grado di costruire. Senza una certa quantità di amore non si trova nulla. Chi non si inoltra almeno per un po’ e con sentimenti benevoli sulla via della fede, chi non accetta di fare un’esperienza personale della Chiesa e non affronta il rischio di guardarla con gli occhi dell’amore, non scoprirà altro che motivi di stizza e di rabbia. Il rischio dell’amore è condizione preliminare per giungere alla fede. Chi lo osa, non ha bisogno di nascondersi nessuna delle debolezze della Chiesa, perché scopre che essa non si riduce soltanto a queste, perché si accorge che accanto alla storia degli scandali c’è anche quella della fede forte ed intrepida, incarnatasi lungo tutti i secoli in figure meravigliose, come Agostino, Francesco d’Assisi, il domenicano Las Casas infaticabile apostolo degli Indios, Vincenzo de’ Paoli e Giovanni XXIII. Chi affronta questo rischio dell’amore scopre che la Chiesa ha proiettato nella storia un fascio di luce tale da non poter essere dimenticato. Anche l’arte, sorta sotto l’impulso e l’ispirazione del suo messaggio e visibile ancor oggi in opere impareggiabili, diventa per lui una testimonianza di verità: ciò che si tradusse in espressioni così nobili non può essere soltanto tenebre. La bellezza delle grandi cattedrali, l’armonia della musica scaturita al calore della fede, la solenne dignità della liturgia ecclesiastica, la stessa realtà della festa che non si può fare, ma soltanto accettare, l’organizzazione dell’anno liturgico, nel quale si fondono insieme l’ieri e l’oggi, il tempo e la eternità – tutte queste cose non sono, a mio avviso, casi fortuiti e insignificanti. Il bello è lo splendore del vero, ha detto Tomaso d’Aquino, e potremmo aggiungere che l’offesa del bello è l’autoironia del vero perduto. Le espressioni, nelle quali la fede ha saputo tradursi lungo i secoli della sua storia, sono testimonianza, e conferma della sua verità.

Una cosa è comunque certa, che l’amore non è né statico, né acritico. L’unica possibilità che abbiamo di cambiare in senso positivo un altro uomo è proprio quella di amarlo, trasformandolo lentamente da ciò che è in ciò che può essere. Non diversamente avviene per la Chiesa. Basta guardare alla storia più recente: durante il rinnovamento liturgico e teologico della prima metà di questo secolo è maturato un vero movimento di riforma che ha portato a trasformazioni positive. Ciò fu possibile soltanto perché sorsero uomini, che amarono la Chiesa con cuore attento e vigilante, con spirito critico, capace di cogliere i segni dei tempi, e che furono disposti a soffrire personalmente per essa.
(da Joseph Ratzinger, Perché sono ancora nella Chiesa, in H.U.von Balthasar-Joseph Ratzinger, Due saggi. Perché sono ancora cristiano. Perché sono ancora nella Chiesa, Queriniana, Brescia, 1972, pagg.51-71)

B/ La fondazione storica della chiesa da parte del Cristo: la chiesa apostolica

Il simbolismo dei Dodici è […] di decisiva importanza: è il numero dei figli di Giacobbe, il numero delle tribù d’Israele. Con la formazione del gruppo dei Dodici Gesù si presenta come il capostipite di un nuovo Israele; a sua origine e fondamento sono prescelti dodici discepoli. Non poteva essere espressa con maggiore chiarezza la nascita di un popolo che ora si forma non più per discendenza fisica, bensì attraverso il dono di «essere con» Gesù, ricevuto dai Dodici che da lui vengono inviati a trasmetterlo. Qui è già possibile riconoscere anche il tema di unità e molteplicità, dove nell’indivisibile comunità dei Dodici che solo in quanto tali realizzano il loro simbolismo – la loro missione – domina certamente il punto di vista del popolo nuovo nella sua unità. Il gruppo dei settanta o settantadue, di cui parla Luca, integra questo simbolismo: settanta (settantadue) era, secondo la tradizione giudaica (Gn10; Es1,5; Dt32,8), il numero dei popoli del mondo. Il fatto che l’Antico Testamento greco, nato in Alessandria, sia stato attribuito a settanta (o settantadue) traduttori doveva significare che con quel testo in lingua greca il libro sacro di Israele era diventato la Bibbia di tutti i popoli, come in effetti è poi avvenuto, avendo i cristiani adottato tale traduzione. Il numero di settanta discepoli manifesta la pretesa di Gesù nei confronti dell’intera umanità, che come tale deve formare la schiera dei suoi discepoli; essi stanno a indicare che il nuovo Israele abbraccerà tutti i popoli della terra.

La scena della Pentecoste negli Atti degli apostoli presenta l’intreccio di molteplicità ed unità, insegnandoci a vedere in ciò la peculiarità dello Spirito Santo. Lo spirito del mondo vuol dire assoggettamento, lo Spirito Santo apertura. Alla Chiesa appartengono le molte lingue, cioè le molte culture che nella fede si comprendono e si fecondano a vicenda. In questo senso possiamo dire che qui si delinea il progetto di una Chiesa che vive in molte e multiformi Chiese particolari, ma proprio così è l’unica Chiesa. Nello stesso tempo con questa raffigurazione Luca vuole affermare che nel momento della sua nascita la Chiesa era già cattolica, era già Chiesa universale. Sulla base di Luca è dunque da escludere la concezione secondo la quale per prima sarebbe sorta in Gerusalemme una Chiesa particolare, a partire dalla quale si sarebbero formate via via altre Chiese particolari, che in seguito si sarebbero gradatamente associate. E’ avvenuto al contrario, ci dice Luca: per prima è esistita l’unica Chiesa che parla in tutte le lingue – l’ecclesia universalis, la quale genera poi Chiese nei luoghi più diversi, che sono tutte e sempre attuazioni della sola e unica Chiesa. La priorità cronologica e ontologica appartiene alla Chiesa universale; una Chiesa che non fosse cattolica non sarebbe affatto Chiesa.
(da Joseph Ratzinger, Origine e natura della Chiesa, in La Chiesa. Una comunità sempre in cammino, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo, 1991, pagg.9-31)

C/ L’ecclesiologia di comunione

Subito dopo la prima guerra mondiale Romano Guardini coniò una formula, che divenne poi rapidamente uno slogan nel cattolicesimo tedesco: «Un evento di incalcolabile portata è iniziato: la Chiesa si risveglia nelle anime». Il frutto di questo risveglio è stato il Concilio Vaticano II; esso ha espresso nei suoi documenti, e reso così patrimonio di tutta la Chiesa, ciò che in quei quattro decenni pieni di fermento e di speranze – dal 1920 al 1960 – era maturato quanto a conoscenza attraverso la fede. […]

Ora diveniva di nuovo chiaro che la Chiesa è qualcosa di più, che noi tutti la portiamo avanti nella fede in modo vitale, così come essa porta noi. Era divenuto chiaro che essa vive una crescita organica attraverso i secoli, che continua anche oggi. Era divenuto chiaro che attraverso di essa rimane attuale il mistero dell’incarnazione: Cristo cammina ancora attraverso i tempi. Sicché, se noi ci chiediamo quali elementi restano acquisiti da questo primo punto di partenza e quali siano rifluiti nel Vaticano II, possiamo rispondere così: il primo aspetto è la definizione cristologica del concetto di Chiesa. J.A. Möhler, il grande rinnovatore della teologia cattolica dopo la desolazione dell’illuminismo, disse una volta: una certa erronea teologia potrebbe essere caricaturalmente sintetizzata in questa frase: «All’inizio Cristo ha fondato la gerarchia e con ciò ha provveduto a sufficienza per la Chiesa fino alla fine dei tempi». Ma a ciò va contrapposto che la Chiesa è Corpo mistico, cioè che Cristo stesso è il suo fondamento sempre nuovo; che Egli non è mai in essa solo il passato, ma sempre e soprattutto il presente e il futuro. La Chiesa è la presenza di Cristo: la nostra contemporaneità con Lui e la Sua contemporaneità con noi. Essa vive di questo: del fatto che Cristo è presente nei cuori; è di lì che egli forma la Sua Chiesa. Perciò, la prima parola della Chiesa è Cristo e non se stessa: essa è sana nella misura in cui tutta la sua attenzione è rivolta a Lui. Vaticano II ha collocato questa concezione in modo così grandioso al vertice delle sue considerazioni, che il testo fondamentale sulla Chiesa comincia proprio con le parole: Lumen Gentium cum sit Christus: poiché Cristo è la luce del mondo, per questo esiste uno specchio della Sua gloria, la Chiesa, che trasmette il suo splendore. Se uno vuole comprendere rettamente il Vaticano II, deve sempre di nuovo cominciare da questa frase iniziale […]

La Chiesa cresce dal di dentro; questo vuol dirci l’espressione “Corpo di Cristo”; tuttavia ciò implica immediatamente anche questo altro elemento: Cristo si è costruito un Corpo; se voglio trovarlo e farlo mio io sono chiamato a farne parte come un umile membro ma in maniera completa, poiché io sono divenuto addirittura un suo membro, un suo organo in questo mondo e di conseguenza per l’eternità. L’idea della teologia liberale per cui Gesù sarebbe interessante, mentre la Chiesa sarebbe una misera realtà, si differenzia completamente da questa presa di coscienza. Cristo si dà solo nel suo Corpo e mai in un mero ideale. Ciò vuol dire: si dà insieme con gli altri, nella ininterrotta comunione che attraversa i tempi, la quale è questo Suo Corpo. La Chiesa non è un’idea, ma un Corpo, e lo scandalo del farsi carne, in cui inciamparono tanti contemporanei di Gesù, continua nella scandalosità della Chiesa; tuttavia anche a questo proposito vale il detto: Beato chi non si scandalizza di me.

Henri de Lubac, in un’opera grandiosa piena di ampia erudizione, ha chiarito che il termine “corpus mysticum” originariamente contrassegna la SS.Eucarestia e che, per Paolo come per i Padri della Chiesa, l’idea della Chiesa come Corpo di Cristo è stata inseparabilmente collegata con l’idea dell’Eucarestia, in cui il Signore è presente corporalmente e dà a noi il suo corpo come cibo. Ebbe così origine un’ecclesiologia eucaristica, chiamata spesso anche ecclesiologia di “communio”. Questa ecclesiologia della “communio” è diventata il vero e proprio cuore della dottrina sulla Chiesa del Vaticano II, l’elemento nuovo e allo stesso tempo del tutto legato alle origini, che questo Concilio ha voluto donarci.

Alla Chiesa appartiene essenzialmente l’elemento del “ricevere”, così come la fede deriva dall’ascolto e non è prodotto delle proprie decisioni o riflessioni. La fede infatti è incontro con ciò che io non posso escogitare o produrre con i miei sforzi, ma che mi deve invece venire incontro. Questa struttura del ricevere, dell’incontrare, la chiamiamo “Sacramento”. E appunto per questo rientra ancora nella forma fondamentale del Sacramento il fatto che esso viene ricevuto e che nessuno se lo può conferire da solo. Nessuno si può battezzare da sé; nessuno può attribuirsi da sé l’ordinazione sacerdotale; nessuno può, da sé, assolversi dai propri peccati. Da questa struttura di incontro dipende anche il fatto che un pentimento perfetto, per sua stessa essenza, non può restare interiore, ma urge verso la forma di incontro del Sacramento. Perciò non è semplicemente un’infrazione contro prescrizioni esteriori del diritto canonico se ci si porge da sé l’Eucarestia e la si prende da sé, ma è una ferita della più intima struttura del Sacramento. Il fatto che in quest’unico Sacramento il prete possa egli stesso somministrarsi il Sacro Dono rinvia al “mysterium tremendum” al quale è esposto nell’Eucarestia; agire “in persona Christi” e così, nello stesso tempo, rappresentarlo ed essere un uomo peccatore, che vive completamente dall’accogliere il suo Dono. La Chiesa non la si può fare, ma solo riceverla, e cioè riceverla da dove essa è già, da dove essa è realmente presente: dalla comunità sacramentale del suo Corpo che attraversa la storia. Ma c’è da aggiungere ancora qualcosa, che ci aiuta a comprendere questo difficile termine “comunità conformi al diritto”: Cristo è dovunque intero. Questa è la prima importantissima cosa che il Concilio ha formulato, in unità coi fratelli ortodossi. Ma egli è dovunque anche uno solo, e perciò io posso avere l’unico Signore solo nell’unità che egli stesso è, nell’unità con gli altri che sono anche essi il suo Corpo e che, nell’Eucarestia, lo devono sempre di nuovo diventare.
(da Joseph Ratzinger, L’ecclesiologia del Vaticano II, in Chiesa, ecumenismo e politica, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 1987, pagg.9-16)

D/ La chiesa è carità: una chiesa di popolo

Agostino ha portato avanti il suo confronto con il donatismo. I donatisti avevano i medesimi sacramenti della Chiesa cattolica, dove dunque si colloca la differenza? Che cosa c’è in essi di inadeguato? La risposta di Agostino fa riferimento alle origini della divisione e alla forma che ha assunto. In base a queste considerazioni egli afferma: essi hanno rotto l’amore. Se ne sono andati, perché ponevano la loro idea di perfezione al di sopra dell’unità. Hanno mantenuto tutto ciò che costituisce l’apparato organizzativo della Chiesa cattolica, ma hanno rinunciato all’amore, insieme con l’unità. E, proprio per questo, tutto il resto è vuoto. La parola “caritas” riceve qui un significato davvero concreto, ecclesiale; nel linguaggio di Agostino si fa spazio una nuova e pregnante compenetrazione dei termini proprio dal momento che può dire: la Chiesa è caritas.

Essere cristiani implica l’accettazione dell’intera comunità dei credenti, l’umiltà dell’amore, il “sostenersi gli uni gli altri”, diversamente manca, appunto, lo Spirito Santo, che è Colui che unisce. L’affermazione dogmatica “la Chiesa è Carità” non resta quindi confinata in un ambito puramente dogmatico-accademico, ma rinvia al dinamismo che edifica l’unità e che si dimostra nel sostenersi vicendevole della Chiesa. In questo senso, per Agostino lo scisma è un’eresia pneumatologica, che viene a collocarsi nella concretezza di una situazione esistenziale: uscire dal permanere che è proprio dello Spirito Santo, dalla pazienza della Carità; rinuncia all’amore rinunciando alla propria permanenza e, così, negazione dello Spirito Santo, che è la pazienza del rimanere, della riconciliazione.
(da Joseph Ratzinger, Lo Spirito Santo come comunione. Sul rapporto tra pneumatologia e spiritualità in Sant’Agostino, in La Comunione nella Chiesa, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2004, pagg.33-58)

E/ La chiesa una

Riceviamo una risposta molto pratica alla domanda: che cos’è questo, quest’unica Chiesa universale che precede ontologicamente e temporalmente le Chiese locali? Dov’è? Dove possiamo vederla agire? La Costituzione risponde parlandoci dei sacramenti. Vi è innanzitutto il battesimo: esso è un evento trinitario, cioè totalmente teologico, molto più che una socializzazione legata alla Chiesa locale, come oggi è purtroppo così spesso travisato. Il battesimo non deriva dalla singola comunità, ma in esso si apre a noi la porta all’unica Chiesa, esso è la presenza dell’unica Chiesa, e può scaturire solo da essa, dalla Gerusalemme di lassù, dalla nuova madre.

A partire di qui la lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla communio può dire che nella Chiesa non vi sono stranieri: ognuno è ovunque a casa sua e non solo ospite. E’ sempre l’unica Chiesa, l’unica e la medesima. Chi è battezzato a Berlino, è nella Chiesa a Roma o a New York o a Kinshasa o a Bangalore o in qualunque altro posto, altrettanto a casa sua come nella Chiesa in cui è stato battezzato. Non deve registrarsi di nuovo, è l’unica Chiesa. Il battesimo viene da essa e genera a essa. Chi parla del battesimo parla, tratta di per se stesso anche della parola di Dio, che per la Chiesa intera è solo una e continuamente la precede in tutti i luoghi, la convoca e la edifica. Questa parola è sopra la Chiesa, e nondimeno è in essa, affidata a essa come soggetto vivo.
(da Joseph Ratzinger, L’ecclesiologia della Costituzione Lumen Gentium, in La Comunione nella Chiesa, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2004, pagg.129-161)

F/ La chiesa del cielo e della terra

Questo “noi” [della Chiesa] non va inteso solo in senso sincronico, ma anche in senso diacronico. Il che significa che nella Chiesa nessuna generazione è isolata. Nel corpo di Cristo il limite della morte non conta più; in lui passato, presente e futuro si compenetrano. Il vescovo non rappresenta mai solo se stesso, né ciò che predica è il suo proprio pensiero; il vescovo è un inviato, e in quanto tale un ambasciatore di Gesù Cristo. L’indicatore della strada che introduce nel messaggio è per lui il “noi” della Chiesa, e precisamente il “noi” della Chiesa di tutti i tempi. Se da qualche parte venisse a formarsi una maggioranza contro la fede della Chiesa di altri tempi, non sarebbe affatto maggioranza: nella Chiesa la vera maggioranza è diacronica, abbraccia tutte le epoche, e solo se si ascolta questa totale maggioranza si rimane nel “noi” apostolico.
(da Joseph Ratzinger, Chiesa universale e Chiesa locale. Il compito del vescovo, in La Chiesa. Una comunità sempre in cammino, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo, 1991, pagg.55-74)